La razza non è una deduzione scientifica, come non lo è la bellezza del Partenone, della colonna dorica, del nodoso tronco di quercia, dei bagliori del sole sulla roccia e, fluidi, trascorrenti, imprecisi, sull’onda. Razza è una delle parole intime dell’anima; è una delle esigenze rivelatrici dello spirito. E’, in noi, in misura varia, istinto e presagio o desiderio, come ogni fenomeno di bellezza (chi può spiegarlo? Chi può provarlo? Chi può circoscriverlo? Chi può opporglisi?), come ogni rito della Forma, giocatrice più fine degli umani.
La razza: necessità e vanto e mistero, come l’onore, come lo stile. La razza è dir di sì, è regola morfologica, è schiettezza (disinteressata attenzione), è gentilezza (libero riconoscere il giusto, l’essenziale).
Che rispettarla implichi la disponibilità alla guerra è una fatalità, non una obiezione (né un crimine). Che l’assalto del caos, del no, dell’indistinto rimandi a una reazione uguale e contraria è tragedia e ventura suprema dell’umano.
Quando nacque, la razza? – chiedono i moderni, i dimentichi. E l’ordine delle stagioni? E la “Primavera” del Botticelli? Dai suoi ricci ritorti sulla fronte o dalla cascata di roselline dove osa l’incedere, impalpabile, con cui passa in rivista il bosco? Dal polpastrello dell’artista o dalle labbra di un suo avo bevitore o addetto alla liturgia della forca? Da quali evi scaturisce l’estro dell’artista? Dalla sua personale vita o da retaggi inscritti nel sangue della sua stirpe?
Dei sacri misteri, dei riti, dei miti, anche di quelli genealogici, non si chieda con vacua insolenza la dimostrazione. “La verità non si può dimostrare: si può solo [pudicamente] mostrare”.


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