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Nel 102° anniversario della nascita del GRANDE Berto Ricci
MAFALDA, MOGLIE DI BERTO RICCI omaggio anacronistico di Antonio Pantano
Poco prima dell’una, sabato 11 maggio scorso : il telefono. Ascolto voce dall’accento e timbro inconfondibili, soffusa in garbo inusuale. “Scusami, non ho trovato subito il numero, t’avrei dovuto chiamar prima : la mamma è mancata giovedì, verso il mezzogiorno.”
Fu maggiore la mia angoscia, che quella - accento fiorentinissimo - di Paolo, privato a 67 anni di colei che mai s’era da lui allontanata, e che per due terzi di secolo fu madre e padre : “ Il babbo mai lo conobbi, morì in guerra che avevo qualche mese. Lei allevò noi due, Giuliana, che se ne andò ancora adolescente, provata dalla perdita del babbo, ed io, in fasce, nelle durezze del tempo di guerra e, sopratutto, del feroce dopoguerra. In quelle difficoltà nere, appesantite dalla figura del babbo, prima osannato e rispettato, poi dileggiato dalla teppa “liberata dagli occupanti americani”, s’unì a noi, come altro fratello, un cugino orfano anch’egli ”.
Rammentai la storia, che conoscevo per i trascorsi e per il rinnovo confidatomi al telefono in lunghe fresche frizzanti conversazioni con la Mamma di Paolo, negli ultimi anni, quando infiorava il dire per rammentarmi, compiaciuta assai, che aveva superato da tempo i 95 anni.
“ In punta di piedi ”, spiegò Paolo, “ si sentì male tre giorni prima. Ma non volle che la portassi in ospedale, per indagare sul malessere, e quando consentì, feci appena in tempo a ricoverarla in astanterìa. Tre ore dopo, serenamente, mancò ”.
Non interruppi Paolo. Gli permisi d’esprimere la confidenza necessaria per lenire il dolore, a lui, ormai solo, nella Firenze ingrata, che ebbe in Berto uno dei suoi più grandi figli del XX secolo e, certo, degno delle rare figure d’incommensurabile valore morale della storia della civiltà.
Berto Ricci, contrassegnato - sulla modesta lapide dell’ossario nel Mausoleo per i Caduti d’Oltremare, a Bari traslati dalla Libia, ingrata, primitiva, ignorante per indole barbarica degli attuali abitanti, che libici non sono, ma trafficano in schiavi africani così come col petrolio e il denaro che rigettano nelle "grandi banche" italiote - col nome “Roberto” ed il grado : “tenente”.
Poi ricordò - atto dell'affetto e riconoscenza che ebbi ed ho per Berto Ricci - che fui l'unico, il 22 maggio 2005, a telefonar loro per celebrare i 100 anni dalla nascita del loro, e mio, grande Caro. Furon lieti e commossi, quel giorno ! L'unico, tra tanta marmaglia d'italioti - fuori e lungi da essa - che sentì il dovere di celebrare un centenario fondamentale, anche se solo con un caloroso colloquio telefonico.
E, con rammarico, lo sottolineo ora perché Paolo lo rammentò, mentre biografi ed esegeti - ho paura : solo animati da scrivere per trarre vantaggio e lucro dalle biografìe e citazioni ! - rimasero muti-distratti-disinteressati, forse per becerar scemenze altrove in bolse e false ostentate camicie nere, ove si baccheggia con isterìa da stadio per tentar d'offendere gl'indifferenti potenti ladri all'odierno potere.
Berto Ricci. Anima grande. Mahatma, si disse per Gandhi. E Berto Ricci fu almeno alla pari del Gandhi indiano, anima di grandezza fiorentina, se a questa espressione s’affigge il valore che, in mill’anni, la città del Fiore assunse. Anima di grandezza universale, trascurata dalla melma italiota che tutto affligge oggi, da 62 anni, e per anni e decenni a venire.
Anima e melma. Antìpodi dell’esistenza, e della natura dei Grandi.
Mafalda, donna minuta, agile, esile, filiforme, scattante, forte nell’animo per la fierezza che la vita le fornì sia per esser stata accanto a Berto nella creazione della famiglia, sia per ciò che Berto rappresentò in vita e, sopratutto, dopo, quando l’Italia naufragò nel marciume che la immerge ed invischia ora - e chissà per quanti secoli a venire - .
Marciume putrido nel quale sguazzano i naufragati - rassegnati - suoi dozzinanti, figure da Berto delineate nell’inno all’Italia dedicato, cui compete
“ brago indisturbato / s’introgola tutt’ora, sozzo maiale, ”.
Figura emblematica, il razzolante vorace ingordo maiale, certo mai sfuggita ad uno dei più grati ingrati allievi di Berto, l’Indro Montanelli che, nell’unico suo scritto degno di memoria storica e dignità letteraria, trasse ispirazione per il cane randagio che, nella notte veneziana, rimestante tra le “scoasse” disperse sul lastricato, fu contrapposizione alla titanica figura di Ezra Pound - fianco ad Olga Rudge - che s’allontanava, dissolvendosi nel caligo verso la sua dimora : “Il grande silenzio”.
Titolo dello scritto pubblicato cinque dieci e più volte, dal Corriere della Sera a Il Giornale, per narrare e tramandare la serata, intensa, irripetibile, rara, preziosa, magistrale, trascorsa nella casa di Liselotte e Giorgio Manera nei perduti anni sessanta, e poi posto ad epicedio per la scomparsa del Gigante della Poesia non solo moderna e, come Berto, della Morale d’ogni tempo.
Confesso il nodo in gola, creato dalla notizia non fausta, profondamente amara, per la scomparsa di colei che avrei voluto ascoltare ancora mille volte al telefono, per ossequiarla ai cent’anni raggiunti, fresca nel suo candore d’animo, e nella agile memoria di tempi lontani, necessari a rinfrancare lo spirito dell’interlocutore e l’anima dei nostri spettrali tempi.
Forse provai un moto d’invidia giovanile, decenni addietro, quando seppi e lessi dei “ taccuini di Berto Ricci ” rassettati, consultati e pubblicati da Beppe Niccolai - sempre rimpianto e costante al centro di serii pensieri gravi - ottenuti in prestito dalla vedova, Mafalda. Avrei - son certo, oggi - voluto esser stato io il primo a studiarli, leggerli, meditarli. Sentimento nato dalla venerazione più che religiosa che ebbi, fin dall’adolescenza, per il mito e la figura di Berto e per la generazione italica che rappresentò - non unico - con la veemenza virile, civile, ghibellina, risoluta, tagliente, che l’Italia conobbe tra le due guerre, grazie allo spirito creativo e di tensione morale che si visse, si volle e si seppe vivere.
Si visse, volle, e seppe vivere, da parte dell’intiero Popolo italiano, teso nella amalgama che lo stava conducendo alla italianità morale, monda dalle ipoteche bottegaie dei mercanti prezzolati ed avidi della bassa politichetta da angiporto, scevra dalle elucubrazioni mentali incensatorie e vane della farsesca religione, edulcorata da vergini isteriche e santi cialtroni, lontani dai Giovanni di Bernardone, che, nella Assisi medioevale, eressero sugli altari il culto del “bello-santo-ascetico-naturale-pulito-schietto” contro l’aulico-apodittico-dottrinario-simonìaco-imperialista-vanitoso del vaticanismo materiale.
Passeran mill’anni, son certo, secoli, prima che si trovi nei recessi dello spirito creativo di questo nostro popolaccio ora impuro e bastardo, neghittoso e rassegnato, ruffiano e beota, briaco e credulo, facilmente prostituibile, immorale ed incapace di grandezza, pallonaro ed autolesionista, scaltro e servile verso il denaro, lo slancio denso d’energìa creato e promanato nei vent’anni tra le due guerre, balenìo fulmìneo di tempo nel quale figure minori del pensiero e dello scrivere potrebbero esser state Giovanni Papini od Enrico Pea : giganti al cospetto dei secoli, e degli anni loro successivi !
Berto Ricci prese in sposa Mafalda Mariotti, nata a Berlino all'aprire del el 1909, ove il padre, toscano esportatore di frutta italiana, colà - accasata moglie hanseatica - in quel lontano nord, accumulò fortuna di denaro.
E Berto, dalla retta diligente piccola borghesìa fiorentina, uscì dottore in matematica, che insegnò nei licei, dando identico impegno allo scrivere sulle riviste ribalde e risolute della cultura fiorentina, ove primeggiava anche l’Alessandro Pavolini - gioiello d’intellettuale alta prosapia e fiore del Fascismo puro-creatore-disinteressato - motore della insuperata Firenze moderna che, dal Maggio Musicale alla Stazione di Santa Maria Novella ideata da Giovanni Michelucci, allo stadio Giovanni Berta progettato di Pierluigi Nervi, han carattere di modernità inarrivabile, pur nei cardini del rigore medioevale esaltato poi nei trionfi del Rinascimento e nella angelica pura irripetibilità dei grandi cinque secoli.
Berto Ricci fu “universale” nella essenza italiana, ribelle contro le prevaricazioni dei regimi antichi, impaniati dal papato avido simonìaco clerical-totalitario e cialtrone, protervo nei privilegi conquisi in danno soffocante della emancipazione dei fidenti.
Stagione breve, i quattr’anni de “l’Universale”, ma astronomicamente rivoluzionaria, mentre il Fascismo puro d’oltrarno scavava barricate ideali - e non solo - contro il fascismo aulico e parassita dell’italietta sabauda, convenzionale, imbrigliata in quell’odor stantìo di muffa freschina che sale dai fondachi dei mercanti e dei fittacamere, derisi ed oltraggiati da Effetì Marinetti, ma tanto cari ed essenziali ai vampiri succhiatori di moneta, spietati pavidi usurai di vicolo e di banco che, nella fortuna accumulata, mai seppero salire ai piani eccelsi ed attici dei Medici o dei Bardi, dei Chigi o dei Borghese.
Berto Ricci, con Guido Pallotta, Niccolò Giani, Bernardo Barbiellini Amidei, Luciano Ròddolo e fior di giovinezza con l’anima eterna nell’empìreo, consumarono - non isolati e soli, ma con l’intera loro invitta generazione - esistenza ed Italia in quel ventennio, lasciando vegetare i sopravissuti scaltri - Fanfani, Moro, Ingrao, Zangrandi, Antonioni, Rossellini, Fermi, Scalfaro, Alicata, Scalfari, Lajolo, Natta, - lesti a vestir casacca sbrindellata ma di color cangiato, solo per servire a qualsiasi prezzo chi avesse dettato ordini da aguzzino nei decenni successivi.
Nacque, Berto, il 21 maggio 1905 per terminare fulminato in Cirenaica - Bir Gandula - dal proiettile infame dello spitfire inglese [inglese "di fuori", analogo agli " inglesi di dentro " da Berto additati da combattere in eterno ! ] che alla Libia stava riportando la barbarie, oggi petroliera e becera per denaro : era il 2 febbraio 1941. Giorno prodromo di tragedia, per tempi di successive tragedie e grottesca miseria morale, avvampati dall’incendio degli spiriti che il sozzo denaro tutto sommerge nello sterco.
Mafalda, la sua Sposa fiera-bella-beffarda - che MAI si piegò a convenienze e profferte del regime degli schiavi imperante in Italia, ma contro questo condusse vita di stenti in fierezza sublime, a sfida mai persa - tardò l’abbandono di questa terra per 66 anni : potrà ora narrare a Berto - nell’empìreo degli invitti, precluso ai servi ed agli italioti saprofitici nello sterco - quanta miseria puteolente stagni abbandonata quaggiù, nell’avvilita rassegnazione di un’accozzaglia di gente senza dignità, avvezza a sopportare ogni giorno il tallone di furfanti schiavisti, paga di sopravvivere solo come pasto per vermi voraci.




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