Qualche giorno fa, dimenticato da troppi. cadeva l'anniversario della morte in battaglia di Berto Ricci
Vorrei ricordarlo postando un suo scritto, lucido e tagliente come sempre.
Ricci, Berto
L'intelligenza rivoluzionaria
___(da «L'Universale») ___
La si può definire per esclusione. Essa non ha niente di comune con la cultura che io chiamo neutrale, con
l'intelligenza pura, apolitica, “scopo a se stessa”: anzi questa le appare così remota nel tempo, così burlesca e
irreale, che il trovarne molti esemplari ancora in circolazione e talora in posizione eminente è per lei motivo di
stupore dapprima, di vivo sospetto in un secondo momento. L’intelligenza fascista non opera e non ammette che si
operi se non entro lo Stato. Ma, anche, pochissima è la sua affinità con una letteratura e cultura pseudofascista
che rappresenta uno degli equivoci più gravi di questi anni. Per intelligenza fascista, operare entro lo Stato ha un
significato molto serio. Ecco perché spontaneamente essa aborre dalla retorica esaltativa, ed è indotta a
considerare secondaria ogni apologetica del Fascismo che non sia al tempo stesso generazione o chiarificazione
d’idee, ecco perché non lo convincono e anzi la urtano come ingombri nocivi le vane declamazioni, nelle quali
scarseggia sempre l'ingegno, talvolta la fede; e anche se questa c'è, non si può dire che il suo manifestarsi sia in
tal caso preferibile a un fedele silenzio. Ecco, insomma, perché le ripugnano in genere le incontinenze verbali.
Non quelle sole. Le ripugna a maggior ragione ogni deviazione, conscia o no, dalla dottrina e dallo spirito della
dottrina. Un esempio: la così detta “fascistizzazione” della storia, come spesso la si è intesa: che è cosa ben
diversa da una logica e necessaria interpretazione fascista della storia. Fascistizzazione, che consiste il più delle
volte in una serie d'incaute riabilitazioni di personaggi di destra, sino a glorificare ogni mano forte di governo, solo
perché forte; e sino alla sorprendente aberrazione di rimetter su un trono fortunatamente fantastico (non diciamo
ideale) i tirannelli antitaliani del Risorgimento. Naturalmente, e sempre per restare nel caso in questione, occorrerà
anzitutto distinguere tra destra nazionale, gloriosa di propositi e di opere per l'unità italiana, e destra
semplicemente codina o retrograda o schiava; vagliare anche qui il sostanziale dal caduco, l'italianità dal
programma di partito; infine non deprimere con somma e puerile ingiustizia altri uomini e tendenze i cui errori non
furono certo maggiori di quelli dei primi e la cui efficacia fu per lo meno uguale. Se una storiografia di “sinistra”,
promossa da quella Massoneria che non fu davvero la protagonista delle lotte d'indipendenza ma fu bene la prima a
coglierne i frutti e ad arrogarsene il monopolio, poteva con impudenza pari alla stoltizia abolire la dialettica della
storia sino al punto di ridurre questa a manifesto di propaganda elettorale, sarà invece compito dello storico
fascista quello di ricomporre in armonia le contrarie forze da cui l'Italia è nata, fatalmente contrarie prima di
convergere in Mussolini; e sua linea sarà la linea di Oriani. Il quale per cervello e passione grandeggia sui piccoli
faziosi di prima e di poi; e intraprese a dare delle nostre vicende recenti e antiche una redazione che è insieme
inno fervido, ma che nulla trascura, nulla pospone nel complesso alterno gioco delle energie da cui scaturisce come
fiore delle generazioni l'atto di fede più solenne e più vero. Queste le ragioni per le quali — e non solo nel
considerar la storia passata, ma anche nel costruire la presente e futura — non hanno senso le parole “sinistra” o
“destra” nel Fascismo; e, se l'avessero, se cioè l'intellettualismo di pochi potesse dar luogo a tendenze concrete,
sarebbe senso esiziale e tale da combattersi a ogni modo.
Carattere ideale dell’intelligenza fascista è il suo sentirsi portatrice e responsabile della rivoluzione italiana: dove
l'aggettivo “italiana” non è minimamente inferiore d'importanza al sostantivo “rivoluzione”. E dunque niente
rivoluzione per la rivoluzione, ma rivoluzione d'Italia e per l'Italia: parole che posson sembrare luoghi comuni e
hanno invece, se meditate a fondo, il valore di una premessa fondamentale. Parole realizzate nell'ordine pratico, e
invece ponibili ancora come mèta alle attività intellettuali, dove tanto sopravive della passata stagione, non solo
ma notevole è anche la confusione in molti dei più giovani e nuovi.
Ma nulla costa se manca all'intelligenza fascista la fede. Questa la estrania per sempre dalla cultura neutrale, che
non ebbe e non ha fede, ma solo ebbe e ha l'interesse del sapere: già detto nobile e sacro nell'epoca di tutte le
neutralità, ma, per il Fascismo, paurosamente misero se solo. La distingue anche, la fede fascista, dalle intelligenze
e dalle culture di altre fedi e ciò ovvio. Rari e sopra tutto marginali saranno i contatti; benché, bisogna dirlo,
maggior e addirittura diametrale sia l'opposizione tra l'intelligenza che si gloria del sostanziale aggettivo di
“fascista”, e quella che non si degna di contaminarsi con attributi politici. Tra uno scrittore sovietico e uno senza
connotati definiti che sia casualmente nato in Italia, scelgo il primo. Là vi è immensa distanza, qui c'è di mezzo
l'infinito.
La fede e la volontà di operare nello Stato pongono l’intelligenza sul piano dell’azione. Non è detto che si tratti di
un'azione politica immediata: ben più vasto e più impegnativo è il significato che una rivoluzione dà a questa
parola. È essa la educazione e trasformazione graduale dello spirito del popolo; è, nello scrittore, nell'artista, la
certezza d'una missione cui ogni godimento estetico è subordinato, cui è strumento e solo strumento ogni
particolare sistema.
L’intelligenza fascista mira al totale dell’uomo: vale a dire non è mai solo intelligenza, ma parte da un integrale
sviluppo delle facoltà umane per far presa su tutte, e tutte accoglierle nella sua sintesi. La fermezza del carattere,
il coraggio morale e fisico, la virile bontà, l'entusiasmo illuminato, l'indipendenza dalle miserabili avidità del successo
e del lucro superfluo, sono i suoi requisiti costanti e necessari.
È universale perché italiana e perché rivoluzionaria: quindi tanto distante dal logoro internazionalismo degl'iloti
d'Europa, quanto dallo stolido sciovinismo delle menti corte e delle anime isteriche: queste e quelli, bisognosi di un
estremismo che nasconda in qualche modo la loro irrimediabile mediocrità. È negatrice innata di ogni camorra
regionale e di qualunque campanilismo anche puramente poetico: e non occorre dimostrarne il perché, ma
piuttosto soggiungiamo che la divina varietà delle terre italiane non sopporta di esser profanata da un “folclorismo”
balordo e soltanto vale in quanto significa concordia di elementi nell'unico insieme, cioè di “parti”, che sono parti e
sanno di esserlo.
È studiosa dei mezzi espressivi e desiderosa della perfezione anche formale, e questo perché proviene da un
popolo di suprema civiltà, palese anche nell'atteggiarsi e parlare della gente, negli oggetti domestici delle classi
non guaste da meccaniche mode, nelle feste ingenue e genuine, nelle piantagioni e colture, dal paesaggio
subalpino al meridionale. Allo scrittore fascista più che ad altri si richiede la padronanza del linguaggio, perché non
saprei di quale patria e a quale patria egli possa parlare, se un contadino o un marinaio del suo paese può dargli in
qualunque momento lezioni di eleganza e di forza nell'esprimersi. Questo valga come giudizio per la barbarica
superstizione dello “scriver male” obbligatorio, imperversata anche da noi al seguito di dementi stranieri; e per gli
equivalenti di essa, facili a individuarsi, nelle altre arti e discipline.
L’intelligenza fascista non procede per facili vie, ma si tempra e si legittima attraverso il sacrificio. Lo Stato
corporativo le garantirà l'esistenza, ma guai al giorno in cui esso le garantisce qualche cosa di più. Si possono
anche scrivere romanzi allo scopo di procurarsi una villa in Riviera, ma questo equivale a porsi automaticamente
fuori di una milizia che non bada a spese e bada pochissimo alle entrate. L’intelligenza fascista non ha punti di
contatto con l’uomo economico.




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