preso dal nazionale:
Meglio prostituta che in un call center
Valeria, la studentessa di medicina che si vende solo part time
PAOLO POLETTI
Bella di notte e pure di giorno. Bella quando capita, quando ne ha voglia, quando ha bisogno di soldi. «Non mi sento una prostituta, decido io quando farmi pagare per andare con un uomo...», racconta Valeria, nom de plume si capisce, venticinque anni, capelli lunghi castano chiari, jeans e maglietta bianca, niente trucco, studentessa di Medicina di giorno, prostituta part-time certe notti. Di ragazze come lei, stelle filanti le chiamano, accompagnatrici occasionali per scelta o vocazione, ce ne sono molte ovunque e a Milano. «Odio le definizioni. Non accetto il moralismo su certe parti del corpo. Se ho problemi di coscienza? Alla fine cosa è peggio? Lavorare magari in un call center per otto ore al giorno o guadagnare la stessa cifra con due o tre incontri al mese...», racconta di fiato questa sua filosofia spicciola, una giustificazione per raccontare il meglio di sè, la sigaretta spenta tra le dita mentre con l’altra mano giocherella con l’accendino di plastica. A guardarla, non si direbbe. A guardarle, viene difficile immaginare che dietro certi annunci sui giornali - «AAA, accompagnatrici, fotomodelle, studentesse» - c’è un mondo dove la prostituzione non è solo fatta di strade di periferia, di rapporti frettolosi consumati come in una catena di montaggio o di professioniste di alto bordo. Cambia tutto ma alla fine è la stessa cosa anche se Valeria o come si chiamano tutte le valerie di questo mondo, giurano di essere donne libere, a volte più libere delle altre.
«A me va bene così. Sono io che decido. Lo faccio solo per soldi. Tre volte al mese, massimo quattro. Di più quando si avvicinano le vacanze. All’inizio la facilità del guadagno mi ha portato a uno sperpero generalizzato. Ero euforica, spendevo molto in vestiti, adesso mi sono tranquillizzata. I miei non sanno nulla. Mi aiutano a pagare l’affitto e l’università. Diciamo che mi sono trovata un lavoro su misura e che ho trovato il modo di avere tanto tempo libero», spiega di questa vita spericolata iniziata per caso un paio di anni fa, le confidenze con un’amica che aveva già provato, la presentazione all’agenzia e poi il primo cliente che l’ha scelta in fotografia e l’ha comperata per qualche ora, nel corpo e nella mente e forse pure nell’anima. Anche se Valeria giura che non ha venduto quasi niente.
«Quando esco con un cliente di me c’è molto poco. Si recita una parte, il nome non è vero, non ci si veste mai come ogni giorno, ci si trucca anche in modo diverso...». Bisogna dimenticare il clichè della prostituta vistosa e poco vestita che si vende per strada al primo che passa. Bisogna dimenticare le escort che si offrono in rete, oltre un milione di pagine solo in italiano, con il catalogo delle prestazioni, il tariffario e qualche ammiccamento. «Preferisco lavorare in un’agenzia, asettica come le tante agenzie di servizi che ci sono a Milano. So che il cliente è un professionista, uno che può spendere, c’è già un filtro. Quando voglio, sono io che contatto l’agenzia e mi metto a disposizione», spiega il meccanismo più semplice che c’è, un tot all’intermediario che procaccia i clienti, il resto lo tiene lei. «Duecento euro a lui cinquecento a me, senza contare la cena, magari la discoteca, l’albergo e il taxi», assicura Valeria, cifre verosimili a guardare il tariffario delle professioniste che su Internet vogliono anche 400 euro per un’ora o 1500 per un giorno. «I clienti sono architetti, dirigenti, medici, anche giornalisti (sorride, ndr...). Sono sposati, hanno più di quarant’anni. Se non mi piacciono potrei dire no. Se mi chiedono una seconda volta dico sicuramente no. Non voglio coinvolgimenti», spiega fredda come il chirurgo che forse sarà un giorno, volutamente trattenuta dal cedere ai sentimenti.
«A volte scatta il feeling ma è solo lavoro... Alcuni miei amici stretti che sanno, ci hanno provato, li ho dovuti mettere in riga...», racconta dell’altra vita, quella che non si nasconde dietro un paio di occhialoni da sole dalle lenti azzurre. Una vita fatta di relazioni vere, di amici che magari ammiccano, genitori che non immaginano, colleghi di università che non sanno, fidanzati veri o presunti. «Massì qualcuno c’è...», fa così con la mano nell’aria e non si capisce se non è vero o è talmente vero che è meglio sorvolare.
«Chi viene con noi vuole una ragazza pulita. E io so che incontro persone affidabili, a volte simpatiche, con cui si può parlare di tutto. Quello che succede dopo fa parte del gioco», spiega dopo questi due anni di incontri nemmeno troppo frettolosi a tariffa variabile, mai un coinvolgimento, mai un segno nel cuore e sulla pelle, niente che non possa finire quando dice lei. «Non ho un protettore. Se voglio, smetto. Magari un giorno scrivo un libro, la mia vita vera è sganciata da questo lavoro».
I toni sono quelli della donna sicura. Nelle sue parole non c’è passione, non c’è amore, solo il simulacro di una vita tenuta a bada per lasciare spazio a quella vera. Quella che non si può raccontare a chiunque. Quella dove i sorrisi non sono finti, le relazioni sono sincere e a scandire il tempo non c’è la voce di un uomo che ammicca dalle colonne di annunci personali di un quotidiano e al telefonino illustra il suo catalogo: «La vuoi stasera? Vuoi una studentessa? Sono tutte italiane, hanno 22, 23, 27, 28 anni... Tutte brave ragazze...».
La Stampa, 21 maggio 2007


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