Per raccontarvi uno dei più controversi, mancati affari del calcio italiano ci tocca risalire molto indietro nel tempo. Di un decennio almeno. O meglio di un secolo, un millennio. La primavera stava già lasciando il passo ad un calda estate, quell’11 giugno 1995, quando il patron Cagnotti, allora timoniere di grido in una squadra da vertice, annuncia la cessione di Giuseppe Signori al Parma. Il miglior attaccante dell’epoca, che viene trasferito tra due società amiche per una cifra considerevole. Un colpaccio per gli emiliani, anche loro impegnati nell’assalto definitivo al trono della serie A. La città di Roma, sponda biancoceleste, si sveglia con un fischio sgradevole nelle orecchie. Il loro beniamino, due volte vincitore della classifica cannonieri, ben inserito in nazionale e con diversi anni di grande calcio innanzi a sé, che se ne va. Cessione dura da digerire, si dice in questi casi. Ma i supporters dell’aquila interpretano quest’espressione con sin troppa enfasi, e si riversano nelle strade, destinazione sede di Via Novaro, a contestare la partenza del giocatore. Un osservatore esterno potrebbe pensare che questi manifestanti siano impegnati nella difesa del proprio posto di lavoro, dei loro diritti e rivendicazioni. Invece quella folla agguerrita e rumorosa si arrocca per difendere un sogno, quel casco biondo che ogni pallone sa trasformare in goal, e che vede sfuggirsi di mano improvvisamente. La dirigenza laziale è preoccupata, non si sarebbe aspettata una reazione del genere. Con grande dispiacere, Cragnotti si vede costretto, alle 19.30 di quello stesso giorno, a comunicare l’interruzione di ogni trattativa. La pax sociale è salva, i rapporti tra Lazio e Parma anche. Il tempo è gentiluomo nelle vicende umane, ed ora possiamo analizzare con calma gli eventi. Evidentemente l’ex patron di Cirio aveva visto giusto, Signori si stava avviando verso la fase declinante della sua traiettoria sportiva: altre due stagioni a suon di reti, poi il vuoto pneumatico e l’approdo nella meno esigente Bologna, dove comunque si attesta su buoni livelli. Oggi molti dei protagonisti di quella giornata non fanno più parte del mondo calcistico. I due presidenti sono avvolti da guai giudiziari, Signori fa la spola tra il Danubio e l’Italia e attende l’ultima squadra della sua lunghissima carriera. Rimane però un interrogativo: fino a che punto i tifosi possono imporre alle società di cambiare la strategia? Rovesciamo l’interrogativo: alla luce della fine di Lazio e Parma, fino a che punto le società possono alimentare e infine distruggere i sogni dei tifosi?
TMW
beh che dire... che bei tempi erano quelli.. tutti uniti a protestare per la nostra vera bandiera! diciamo che è quella che con noi ha passato più tempo...
grazie di tutto beppe!




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