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Discussione: Questioni su Gesù

  1. #11
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    Citazione Originariamente Scritto da catholikos Visualizza Messaggio
    Caro Augustinus, potrei chidere il tuo personale parere su questa lezione del Card. Martini? Almeno su quanto si evince dall'articolo.
    Forse il libro del Papa ha spiazzato il "vecchio"prelato. Se ne ha chiara percezione allorchè, parlando delle "fonti dell'autore" del libro, giunge a dire che l'affermazione, secondo la quale l'autore del IV Vangelo è Giovanni, figlio di Zebedeo, non troverà tutti d'accordo. E' evidente che tra quelli non d'accordo sarà da ascrivere lo stesso Martini, giacché il tono chiaramente lo suggerisce. Non solo. Te ne accorgi allorché sostiene che l'autore "non ha fatto studi di prima mano per esempio sul testo critico del Nuovo Testamento". Come dire: "è buono, ma non fidatevi troppo; avrebbe fatto meglio dedicarsi ad altro"

  2. #12
    vetera sed semper nova
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    Citazione Originariamente Scritto da Augustinus Visualizza Messaggio
    Forse il libro del Papa ha spiazzato il "vecchio"prelato. Se ne ha chiara percezione allorchè, parlando delle "fonti dell'autore" del libro, giunge a dire che l'affermazione, secondo la quale l'autore del IV Vangelo è Giovanni, figlio di Zebedeo, non troverà tutti d'accordo. E' evidente che tra quelli non d'accordo sarà da ascrivere lo stesso Martini, giacché il tono chiaramente lo suggerisce. Non solo. Te ne accorgi allorché sostiene che l'autore "non ha fatto studi di prima mano per esempio sul testo critico del Nuovo Testamento". Come dire: "è buono, ma non fidatevi troppo; avrebbe fatto meglio dedicarsi ad altro"

    Lo Spirito Santo anche questa volta ha bene "ispirato" i Cardinali nel Conclave per l'elezione di papa Benedetto XVI.
    Cosa sarebbe stato per la Chiesa se invece del "defensor fidei" fosse stato eletto il "vecchio" prelato "progressita"?

  3. #13
    vetera sed semper nova
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    Corriere della Sera, 25 maggio 2007
    Il distinguo prudente dell'esegeta (e figlio di Ignazio)
    Titolo di et-et.it
    di Vittorio Messori


    Carlo Maria Martini merita sempre un ascolto attento. Naturalmente, nella consapevolezza, che in lui vive un grande interprete della tradizione della Compagnia di Gesù. Per i figli di sant’Ignazio, nulla è univoco (numquam nega, raro adfirma, recita un loro motto), la doverosa strategia cattolica dell’ et-et -mai dell’aut-aut- può spingersi sino all’ambiguità. Nel senso, ovviamente, più nobile.
    Così, il lettore non smaliziato può equivocare, leggendo gli elogi finali di Martini al testo su Gesù scritto da Benedetto XVI, ma come professor Joseph Ratzinger: << A mio avviso, il libro è bellissimo, si legge con una certa facilità e ci fa capire meglio Gesù Figlio di Dio e al tempo stesso la grande fede dell’autore>>. Così il già metropolita di Milano, apparentemente entusiasta. Ma chi abbia orecchio esercitato si allarma a quel riferimento alla <<fede dell’autore>>. Allarme che già era suonato, deciso, nella frase che immediatamente precede: <<Quest’opera è una grande e ardente testimonianza su Gesù di Nazareth e sul suo significato per la storia dell’umanità >>. Con, per giunta, un’ aggiunta dal suono edificante ma nella quale un malizioso potrebbe scorgere un sorriso: << E’ sempre confortante leggere testimonianze come questa>>.
    In effetti, la recensione di Martini -letta nella sede dell’Unesco, alla presenza dei rappresentanti della smagata e diffidente Conferenza Episcopale di Francia– sembra costruita per traslocare il libro di Ratzinger dallo scaffale della esegesi biblica a quello dei testi di spiritualità, di riflessione edificante, di testimonianza personale. Il cardinale, già illustre docente di critica neotestamentaria al Pontificio Istituto Biblico, ricorda subito che Ratzinger <<non è biblista ma teologo e, sebbene si muova agilmente nella letteratura esegetica del suo tempo, non ha fatto studi di prima mano, per esempio sul testo critico del Nuovo Testamento>>. Quasi un profano, per giunta non aggiornato, fermo alla esegesi non “del nostro“ ma “del suo tempo”: di quando, cioè, trent’anni fa, il teologo bavarese teneva cattedra. In effetti, il professor Martini addita subito alcuni errori, equivoci o conclusioni che uno specialista come lui non può condividere, come l’attribuzione del quarto vangelo a Giovanni di Zebedeo. Non, dunque, questo di Ratzinger, un libro “scientifico“, in grado di confrontarsi con il metodo storico-critico che pure vorrebbe ridimensionare, bensì un testo di pastorale e di apologetica, <<una meditazione sulla figura di Gesù e sulle conseguenze del suo avvento per il tempo presente >>. Un declassamento soave, elegante e al contempo drastico che non contrasta con le righe finali martiniane: << Pensavo anch’io, verso la fine della mia vita, di scrivere un libro su Gesù (...) Ora, mi sembra che quest’opera di Joseph Ratzinger corrisponda ai miei desideri e alla mie attese e sono molto contento che lo abbia scritto..>>. Parole che vanno lette alla luce di quelle dove si ricorda l’avvertimento di Ratzinger che qui si propone come studioso e non come papa. Già, osserva Martini, <<ma pensiamo che non sia facile per un cattolico contraddire ciò che è scritto in queste pagine>>. Dunque, come fare, se si è cardinali, seppure ritirati a Gerusalemme, a proporre un libro con una lettura ben diversa dei rapporti tra il Gesù della storia e il Cristo della fede ? Meglio soprassedere, almeno per ora: anche la lunga pazienza è una virtù ignaziana.
    © Corriere della Sera

  4. #14
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    À propos d’une « tombe de Jésus », par le P. Michel Remaud

    ROME, Mercredi 30 mai 2007 (ZENIT.org) – Cette réflexion du P. Michel Remaud, directeur de l’Institut chrétien d’Etudes juives et de littérature rabbinique (www.institut-etudes-juives.net), à Jérusalem, a été mise en ligne le 28 février 2007 (cf. http://www.un-echo-israel.net/articl..._article=3985).

    * * *
    Quelqu’un le faisait remarquer un jour avec beaucoup de bon sens : si on trouve dans une lettre du quinzième siècle la formule : « Tu as le bonjour de Christophe », il ne s’agit pas forcément de Christophe Colomb. Tout le tapage fait autour de la tombe d’un certain Jésus enterré avec sa femme et son fils ne mériterait pas davantage d’attention si James Cameron n’avait décidé de profiter de l’aubaine pour en faire un film. Si on trouve dans le même tombeau les ossements d’un homme et d’une femme dont l’ADN montre qu’ils n’ont entre eux aucun lien sanguin et que l’homme s’appelle Jésus, la femme ne peut être que Marie-Madeleine. Élémentaire, mon cher Watson ! L’idée que l’Église aurait « caché des choses » est un truc qui marche à tous les coups et la recette, dans les deux sens du terme, est assurée (voir le succès du « Da Vinci code »). Il suffirait pourtant de réfléchir quelques minutes pour se dire que nous ignorerions 98 % de ce que nous savons sur Jésus si la communauté chrétienne n’avait rédigé, conservé et transmis les évangiles. Aujourd’hui, « la Science » viendrait brandir le bâton que « l’Église » aurait donné pour se faire battre en révélant l’existence de Jésus tout en nous cachant la vérité à son sujet.

    En lisant la dernière dépêche de l’AFP sur le sujet, on se dit que la Science, justement, a encore du travail à faire pour éclairer les masses, même journalistiques. On y apprend que l’hypothèse « s’appuie sur la présence de plusieurs noms hébreux inscrits sur les cercueils du tombeau ». Voilà effectivement un scoop ! Si on avait trouvé des noms chinois sur des tombeaux juifs à Jérusalem, la découverte serait certainement passée inaperçue... On apprend aussi que « Pour les Eglises catholique et orthodoxe, la tombe du Christ se trouve sous l’église du Saint-Sépulcre (sic !) à Jérusalem, tandis que les protestants la situent plus au nord, hors des murs de la vielle ville. » Effectivement, un général anglais du XIXe siècle, du nom de Gordon, frappé par l’aspect d’une colline dont la forme rappelle vaguement celle d’un crâne, avait identifié ce site au « lieu du crâne » dont parle l’évangile. Cette localisation a connu un certain succès, en particulier chez les anglicans, et la « tombe de Gordon » est devenue le « Garden Tomb », la tombe du jardin. Aujourd’hui, le prospectus mis à la disposition des visiteurs se contente de dire que le site donne une bonne idée de ce que pouvait être le tombeau dans lequel Jésus avait été déposé. Le rédacteur de la dépêche n’a probablement pas vu les lieux, mais peu importe, puisque le lecteur n’ira pas vérifier et que le papier se vendra.

    Morale de toute cette histoire : au vingt-et-unième siècle, il suffit d’invoquer « la Science » pour diffuser n’importe quoi, et l’appel à « la Raison » peut justifier toutes les formes de l’irrationnel. Pourquoi s’en priver, si ça rapporte?

    Fonte: Zenit, 30.5.2007

  5. #15
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    Rembrandt Harmensz. van Rijn, Busto del Cristo, 1650-52, Staatliche Museen, Gemäldegalerie, Berlino

    Paris Bordone, Cristo luce del mondo, 1540-60, National Gallery, Londra

    Quentin Massys, Cristo, 1500-50, National Gallery, Londra

    Bernardino Luini, Cristo, 1530 circa, National Gallery, Londra

  6. #16
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    Predefinito Quando certi "pastori" non hanno più che dire

    Scoop dell’Unità «Gesù Cristo era di sinistra»

    di Luca Doninelli


    Leggiamo sulla prima pagina dell’Unità di ieri (in questo periodo l'Unità è un giornale piuttosto interessante, se sapete leggere tra le righe compratelo qualche volta) un’intervista a monsignor Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, nella quale l’anziano prelato sostiene che «Cristo era di sinistra», una cosa che peraltro ha detto per tutta la vita.

    Nel titolo di prima pagina non è però richiamato il fatto (nella pagina interna sì) che secondo Bettazzi a dire quelle parole sarebbe stato nientemeno che papa Giovanni XXIII: «Gesù aveva posizioni che oggi chiameremmo di sinistra». Una frase che, peraltro, i biografi e gli stretti collaboratori di papa Giovanni non ricordano.

    Bettazzi esprime la sua giusta preoccupazione soprattutto riguardo ai giovani, manipolati da un sistema dell’informazione globale che annulla ogni pensiero ed è totalmente in mano ai potenti e ai loro interessi. E cita la frase di papa Giovanni (sic) per contestare un certo rattrappimento, che vede nella Chiesa, sulla «morale individuale» a scapito di quella «sociale, che sfocia nel politico».

    Il suo ragionamento fila secondo una chiave marxista che invano cercheremmo in un politico della sinistra di oggi. Mutatis mutandis, siamo ancora alla divisione del lavoro, alla proprietà dei mezzi di produzione (oggi d’informazione), all’alienazione della condizione (leggi: sottoproletariato) giovanile e alla necessità della politica come azione di sovvertimento. Anche un fenomeno in realtà assai complesso come quello della globalizzazione viene letto dal prelato secondo la vecchia, collaudata chiave ideologica.

    Quanto alle posizioni di sinistra attribuite a Gesù (donde tutto un certo tipo di lettura del Concilio), se papa Giovanni fosse vissuto fino al 1967, meglio ancora al 1972, forse si sarebbe ricreduto. Il conflitto arabo-israeliano, come si chiamava allora, stabilì, ai nostri occhi miopi, alcune semplici equazioni: Israele era di destra, i Palestinesi erano di sinistra. E così è stato per lunghi anni, fino all’intifada e oltre.

    Se però trasferissimo il conflitto al tempo di Gesù dovremmo rovesciare l’equazione e dire che gli ebrei (indipendentisti) erano di sinistra e i romani (invasori) di destra. Quindi, poiché furono gli ebrei a uccidere Gesù - in nome della libertà del popolo - possiamo anche dire che a uccidere Gesù furono quelli di sinistra, mentre quelli di destra stettero solo di sorveglianza, perché non volevano rogne.

    Ergo, a uccidere Gesù fu la sinistra.

    Era uno scherzo, s’intende. Solo per dire quante sciocchezze si dicono a commento di altre sciocchezze! La stessa frase attribuita a papa Giovanni, tolta dal contesto in cui fu detta (se fu detta), è una sciocchezza. Gesù di sinistra, Gesù di destra: piantiamola, per favore! Già viene insultato da tutte le parti, già molti rappresentanti della Chiesa seguono la sua stessa sorte e ridicolizzati nelle mostre d’arte e nelle manifestazioni «alternative».

    Quello del Gesù di destra/sinistra è un giochetto che può costare caro, e che viene giocato più di quanto si pensi. Da un lato l’odio per la Chiesa rischia di diventare un tema comune a tutto il mondo globalizzato, dall’altro però si può salvare la riserva indiana del Buon Gesù, che porta il panettone a Natale ed è tanto buono con i poveri. Si può gridare «liberate padre Bossi» e al tempo stesso ritenere le missioni un sottoprodotto del colonialismo. Un Gesù a due velocità, insomma: spezzettato come lo è tutto nel mondo di oggi. Chi s’illude di combattere la globalizzazione con l’ideologia stia attento, perché così facendo di solito si ottiene il risultato opposto.

    Lasciamo stare la logica delle contrapposizioni, una volta tanto. La Chiesa ha a cuore la morale individuale, perché la persona umana è il primo bene da salvaguardare, ma ha sempre saputo che senza una dimensione sociale i valori cristiani (carità, gratuità, condivisione) sarebbero banali sentimenti. Così, quando la complessità del mondo cominciò a interrogare la Chiesa in cerca di risposte, nacque la Dottrina Sociale.

    Che la Dottrina Sociale sfoci in una scelta di parte politica - Bettazzi tira tutto il suo ragionamento in quella direzione - è però una falsità dovuta all’incapacità di liberarsi dalle vecchie categorie di pensiero, oggi del tutto vuote. Bettazzi cita ancora, dopo tanto tempo, la Conferenza Episcopale di Medellín, anno 1968, in cui fu detto che «bisognava incominciare a vedere le cose con gli occhi dei poveri»: e nacque così la Teologia della Liberazione.

    Già. «Con gli occhi dei poveri». E così chi, a quel tempo, e anche negli anni successivi, diceva che bisognava vedere le cose (ivi inclusi i poveri) con gli occhi di Cristo, si sentì dare persino del fascista.

    Per fortuna oggi tante persone appassionate al sociale, intelligenti e realiste, hanno abbandonato tutta questa farraggine. E speriamo davvero che, nostalgie senili a parte, sia morta per sempre.

    Luca Doninelli

    Fonte: Il Giornale, 14.7.2007

  7. #17
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    I Vangeli apocrifi: minaccia o risorsa?

    Parlano un biblista e un teologo, autori di un volume sul tema


    ROMA, martedì, 17 luglio 2007 (ZENIT.org).- Chi ha inventato la Maria Maddalena dei film? La risurrezione di Gesù è un puro simbolo? Qual è il posto del canone e delle eresie? A queste e altre domande, sollevate dai cosiddetti Vangeli apocrifi, cerca di dare risposta un volumetto di recente pubblicazione.

    Il libro si intitola “L’ABC dei Vangeli Apocrifi”, è edito dalle Edizioni San Paolo (www.stpauls.it) e i suoi autori sono il biblista paolino don Giacomo Perego e il teologo don Giuseppe Mazza.

    A tal proposito Giacomo Perego, docente di Sacra Scrittura all'Istituto di Teologia della Vita Consacrata “Claretianum” di Roma e responsabile del settore biblico delle Edizioni San Paolo, ha spiegato a ZENIT che “non esiste una tesi unica dietro i Vangeli apocrifi”. Molto dipende dal contesto che fa da sfondo al singolo Vangelo apocrifo.

    Quando il testo apocrifo nasce in ambiente giudaico-cristiano non estremista, ad esempio il Protovangelo di Giacomo, “è ovvio che l'obiettivo sarà quello di mettere in risalto l'importanza della legge, ribadendo alcune verità messe in discussione da gruppi avversi, esagerando 'per eccesso'”.

    “Basti anche solo pensare al modo in cui il Protovangelo di Giacomo presenta la verginità di Maria, la sua 'eccellenza' rispetto a tutte le altre creature, il rapporto particolarissimo di Giuseppe ridotto a puro custode”, ha spiegato don Perego.

    “Se il testo, invece, nasce in un ambiente gnostico, è ovvio che il Vangelo ne rifletterà la dottrina. E' il caso del Vangelo di Maria o del Vangelo di Filippo, dove emergono in modo forte i principi antitetici del maschile-femminile, carisma-istituzione, spirito-corpo... La verità di fede dell'incarnazione sarà sotto accusa, come pure la realtà della morte e risurrezione di Cristo”, osserva.

    Nei testi che fioriscono in ambienti molto ostili al giudaismo (si pensi, ad esempio, al Vangelo di Marcione), invece, “si esalterà, infine, la figura di Paolo, rifiutando tutto ciò che richiama la legge ebraica e l'Antico Testamento, finendo anche in questo caso per creare antitesi assurde e inutili”, ha denunciato.

    Il professore di Teologia Fondamentale Giuseppe Mazza, della Pontificia Università Gregoriana, ha ribadito che “se da un lato gli apocrifi sembrano rifiorire – librerie, edicole e salotti mondani sono ormai straripanti di opuscoli e volumetti sugli illustri dimenticati –, dall’altro lato non sfugge all’occhio più attento il fatto che il valore attribuito oggi a questi scritti si presenti, ben oltre il semplice boom editoriale, come indicatore ed ‘effetto di condensa’ di una nebulosa culturale dai contorni non sempre definiti”.

    “Ma che cosa raccontano gli apocrifi, parlando di Dio e di Gesù Cristo?”, si chiede il professore Mazza, che risponde: “Raccontano, prima del fatto e oltre lo stesso evento narrato, anzitutto un desiderio: il desiderio di esprimere accessibilmente un dialogo divino-umano in cui le attese dell’uomo vengono intercettate da un Dio non distante, non astratto, non indifferente”.

    “Il principio è ammirevole: raccontare un Dio che mi risponde. Non è forse questo il desiderio, più o meno esplicito, di ogni tempo? Non sta forse qui la sfida di un cristianesimo che sa finalmente mostrare il volto personale di Dio? Non è forse il momento di riscoprire il valore dialogico e interlocutorio delle pratiche confessionali, e della preghiera in primo luogo?”, si chiede don Mazza.

    Partendo da queste provocazioni, il volume cerca di offrire aiuti pastorali per affrontare la questione.

    Fonte: Zenit, 17.7.2007

  8. #18
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    Predefinito Una piccola dimenticanza: la fede in Cristo ha forti argomenti di credibilità

    Predicatore del Papa: impossibile conoscere Gesù prescindendo dalla fede in Dio

    Commento di padre Cantalamessa alla liturgia di domenica prossima


    ROMA, venerdì, 27 luglio 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. – predicatore della Casa Pontificia –, alla liturgia di domenica prossima.

    * * *
    XVII Domenica del Tempo Ordinario (C)
    Genesi 18, 20-21.23-32; Colossesi 2, 12-14; Luca 11, 1-13

    GESU’ CHE PREGA

    Il vangelo della XVII Domenica del Tempo Ordinario comincia con queste parole: "Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli". Ed egli disse loro: Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno".

    Cosa diventava il volto e tutta la persona di Gesú quando era immerso in preghiera, lo possiamo immaginare dal fatto che i discepoli, solo vedendolo pregare si innamorano della preghiera e chiedono al Maestro di insegnare anche a loro a pregare. E Gesú li accontenta, come abbiamo sentito, insegnando loro la preghiera del Padre nostro.

    Anche questa volta vogliamo riflettere sul vangelo ispirandoci al libro di papa Benedetto su Gesú. "Senza il radicamento in Dio, scrive il papa, la persona di Gesú rimane fuggevole, irreale e inspiegabile. Questo è il punto di appoggio su cui si basa questo mio libro: esso considera Gesú a partire dalla sua comunione con il Padre. Questo è il vero centro della sua personalità".

    I vangeli giustificano ampiamente queste affermazioni. Nessuno può contestare dunque storicamente che il Gesú dei vangeli vive e opera in continuo riferimento al Padre celeste, che prega e insegna a pregare, che fonda tutto sulla fede in Dio. Se si elimina questa dimensione dal Gesú dei vangeli non resta di lui assolutamente niente.

    Da questo dato storico deriva una conseguenza fondamentale e cioè che non è possibile conoscere il vero Gesù se si prescinde dalla fede, se ci si accosta a lui da non credenti o atei dichiarati. Non parlo in questo momento della fede in Cristo, nella sua divinità (che viene dopo), ma di fede in Dio, nell'accezione più comune del termine. Molti non credenti scrivono oggi su Gesú, convinti che sono essi a conoscere il vero Gesú, non la Chiesa, non i credenti. Lungi da me (e, credo, anche dal papa) l'idea che i non credenti non abbiano diritto di occuparsi di Gesú. Gesú è "patrimonio dell'umanità" e nessuno, neppure la Chiesa, ha il monopolio su di lui. Il fatto che anche dei non credenti scrivano su Gesú e si appassionino di lui non può che farci piacere.

    Quello che vorrei mettere in luce sono le conseguenze che derivano da un tale punto di partenza. Se si nega o si prescinde dalla fede in Dio, non si elimina solo la divinità, o il cosiddetto Cristo della fede, ma anche il Gesú storico tout court, non si salva neppure l'uomo Gesú. Se Dio non esiste, Gesú non è che uno dei tanti illusi che ha pregato, adorato, parlato con la propria ombra o la proiezione della propria essenza, per dirla con Feuerbach. Ma come si spiega allora che la vita di quest'uomo "ha cambiato il mondo"? Sarebbe come dire che non la verità e la ragione hanno cambiato il mondo, ma l'illusione e l'irrazionalità. Come si spiega che quest'uomo continua, a distanza di duemila anni, a interpellare gli spiriti come nessun altro? Può tutto ciò essere il frutto di un equivoco, di un'illusione?

    Non c'è che una via d'uscita a questo dilemma e bisogna riconoscere la coerenza di coloro che (specie nell'ambito del californiano "Jesus Seminar") l'hanno imboccata. Secondo costoro Gesú non era un credente ebreo; era nel fondo un filosofo nello stile dei cinici; non ha predicato un regno di Dio, né una prossima fine del mondo; ha solo pronunciato massime sapienziali nello stile di un maestro Zen. Il suo scopo era di ridestare negli uomini la coscienza di sé, convincerli che non avevano bisogno né di lui né di altro dio, perché loro stessi portavano in sé una scintilla divina. Sono però – guarda caso - le cose che va predicando da decenni New Age!

    Il papa ha visto giusto: senza il radicamento in Dio, la figura di Gesú rimane fuggevole, irreale, io aggiungerei contraddittoria. Non credo che ciò debba intendersi nel senso che solo chi aderisce interiormente al cristianesimo può capire qualcosa di esso, ma certo dovrebbe mettere in guardia dal credere che solo ponendosi al di fuori di esso, fuori dei dogmi della Chiesa, si possa dire qualcosa di oggettivo su di esso.

    Fonte: Zenit, 27.7.2007

  9. #19
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    "non ha fatto studi di prima mano per esempio sul testo critico del Nuovo Testamento"

    Certo, non ha studiato su testo contrari alle disposizioni della P.C.B. prima che cessasse di essere organo di Magistero! Certo meglio studiare su testi di autori veramente cattolici che non su testi di gente scomunicata latae sententiae.

    Comunque oltre a tutto questo, è da aggiungere anche la tendenza dei teologi modernisti, che non credono alla Divinità di Cristo, a sminuire l'umanità di Gesù anche minimizzando la Sua conoscenza umana ed i Suoi doni. Gesù che come un caprone seguiva le idee del tempo in cui è vissuto, tra cui idee errate e sbagliate come quella che afferma che è stato Mosè l'autore del Pentateuco (c.f. Bibbia di Gerusalemme).
    E' chiaro che riducendo Gesù ad un semplice uomo poi vengono tutte le assurde aberrazioni sopra esposte. Altro che nestorianesimo, qui si va ben oltre purtroppo...

    CIAO

  10. #20
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    E il suo Gesù seduce gli increduli

    di Redazione


    Il Gesù di Nazaret di Benedetto XVI è stato una sorta di picco, ma da tempo l’interesse per la figura di Cristo è in ascesa, come attestano le pubblicazioni, i dibattiti, gli interventi di ogni genere e qualità che hanno affollato le librerie, le televisioni e persino i discorsi comuni. Ebbene, noi vorremmo ora – ovviamente in modo molto semplificato e soltanto emblematico – delineare il profilo del “Gesù degli altri”, cioè dei non cristiani. Come diceva un ormai dimenticato Alfredo Oriani, scrittore “laico” dell’Ottocento, «credenti o increduli, nessuno sa sottrarsi all’incanto di quella figura, nessun dolore ha rinunciato sinceramente al fascino della sua promessa». Significativa è, al riguardo, la testimonianza di uno che aveva fatto di tutto per evitarlo, il poeta russo Aleksandr Blok. In piena rivoluzione sovietica, nel 1918, componeva il poema I Dodici e confessava: «Quando l’ebbi finito, mi meravigliai io stesso: perché mai Cristo? Davvero Cristo? Ma più il mio esame era attento, più distintamente vedevo Cristo. Annotai allora sul diario: “Purtroppo Cristo. Purtroppo proprio Cristo!”». Aveva un bel dire Nietzsche nel suo Anticristo che Gesù era stato «l’unico cristiano della storia, finito però in croce», nella convinzione comunque che era morto troppo presto: «se fosse giunto alla mia età, avrebbe ritrattato lui stesso la sua dottrina» (in Così parlò Zarathustra). In realtà – e venti secoli di storia stanno lì ad attestarlo – aveva più ragione il meno famoso autore greco dell’Ultima tentazione di Cristo, Nikos Kazantzakis, quando sulla falsariga del vangelo di Giovanni, immaginava quella fine, avvenuta su uno sperone roccioso di Gerusalemme detto in aramaico Golgota (cioè Cranio, in latino Calvario), così: «Levò un grido di trionfo: “Tutto è compiuto!”. Ma fu come se dicesse: “Tutto comincia!”». Ed effettivamente da allora è iniziata una storia di confronti e scontri con Cristo, di creazioni fantastiche (pensiamo agli apocrifi), di arte, di pensiero, di rigetti veementi, di appropriazioni indebite, di degenerazioni, di amori appassionati fino al martirio. Se il Miller del Tropico del Cancro giungeva al punto di farsi incidere una croce sulla suola delle scarpe per poter calpestare in ogni passo Cristo e la sua religione, c’era però un genio supremo come Dostoevskij che non esitava a scrivere nel 1854 alla Fonzivina: «Arrivo a dire che se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori dalla verità e se fosse effettivamente vero che la verità non è in Cristo, ebbene io preferirei restare con Cristo piuttosto che con la verità».

    A confrontarsi con Gesù era stato subito il suo stesso popolo, l’ebraico, e sarà da allora un continuo e reciproco scontro e incontro, simbolicamente rappresentato in una frase del suggestivo scritto Fratello Gesù dell’ebreo tedesco Schalom Ben Chorin (1967) rivolta ai cristiani: «La fede di Gesù ci unisce, ma la fede in Gesù ci divide». È ovvio, infatti, che l’ebraismo religioso di Gesù è lo stesso di quello creduto e praticato da Israele, ma la sua “pretesa” di messianicità e di divinità accolta e professata dai cristiani segna un solco divisorio radicale. Eppure un ebreo come Kafka all’amico Gustav Janouch che lo interrogava su Cristo rispondeva: «Questo è un abisso di luce. Bisogna chiudere gli occhi per non precipitare». Analogo sarà l’incrocio con l’islam, che assorbirà per osmosi tanti temi ed eventi evangelici, anche attraverso deformazioni gnosticheggianti, come nel caso della tesi del “sosia” in croce (Gesù non sarebbe morto crocifisso, perché troppo ignominioso per un profeta come lui, ma sarebbe stato sostituito da un altro ebreo, forse da Giuda o dal Cireneo). Ben 15 sure e 93 versetti del Corano parlano di lui e lo celebrano come masih, “messia”, rasul, “inviato” profetico di Dio, “parola di Dio”, perfetto muslim, cioè credente totalmente “sottomesso” alla volontà divina. Tuttavia rimane anche qui la pietra d’inciampo della divinità: «O uomini del Libro, non superate il limite della vostra religione e su Dio dite solo il vero! Gesù, il messia, figlio di Maria, è soltanto l’inviato di Dio, la sua parola deposta in Maria, è uno spirito che viene da lui. Credete in Dio e nei suoi inviati, ma non dite mai: Tre!... Dio non è che un solo Dio. Lungi dalla sua gloria avere un figlio!» (Corano 4, 171). Nel 1972 in un suo saggio il filosofo marxista praghese Milan Machovec si è interessato anche sul cosa sia Gesù per gli atei. La teologia nei secoli ha elaborato immani architetture cristologiche. L’agnosticismo ha cercato di “smitizzare” Cristo trattenendolo nel grembo esclusivo dell’umanità ora come un eroe rivoluzionario, ora come un Ercole potente (Ronsard), ora come un Orfeo ammaliatore (Jouve e Pierre Emmanuel), ora come l’incarnazione di un ideale morale altissimo (Tolstoj), ora come un supremo maestro di etica, simbolo dello spirito umano (Hegel), ora come un perfetto e superiore Socrate (Rousseau), ora come la «figura dolce e semplice» dell’umanità, antitetica all’intolleranza della Chiesa (Voltaire), ora come «il mediatore senza il quale ogni comunicazione con Dio è soppressa» (Pascal), ora appropriandosene per finalità sociopolitiche (i contemporanei “teocon” e “atei devoti”) e altro ancora. Lo si è rigettato perché alfiere «dei cuori puri, dei sofferenti e dei falliti» (Nietzsche) o relegato tra gli utopisti e i «vagabondi flagellati» (Hugo) e persino ridotto a una caricatura (Anthony Burgess e Gore Vidal) o a un’appassionata blasfemia (José Saramago), a una paradossale fede “atea” liberatrice dagli incubi sacrali (Bloch) o enfaticamente esaltato come «il più grande Rovesciatore, il supremo Paradossista, il Capovolgitore radicale e senza paura» (Papini). Un credente adamantino come Mauriac confessava nella sua famosa Vita di Gesù (1936): «Non avessi conosciuto Cristo, “Dio” sarebbe stato per me un vocabolo vuoto di senso. Il Dio dei filosofi e degli eruditi non avrebbe occupato nessun posto nella mia vita morale. Era necessario che Dio s’immergesse nell’umanità e che a un preciso momento della storia, sopra un determinato punto del globo, un essere umano, fatto di carne e di sangue, pronunciasse certe parole, compisse certi atti, perché io mi gettassi in ginocchio».

    Pubblicando nel 1985 a Yale, negli Stati Uniti, un’opera su Gesù attraverso i secoli e il suo posto nella storia della cultura , Jaroslav Pelikan scriveva: «Al di là di ciò che ognuno possa personalmente pensare o credere di lui, Gesù di Nazaret è stato per quasi venti secoli la figura dominante nella storia della cultura occidentale». Nei volti mutevoli sotto cui Gesù è stato raffigurato si ha lo specchio delle inquietudini, delle speranze, della fede, dell’attesa, del dubbio e del rifiuto dell’umanità. Era stato un marxista come Ernst Bloch nel suo Ateismo nel cristianesimo a cercare di spiegare quanto sia inquietante quell’interrogativo anche per l’agnostico di oggi: «In Gesù non venne inchiodato sulla croce un fanatico inoffensivo, ma fu l’avvento di un uomo che inverte i valori del mondo presente». Ed è per questo che molti come Borges confessano: «Il suo non è il volto dei pittori. È un volto duro, ebreo. Non lo vedo, ma insisterò a cercarlo fino al giorno dei miei ultimi passi sulla terra».

    Fonte: Il Giornale, 2.9.2007

 

 
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