Eppure Qualcuno lo aveva combattuto
“La guerra di Hitler contro il cancro” di Robert Proctor, edito dalla “Cortina” di Milano
Robert Proctor, «La guerra di Hitler contro il cancro», traduzione di Margherita Botto, Cortina, Milano 2000, pagg. 452./ Proctor, l'autore del libro fa riflettere sul fatto che nel dopoguerra la comunità degli oncologi abbia ignorato i lavori tedeschi con la scusa della rassicurante illusione che la conoscenza possa nascere soltanto dalla dameocrazia. Con il risultato che per ricollegare cancro a radiazioni, amianto, radon, coloranti alimentari, tinture o fertilizzanti sono occorsi altri decenni e altre morti. Alcuni oncologi americani e inglesi hanno reagito accusando l'autore dì voler da un lato riabilitare la medicina dei nazisti. (Recensione ridotta) Con La guerra di Hitler contro d cancro Robert Proctor prosegue la storia della medicina sotto il nazismo iniziata con Racial Hygiene (Harvard University Press, 1988). Dopo un quadro generale della ricerca tedesca prima del 1933, Proctor racconta le ricerche sull'origine genetica e soprattutto ambientale dei tumori, e sulla necessità della diagnosi precoce e della prevenzione. Proteggere la razza dal cancro significava mondarne l'ambiente e i geni anche da contaminanti. Con molte risorse, una buona coordinazione e un ampio raggio, partirono iniziative per identificare e combattere gli effetti di radiazioni, polveri e svariati elementi e composti chimici nei luoghi di lavoro. Ai tedeschi venne insegnato a evitare cibi conservati o artefatti, alcool, grassi, zuccheri. Gli scienziati avevano stabilito, almeno empiricamente, il legame tra cancro e molte sostanze. Lo Stato ne tenne conto, tutelò la maternità, riconobbe e indennizzò le malattie professionali, raccomandò ai cittadini il moto, un'alimentazione possibilmente vegetariana, cure alternative come l'omeopatia e la fitoterapia. Si ritrova nelle campagne di allora slogan di oggi o l'idea ossessiva di una natura 'buona'. Proctor scrive nel Prologo che sa di rischiare questo "malinteso" mentre, in realtà, gli preme «spezzare i già logori legami che un tempo si diceva tenessero unite virtù tecniche e morali». L'autore si aggrappa a interpretazioni fantasiose di una medicina nazionalsocialista legata alla fine produttivo come a una boa di salvataggio, il che gli ha permesso di poter pubblicare questo libro




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