Esattamente novantadue anni fa, una folla festante sotto il balcone del Quirinale acclamava all’entrata dell’Italia nella Grande Guerra, salutando in Re Vittorio Emanuele III in partenza per il fronte, il Sovrano soldato fra i soldati che “dimesso l’ermellino, svanga nel fosso” come scriverà Gabriele D’Annunzio.
E’ un giorno di festa perché finalmente si avvera dopo molti anni il riscatto delle Terre Irridente, ma certamente è un anniversario che Ci ricorda immediatamente prove incommensurabilmente dure per l’intero Stato: quanto sangue, quanto coraggio, quanto valore dalle trincee del Carso alle nevi del Pasubio!
Ma quante famiglie distrutte, quanti amori spezzati, quanti orfani!
Anche per questo non possiamo trascurare questa data…ricordare il 24 Maggio non deve essere soltanto un encomio delle prove incredibili che un esercito con poco più di cinquant’anni di costituzione come era quello italiano del 1915 seppe dare “strappando un grido d’ammirazione in tutto il mondo”. O meglio, non deve essere solo questo.
Desideriamo ricordare quanti richiamati sotto le armi, seppero fino all’ultimo sacrificare la propria vita per un Ideale meraviglioso: il ricongiungimento di tutte le genti italiche divise da assurde pretese extra-locali.

Desideriamo ricordare quanti non dubitarono dopo Caporetto, e sappiamo bene chi fu il Primo Soldato che mai dubitò della fedeltà e dello spirito di sacrificio delle Forze Armate.

Desideriamo ricordare tutti i morti, feriti, invalidi, orfani, vedove, madri che affrontarono con così serena fermezza quelle difficili prove.

A Loro va il Nostro grato pensiero e la Nostra preghiera di vicinanza.

“Tutti avevano la faccia del Cristo
nella livida aureola dell’elmetto.
Tutti portavano l’insegna del supplizio
nella croce della baionetta
e nelle tasche il pane dell’ultima cena
e nella gola il pianto dell’ultimo addio.

…Mamma!...
…Mamma!...
…Mamma mi disse “Và”…ed io l’attendo qua”