Paul Delaroche, Studio per la testa di Cristo - Ritratto di Eugène Buttura, 1834 circa, National Gallery of Scotland, Edimburgo


Paul Delaroche, Studio per la testa di Cristo - Ritratto di Eugène Buttura, 1834 circa, National Gallery of Scotland, Edimburgo


Gesù Cristo, sfida e segno di contraddizione per la cultura laica
Dialogo tra l'Arcivescovo Gianfranco Ravasi e Giuliano Ferrara
Di Mirko Testa
ROMA, venerdì, 23 novembre 2007 (ZENIT.org).- La figura di Gesù Cristo, seppure spesso offuscata e confinata nella sfera privata sulla base di una preconcetta chiusura della ragione, continua al giorno d'oggi a far discutere e a sfidare la mentalità laica moderna.
E' quanto è emerso il 13 novembre scorso dal dialogo tra l’Arcivescovo Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, e il Direttore de “Il Foglio”, Giuliano Ferrara, sul libro “Gesù di Nazaret” di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, tenutosi in una Basilica di San Giovanni in Laterano affollata da oltre cinquemila persone.
Con questo appuntamento hanno ripreso il via, dopo quasi tre anni di interruzione, i “Dialoghi in Cattedrale”, promossi dalla Diocesi di Roma. Si tratta di una iniziativa, sbocciata subito dopo la missione cittadina avviata da Giovanni Paolo II nel 1996, che vede personalità ecclesiastiche e reppresentanti della cultura confrontarsi sul mondo odierno.
A introdurre il dibattito è stato il Cardinale Vicario Camillo Ruini, che ha indicato l’intenzione fondamentale di Benedetto XVI nel “mostrare l’identità tra il Gesù della storia e il Cristo della fede della Chiesa”, che rappresenta “la pietra angolare del cattolicesimo e di ogni cristianesimo che intenda essere 'cristianesimo credente'”.
Nel suo discorso Ferrara ha affermato che quello di Ratzinger è “un libro che rappresenta un avvenimento nella storia del mondo moderno”, ma che “non è solo un libro ecclesiale, un manifesto di carità e di amore, una nuova testimonianza di fede”.
Infatti, ha continuato, “è un libro che propone un metodo per leggere la Scrittura, nella fiducia che l’inafferrabilità del divino, la sua alterità e lontananza, possano essere, se non conosciute, almeno dette, scrutate, indagate, trasmesse”.
“Nello scrivere questo libro – ha continuato Ferrara – il Papa ha dovuto smantellare alcuni dogmi laici: per esempio, quello che porta ad accettare Gesù come uomo e negare la possibilità messianica dell’Incarnazione. Oppure, accettare il carisma morale dei Vangeli e negare il loro mistero, la Risurrezione”.
“Oppure, ancora, accettare la storia cristiana come passato e negare la memoria cristiana, la testimonianza – parola chiave di tutto il cristianesimo – che si perpetua come eterno presente”.
“Joseph Ratzinger – ha precisato Ferrara – non si limita a credere nel Gesù dei Vangeli, aggiunge qualcosa alla sua fede, aggiunge che la figura di Gesù Cristo è logica, è storicamente sensata e convincente, solo se esaminata e per così dire argomentata alla luce dei Vangeli”.
“Il Papa – ha continuato – non gioca con le parole e sa che nel mondo moderno la ragione e la fede vivono vite separate. Sa che la ragione sperimentale è ancora la regina della vita pubblica e sa che la fede è ancora largamente considerata sottomissione al mistero, buio che viene dal buio, resa a quell'oscurità da cui la ragione scientifica ci libera e ci emancipa”.
Tuttavia, ha aggiunto, “il Papa sa anche che questo mondo adulto, troppo adulto, sta invecchiando a vista d'occhio” e “sa che gli uomini e le donne della nostra epoca vivono nel crepuscolo del razionalismo e nella notte del relativismo e che a questa mancanza di luce si ribellano”.
“Ed è per questo – ha sottolineato Ferrara – che il suo Gesù incarnato diventa un significato anche per chi non crede”; e allo stesso tempo una sfida alla mentalità moderna, un ragionamento che sfata i “dogmi” della cultura laica.
Giuliano Ferrara, un tempo dirigente comunista e ora esponente di quell'area laica che alcuni definiscono “teocon” perché favorevole agli insegnamenti della Chiesa in materia di morale e bioetica, ha detto di guardare alla fede con “inquietudine” e “curiosità”.
“La mia ragione mi dice il suo limite – ha spiegato –. Se non lo riconoscessi sarei padrone della mia vita e della mia morte, sarei un nichilista. La mia ragione mi dice che sono un credente, sebbene non disponga di una fede personale e confessionale praticamente vissuta”.
La sua, ha continuato, è una fede “nel concetto matematico e fisico di infinito, che segna il mio limite e lo descrive. Credo che mio padre e mia madre non siano l'origine biologica del mio DNA ma un semplice e irrisolto mistero di amore”.
Infine, Ferrara ha concluso con il suo “credo” di “laico” rispettoso della fede altrui: “Credo che l’altro o la persona umana, o anche il suo progetto o ricordo sia titolare di diritti che sono al tempo stesso i doveri”.
Soprattutto, ha aggiunto, “credo che non tutto sia negoziabile e relativo. Ed è già un bel credere ve lo assicuro”.
Successivamente l'Arcivescovo Ravasi ha detto che “l'elemento più sorprendente del Gesù di Nazaret è la distinzione che sottilmente attraversa molte pagine tra la realtà storica e la realtà in senso stretto, che non corrisponde completamente al concetto di storia”.
Quindi “l'impegno fondamentale per conoscere autenticamente il volto di Cristo è, non soltanto di riuscire a definirne il profilo storico, documentario, che è anch'esso oggetto di ricerca e ha una sua fondatezza, ma è anche il tentativo di scoprire il senso segreto e profondo della storia stessa”, attraverso “un altro canale di conoscenza, che è quello della teologia, della ricerca spirituale, della ricerca religiosa”.
Ravasi ha quindi tracciato un breve excursus sui vari metodi storico-critici di conoscenza della Scrittura, proponendo una ricostruzione del volto “reale” di Gesù attraverso due coordinate: il “luogo” e il “tempo”.
Come “luogo” l'Arcivescovo ha indicato non solo “il concreto orizzonte giudaico, con fondale greco-romano”, ma l'“orizzonte indispensabile” rappresentato dalla “relazione unica di Cristo con il Padre”: “Il luogo è il mistero di comunione con il Padre. La condizione di figlio è il cuore della coscienza di Cristo”.
E poi c'è il “tempo” che “non è solo quello storico”: “C’è in lui un’altra unità di misura che va oltre la cronologia. Eterno e storia si uniscono in Lui. Proprio perché ha di fronte a sé il tempo dell’eterno, Gesù può essere nostro contemporaneo”.
Questo “intreccio” in Gesù rappresenta un elemento di “scandalo” che suscita in alcuni l'adesione filiale e in altri il “fastidio”, ha detto.
“C’è chi lo sente contemporaneo tanto da amarlo da sempre, condividendone la croce nella vita di ogni giorno”, “ma la sua figura parla anche a coloro che sono seriamente in ricerca”, ha detto.
“Aveva ragione Simeone – ha concluso monsignor Ravasi – quando prese in braccio questa creatura e ne vide un 'segno di contraddizione' che avrebbe accompagnato e attraversato la storia”.
Fonte: Zenit, 23.11.2007


Tra storicità dei Vangeli canonici e contributo degli apocrifi (Parte I)
Intervista a padre Bernardo Estrada, docente di Nuovo Testamento
Di Mirko Testa
ROMA, lunedì, 7 gennaio 2008 (ZENIT.org).- La consistenza storica dei Vangeli canonici sta nella loro stessa genesi, cioè nella continuità tra la predicazione di Gesù, la predicazione apostolica e la loro redazione.
Ad affermarlo in questa intervista a ZENIT è padre Bernardo Estrada, Ordinario di Nuovo Testamento presso la Facoltà di Teologia dell'Università della Santa Croce (Roma), il quale cita anche alcune testimonianze extrabibliche che avvalorano il contenuto dei Vangeli.
Innanzitutto, ci spieghi il percorso che ha portato alla redazione dei Vangeli?
Padre Estrada: Possiamo dire che i Vangeli iniziano con la predicazione di Gesù, il quale non ha scritto di proprio pugno praticamente nulla se non quelle poche parole tracciate sulla sabbia quando gli venne presentata una donna colta in adulterio. Di Gesù Cristo si sa soprattutto che predicava. C’è da rilevare a questo riguardo che l’esigenza di predicare e insegnare a memoria era una abitudine costante del tempo, perché la scrittura era impraticabile in condizioni normali.
Tuttavia dopo la passione e morte di Gesù, la predicazione della Chiesa si è fondata proprio sull'evento pasquale. E' questo il fondamento di tutta la nostra fede, non solo perché Paolo lo dice alla fine della Lettera ai Corinzi ma perché proprio il kerygma, l'annuncio fondamentale della Chiesa dopo la Pentecoste, è stato “Gesù Cristo crocifisso e risorto”. Il Vangelo come tale era, come afferma San Paolo, proclamazione del “gioioso messaggio” che Dio ci ha salvati dalla morte eterna con la morte e risurrezione del suo Figlio Gesù.
Solo nella seconda metà del II sec. San Giustino nello scrivere nel 160 la sua Apologia afferma che le memorie degli Apostoli vengono chiamate Vangeli. E' la prima testimonianza in cui si passa dal Vangelo come annuncio predicato al Vangelo come testo. Dopo questa dichiarazione apostolica possiamo dire che gli autori sacri, cioè gli evangelisti di cui almeno due erano apostoli sono giunti alla stesura dei libri. Per questo si può dire che i Vangeli hanno una consistenza storica, perché riflettono questi tre stadi nella loro formazione con una continuità che non ha mai smesso di esistere. Una continuità che lega insieme la predicazione di Gesù, la predicazione apostolica e la redazione del Vangelo.
I Vangeli “canonici”, cioè quei Vangeli accolti dalla Chiesa per la loro origine “apostolica” e per la loro “conformità con la norma della fede” delle primitive comunità cristiane e delle maggiori Chiese di origine apostolica, sono stati composti tra il 60 e il 100 d.C. Quali sono i criteri che ne testimoniano la storicità?
Padre Estrada: Gli esponenti più radicali della critica storica ritenevano che ci fosse una distanza tale tra la redazione dei Vangeli e la vita di Gesù che tutta una generazione di testimoni oculari era svanita. Ma questo non è vero. Infatti, il primo Vangelo, che si sa essere stato scritto da Marco, risale all'anno 64 d.C., ovvero 34 anni dopo la data probabile della morte di Gesù. In quegli anni cosa si è fatto? Essenzialmente si è predicato il Vangelo in diversi luoghi, si è ruminato su quell'annuncio, fornendo ad esso una sistemazione teologica, che è quello che fa Paolo. Infatti i Vangeli sono stati scritti dopo che Paolo ha elaborato praticamente tutta la sua teologia. Intorno al 64 d.C. tutte le Lettere erano state scritte, comprese quelle pastorali, se è vero che lui ne fu l'autore. Possiamo dire che in quegli anni i Vangeli hanno subito una evoluzione più teologica che non biografica, perché i fatti e i detti della vita di Gesù erano già accertati.
Allora, quali sono i criteri per poter separare con una certa sicurezza ciò che è storico da ciò che non lo è? Nella seconda metà del XX sec. sono stati sviluppati diversi criteri storici, tra cui quello della “discontinuità”, che si concentra su quelle parole o quei fatti di Gesù che non possono derivare né dal giudaismo del tempo di Gesù né dalla Chiesa primitiva dopo di lui. Ad esempio, nel Vangelo di Matteo Gesù si confronta criticamente con le Scritture e con Mosè, come nessun rabbino avrebbe mai fatto, rivelando la superiorità della nuova legge da lui proclamata che non ricalca lo stile esteriore dei farisei ma ha sede nell'intimità del cuore.
Un altro criterio è quello che viene chiamato dell' “imbarazzo”, secondo cui la Chiesa non avrebbe mai comunicato un fatto che avrebbe umiliato Gesù, a partire dalla croce che è il caso più emblematico e paradigmatico. Il battesimo ad opera di Giovanni se non fosse avvenuto realmente non sarebbe venuto in mente a nessun autore. Così come l'apparizione alle donne, perché a quel tempo le donne non erano testimoni qualificati a Israele.
Le notevoli affinità tra i testi di Matteo e Luca hanno portato diversi studiosi ad affermare l'esistenza di una fonte comune, tale da far pensare che si rifacessero in realtà a fonti indirette e non di prima mano. Lei che ne pensa?
Padre Estrada: Possiamo ammettere che i Vangeli di Mattero e di Luca abbiano avuto una fonte comune, perché esiste una serie di narrrazioni, soprattutto di detti, che non appaiono in Marco. Ma ciò che stupisce non è che Matteo e Luca abbiano avuto una fonte comune, quanto le loro differenze. Per esempio tutti e due raccontano dell'infanzia di Gesù, ma ciascuno lo fa attraverso degli eventi che l'altro nemmeno conosce. In Matteo il protagonista dell'infanzia di Gesù è Giuseppe, mentre in Luca è Maria. Se ci fossero state troppe affinità ciò avrebbe potuto far supporre che vi era stato un accordo fra i due. Evidentemente i due evangelisti avevano una fonte propria cui attingere e un'altra che hanno condiviso.
Esistono fonti storiche indipendenti dai Vangeli canonici che ne avvalorano il contenuto?
Padre Estrada: La storicità dei Vangeli viene avallata solo dai Vangeli stessi, mediante la loro formazione. Esistono tuttavia delle testimonianze extrabibliche che non sono da disprezzare. La prima è quella di Plinio il Giovane, che fu proconsole della Bitinia negli anni 111-113 d.C., e che in una delle epistole inviate all’imperatore Traiano scrive che i cristiani erano “soliti riunirsi prima dell’alba e intonare a cori alterni un inno a Cristo come se fosse un dio”. Quindi, afferma che erano convinti della divinità del Cristo.
Svetonio, invece, nella sua opera “Vita dei dodici Cesari”, riferendo un fatto accaduto intorno al 50 d.C., afferma che Claudio “espulse da Roma i Giudei che per istigazione di Cresto erano continua causa di disordine” (Vita Claudii XXIII, 4). Svetonio scrisse “Chrestus” in luogo di “Christus”, non conoscendo la differenza tra giudei e cristiani, e per la somiglianza tra Chrestòs, che era un nome greco molto comune, e Christòs che voleva dire l' “unto”, il “Messia”. Qundi esistevano a Roma giudeo cristiani e – direi – ebrei non convertiti che disputavano fra di loro su Cristo e che potevano apparire agli occhi dell’autorità romana come causa di disordine pubblico.
E poi c'è la testimonianza dello storico romano Tacito che negli Annali narra dell'incendio scoppiato a Roma nel 64 d.C., di cui fu accusato l'imperatore Nerone, il quale fece di tutto “per far cessare tale diceria”, e per questo “si inventò dei colpevoli e sottomise a pene raffinatissime coloro che la plebaglia, detestandoli a causa delle loro nefandezze, denominava cristiani”. Tacito afferma inoltre che l'“origine di questo nome era Cristo, il quale sotto l'impero di Tiberio era stato condannato al supplizio dal procuratore Ponzio Pilato; e, momentaneamente sopita, questa esiziale superstizione di nuovo si diffondeva, non solo per la Giudea, focolare di quel morbo, ma anche a Roma, dove da ogni parte confluisce e viene tenuto in onore tutto ciò che vi è di turpe e di vergognoso” (Ann. XV, 44).
Fonte: Zenit, 7.1.2008


Tra storicità dei Vangeli canonici e contributo degli apocrifi (Parte II)
Intervista a padre Bernardo Estrada, docente di Nuovo Testamento
Di Mirko Testa
ROMA, martedì, 8 gennaio 2008 (ZENIT.org).- I vangeli apocrifici non ci permettono di conoscere realmente Gesù, ma ci mostrano l'evoluzione del cristianesimo.
Ad affermarlo è padre Bernardo Estrada, il quale è convinto che gli apocrifi, pur non dicendo nulla di più rilevante a livello storico rispetto a quanto già affermato dai Vangeli canonici, ci permettano tuttavia di osservare la nascita di alcune tradizioni che hanno influito sulla religiosità popolare e sull'arte sacra cristiana.
La prima parte dell'intervista è stata pubblicata il 7 gennaio.
L'elenco completo dei 27 libri del Nuovo Testamento viene fissato per la prima volta con Atanasio di Alessandria nel 367 d.C. Come si arriva a scegliere questi quattro Vangeli nel canone delle Scritture?
Padre Estrada: Già prima della fine del II secolo, sant'Ireneo Vescovo di Lione e martire afferma in un celebre passo che “poiché il mondo ha quattro regioni e quattro sono i venti principali [...] il Verbo creatore di ogni cosa [...] rivelandosi agli uomini, ci ha dato un Vangelo quadruplice, ma unificato da un unico Spirito” (Contro le eresie III 11, 8).
La Chiesa aveva già definito allora i quattro testi che venivano usati nella liturgia. Vent'anni prima di Ireneo anche Giustino parla dei quattro Vangeli o della memoria degli Apostoli che venivano menzionati o letti durante le celebrazioni eucaristiche. Allora come si è arrivati a questa selezione? In realtà si è arrivati attraverso un processo in cui lo Spirito Santo si è aperto un varco in modo naturale e spontaneo. Quando veniva diffuso un testo che affermava qualcosa di strano, gli stessi fedeli, uniti sotto il loro pastore, lo respingevano. Quindi non sono stati disposti da nessuno anche se nel II sec. vi era la coscienza che il Vangelo fosse quadruplice: ovvero uno solo, poiché una sola è la predicazione sulla vita, le opere e le parole di Gesù, ma con quattro immagini diverse, ognuna delle quali offre un tocco personale.
L'altra questione che si pone ora è come mai la tradizione apostolica sia giunta a inserire tra i Vangeli canonici anche il Vangelo di Giovanni, il più diverso rispetto agli altri in quanto a contenuto ed esposizione, intessuto spesso di riflessioni spirituali e teologiche. Inoltre alcuni studiosi attribuiscono la paternità di questo scritto a discepoli appartenenti a diverse “scuole giovannee”, come si può notare in questo passo: “Questo è il discepolo che rende testimonianza su questi fatti e li ha scritti; e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera” (Gv 21, 20)...
Padre Estrada: Non va a scapito della storicità dei Vangeli il fatto che i loro autori non fossero necessariamente i quattro che vengono menzionati nei titoli. Vorrei direi anche che nemmeno c'è motivo di dubitare se non ci sono delle ragioni serie. Per quanto riguarda il Vangelo di Giovanni è certo che un nucleo risalga all'apostolo, ma che ci sarebbero stati dei discepoli che avrebbero riflettuto su quelle parole di Gesù e avrebbero trovato altre fonti e redatto un Vangelo che un po' si discosta dagli altri. Infatti è il Vangelo più spirituale, dove non si parla mai della crocifissione e della sofferenza, perché per l'evangelista Giovanni, l'ora della passione si identifica con la glorificazione e la suprema "elevazione" di Gesù.
Giovanni presenta già la missione del Cristo a partire dalla Resurrezione. E' un Cristo che ha trionfato e vinto sulla morte. D'altra parte è impossibile spiegare il racconto così dettagliato e crudo della Passione, se non alla luce della piena convinzione degli evangelisti riguardo alla Resurrezione. Altrimenti sarebbe stato semplicemente masochismo! La sofferenza è servita per la nostra salvezza.
Giovanni riporta moltissimi dialoghi di Gesù con il Padre, come se non toccasse la terra, ma fosse costantemente immerso nella contemplazione del volto di Dio e già glorificato. Mentre negli altri Vangeli Gesù è un uomo con tutte le sue caratteristiche e i suoi limiti umani. Il fatto che il Vangelo di Giovanni sia stato ritoccato da una comunità di discepoli, che si trovava probabilmente a Efeso, e ampliato o forse assemblato in un altro modo trova riscontro nel passo che lei ha citato, e che viene rienuto una appendice, una aggiunta posteriore da parte di un discepolo che fa di Giovanni un testimone verace. Infatti se si legge il cap. 20 si capisce che siamo di fronte a una conclusione: “Queste cose sono state scritte affinché voi crediate che Gesú è il Cristo il Figlio di Dio e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome” (Gv 20, 31).
Luca nel suo Vangelo, composto intorno agli anni '80 del I sec., accenna ai “molti altri” che hanno scritto sulla vicende di Gesù, quasi a testimoniare l'esistenza di una moltiplicità di Vangeli, quegli stessi Vangeli in seguito ritenuti apocrifi...
Padre Estrada: In realtà, quando Luca inizia il prologo al Vangelo e dice “poiché molti hanno posto mano a stendere un racconto sugli avvenimenti successi tra noi”, non si sta riferendo a dei libri ma alle testimonianze di tante persone che hanno ricevuto la predica apostolica e che hanno tentato di mettere per iscritto i fatti e le parole di Gesù.
Di certo quelle sono le fonti alle quali hanno attinto anche gli evangelisti. Ma da ciò non dobbiamo dedurre necessariamente che si trattasse di libri veri e propri. Forse Luca, che aveva davanti a sé il Vangelo di Marco, si era reso conto che altri tentarono di mettere per iscritto o in ordine i fatti legati alla vita di Gesù. Non è detto, però, che nel II sec. fossero diffusi i Vangeli apocrifi. Il più antico frammento del Vangelo di Tommaso risale alla fine del II sec., che probabilmente è la data di composizione di quel Vangelo. Non prima. Mentre noi sappiamo che molti Vangeli si fanno datare al I sec. anche dalle citazioni contenute nella Prima lettera di Clemente, un testo attribuito a Papa Clemente I (88-97) scritto in greco verso la fine del I sec.
Nella Didachè o Dottrina dei dodici Apostoli, che può essere considerata come il più antico catechismo cristiano, essendo stata scritta qualche decennio dopo la morte di Cristo, si cita il “Padre Nostro” , così come noi lo recitiamo oggi.
Poi sappiamo che il più antico frammento del Nuovo Testamento è contenuto nel papiro Rylands (P. 52), che riporta parti del Vangelo di Giovanni e risale circa al 125 d.C., ed è quindi una copia scritta a meno di 30 anni dall’originale.
Sebbene scartati perché non contenenti verità divinamente rivelate, alcuni Vangeli apocrifi sono giunti fino a noi in lunghi frammenti come il Vangelo copto di Tommaso o il Vangelo di Pietro, trovando anche utilizzo tra i monaci cristiani della Siria e dell'Asia minore. Che valore hanno? Aggiungono informazioni di qualche utilità al racconto dei quattro evangelisti?
Padre Estrada: Innanzitutto, è necessario dire che tra i Vangeli apocrifi ce ne sono alcuni che nel presentare la figura di Gesù o nel riproporne l'insegnamento si ispirano allo gnosticismo, che è quella teoria filosofico-religiosa che nei primi secoli del cristianesimo (I-IV) si contrappose violentemente alla Chiesa cattolica. Nel 1945, nel villaggio di Nag Hammadi, nell'Alto Egitto, venne scoperta un'antica biblioteca copta che custodiva 13 codici, tutti scritti nel IV sec., alcuni dei quali riportavano detti di Gesù, per esprimere tuttavia concetti non cristiani.
Tutti gli studiosi concordano, ad esempio, nell'affermare che il Vangelo di Tommaso – quello che ha suscitato maggiore interesse – sia un Vangelo gnostico che presenta le dottrine e gli orientamenti di una comunità nata come eresia all'interno del cristianesimo e che pretendeva di applicare a Gesù la salvezza e tutti i principi della fede cristiana secondo il proprio punto di vista. Essi infatti non riconoscono la morte in croce, perché la sola salvezza verrebbe dalla “gnosi”, cioè dalla conoscenza. Mentre la materia è sempre causa di peccato o legata al demonio. Il Vangelo di Tommaso, come gli altri Vangeli gnostici, si limita a riportare dei detti di Gesù senza inserirli nella narrazone di quanto egli compie. E' una specie di “Confucio cristiano” del II sec.
A questo punto possiamo domandarci: i Vangeli apocrifi contengono qualche verità? Certamente. Ad esempio i protovangeli ci raccontano i primi anni di vita di Gesù. A questo proposito, quello più famoso è il Protovangelo di Giacomo, attribuito a Giacomo, figlio di Giuseppe, che lo avrebbe avuto, insieme con tre fratelli e due sorelle, da un matrimonio precendete a quello con Maria. Questo testo ha avuto una certa influenza nella tradizione e nell’iconografia, tanto che la presenza del bue e dell’asinello nella grotta della Natività e il nome dei genitori di Maria, Gioacchino e Anna, ci giungono proprio da questa fonte.
Certamente il contenuto dei Vangeli apocrifi può differire. Alcuni contengono delle verità, delle amplificazioni fantasiose rispetto ai Vangeli canonici e un gusto teatrale proprio di un cristianesimo popolare, pur rimanendo nell'alveo dell'ortodossia; mentre molti altri, soprattutto quelli di orientamento gnostico contengono delle falsità perché vogliono convincere sulla validità della loro eresia.
Sotto il profilo storico, non ci dicono nulla di più di quanto sappiamo già dai Vangeli secondo Matteo e secondo Luca, dai quali essi dipendono. La loro intenzione non è storica, essi voglio fare opera di edificazione. Di fronte alla sobrietà dei Vangeli che raccontano anche realtà soprannaturali in maniera “naturale” e asciutta, senza aggiungere circostanze inutili, si è scelto di andare incontro al desiderio del popolo cristiano aggiungendo in maniera più ampia e colorita dei particolari per evidenziare aspetti e vicende dell'infanzia e della prima giovinezza di Gesù e Maria. Ma di fatto in tal modo essi offrono un’immagine di Gesù non conforme alla realtà, come accade nel Vangelo dell'infanzia di Tommaso, dove viene descritto come un bambino già in grado di compiere miracoli.
Quindi, si può dire che se non avessero contenuto anche un piccolo nucleo di verità nessuno li avrebbe accettati. La loro importanza sta nel fatto di mostrare un'epoca, uno sviluppo del cristianesimo, una confluenza di diverse correnti teologiche e religiose. La loro utilità sta nel riuscire a mostrare l'evoluzione del cristianesimo.
Fonte: Zenit, 8.1.2007


Gesù tra storia e fede
ROMA, sabato, 1 dicembre 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo del discorso pronunciato dall’Arcivescovo Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, in occasione di un incontro pubblico nel contesto dei “Dialoghi in Cattedrale”, tenutosi presso la Basilica di San Giovanni in Laterano il 13 novembre scorso.
* * *
L’aveva intitolata proprio così: Giovanni 1, 14, rimandando esplicitamente a quel versetto del quarto Vangelo in cui si proclama che il Verbo divino ed eterno si fece carne umana, cioè storia ed esistenza. In quella poesia il famoso scrittore argentino agnostico Jorge L. Borges metteva in bocca a Cristo questa confessione: “Io che sono l’È, il Fu, il Sarà, / accondiscendo al linguaggio / che è tempo successivo... / Vissi prigioniero di un corpo e di un’umile anima...”. La Parola si fece dunque parole, l’Eterno tempo, l’Infinito spazio, Dio divenne anche uomo. Ebbene, è attorno a questo intimo intreccio che si è snodata da sempre la riflessione teologica e l’analisi storica su Gesù Cristo.
Il libro di Benedetto XVI ha voluto rimettere al centro proprio questa unità fondante del cristianesimo, riproponendone la compattezza contro ogni tentazione di dissociazione. Sì, perché – se stiamo solo alla ricerca moderna – si è assistito a un processo di divaricazione o anche di separazione e persino di negazione di uno dei due poli di quell’unità. Tutto è cominciato alla fine del Settecento con quella che gli studiosi definiscono ora, con l’inglese ormai imperante, Old Quest, cioè l’antica ricerca: soprattutto in ambito tedesco e illuministico si spogliava Gesù di Nazaret del manto di Cristo e di Figlio di Dio, eliminando dalla sua figura tutto ciò che era ritenuto mito o costruzione fideistica, a partire dai miracoli e dalle parole trascendenti in cui appariva un volto divino.
Nel primo Novecento, con un teologo divenuto poi quasi un capofila, Rudolf Bultmann, si procedeva ulteriormente su quella linea ma per ottenere un esito opposto: al cristiano deve interessare proprio e soltanto il Cristo, il Figlio di Dio, e non certo la vicenda storica dell’ebreo Gesù di Nazaret. Anche per questa via - che non era razionalista come la prima, bensì teologica - si confermava la dissociazione in Gesù Cristo tra il Verbo e la carne. Ma, attorno agli anni 1950-75 si consumò una svolta radicale con la New Quest: questa nuova ricerca affermava invece la continuità tra il Gesù della storia e il Cristo della fede (o del kerygma o “annunzio” pasquale della Chiesa, come si è soliti dire tecnicamente). Si assisteva, così, a una serie di fervide analisi storiografiche sulle parole e sugli eventi di Gesù di Nazaret, così da averne una rappresentazione compiuta, recuperandone il rilievo storico, emarginato da Bultmann.
Ma la traiettoria del pendolo dell’analisi critica non si era ancora esaurita: attorno al 1985 prese il via una Third Quest o “terza ricerca” la cui caratteristica fondamentale era la collocazione della figura di Gesù nel suo orizzonte storico giudaico (un ambiente culturale e religioso a noi ben noto attraverso una vasta documentazione) così da farne risaltare la conformità ma anche l’originalità e la discontinuità, considerate come criteri per sostenere la plausibilità storica di molti dati di Gesù e su Gesù offerti dai Vangeli. A questo punto ecco lo snodo dell’opera di Benedetto XVI che, pur ricorrendo al metodo storico-critico seguito dalla New e dalla Third Quest, lo riposiziona e lo completa riportando l’attenzione anche sulla dimensione “cristologica”, cioè sul Verbo divino presente nella carne di Gesù di Nazaret, attestato dai Vangeli: solo così si può presentare un Gesù reale, non amputato o sezionato.
Il discorso diventa, dunque, complesso. Vorremmo solo far notare due dati. Il primo è di ordine storiografico: non tutto il reale è “storico”. Quanti detti e atti effettivamente compiuti dall’umanità nei secoli non possono essere documentati storicamente! Lo storico, che ha bisogno sempre di avere come base dati documentati, non ha in mano tutta la realtà di una persona, anzi ad essa si avvicina solo in minima parte e spesso in via ipotetica. Ed è per questo che sempre più ai nostri giorni si ricorre all’ausilio di altre discipline, come la psicologia, la sociologia, l’antropologia e, perché no?, la mistica e la teologia. Il secondo dato è di indole teologica: oggetto e fondamento della fede non è di per sé il solo Gesù storico; eppure il Gesù storico è componente fondamentale della fede cristiana perché essa ha al centro la persona di Gesù Cristo che è quell’unità di umanità e divinità da cui siamo partiti. E allora anche la ricerca storica su Gesù dev’essere integrata nella stessa teologia in un incrocio delicato ma necessario.
Ora, la dimensione trascendente di Cristo, espressa attraverso la sua intima e radicale relazione col Padre e definita da Giovanni attraverso il termine Logos, Verbo divino eterno e infinito, fa sì che Gesù sia una presenza viva e permanente, come afferma la Lettera agli Ebrei: “Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre” (13,8). C’è allora, a questo punto, un ulteriore percorso da fare nel mistero di Cristo uomo e Dio. Dopo aver risposto alla domanda: “Chi è Cristo in sé?”, si deve necessariamente reagire all’altro quesito: “Chi è Cristo per te?”. E’ significativo il titolo di un saggio del 1994 di uno dei maggiori teologi protestanti contemporanei, Jürgen Moltmann: Chi è Cristo per noi oggi? Un altro grande teologo tedesco, Dietrich Bonhoeffer, martire nel lager nazista di Flossenburg, nella sua Cristologia esprimeva così questa dimensione ulteriore della ricerca cristologica: “Cristo non è tale solo in quanto Cristo per sé, ma nel suo riferimento a me. Il suo esser-Cristo e il suo esser-per me”.
Anche qui si delineano due volti, come sempre è accaduto: c’è chi vede in lui l’uomo eccezionale, il maestro di sapienza, il testimone morale, il martire della verità e chi scopre in lui la suprema presenza di Dio, il Figlio del Padre celeste. Certo è che, proprio come aveva intuito il vecchio Simeone reggendolo sulle braccia da neonato, “egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Luca 2, 34-35). Anche volendo evitarlo, t’imbatti in lui, come confessava il poeta russo Aleksandr Blok che, in piena rivoluzione sovietica, nel 1918, pubblicando il poema intitolato I Dodici, confessava: “Quando l’ebbi finito, mi meravigliai io stesso: perché mai Cristo? Davvero Cristo? Ma più il mio esame era attento, più distintamente vedevo Cristo. Annotai allora sul diario: Purtroppo Cristo. Purtroppo proprio Cristo!”.
Abbiamo iniziato con una domanda di Gesù. Vogliamo concludere con un’altra sua domanda decisiva, simile a una spada. Ai discepoli sconcertati per le sue parole sul “pane di vita”, espressione alta del suo mistero di eternità e di divinità, Gesù a Cafarnao aveva chiesto: “Volete andarvene anche voi?”. E “da quel giorno molti dei suoi discepoli si tirarono indietro e non andavano più con lui”. Ma Pietro a nome degli altri aveva risposto: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Giovanni 6, 66-69). L’incontro con Cristo coinvolge la nostra libertà, la provoca e costringe a una scelta simile a quella che si deve compiere a un crocevia. Forse nel cuore di chi se n’è andato rimane la nostalgia di quell’incontro, purtroppo fallito. Forse, in qualche ora oscura, affiora nell’anima il desiderio di mormorare le parole che un filosofo, Søren Kierkegaard, annotava nel suo diario il 16 agosto 1839: “Gesù, vieni ancora in cerca di me sui sentieri dei miei traviamenti ove io mi nascondo a te e agli uomini!”.
+ GIANFRANCO RAVASI
Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura
Fonte: Zenit, 1.12.2007


“Un primo sguardo sul segreto di Gesù”, introduzione al nuovo libro del Papa
CITTA’ DEL VATICANO, giovedì, 23 novembre 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo alcuni brani dell’introduzione del libro “Gesù di Nazaret”, che Joseph Ratzinger-Benedetto XVI pubblicherà la prossima primavera. I brani sono stati forniti da Rizzoli, editore al quale sono stati concessi i diritti internazionali.
Introduzione
Un primo sguardo sul segreto di Gesù
(…) In Gesù si compie la promessa del nuovo profeta. In lui si realizza pienamente quanto in Mosè era solo imperfetto: Egli vive al cospetto di Dio, non solo come amico ma come Figlio, in profonda unità con il Padre. Solo partendo da qui possiamo davvero capire la figura di Gesù che ci viene incontro nel Nuovo Testamento. Tutto quello che ci viene raccontato, le parole, i fatti, le sofferenze e la gloria di Gesù, ha qui il suo fondamento. Se si lascia da parte questo centro autentico non si coglie lo specifico della figura di Gesù che diventa allora contraddittoria e in definitiva incomprensibile. Solo da qui può ricevere una risposta la domanda di fronte alla quale si deve porre chiunque legga il Nuovo Testamento: da dove Gesù ha preso il suo insegnamento? Come si spiega la sua venuta? La reazione dei suoi ascoltatori fu chiara: questo insegnamento non viene da alcuna scuola. È radicalmente diverso da quello che si può imparare nelle scuole. Non è spiegazione secondo il metodo dell’interpretazione, è diversa, è spiegazione «con autorità». Ritorneremo su questa constatazione degli ascoltatori quando rifletteremo sulle parole di Gesù e dovremo approfondirne il significato. L’insegnamento di Gesù non proviene da un apprendimento umano, qualunque possa essere. Viene dall’immediato contatto con il Padre, dal dialogo «faccia a faccia», dal vedere quello che è «nel seno del Padre». È parola del Figlio. Senza questo fondamento interiore sarebbe temerarietà. Proprio così la giudicarono i sapienti al tempo di Gesù, proprio perché non vollero accogliere il suo significato interiore: il vedere e conoscere faccia a faccia.
Per la conoscenza di Gesù sono fondamentali gli accenni ricorrenti al fatto che Gesù si ritirava «sul monte» e lì pregava tutta la notte, «da solo» con il Padre. Questi brevi accenni diradano un po’ il velo del mistero, ci permettono di gettare uno sguardo dentro l’esistenza filiale di Gesù, di scorgere la fonte sorgiva delle sue azioni, del suo insegnamento e della sua sofferenza. Questo «pregare» di Gesù è il parlare del Figlio con il Padre in cui vengono coinvolte la coscienza e la volontà umane, l’anima umana di Gesù, di modo che la «preghiera» degli uomini possa divenire partecipazione alla comunione del Figlio con il Padre. La famosa affermazione di Harnack secondo la quale l’annuncio di Gesù è un annuncio che viene dal Padre e di cui il Figlio non fa parte – e dunque la cristologia non appartiene all’annuncio di Gesù – è una tesi che si smentisce da sola. Gesù può parlare del Padre, così come fa, solo perché è il Figlio e vive in comunione filiale con il Padre. La dimensione cristologica, cioè il mistero del Figlio che rivela il Padre, la «cristologia», è presente in tutti i discorsi e in tutte le azioni di Gesù. Qui si evidenzia un altro punto importante. Abbiamo detto che nella comunione filiale di Gesù con il Padre viene coinvolta l’anima umana di Gesù nell’atto della preghiera. Chi vede Gesù vede il Padre (Gv 14,9). Il discepolo che segue Gesù viene in questo modo coinvolto insieme con lui nella comunione con Dio. Ed è questo che davvero salva: il superamento dei limiti dell’uomo. Questo superamento era insito nell’uomo come attesa e possibilità fin dalla creazione per la somiglianza con Dio.
Da GESU’ DI NAZARET, di Joseph Ratzinger, Rizzoli 2007
Fonte: Zenit, 23.11.2006


“Inchieste moderne su Gesù di Nazareth”
Di padre Raniero Cantalamesa, OFM Cap.
ROMA, domenica, 2 dicembre 2006 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento che padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap., ha inviato a ZENIT sul libro pubblicato da Corrado Augias e Mauro Pesce intitolato “Inchiesta su Gesù” (Mondadori, 2006).
Predicatore del Papa dal 1980, padre Cantalamessa è stato in precedenza professore di Storia delle Origini Cristiane all’Università Cattolica di Milano, nonché membro della Commissione Teologica Internazionale.
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P. Raniero Cantalamessa
INCHIESTE MODERNE SU GESU’ DI NAZARETH
1. Nella scia del ciclone
Il ciclone “Il Codice da Vinci” di Dan Brown non è passato invano. Sulla sua scia stanno fiorendo, come sempre avviene in questi casi, nuovi studi sulla figura di Gesú di Nazareth con l’intenzione di svelarne il vero volto ricoperto finora sotto la coltre dell’ortodossia ecclesiastica. Anche chi ne prende a parole le distanze, se ne mostra per più versi influenzato.
A tale filone appartiene in Italia il libro di Corrado Augias e Mauro Pesce, un giornalista di fama e uno storico di mestiere, Inchiesta su Gesú (Mondadori, 2006). Esso si presta per una valutazione globale di tutta la letteratura sul “vero Gesú della storia” che viene pubblicata a gettito continuo in Europa e in America e continua a ispirare romanzi, film e spettacoli. Lo prendo in esame con l’intento di fare un po’ di chiarezza sull’intera questione, in nome di quella “Storia delle origini cristiane” che ho insegnato per anni all’Università Cattolica di Milano.
Vi sono, come è naturale, differenze tra l’uno e l’altro autore, tra il giornalista e lo storico. Ma non voglio cadere io stesso nell’errore che più di ogni altro compromette a mio parere questa “inchiesta” su Gesú che è di tener conto solo e sempre delle differenze tra gli evangelisti, mai delle convergenze. Parto perciò da ciò che è comune ai due autori, Augias e Pesce. Esso si può riassumere così: Sono esistiti, all’inizio, non uno ma diversi cristianesimi. Una delle sue versioni ha preso il sopravvento sulle altre; ha stabilito, secondo il proprio punto di vista, il canone delle Scritture e si è imposta come ortodossia, relegando le altre al rango di eresie e cancellandone il ricordo. Noi possiamo però oggi, grazie a nuove scoperte di testi e a una rigorosa applicazione del metodo storico, ristabilire la verità e presentare finalmente Gesú di Nazareth per quello che fu veramente e che egli stesso intese essere, cioè una cosa totalmente diversa da quello che le varie chiese cristiane hanno finora preteso che fosse.
Nessuno contesta il diritto di accostarsi alla figura di Cristo da storici, prescindendo dalla fede della Chiesa. È quello che la critica, credente e non credente, va facendo da almeno tre secoli con gli strumenti più raffinati. La domanda è se la presente inchiesta su Gesú raccoglie davvero, per quanto in forma divulgativa e accessibile al gran pubblico, il frutto di questo lavoro, o se invece opera in partenza una scelta drastica all’interno di esso, finendo per essere una ricostruzione di parte.
Io credo che, purtroppo, questo secondo è il caso. Il filone scelto è quello che va da Reimarus, a Voltaire, a Renan, a Brandon, a Hengel, e oggi a critici letterari e “professori di umanità”, quali Harold Bloom e Elaine Pagels. Del tutto assente l’apporto della grande esegesi biblica, protestante e cattolica, sviluppatasi nel dopo guerra, in reazione alle tesi di Bultmann, molto più positiva circa possibilità di attingere, attraverso i vangeli, il Gesú della storia.
Sui racconti della passione e morte di Gesú, per fare un esempio, nel 1998, è stata pubblicata da Raymond Brown (“il più distinto tra gli studiosi americani del Nuovo Testamento, con pochi rivali a livello mondiale”, secondo il New York Times), un’opera di 1608 pagine. Essa è stata definita dagli specialisti del settore “il metro in base al quale ogni futuro studio della Passione sarà misurato”, ma di tale studio non c’è traccia nel capitolo dedicato ai motivi della condanna e della morte di Cristo, né esso figura nella bibliografia finale che pure riporta diversi titoli di opere in inglese.
All’uso selettivo degli studi corrisponde un uso altrettanto selettivo delle fonti. I racconti evangelici sono adattamenti posteriori quando smentiscono la propria tesi, sono storici quando si accordano con essa. Anche la risurrezione di Lazzaro, benché attestata dal solo Giovanni, viene presa in considerazione, se può servire a fondare la tesi della motivazione politica e di ordine pubblico dell’arresto di Gesù (pag. 140).
2. Ma gli apocrifi cosa dicono?
Ma veniamo alla discussione più diretta della tesi di fondo del libro. Anzitutto a proposito delle scoperte di nuovi testi che avrebbero modificato il quadro storico sulle origini cristiane. Esse sono
essenzialmente alcuni vangeli apocrifi scoperti in Egitto a metà del secolo scorso, soprattutto i codici di Nag Hammadi. Su di essi viene fatta un’operazione assai sottile: ritardare il più possibile la data di composizione dei vangeli canonici e avanzare il più possibile la data di composizione degli apocrifi in modo da poterli usare come valide fonti alternative ai primi. Ma qui si urta contro un muro non facilmente scavalcabile: nessun vangelo canonico (neppure quello di Giovanni secondo la critica moderna) si lascia datare dopo l’anno 100 dopo Cristo e nessun apocrifo si lascia datare prima di tale anno. (I più arditi arrivano, con congetture, a datarli all’inizio del III o a metà del II secolo).
Tutti gli apocrifi attingono o suppongono i vangeli canonici; nessun vangelo canonico attinge o suppone un vangelo apocrifo. Per fare l’esempio oggi più in voga, dei 114 detti di Cristo nel Vangelo copto di Tommaso, 79 hanno un parallelo nei Sinottici, 11 sono varianti delle parabole sinottiche. Solo tre parabole non sono attestate altrove.
Augias, sulla scia di Eliana Pagels, crede di poter superare questo scarto cronologico tra i Sinottici e il Vangelo di Tommaso ed è istruttivo vedere in che modo. Nel vangelo di Giovanni si assiste, secondo l’autore, a un chiaro tentativo di screditare l’apostolo Tommaso, una vera persecuzione nei suoi confronti, paragonabile a quella contro Giuda. Prova: l’insistenza sulla incredulità di Tommaso! Ipotesi: l’autore del Quarto Vangelo non vuole per caso screditare le dottrine che già a suo tempo circolavano sotto il nome dell’apostolo Tommaso e che confluiranno in seguito nel vangelo che porta il suo nome? Così è superato lo scarto cronologico. Si dimentica, in questo modo, che l’evangelista Giovanni mette proprio sulla bocca di Tommaso la più commovente dichiarazione di amore a Cristo (“Andiamo anche noi a morire con lui”) e la più solenne professione di fede in lui: “Mio Signore e mio Dio!” che, a detta di molti esegeti, costituisce il coronamento di tutto il suo vangelo. Se è un perseguitato dai vangeli canonici Tommaso, che dire del povero Pietro con tutto quello che riferiscono sul suo conto! A meno che non sia avvenuto, anche nel suo caso, per screditare i futuri apocrifi che portano il suo nome…
Ma il punto principale non è neppure quello della data, è quello dei contenuti dei vangeli apocrifi. Essi dicono esattamente il contrario di quello per cui si invoca la loro autorità. I due autori sostengono la tesi di un Gesú pienamente inserito nell’ebraismo, che non ha inteso innovare in nulla rispetto ad esso, ma i vangeli apocrifi professano tutti, chi più chi meno, una rottura violenta con l’Antico Testamento, facendo di Gesú il rivelatore di un Dio diverso e superiore. La rivalutazione della figura di Giuda nel vangelo omonimo si spiega in questa logica: con il suo tradimento, egli aiuterà Gesú a liberarsi dell’ultimo residuo del Dio creatore, il corpo! Gli eroi positivi dell’Antico Testamento diventano negativi per loro e quelli negativi, come Caino, positivi.
Gesú è presentato nel libro come un uomo che solo la Chiesa posteriore ha elevato al rango di Dio; i vangeli apocrifi al contrario presentano un Gesú che è vero Dio, ma non vero uomo, avendo rivestito solo l’apparenza di un corpo (docetismo). Per essi, ciò che fa difficoltà non è la divinità di Cristo ma la sua umanità. Si è disposti a seguire i vangeli apocrifi su questo loro terreno?
Si potrebbe allungare la lista degli equivoci nell’uso dei vangeli apocrifi. Dan Brown si basa su di essi per avallare l’idea di un Gesú che esalta il principio femminile, non ha problemi con il sesso, sposa la Maddalena…E per provare questo si appoggia al Vangelo di Tommaso dove si dice che, se vuole salvarsi, la donna deve cessare di essere donna e diventare uomo!
Il fatto è che i Vangeli apocrifi, in particolare quelli di matrice gnostica, non sono stati scritti con l’intento di narrare fatti o detti storici su Gesú, ma per veicolare una certa visione di Dio, di se stessi e del mondo, di natura esoterica e gnostica. Fondarsi su di essi per ricostruire la storia di Gesú è come fondarsi su Così parlò Zaratustra non per conoscere il pensiero di Nietzsche, ma quello di Zaratustra. Per questo in passato, pur essendo quasi tutti già noti, almeno in ampi stralci, nessuno aveva mai pensato di potere usare i vangeli apocrifi come fonti di informazioni storiche su Gesú. Solo la nostra era mediatica, alla ricerca esasperata di scoop commerciali, lo sta facendo.
Ci sono certo fonti storiche su Gesú al di fuori dei vangeli canonici ed è strano che esse siano lasciate praticamente fuori di questa “inchiesta”. La principale è Paolo che scrive meno di trent’anni dopo la scomparsa di Cristo e dopo essere stato un suo fiero oppositore. La sua testimonianza viene solo discussa a proposito della risurrezione, ma per essere naturalmente screditata. Eppure, cosa c’è di essenziale nella fede e nei “dogmi” del cristianesimo che non si trovi già attestato (nella sua sostanza se non nella forma), in Paolo, prima cioè che esso abbia avuto il tempo di assorbire elementi estranei? Si può, per esempio, definire non storico e frutto della preoccupazione posteriore di non allarmare l’autorità romana il contrasto tra Gesú e i farisei e la stessa mentalità legalistica di un gruppo di essi, senza tener conto di quello che dice Paolo che era stato uno di essi e che proprio per questo aveva perseguitato accanitamente i cristiani? Ma su questo tornerò più avanti parlando della storia della Passione.
3. Gesú: un ebreo, un cristiano, o tutte e due le cose?
Vengo ora al punto principale condiviso dai due autori. Gesú è stato un ebreo, non un cristiano; non ha inteso fondare nessuna nuova religione; si è considerato mandato solo per gli ebrei, non anche per i pagani; “Gesú è molto più vicino agli ebrei religiosi di oggi che non ai sacerdoti cristiani”; il cristianesimo “nasce addirittura nella seconda metà del II secolo”.
Come conciliare quest’ultima affermazione con la notizia degli Atti (11,26) secondo cui, non più di sette anni dopo la morte di Cristo, circa l’anno 37, “ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani”? Plinio il Giovane (una fonte non sospetta!), tra il 111 e il 113 parla ripetutamente dei “cristiani”, di cui descrive la vita, il culto e la fede in Cristo “come in un Dio”. Intorno agli stessi anni, Ignazio d’Antiochia parla per ben cinque volte di cristianesimo come distinto dal giudaismo, scrivendo: “Non è il cristianesimo che ha creduto nel giudaismo, ma il giudaismo che ha creduto nel cristianesimo” (Lettera ai Magnesiani 10, 3). In Ignazio, cioè all’inizio del II secolo, non troviamo attestati solo i nomi “cristiano” e “cristianesimo”, ma anche il contenuto di essi: fede nella piena umanità e divinità di Cristo, struttura gerarchica della Chiesa (vescovi, presbiteri, diaconi), perfino un primo chiaro accenno al primato del vescovo di Roma, “chiamato a presiedere nella carità”.
Prima ancora, del resto, che entrasse nell’uso comune il nome di cristiani, i discepoli erano coscienti della identità propria e la esprimevano con termini come “i credenti in Cristo”, “quelli della via”, o
“quelli che invocano il nome del Signore Gesù”.
Tra le affermazioni dei due autori che ho appena riportate ce n’è una che merita di essere presa sul serio e discussa a parte. “Gesú non ha inteso fondare nessuna nuova religione. Era ed è rimasto ebreo”. Verissimo, difatti neanche la Chiesa, a rigore, considera il cristianesimo una “nuova” religione. Si considera insieme con Israele (una volta si diceva a torto “al posto di Israele”) l’erede della religione monoteistica dell’Antico Testamento, adoratori dello stesso Dio “di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”. (Dopo il Concilio Vaticano II, il dialogo con l’Ebraismo non è portato avanti dall’organismo vaticano che si occupa del dialogo tra le religioni, ma di quello che si occupa dell’unità dei cristiani!). Il Nuovo Testamento non è un inizio assoluto, è il “compimento” (categoria fondamentale) dell’Antico. Del resto, nessuna religione è nata perché qualcuno ha inteso “fondarla”. Forse Mosè aveva inteso fondare la religione d’Israele o Budda il Buddismo? Le religioni nascono e prendono coscienza di sé in seguito, da coloro che hanno raccolto il pensiero di un Maestro e ne hanno fatto ragione di vita.
Ma fatta questa precisazione, si può dire che nei vangeli non c’è nulla che faccia pensare alla convinzione di Gesú di essere portatore di un messaggio nuovo? E le sue antitesi: “Avete inteso che fu detto…, ma io vi dico” con le quali reinterpreta perfino i dieci comandamenti e si pone sullo stesso piano di Mosè? Esse riempiono tutta una sezione del vangelo di Matteo (5, 21-48), cioè di quel medesimo evangelista su cui si fa leva, nel libro, per affermare la piena ebraicità di Cristo!
4. Venuto per gli ebrei, per i pagani, o per tutti e due?
Gesú aveva l’intenzione di dare vita a una sua comunità e prevedeva che la sua vita e il suo insegnamento avrebbero avuto un seguito? Il fatto indiscutibile dell’elezione dei dodici apostoli sembra proprio indicare di sì. Anche lasciando da parte la grande commissione: “Andate in tutto il mondo, predicate il vangelo ad ogni creatura” (qualcuno potrebbe attribuirla, nella sua formulazione, alla comunità post-pasquale), non si spiegano diversamente tutte quelle parabole, il cui nucleo originario
contiene proprio la prospettiva di un allargamento alle genti. Si pensi alla parabola dei vignaioli omicidi, degli operai nella vigna, al detto sugli ultimi che saranno i primi, sui molti che “verranno dall’oriente e dall’occidente per sedersi a mensa con Abramo”, mentre altri ne saranno esclusi e innumerevoli altri detti…
Durante la sua vita Gesú non è uscito dalla terra d’Israele, eccetto qualche breve puntata nei territori pagani del Nord, ma questo si spiega con la sua convinzione di essere mandato anzitutto per Israele, per poi spingerlo, una volta convertito, ad accogliere nel suo seno tutte le genti, secondo le prospettive universalistiche annunciate dai profeti. È molto curioso: c’è tutto un filone del pensiero ebraico moderno (F. Rosenzweig, H. J. Schoeps, W. Herberg) secondo cui Gesú non sarebbe venuto
per gli ebrei, ma solo per i gentili; secondo Augias e Pesce egli sarebbe invece venuto solo per gli ebrei, e non per i gentili.
Va dato merito a Pesce che non accetta di liquidare la storicità dell’istituzione dell’Eucaristia e la sua importanza nella primitiva comunità. Qui è uno dei punti dove più emerge l’inconveniente segnalato all’inizio di tener conto solo delle differenze, e non delle convergenze. I tre Sinottici e Paolo unanimemente attestano il fatto quasi con le stesse parole, ma per Augias questo conta meno del fatto che l’istituzione è taciuta da Giovanni e che, nel riferirla, Matteo e Marco abbiamo “Questo è il mio sangue”, mentre Paolo e Luca hanno “Questo è il calice della nuova alleanza nel mio sangue”.
La parola di Cristo: “Fate questo in memoria di me”, pronunciata in tale occasione, si richiama a Esodo 12, 14 e mostra l’intenzione di dare al “memoriale” pasquale un nuovo contenuto. Non per nulla di lì a poco Paolo parlerà della “nostra Pasqua” (1 Cor 5, 7), distinta da quella dei giudei. Se all’Eucaristia e alla Pasqua si aggiunge il fatto incontrovertibile dell’esistenza di un battesimo cristiano fin dall’indomani della Pasqua che progressivamente sostituisce la circoncisione, abbiamo gli elementi essenziali per parlare, se non di una nuova religione, di un modo nuovo di vivere la religione d’Israele. Quanto al canone delle Scritture, è vero ciò che afferma Pesce (pag. 16) che l’elenco definitivo degli attuali ventisette libri del Nuovo Testamento viene fissato solo con Atanasio nel 367, ma non si dovrebbe tacere il fatto che il suo nucleo essenziale, composto dai quattro vangeli più tredici lettere paoline, è molto più antico; si è formato verso l’anno 130 e alla fine del II secolo gode ormai della stessa autorità dell’Antico Testamento (frammento Muratoriano).
“Anche Paolo, come Gesú – si dice –, non è un cristiano, ma un ebreo che rimane nell’ebraismo”. Anche questo è vero; non dice forse lui stesso: “Sono ebrei? Anch’io! Anzi io più di loro!”? Ma questo non fa che confermare ciò che ho appena rilevato sulla fede in Cristo come “compimento” della legge. Per un verso Paolo si sente nel cuore stesso di Israele (del “resto di Israele”, preciserà egli stesso), per l’altro si distacca da esso (dall’ebraismo del suo tempo) con il suo atteggiamento verso la legge e la sua dottrina della giustificazione mediante la grazia. Sulla tesi di un Paolo “ebreo e non cristiano”, sarebbe interessante sentire cosa ne pensano gli stessi ebrei …
5. Responsabile della sua morte: il Sinedrio, Pilato, o tutti e due?
Merita una discussione a parte il capitolo del libro di Corrado Augias e Mauro Pesce sul processo e la condanna di Cristo. La tesi centrale non è nuova; ha cominciato a circolare in seguito alla tragedia della Shoa ed è stata adottata da quelli che propugnavano negli anni Sessanta e Settanta la tesi di un Gesú zelota e rivoluzionario. Secondo essa, la responsabilità della morte di Cristo ricade principalmente, anzi forse esclusivamente, su Pilato e l’autorità romana, il che indica che la sua motivazione è più di ordine politico che religioso. I vangeli hanno scagionato Pilato e accusato di essa i capi dell’ebraismo per tranquillizzare le autorità romane sul loro conto e farsele amiche.
Questa tesi è nata da una preoccupazione giusta che tutti oggi condividiamo: togliere alla radice ogni pretesto all’antisemitismo che tanto male ha procurato al popolo ebraico da parte dei cristiani. Ma il torto più grave che si può fare a una causa giusta è quello di difenderla con argomenti sbagliati. La lotta all'antisemitismo va posta su un fondamento più solido che una discutibile (e discussa) interpretazione dei racconti della Passione. L'estraneità del popolo ebraico, in quanto tale, alla responsabilità della morte di Cristo riposa su una certezza biblica che i cristiani hanno in comune con gli ebrei, ma che purtroppo per tanti secoli è stata stranamente dimenticata: "Colui che ha peccato deve morire. Il figlio non sconta l'iniquità del padre, né il padre l'iniquità del figlio" (Ez 18,20). La dottrina della Chiesa conosce un solo peccato che si trasmette per eredità di padre in figlio, il peccato originale, nessun altro.
Messo al sicuro il rifiuto dell'antisemitismo, vorrei spiegare perché non si può accettare la tesi della totale estraneità delle autorità ebraiche alla morte di Cristo e quindi della natura essenzialmente politica di essa. Paolo, nella più antica delle sue lettere, scritta intorno all'anno 50, dà, della condanna di Cristo, la stessa fondamentale versione dei vangeli. Dice che i “giudei hanno messo a morte Gesú” (1 Ts 2,15), e sui fatti accaduti a Gerusalemme poco tempo prima del suo arrivo in città egli doveva essere informato meglio di noi moderni, avendo, un tempo, approvato e difeso “accanitamente” la condanna del Nazareno.
Durante questa fase più antica il cristianesimo si considerava ancora destinato principalmente a Israele; le comunità nelle quali si erano formate le prime tradizioni orali confluite in seguito nei vangeli erano costituite in maggioranza da giudei convertiti; Matteo, come notano anche Augias e Pesce, è preoccupato di mostrare che Gesù è venuto a compiere, non ad abolire, la legge. Se c'era dunque una preoccupazione apologetica, questa avrebbe dovuto indurre a presentare la condanna di Gesù come opera piuttosto dei pagani che delle autorità ebraiche, al fine di rassicurare i giudei di Palestina e della diaspora sul conto dei cristiani.
D'altra parte, quando Marco e, sicuramente, gli altri evangelisti scrivono il loro vangelo c'è stata già la persecuzione di Nerone; ciò avrebbe dovuto spingere a vedere in Gesù la prima vittima del potere romano e nei martiri cristiani coloro che avevano subito la stessa sorte del Maestro. Se ne ha una conferma nell'Apocalisse, scritta dopo la persecuzione di Domiziano, dove Roma è fatta oggetto di una invettiva feroce ("Babilonia", la "Bestia", la "prostituta") a causa del sangue dei martiri (cf. Ap. 13 ss.). Pesce ha ragione di scorgere una “tendenza antiromana” nel vangelo di Giovanni (pag. 156), ma Giovanni è anche quello che più accentua la responsabilità del Sinedrio e dei capi ebrei nel processo a Cristo: come si concilia la cosa?
Non si possono leggere i racconti della Passione ignorando tutto ciò che li precede. I quattro vangeli attestano, si può dire a ogni pagina, un contrasto religioso crescente tra Gesù e un gruppo influente di giudei (farisei, dottori della legge, scribi) sull'osservanza del sabato, sull'atteggiamento verso i peccatori e i pubblicani, sul puro e sull'impuro. Jeremias ha dimostrato la motivazione antifarisaica presente in quasi tutte le parabole di Gesù. Il dato evangelico è tanto più credibile in quanto il contrasto con i farisei non è affatto pregiudiziale e generale. Gesú ha degli amici tra di loro (uno è Nicodemo); lo troviamo a volte a pranzo in casa di qualcuno di loro; essi accettano almeno di discutere con lui e di prenderlo sul serio, a differenza dei Sadducei. Pur non escludendo dunque che la situazione posteriore abbia influito a calcare ulteriormente le tinte, è impossibile eliminare ogni contrasto tra Gesú e una parte influente della leadership ebraica del suo tempo, senza disintegrare completamente i vangeli e renderli storicamente incomprensibili. L’accanimento del fariseo Saulo contro i cristiani non era nato dal nulla e non se l’era portato dietro da Tarso!
Una volta però dimostrata l’esistenza di questo contrasto, come si può pensare che esso non abbia giocato alcun ruolo al momento della resa finale dei conti e che le autorità ebraiche si siano decise a denunziare Gesù a Pilato unicamente per paura di un intervento armato dei romani, quasi a malincuore?
Pilato non era certo una persona sensibile a ragioni di giustizia, tale da preoccuparsi della sorte di un ignoto giudeo; era un tipo duro e crudele, pronto a stroncare nel sangue ogni minimo indizio di rivolta. Tutto ciò è verissimo. Egli però non tenta di salvare Gesù per compassione verso la vittima, ma solo per un puntiglio contro i suoi accusatori, con i quali era in atto una guerra sorda fin dal suo arrivo in Giudea. Naturalmente, questo non diminuisce affatto la responsabilità di Pilato nella condanna di Cristo, che ricade su di lui non meno che sui capi ebrei.
Non è il caso, oltre tutto, di volere essere “più ebrei degli ebrei”. Dalle notizie sulla morte di Gesù, presenti nel Talmud e in altre fonti giudaiche (per quanto tardive e storicamente contraddittorie), emerge una cosa: la tradizione ebraica non ha mai negato una partecipazione delle autorità religiose del tempo alla condanna di Cristo. Non ha fondato la propria difesa negando il fatto, ma semmai negando che il fatto, dal punto di vista ebraico, costituisse reato e che la sua condanna sia stata una
condanna ingiusta. Una versione, questa, compatibile con quella delle fonti neotestamentarie che, mentre, da una parte, mettono in luce la partecipazione delle autorità ebraiche (dei sadducei forse più ancora che dei farisei) alla condanna di Cristo, dall'altra spesso la scusano, attribuendola a ignoranza (cf. Lc 23,34; Atti 3, 17; 1 Cor 2,8). È il risultato a cui giunge anche Raymond Brown, nel suo libro di 1608 pagine su “La morte del Messia”.
Una nota marginale, ma che tocca un punto assai delicato. Secondo Augias, Luca attribuisce a Gesú le parole: “E quei miei nemici che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me” (Lc 19, 27) e commenta dicendo che: “è a frasi come queste che si rifanno i sostenitori della ‘guerra santa’ e della lotta armata contro i regimi ingiusti”. Va precisato che Luca non attribuisce tali parole a Gesú, ma al re della parabola che sta narrando e si sa che non si possono trasferire di peso dalla parabola alla realtà tutti i dettagli del racconto parabolico, e in ogni caso essi vanno trasferiti dal piano materiale a quello spirituale. Il senso metaforico di quelle parole è che accettare o rifiutare Gesú non è senza conseguenze; è una questione di vita o di morte, ma vita e morte spirituale, non fisica. La guerra santa non c’entra proprio.
6. Un bilancio
È ora di chiudere questa mia lettura critica con qualche riflessione conclusiva. Io non condivido molte risposte di Pesce, ma le rispetto riconoscendo ad esse pieno diritto di cittadinanza in una ricerca storica. Molte di esse (sull’atteggiamento di Gesú verso la politica, i poveri, i bambini, l’importanza della preghiera nella sua vita) sono anzi illuminanti. Alcuni dei problemi sollevati – il luogo di nascita di Gesú, la questione dei fratelli e delle sorelle di lui”, il parto verginale –, sono oggettivi e discussi anche tra gli storici credenti (l’ultimo non tra i cattolici), ma non sono i problemi con cui sta o cade il cristianesimo della Chiesa.
Meno giustificata in una “inchiesta” storica su Gesú mi sembra la cura con cui Augias raccoglie tutte le insinuazioni su presunti legami omosessuali esistenti tra i discepoli, o tra lui stesso e “il discepolo che egli amava” (ma non doveva essere innamorato della Maddalena?), come pure la dettagliata descrizione delle vicende scabrose di alcune donne presenti nella genealogia di Cristo. Dall’inchiesta su Gesú si ha l’impressione che si passi a volte al pettegolezzo su Gesú. Il fenomeno ha però una spiegazione. È sempre esistita la tendenza a rivestire Cristo dei panni della propria epoca o della propria ideologia. In passato, per quanto discutibili, erano cause serie e di grande respiro: il Cristo idealista, socialista, rivoluzionario…La nostra epoca, ossessionata dal sesso, non riesce a pensarlo che alle prese con problemi sentimentali.
Io credo che il fatto di aver messo insieme una visione di taglio giornalistico dichiaratamente alternativa con una visione storica anch’essa radicale e minimalista ha portato a un risultato d’insieme inaccettabile, non solo per l’uomo di fede, ma anche per lo storico. A lettura ultimata uno si pone la domanda: come ha fatto Gesú, che non ha portato assolutamente nulla di nuovo rispetto all’ebraismo, che non ha voluto fondare nessuna religione, che non ha fatto nessun miracolo e non è risorto se non nella mente alterata dei suoi seguaci, come ha fatto, ripeto, a diventare “l’uomo che ha cambiato il mondo”? Una certa critica parte con l’intenzione di dissolvere i vestiti messi addosso a Gesú di Nazareth dalla tradizione ecclesiastica, ma alla fine il trattamento si rivela così corrosivo da dissolvere anche la persona che c’è sotto di essi.
A forza di dissipare i “misteri” su Gesú per ridurlo a un uomo ordinario, si finisce per creare un mistero ancora più inspiegabile. Un grande esegeta inglese parlando della risurrezione di Cristo dice: “L’idea che l’imponente edificio della storia del cristianesimo sia come un’enorme piramide posta in bilico su un fatto insignificante è certamente meno credibile dell’affermazione che l’intero evento – e cioè il dato di fatto più il significato a esso inerente – abbia realmente occupato un posto nella storia paragonabile a quello che gli attribuisce il Nuovo Testamento” (Ch. H. Dodd).
La fede condiziona la ricerca storica? Innegabilmente, almeno in una certa misura. Ma io credo che l’incredulità la condiziona enormemente di più. Se uno si accosta alla figura di Cristo e ai vangeli da non credente (è il caso, mi sembra di capire, almeno di Augias) l’essenziale è già deciso in partenza: la nascita verginale non potrà che essere un mito, i miracoli frutto di suggestione, la risurrezione prodotto di uno “stato alterato della coscienza” e così via. Una cosa tuttavia ci consola e ci permette di continuare a rispettarci a vicenda e a proseguire il dialogo: se ci divide la fede, ci accomuna in compenso “la buona fede”. In essa i due autori dichiarano di aver scritto il libro e in essa io assicuro di averlo letto e discusso.
Padre Raniero Cantalamessa
(Già docente di Storia delle origini cristiane
nell’Università Cattolica del S. Cuore)
Fonte: Zenit, 2.12.2006


Nella Chiesa si diffondono concezioni errate su Gesù
Avverte il segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede
BARCELLONA, venerdì, 8 febbraio 2008 (ZENIT.org).- La Chiesa deve riscoprire il vero Gesù attraverso la fede, la ricerca storico-critica e la tradizione biblico-ecclesiale, ha affermato il segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, l'Arcivescovo Angelo Amato.
Il presule lo ha osservato nella seconda sessione delle Giornate per le Questioni Pastorali del Centro Sacerdotale Montalegre, celebrata questo venerdì presso la Facoltà di Teologia della Catalogna, a Barcellona.
Monsignor Amato ha definito la situazione della Chiesa in questo senso "critica" e bisognosa di "una rapida terapia di guarigione" a causa di certe concezioni errate su Gesù attualmente diffuse.
Alcune, ha osservato, sono riduttive perché non accolgono il mistero rivelato nella sua integrità, mentre altre sono razionaliste e tengono conto solo dell'aspetto storico prescindendo da ciò che è specificamente cristiano, come "il valore definitivo e universale della rivelazione di Cristo, la sua condizione di Figlio del Dio vivo, la sua presenza reale nella Chiesa o l'universalità del suo sacrificio redentore".
Per l'Arcivescovo, sul giusto annuncio di Cristo si basa una sana concezione cristiana della persona.
"La cristologia cattolica deve recuperare l'autentico Cristo biblico-ecclesiale, pietra angolare della Chiesa, per poter rilanciare un'autentica antropologia cristiana che restituisca all'uomo post-moderno la speranza e la gioia della sua esistenza umana", ha detto.
Monsignor Amato ha affermato che certe ricerche storiche "hanno frammentato l'immagine di Gesù in una molteplicità di interpretazioni" e ha lamentato la "galleria di falsificazioni in cui Gesù si perde in una serie di miti e leggende", portando come esempio il romanzo "Il Codice da Vinci".
Per il presule, questa riduzione di Gesù finisce per cancellare ogni interesse per lui e i suoi ideali. "E' stato ridotto a un'ombra colui che si è definito luce del mondo - ha segnalato -. Come si può seguire e amare un fantasma così?".
Monsignor Amato ha anche valorizzato alcuni avvicinamenti alla figura di Cristo, come quello che ha sottolineato il Cristo del kerygma e quello che rivaluta il Gesù della storia come importante per la fede, ricorrendo a fonti autentiche come i Vangeli, i documenti del Qumran, la letteratura ellenistica...
Circa 200 persone, per la maggior parte sacerdoti e tra loro i Vescovi di Barcellona, Tarragona e Solsona, hanno assistito alla giornata, alla quale hanno partecipato anche il professor Bernardo Estrada, della Pontificia Università della Santa Croce di Roma, e il teologo Josep Maria Rovira Belloso.
Fonte: Zenit, 8.2.2008


La notizia sulla tomba di Gesù mette in discussione la serietà dei mezzi di comunicazione
Secondo padre Thomas Rosica, C.S.B., esperto di Sacra Scrittura
TORONTO, giovedì, 1° marzo 2007 (ZENIT.org).- L’impatto che sta avendo il documentario sulla presunta tomba di Gesù deve spingerci a mettere in discussione la professionalità dei mezzi di comunicazione, ha affermato padre Thomas Rosica.
Padre Rosica, C.S.B., studioso di Sacra Scrittura e Presidente e Amministratore delegato di Salt and Light Media Foundation, ha riconosciuto in alcune dichiarazioni rilasciate a ZENIT che “ciò che è più inquietante di questa recente trovata pubblicitaria sulla tomba di Gesù e sui presunti ritrovamenti di DNA di Gesù e della sua famiglia è che i media hanno versato tanto inchiostro e sprecato tanto spazio per una totale assurdità”.
Nel documentario, che verrà proiettato per la prima volta su Discovery Channel questa domenica, si sostiene che sulla base delle informazioni ricavate da una tomba rinvenuta nel marzo del 1980 nella zona di Talpiot, a sud-est di Gerusalemme, Gesù era sposato con Maria Maddalena e aveva un figlio.
Il documentario “The Lost Tomb of Jesus” è riuscito ad avere un grande impatto mediatico anche perché è stato realizzato da James Cameron, regista del film “Titanic”, afferma il sacerdote, che ha conseguito titoli accademici in Teologia e Sacre Scritture presso il Pontificio Istituto Biblico di Roma e dell’École Biblique et Archéologique Française de Jérusalem.
“Si potrebbe pensare che abbiamo imparato grandi lezioni dalla pubblicità martellante dei media circa l’ossario ‘James’ vari anni fa, e da come importanti istituzioni pubbliche come il ROM siano state ingannate ospitando tali lavori fraudolenti”, ha ricordato.
“Pensare che la Vision Television sarebbe disposta a spendere tanto denaro per acquistare il ‘film’ sulla tomba di Gesù mette in discussione la stessa ragion d’essere della rete televisiva”, ha affermato.
“Perché i cosiddetti archeologi di quest’ultimo scoop hanno aspettato 27 anni prima di fare qualsiasi cosa relativa a questa ‘scoperta’?”, si è chiesto.
“E’ molto meglio che James Cameron faccia film sul Titanic piuttosto che buttarsi in campi di storia religiosa di cui non sa quasi nulla”, ha risposto padre Rosica, che è anche docente di Sacre Scritture alle Università di Toronto, Londra e Windsor.
“Più che scuotere la fede dei cristiani e dei cattolici, questa storia mette in discussione la follia di quanti si autoproclamano esperti e non hanno né fede né integrità. La storia danneggia il serio lavoro di archeologi onesti e intelligenti che danno significativi contributi alla storia e alla civiltà”.
“Questa storia fa sorgere serie riserve sui metodi dell’Autorità Israeliana sulle Antichità e di altre agenzie che stanno sovvenzionando la frenesia dei media e suscitando dubbi sui loro sforzi nell’essere custodi della terra e del patrimonio di Gesù di Nazareth”, ha criticato.
“Ancora una volta, i cristiani e i cattolici seri imparano da questa follia e si volgono al Nuovo Testamento e alla Chiesa per incontrare Gesù Risorto, Signore della storia, che la tomba non potrebbe contenere e che nessun ossario potrebbe possedere”, ha infine concluso.
Fonte: Zenit, 1.3.2007


Gesù e la comunicazione della rivoluzione cristiana
Una tesi di laurea spiega la rivoluzione comunicativa del Salvatore
di Antonio Gaspari
ROMA, mercoledì, 27 febbraio 2008 (ZENIT.org).- Quale fu l’immagine di Gesù? E’ possibile applicare la teoria della comunicazione di massa al suo messaggio? Come ha fatto il Nazareno a diffondere così rapidamente il suo pensiero? E quali sono i segreti dell’efficacia di questa rivoluzione comunicativa?
A queste ed altre domande ha cercato di rispondere Corona Perer, giornalista che collabora con il quotidiano L’Adige, il periodico Vita Trentina e il giornale in rete Sentire, svolgendo una tesi di laurea in Studi Biblici discussa il 12 febbraio a Trento al Corso Superiore di Scienze Religiose.
Intervistata da ZENIT Corona Perer ha spiegato di aver preso come riferimento il Vangelo di Marco che gli esegeti odierni ritengono essere il più antico e da cui emerge la figura di un grande comunicatore, anzi, del ‘Comunicatore Perfetto’.
Intervistando un esperto di marketing strategico come il dottor Mauro Toscano (che ha seguito campagne per importanti case come Nestlè, Wind, Alfa Romeo) la tesi di laurea analizza i gesti 'mediatici' di Gesù il quale tocca, vede, sceglie, e sopratutto tace, si sottrae.
Secondo la Perer, l’identikit che se ne ricava dalla tesi è quella di un rivoluzionario: “Una persona che si dice figlio di Dio, ma è anche autenticamente uomo, sperimenta la fatica e il disagio quotidiano, il lavoro, mangia, beve, dorme, si alza, prega, fugge la folla, prova sentimenti, piange, reagisce con durezza”.
In merito alla persona di Gesù, la giornalista spiega: “E’ anticonformista e rompe le regole. E’ schierato, sceglie di difendere gli ultimi, ha un programma rivoluzionario che si oppone al male con il bene”.
“E’ misterioso, si raccontano di gesti miracolosi, la colomba sul Giordano, le vesti bianchissime sul Tabor e il dialogo con i profeti per non parlare della Resurrezione”, è “un mistico che agisce, penetra l’uomo, lo conosce, lo attraversa, lo cambia, lo chiama”.
Circa i cambiamenti nel modo di comunicare, la Perer sostiene che la comunicazione del Nazareno “è incontro, impegno, esclusione”, infatti, “non entra in relazione con chi non è disposto a mettersi in gioco” e fa domande profonde.
La sua comunicazione è “apertura all’amore, alla verità, alla speranza”. E’ provocazione: “Gesù spiazza per gesti e parole” ed “è novità”.
“Gesù – ha spiegato a ZENIT la Perer – è preceduto da una sorta di ufficio stampa che lo annuncia come il vero evento atteso da tutti i tempi (il Battista), è seguito dalle masse - persino dalle donne in epoca in cui avevano un ruolo assolutamente marginale - conosce il trionfo che gestisce con scelte assolutamente anomale (cavalcando un asino!) e muore giovane”.
Per l’autrice della tesi questa genialità comunicativa è dovuta alla sua natura divina: “Gesù dimostra di essere il comunicatore perfetto e Marco l'ottimo divulgatore”.
Gesti eclatanti, silenzi importanti, nascondimenti, manifestazioni inattese: il Gesù che Marco ci restituisce, “è un uomo che ha le caratteristiche salienti del capo carismatico”, sottolinea la Perer.
L’autrice della tesi si chiede se la capacità comunicativa del Nazareno potesse avere una strategia, ma se c’era “è assolutamente non pianificata e tuttavia efficace, anzi, potente”.
“Perché Gesù ha il coraggio di sovvertire le regole – aggiunge la Perer –, ha un programma nel quale le masse possono riconoscersi e del quale possono avere fiducia. Piace alle donne che lo seguono sfidando le rigide convenzioni del tempo. Offre una ‘sua’ verità, è speranza, è provocazione, è novità. E’ autentico, nuovo, anticonformista, rivoluzionario, credibile, autorevole”.
A conferma delle sue argomentazioni, l’autrice della tesi ricorda che Gesù “sta tra gli ultimi, compie gesti sconsigliati se non espressamente vietati dall’Ebraismo. Agisce di sabato” e “persino nel momento di trionfo, sceglie di entrare in Gerusalemme cavalcando un asino”.
“Ma la straordinaria rivoluzione di cui fu artefice – spiega la Perer – passa persino per silenzi eclatanti come quello offerto alla domanda delle domande. Quella che gli fu posta da Ponzio Pilato, l’uomo di potere che ebbe il destino di incrociare lo sguardo di Dio in terra al quale chiese: ‘Che cos’è la verità?’”.
“Gesù non rispose, offrendo sé stesso. E lasciando aperta la domanda ad ogni uomo”, conclude.
Fonte: Zenit, 27.2.2008