Delusione
Fino a quando seguiamo un approccio spirituale che ci promette salvazione, miracoli, liberazione, restiamo incatenati alla "aurea catena della spiritualita". Puo essere una catena bellissima, con gioielli incastonati e raffinate tarsie, ma e sempre una catena. Molti pensano di poterla indossare per bellezza, senza esserne imprigionati, ma si ingannano. Se l'approccio alla spiritualità è basato sull'arricchimento dell'ego, allora è materialismo spirituale, un processo che, piu che creativo, è suicida.
Tutte le promesse che abbiamo sentito sono pure lusinghe. Ci aspettiamo che l'insegnamento risolva tutti i nostri problemi, ci aspettiamo di venir dotati di strumenti magici per trattare la nostra depressione, l'aggressività, i problemi sessuali. Ma con nostra sorpresa cominciamo ad accorgerci che questo non succede. Che tremenda delusione rendersi conto che dobbiamo lavorare su noi stessi e sulle nostre sofferenze invece di dipendere da un salvatore o dai magici poteri delle tecniche yoga! Che delusione accorgerci che dobbiamo abbandonare le nostre aspettative piuttosto che costruire sulla base dei nostri preconcetti!
Dobbiamo permettere a noi stessi di sentirci insoddisfatti e delusi, il che significa abbandonare il me, la mia impresa personale. Ci piacerebbe osservare noi stessi mentre otteniamo l'illuminazione, osservare i nostri discepoli che ci celebrano, ci venerano e ci coprono di fiori tra miracoli e sconvolgimenti tellurici e divinità e angeli che cantano, ec-cetera eccetera. Questo non succede mai. Per l'ego il raggiungimento dell'illuminazione e la morte estrema, la morte del sé, la morte del me e del mio, la morte dell'osservatore. E la delusione ultima e definitiva. Seguire il sentiero spirituale è doloroso. E' un ininterrotto atto di smascheramento, è strapparsi dal volto uno strato inesauribile di maschere, una dopo l'altra. E' rivolgersi un insulto dopo l'altro.
Tale serie di delusioni ci conduce a rinunciare all'ambizione. Cadiamo sempre più in basso finché non tocchiamo il fondo, cioe finché non ci poniamo in rapporto con la fondamentale sanità della terra. Diventiamo il più infimo tra gli infimi, il più piccolo tra i piccoli, un granello di sabbia, perfettamente semplice, senza aspettative. Quando siamo a terra non c'e spazio per sogni o impulsi frivoli. Così alla fine la nostra pratica diventa utilizzabile. Cominciamo a imparare a fare una tazza di té come si deve, a camminare dritti senza inciampare. Tutto il nostro modo di affrontare la vita diventa più semplice e diretto, e ogni insegnamento che ascoltiamo, ogni libro che leggiamo, diviene utilizzabile. Diventa una conferma e un incoraggiamento a operare come un granello di sabbia, come siamo, senza aspettative o sogni.
Abbiamo udito tante promesse, abbiamo ascoltato tante allettanti descrizioni di località esotiche di ogni genere, abbiamo fatto tanti sogni, ma dal punto di vista di un granello di sabbia tutto ciò conta meno di niente. Siamo giusto un atomo di polvere nel mezzo dell'universo. Nello stesso tempo la nostra posizione è molto spaziosa, bella ed estremamente utilizzabile. In effetti è molto invitante, stimolante. Se sei un granello di sabbia, il resto dell'universo, tutto lo spazio, tutto il posto è tuo, in quanto non ostruisci niente, non sovraffolli niente, non possiedi niente. C'e una straordinaria apertura. Sei l'imperatore dell'universo perché sei un granello di sabbia. Il mondo è molto semplice e nello stesso tempo molto nobile e aperto, perché la tua ispirazione è basata sull'insoddisfazione, che è scevra delle ambizioni dell'ego.
Sofferenza
Cominciamo il nostro viaggio spirituale facendo domande, mettendo in dubbio i nostri inganni. C'è una continua incertezza su cosa è reale e cosa non lo è, su cosa è la felicità e cosa l'infelicita. Questo lo sperimentiamo anno per anno, momento per momento, man mano che la nostra vita si svolge. Continuiamo a porci nuove domande che col passare del tempo imputridiscono e cominciano a marcire. Si trasformano in dolore. Il dolore cresce via via che le domande si fanno piu solide e le risposte piu evasive. Così, mentre invecchiamo, in un modo o in un altro cominciamo a chiederci: "Qual e il significato della vita?". Si potrebbe dire: "Cos'è che non è il significato della vita? Tutto è vita". Ma è troppo ingegnoso, troppo intelligente, e la domanda resta lì. Potremmo dire che il significato della vita è esistere. Ma ancora: esistere per cosa? Cosa cerchiamo di raggiungere portando avanti le nostre vite? Qualcuno dice che lo scopo della vita è indirizzare i nostri sforzi e le nostre energie verso scopi superiori: stabilire delle comunicazioni terra-luna, diventare illuminato, diventare un grande professore, un grande scienziato, un grande mistico, migliorare il mondo, combattere l'inquinamento terrestre. Forse questo è il significato della vita: dobbiamo lavorare sodo e raggiungere qualcosa. Dobbiamo scoprire la saggezza e dividerla con gli altri. Oppure creare un migliore ordine politico, rinforzando la democrazia così che' tutti gli uomini siano uguali e godano del diritto di fare quello che vogliono entro i limiti della reciproca responsabilità. Forse dobbiamo elevare al massimo il nostro livello di civiltà così che il mondo diventi un posto fantastico, una sede di saggezza, di illuminazione, di cultura e dei piu alti sviluppi tecnologici. Dovrebbe essere pieno di cibo, di comode case e di compagnia piacevole. Dovremmo diventare raffinati, ricchi e felici, senza litigi, guerre o povertà, con intelletti straordinari e potenti che conoscono tutte le risposte, capaci di spiegare scientificamente la nascita delle meduse e il funzionamento del cosmo.
Sia ben chiaro che non sto affatto cercando di mettere in ridicolo questa mentalità; solo dico: abbiamo considerato l'importanza della morte? La controparte della vita e la morte. Ne abbiamo tenuto conto? Il messaggio della morte è doloroso. Se domandassi a tuo figlio quindicenne di scrivere il suo testamento la gente lo riterrebbe completamente assurdo. Nessuno farebbe una cosa simile. Ci rifiutiamo di riconoscere la morte, ma i nostri ideali più alti, le nostre speculazioni sul significato della vita, le più alte forme di civiltà servono tutte a ben poco se non considerano il processo della nascita, della sofferenza e della morte. In ogni istante c'e nascita, sofferenza e morte. Nascita è l'aprirsi a una nuova situazione. Immediatamente' dopo la nascita, c'e un senso di sollievo, di freschezza, come guardando l'alba al mattino presto. Gli uccelli cominciano a svegliarsi e a cantare, l'aria e fresca, noi cominciamo a vedere le forme indistinte degli alberi e delle montagne. Come sorge il sole, il mondo diventa piu chiaro e definito. Vediamo il sole diventare sempre più rosso e alla fine trasformarsi in una luce bianca, il sole splendente. Lo spettatore preferirebbe aggrapparsi all'aurora e all'alba, impedire al sole di sorgere completamente, attaccarsi alla raggiante promessa. Preferirebbe, ma non puoò Non ci è mai riuscito nessuno. Lottiamo per mantenere la nuova situazione, ma alla fine non possiamo attaccarci a niente e viene la morte. Quando moriamo, c'e una lacuna tra la morte e la successiva nascita; ma è una lacuna piena di un chiacchierio subconscio, di domande sul da farsi, durante la quale ci allacciamo a una nuova situazione e rinasciamo. Questo processo noi lo ripetiamo continuamente, senza sosta.
Da questo punto di vista, quando partorisci un bambino, se volessi davvero attaccarti alla vita non dovresti tagliargli il cordone ombelicale appena nato. Ma devi farlo. La nascita e un'espressione del fatto che madre e bambino sono separati. O tu vedrai morire tuo figlio, o tuo figlio vedra morire te. Forse è un modo molto cupo di guardare la vita, ma è la realtà. Ogni nostro movimento è un'espressione di nascita, sofferenza e morte.
Nella tradizione buddhista ci sono tre categorie di sofferenza o dolore: il dolore che tutto pervade, il dolore dell'intermittenza e il dolore del dolore. Il dolore che tutto pervade è il dolore generale del-l'insoddisfazione, della separazione e della solitudine. Siamo soli, isolati, non possiamo rigenerare il nostro cordone ombelicale; neanche possiamo ricominciare tutto: la nascita ormai è irreversibilmente avvenuta. Così il dolore è inevitabile fino a quando c'è la presenza della discontinuità e dell'insicurezza.
Il dolore che tutto pervade è una frustrazione generale che deriva dall'aggressività. Che tu sia cortese o no, che sia apparentemente felice o infelice, e irrilevante. Finché cerchiamo di aggrapparci alla nostra esistenza restiamo un fascio di muscoli tesi a proteggere noi stessi. Ciò crea disagio. Tendiamo a sentire la nostra esistenza un po' scomoda. Anche se siamo autosufficienti e abbiamo abbondanza di danaro, cibo, asilo e compagnia, ancora c'è qualcosa nel nostro essere che non è completo. C'è qualcosa che emerge, da cui costantemente dobbiamo nasconderci e difenderci. Dobbiamo stare attenti a non fare errori, ma non sappiamo dove sbaglieremo. C'e come un'intesa generale che c'è qualcosa che dobbiamo tenere segreto, qualcosa che non dobbiamo assolutamente sbagliare, qualcosa di innominabile. Non è logico, ma c'è come una specie di minaccia aleggiante.
Così fondamentalmente, per felici che si sia, restiamo comunque guardinghi e collerici. Non vogliamo assolutamente scoprirci, incontrare quel qualcosa, qualunque cosa esso sia. Naturalmente possiamo tentare di razionalizzare questa sensazione dicendo: "Non ho dormito abbastanza stanotte, così oggi mi sento strano; non voglio fare lavori difficili, potrei commettere degli errori". Ma sono giustificazioni fallaci. La preoccupazione di poter sbagliare rivela in noi la collera e lo sforzo di nascondere. Siamo arrabbiati verso quegli innominabili aspetti privati che non vogliamo siano scoperti. "Se solo potessi sbarazzarmene, allora davvero mi sentirei piu leggero, mi sentirei libero".
Questo dolore fondamentale prende innumerevoli forme: dolore di perdere un amico, dolore di dover aggredire un nemico, dolore di fare i soldi, dolore di volere delle credenziali, dolore di lavare i piatti, dolore del dovere, dolore di sentire che qualcuno ti osserva dietro le spalle, dolore di sentirci incapaci o falliti, dolore dei rapporti di ogni genere.
Oltre al dolore che tutto pervade c'e il dolore dell'intermittenza, che è accorgersi di star portando un fardello. Ci sono dei momenti in cui ti senti libero e cominci a pensare che il fardello sia scomparso, che non devi piu continuare a occuparti di te stesso. Ma l'ininterrotto senso di avvicendamento tra il dolore e la sua assenza, tra la salute e la malattia, e di per sé doloroso. Riprendere su di sé il fardello e molto doloroso.
Infine c'e il terzo tipo, il dolore del dolore. Sei già insicuro, incerto sul tuo territorio. Come se non bastasse, ti preoccupi delle tue condizioni, e sviluppi un'ulcera. Mentre corri dal dottore per curare l'ulcera ti fai male a un piede. Opporsi al dolore porta solo ad accrescerlo. I tre tipi di dolore si alternano rapidamente nella vita e la riempiono. All'inizio senti il dolore fondamentale, poi il dolore dell'intermittenza (dal dolore alla sua assenza e poi ancora al dolore), poi viene il dolore del dolore, il dolore di tutte quelle situazioni della vita che non vuoi.
Decidi di prenderti una vacanza a Parigi, confidando di divertirti, ma qualcosa va male. L'amico francese che volevi rivedere ha avuto un incidente. E' all'ospedale e la sua famiglia è sconvolta, non puo darti l'ospitalità che ti aspettavi. Devi stare in albergo, cosa che non puoi permetterti, e i tuoi soldi stanno per finire. Decidi di comprare valuta al mercato nero e vieni truffato. Quello che credevi un carissimo amico, che ha avuto, un incidente ed è all'ospedale, comincia a guardarti come una seccatura. Vuoi tornare a casa ma non puoi. I voli sono tutti annullati per il maltempo. Sei proprio disperato. Ogni ora, ogni secondo e importante. Passeggi su e giù per l'aeroporto col vi-sto che sta per scadere. Devi uscire dal paese al piu presto, e spiegarlo ai funzionari e molto difficile perché non parli francese.
Sono situazioni che accadono continuamente. Ci diamo sempre piu daffare per sbarazzarci del nostro dolore, e così ce ne procuriamo degli altri. Il dolore è molto vero. Non possiamo fingere di essere tutti felici e sicuri. Il dolore è il nostro compagno costante. Senza sosta: il dolore che tutto pervade, poi il dolore dell'intermittenza, poi il dolore del dolore. Se andiamo alla ricerca dell'eternità o della felicità o della sicurezza, allora l'esperienza della vita è un'esperienza di dolore, duhkha, sofferenza.
Assenza di ego
Lo sforzo di assicurarci la felicità, di mantenerci in rapporto con qualcos'altro, è il processo dell'ego. Ma questo sforzo è vano perché ci sono continue lacune nel nostro mondo apparentemente solido, continui cicli di morte e rinascita, costanti cambiamenti. Il senso di continuità e di solidità di se stessi è un'illusione. In realta, non c'è nessun ego, anima o atman. E' una successione di confusioni che crea l'ego. Il processo chiamato ego, in effetti, consiste in un palpito di confusione, un palpito d'aggressivita, un palpito di attaccamento, ciascuno dei quali ha solo un'esistenza istantanea. Dato che noi non possiamo afferrare l'istante presente, non possiamo neppure afferrare il me e il mio e attribuirgli una consistenza.
L'esperienza di sé in rapporto con le altre cose è in effetti una discriminazione istantanea, un pensiero fugace. Se generiamo questi pensieri fugaci abbastanza velocemente, possiamo creare l'illusione della continuità e della solidità. E' come guardare un film, i singoli fotogrammi sono proiettati così velocemente da provocare l'illusione della continuità del movimento. Così noi costruiamo l'idea, il preconcetto che il sé e l'altro sono solidi e continui. Una volta che abbiamo questa idea, manipoliamo i nostri pensieri per confermarla e abbiamo paura di ogni prova che possa smentirla. E' questa paura di scoprirci, questo diniego dell'impermanenza che ci imprigiona. E solo attraverso il ri-conoscimento dell'impermanenza c'e la possibilita di morire, lo spazio per rinascere e l'opportunità di apprezzare la vita come un processo creativo.
Ci sono due stadi nella comprensione dell'assenza di ego. Nel primo stadio percepiamo che l'ego non esiste come un'entita solida, che e impermanente, che è soggetto a un continuo cambiamento, che erano i nostri concetti a farlo serpbrare solido. Così concludiamo che l'ego non esiste. Ma tuttavia abbiamo nuovamente formulato un sottile concetto, quello dell'assenza di ego. C'è ancora un osservatore che constata l'assenza di ego, un osservatore che si identifica con essa per mantenere la sua esistenza. Il secondo stadio consiste nello scorgere chiaramente questo sottile concetto e nel lasciar cadere l'osservatore. Così la vera assenza di ego e l'assenza del concetto dell'assenza di ego. Nel primo stadio c'è il senso di qualcuno che percepisce l'assenza di ego. Nel secondo, non esiste piu nemmeno colui che percepisce. Nel primo, percepiamo che non c'è un'entità fissa perché tutto e relativo a qualcos'altro. Nel secondo, c'è la comprensione che la nozione di relatività ha bisogno di un osservatore che la percepisca, che la confermi, il che introduce un'altra nozione relativa, colui che osserva e cio che è osservato.
Dire che l'assenza di ego esiste perché le cose cambiano costantemente non basta, dato che ancora ci aggrappiamo al cambiamento come a qualcosa di solido. L'assenza di ego non è semplicemente l'idea che, dal momento che esiste la discontinuità, allora non c'e niente a cui aggrapparsi. La vera assenza di ego comporta anche la non esistenza della discontinuità. Non possiamo nemmeno attaccarci all'idea della discontinuità. Di fatto la discontinuità non opera realmente. La nostra percezione della discontinuità è il prodotto dell'insicurezza; è un concetto. E altrettanto vale per qualsiasi idea di un'unita al di la o all'interno dei fenomeni.
L'idea dell'assenza di ego è stata spesso usata per coprire le realtà della nascita, della sofferenza e della morte. Il problema è che, una volta che abbiamo una nozione dell'assenza di ego e una nozione del dolore, della nascita e della morte, allora possiamo facilmente consolarci e gíustifrcarci, dicendo che il dolore non esiste perché non c'è un ego che ne abbia esperienza, che la nascita e la morte non esistono, perché non c'e nessuno che li possa sperimentare. Questa e un'evasione a buon mercato. La filosofia di shunyata e stata spesso distorta presentando l'idea che "non c'è nessuno che soffre, e allora di che ti preoccupi? Se soffri deve essere una tua illusione". Questa e una mera opinione, e una speculazione. Noi possiamo leggerla, pensarci sopra, ma quando veramente soffriamo possiamo rimanere indifferenti? Naturalmente no; la sofferenza è piu forte delle nostre trascurabili opinioni. La vera comprensione dell'assenza di ego va al di la dell'opinione. L'assenza della nozione di assenza di ego ci consente di sperimentare pienamente il dolore, la nascita e la morte, perché allora non ci sono sovrastrutture filosofiche.
L'idea e che dobbiamo lasciar cadere tutti i punti di riferimento, tutte le concezioni di ciò che è e di ciò che dovrebbe essere. Allora e possibile sperimentare direttamente l'unicita e la vividezza dei fenomeni. C'e un'enorme disponibilita a sperimentare le cose, a permettere all'esperienza di accadere e passare oltre. Il movimento si produce in un vasto spazio. Qualsiasi cosa accada, sia essa piacere, dolore, nascita o morte, e così via, non è un ostacolo, un'interferenza, ma un'esperienza assaporata pienamente. Dolce o aspra che sia, viene sperimentata completamente, senza sovrastrutture filosofiche o atteggiamenti emotivi che cerchino di farla apparire piacevole o presentabile.
Non siamo mai intrappolati nella vita, perché ci sono continuamente occasioni di essere creativi, situazioni che richiedono improvvisazione. Paradossalmente, vedendo chiaramente e riconoscendo la nostra assenza di ego, potremmo scoprire che la sofferenza contiene beatitudine, l'impermanenza continuità o eternità, e l'assenza di ego la proprietà terrestre della solidità. Ma queste beatitudini, continuità ed esistenza trascendenti non sono basate su fantasie, idee o paure.
Chögyam Trungpa, Il mito della Libertà e la Via della Meditazione, Ubaldini Editore, Roma 1978, pp. 16-22.
Bibliografia consigliata:
Chögyam Trungpa, La pratica della meditazione, Mediterranee, Roma, 1967.
Chögyam Trungpa, Shambala, la via sacra del guerriero, Ubaldini, Roma, 1984.
Chögyam Trungpa, Il mito della libertà, Ubaldini, Roma, 1978.
Chögyam Trungpa, La pazza saggezza, Ubaldini, Roma, 1980.
Chögyam Trungpa, Lineamenti dell'Abhidharma, Ubaldini, Roma, 1980.
Chögyam Trungpa, nato in Tibet, Sperling & Kupfer Editori.




Rispondi Citando
le sue aspettative non si sono avverate (si vede che era megalomane...) e ora scrive un'inno alla sofferenza, all'ispirazione basata sull'insoddisfazione e cavolate simili... ma per favore... si senta lui un granello di sabbia, l'illuminazione è appunto superamento dell'insoddisfazione, è permanere nello stato di Gioia, di Pace, di Appagamento, qualsiasi cosa succeda nella tua vita, rimanere saldi anche nel mezzo di un'uragano... se lui non stà cercando Salvazione o Liberazione (parla di catena aurea) a noi che ce ne frega? che stia a crogiolarsi nella sofferenza, o si impicchi... (con la catena... 

