Il retroscena
Un vertice drammatico
Prodi sbotta con gli alleati: «Se non vado bene, lascio. Però si torna al voto». E annuncia misure sun lavoro e pensioni







ROMA — Doveva essere il vertice del «rilancio» dopo la batosta, ma a raccontare com'è andata basta la secca replica con cui Romano Prodi ammonisce i segretari e sigilla una drammatica riunione. «Se non vado bene è meglio dirlo subito. Se non vado bene — scandisce il premier col suo tono privo di impennate — me ne vado. Ce ne sono tanti che vogliono prendere il mio posto, fuori c'è la fila... Mi dimetto e la legislatura finisce qui. Perché si torna a votare». La minaccia del Professore vibra tra le pareti ovattate di Palazzo Chigi e chiude un incontro che ha il sapore della resa dei conti. Di Pietro che mena fendenti incrociati su Visco e su Prodi, Mastella e l'ex Tonino nazionale che si scambiano epiteti per nulla cortesi, Diliberto che auspica le dimissioni di Padoa- Schioppa... E poi il bilancio elettorale spietato di una sinistra compatta come un sol'uomo, lo scontro annunciato su «tesoretto» e pensioni e pure, evento che ha gelato i presenti, la plateale defezione del vicepremier Rutelli. «Impegni pregressi a Milano», ha fatto sapere l'ufficio stampa Dl e così ai piani alti è salito il ministro Beppe Fioroni. Assente anche Massimo D'Alema, a Valencia per la Coppa America: «Io ho l'autorizzazione di Prodi». Riunione nervosa, quasi furibonda. E dire che il Professore la apre con un appello accorato al senso di responsabilità. Chiede a Di Pietro di ritirare quell'atto di accusa contro Visco depositato al Senato. Prima con le buone, poi con le cattive: «Non esiste che un ministro presenti una mozione senza che il capo del governo ne sappia nulla». Ma lui niente, fermo come una pietra. «Ma come non ti ho detto niente, Romano, ti ho sempre informato, te ne ho parlato per la prima volta a giugno». E Prodi, scuro in faccia: «Non me l'hai detto. E se l'hai fatto, dopo non mi hai fatto sapere più nulla». Nervosissimo, Di Pietro. Sospettoso. Quasi convinto di un complotto governativo contro la Procura di Milano: «Vogliamo parlare del segreto di Stato su Abu Omar?». Nervoso anche Mastella, che finisce per azzuffarsi col responsabile delle Infrastrutture. Finché Fassino non lascia intendere che mercoledì il governo non cadrà: «Vedrete, qualcuno farà un passo indietro...».
Poteva finire qui, col sospirone di sollievo del Professore. Invece Giordano battibecca col leader Ds su lavoro e previdenza e riapre la tenzone, estremisti contro riformisti. E Fioroni, con le stesse parole che Rutelli scandisce nelle riunioni riservate: «Ma vi rendete conto del clima che c'è? O siamo in grado di rimuovere tutte queste cavolate, o è meglio che ce ne andiamo a casa». «Diciamo che non è stata una delle migliori riunioni» lascia Palazzo Chigi il segretario dello Sdi, Boselli. Pecoraro se n'è andato da un pezzo quando dal portone sbucano, in favor di telecamera, Giordano, Diliberto e Mussi. Quel che uno dice l'altro conferma, un terzetto affiatatissimo che ha studiato nei particolari come mettere all'angolo i riformisti, già piuttosto provati dal voto. «Tutta colpa del Pd» è il leitmotiv dei massimalisti, assai zelanti nel porre un freno allo slancio riformatore di Fassino. «Le pensioni non si toccano — fa muro la triplice —. L'unica riforma possibile è l'abolizione dello scalone». Il leader Ds chiede «tre o quattro misure concrete da annunciare subito», vuole abbattere la precarietà giovanile, alzare le pensioni minime, varare un pacchetto casa, cose non molto diverse da quelle che teorizzano i segretari dell'estrema sinistra. Ma la parola d'ordine per i sinistri uniti è rintuzzare Fassino per punire il Pd: «Romano, ammetti che il vostro partito sta facendo ballare il governo» colpisce duro Diliberto, che a forza di invocare collegialità strappa a Prodi la promessa di un dpef scritto «tutti assieme». Si litiga, ma una gaffe di Prodi fa ridere di gusto Diliberto e Giordano. «Dobbiamo fare un grande balzo in avanti» sprona il premier, di certo dimenticando le conseguenze nefaste del Grande Balzo imposto da Mao ai cinesi negli anni '50. Il segretario del Prc chiede di non sottovalutare il «profondo malessere sociale del Nord», vuole più risorse dall'extragettito per giovani, precari e casa e una agenda identica propongono Diliberto e Mussi. E poi è inutile, bacchettano a sinistra, discutere di quei due terzi di tesoretto da distribuire alle famiglie mentre Rutelli, il teorico del taglio dell'Ici, se ne sta a Milano a inaugurar triennali. «Vi ricordo — si schiera con Padoa- Schioppa il rigorista Boselli — che la vicenda è iniziata dalla violenta polemica del vicepremier contro Prodi, proprio sul tesoretto». Non sarà gran cosa, ma una bozza di accordo salta fuori: ritocchi alle pensioni minime, maquillage della riforma Maroni e azioni mirate contro la precarietà.


Monica Guerzoni



02 giugno 2007