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  1. #1
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    Delusione, sofferenza, assenza di ego - Chögyam Trungpa

    Delusione

    Fino a quando seguiamo un approccio spirituale che ci promette salvazione, miracoli, liberazione, restiamo incatenati alla "aurea catena della spiritualita". Puo essere una catena bellissima, con gioielli incastonati e raffinate tarsie, ma e sempre una catena. Molti pensano di poterla indossare per bellezza, senza esserne imprigionati, ma si ingannano. Se l'approccio alla spiritualità è basato sull'arricchimento dell'ego, allora è materialismo spirituale, un processo che, piu che creativo, è suicida.
    Tutte le promesse che abbiamo sentito sono pure lusinghe. Ci aspettiamo che l'insegnamento risolva tutti i nostri problemi, ci aspettiamo di venir dotati di strumenti magici per trattare la nostra depressione, l'aggressività, i problemi sessuali. Ma con nostra sorpresa cominciamo ad accorgerci che questo non succede. Che tremenda delusione rendersi conto che dobbiamo lavorare su noi stessi e sulle nostre sofferenze invece di dipendere da un salvatore o dai magici poteri delle tecniche yoga! Che delusione accorgerci che dobbiamo abbandonare le nostre aspettative piuttosto che costruire sulla base dei nostri preconcetti!
    Dobbiamo permettere a noi stessi di sentirci insoddisfatti e delusi, il che significa abbandonare il me, la mia impresa personale. Ci piacerebbe osservare noi stessi mentre otteniamo l'illuminazione, osservare i nostri discepoli che ci celebrano, ci venerano e ci coprono di fiori tra miracoli e sconvolgimenti tellurici e divinità e angeli che cantano, ec-cetera eccetera. Questo non succede mai. Per l'ego il raggiungimento dell'illuminazione e la morte estrema, la morte del sé, la morte del me e del mio, la morte dell'osservatore. E la delusione ultima e definitiva. Seguire il sentiero spirituale è doloroso. E' un ininterrotto atto di smascheramento, è strapparsi dal volto uno strato inesauribile di maschere, una dopo l'altra. E' rivolgersi un insulto dopo l'altro.
    Tale serie di delusioni ci conduce a rinunciare all'ambizione. Cadiamo sempre più in basso finché non tocchiamo il fondo, cioe finché non ci poniamo in rapporto con la fondamentale sanità della terra. Diventiamo il più infimo tra gli infimi, il più piccolo tra i piccoli, un granello di sabbia, perfettamente semplice, senza aspettative. Quando siamo a terra non c'e spazio per sogni o impulsi frivoli. Così alla fine la nostra pratica diventa utilizzabile. Cominciamo a imparare a fare una tazza di té come si deve, a camminare dritti senza inciampare. Tutto il nostro modo di affrontare la vita diventa più semplice e diretto, e ogni insegnamento che ascoltiamo, ogni libro che leggiamo, diviene utilizzabile. Diventa una conferma e un incoraggiamento a operare come un granello di sabbia, come siamo, senza aspettative o sogni.
    Abbiamo udito tante promesse, abbiamo ascoltato tante allettanti descrizioni di località esotiche di ogni genere, abbiamo fatto tanti sogni, ma dal punto di vista di un granello di sabbia tutto ciò conta meno di niente. Siamo giusto un atomo di polvere nel mezzo dell'universo. Nello stesso tempo la nostra posizione è molto spaziosa, bella ed estremamente utilizzabile. In effetti è molto invitante, stimolante. Se sei un granello di sabbia, il resto dell'universo, tutto lo spazio, tutto il posto è tuo, in quanto non ostruisci niente, non sovraffolli niente, non possiedi niente. C'e una straordinaria apertura. Sei l'imperatore dell'universo perché sei un granello di sabbia. Il mondo è molto semplice e nello stesso tempo molto nobile e aperto, perché la tua ispirazione è basata sull'insoddisfazione, che è scevra delle ambizioni dell'ego.


    Sofferenza

    Cominciamo il nostro viaggio spirituale facendo domande, mettendo in dubbio i nostri inganni. C'è una continua incertezza su cosa è reale e cosa non lo è, su cosa è la felicità e cosa l'infelicita. Questo lo sperimentiamo anno per anno, momento per momento, man mano che la nostra vita si svolge. Continuiamo a porci nuove domande che col passare del tempo imputridiscono e cominciano a marcire. Si trasformano in dolore. Il dolore cresce via via che le domande si fanno piu solide e le risposte piu evasive. Così, mentre invecchiamo, in un modo o in un altro cominciamo a chiederci: "Qual e il significato della vita?". Si potrebbe dire: "Cos'è che non è il significato della vita? Tutto è vita". Ma è troppo ingegnoso, troppo intelligente, e la domanda resta lì. Potremmo dire che il significato della vita è esistere. Ma ancora: esistere per cosa? Cosa cerchiamo di raggiungere portando avanti le nostre vite? Qualcuno dice che lo scopo della vita è indirizzare i nostri sforzi e le nostre energie verso scopi superiori: stabilire delle comunicazioni terra-luna, diventare illuminato, diventare un grande professore, un grande scienziato, un grande mistico, migliorare il mondo, combattere l'inquinamento terrestre. Forse questo è il significato della vita: dobbiamo lavorare sodo e raggiungere qualcosa. Dobbiamo scoprire la saggezza e dividerla con gli altri. Oppure creare un migliore ordine politico, rinforzando la democrazia così che' tutti gli uomini siano uguali e godano del diritto di fare quello che vogliono entro i limiti della reciproca responsabilità. Forse dobbiamo elevare al massimo il nostro livello di civiltà così che il mondo diventi un posto fantastico, una sede di saggezza, di illuminazione, di cultura e dei piu alti sviluppi tecnologici. Dovrebbe essere pieno di cibo, di comode case e di compagnia piacevole. Dovremmo diventare raffinati, ricchi e felici, senza litigi, guerre o povertà, con intelletti straordinari e potenti che conoscono tutte le risposte, capaci di spiegare scientificamente la nascita delle meduse e il funzionamento del cosmo.
    Sia ben chiaro che non sto affatto cercando di mettere in ridicolo questa mentalità; solo dico: abbiamo considerato l'importanza della morte? La controparte della vita e la morte. Ne abbiamo tenuto conto? Il messaggio della morte è doloroso. Se domandassi a tuo figlio quindicenne di scrivere il suo testamento la gente lo riterrebbe completamente assurdo. Nessuno farebbe una cosa simile. Ci rifiutiamo di riconoscere la morte, ma i nostri ideali più alti, le nostre speculazioni sul significato della vita, le più alte forme di civiltà servono tutte a ben poco se non considerano il processo della nascita, della sofferenza e della morte. In ogni istante c'e nascita, sofferenza e morte. Nascita è l'aprirsi a una nuova situazione. Immediatamente' dopo la nascita, c'e un senso di sollievo, di freschezza, come guardando l'alba al mattino presto. Gli uccelli cominciano a svegliarsi e a cantare, l'aria e fresca, noi cominciamo a vedere le forme indistinte degli alberi e delle montagne. Come sorge il sole, il mondo diventa piu chiaro e definito. Vediamo il sole diventare sempre più rosso e alla fine trasformarsi in una luce bianca, il sole splendente. Lo spettatore preferirebbe aggrapparsi all'aurora e all'alba, impedire al sole di sorgere completamente, attaccarsi alla raggiante promessa. Preferirebbe, ma non puoò Non ci è mai riuscito nessuno. Lottiamo per mantenere la nuova situazione, ma alla fine non possiamo attaccarci a niente e viene la morte. Quando moriamo, c'e una lacuna tra la morte e la successiva nascita; ma è una lacuna piena di un chiacchierio subconscio, di domande sul da farsi, durante la quale ci allacciamo a una nuova situazione e rinasciamo. Questo processo noi lo ripetiamo continuamente, senza sosta.
    Da questo punto di vista, quando partorisci un bambino, se volessi davvero attaccarti alla vita non dovresti tagliargli il cordone ombelicale appena nato. Ma devi farlo. La nascita e un'espressione del fatto che madre e bambino sono separati. O tu vedrai morire tuo figlio, o tuo figlio vedra morire te. Forse è un modo molto cupo di guardare la vita, ma è la realtà. Ogni nostro movimento è un'espressione di nascita, sofferenza e morte.
    Nella tradizione buddhista ci sono tre categorie di sofferenza o dolore: il dolore che tutto pervade, il dolore dell'intermittenza e il dolore del dolore. Il dolore che tutto pervade è il dolore generale del-l'insoddisfazione, della separazione e della solitudine. Siamo soli, isolati, non possiamo rigenerare il nostro cordone ombelicale; neanche possiamo ricominciare tutto: la nascita ormai è irreversibilmente avvenuta. Così il dolore è inevitabile fino a quando c'è la presenza della discontinuità e dell'insicurezza.
    Il dolore che tutto pervade è una frustrazione generale che deriva dall'aggressività. Che tu sia cortese o no, che sia apparentemente felice o infelice, e irrilevante. Finché cerchiamo di aggrapparci alla nostra esistenza restiamo un fascio di muscoli tesi a proteggere noi stessi. Ciò crea disagio. Tendiamo a sentire la nostra esistenza un po' scomoda. Anche se siamo autosufficienti e abbiamo abbondanza di danaro, cibo, asilo e compagnia, ancora c'è qualcosa nel nostro essere che non è completo. C'è qualcosa che emerge, da cui costantemente dobbiamo nasconderci e difenderci. Dobbiamo stare attenti a non fare errori, ma non sappiamo dove sbaglieremo. C'e come un'intesa generale che c'è qualcosa che dobbiamo tenere segreto, qualcosa che non dobbiamo assolutamente sbagliare, qualcosa di innominabile. Non è logico, ma c'è come una specie di minaccia aleggiante.
    Così fondamentalmente, per felici che si sia, restiamo comunque guardinghi e collerici. Non vogliamo assolutamente scoprirci, incontrare quel qualcosa, qualunque cosa esso sia. Naturalmente possiamo tentare di razionalizzare questa sensazione dicendo: "Non ho dormito abbastanza stanotte, così oggi mi sento strano; non voglio fare lavori difficili, potrei commettere degli errori". Ma sono giustificazioni fallaci. La preoccupazione di poter sbagliare rivela in noi la collera e lo sforzo di nascondere. Siamo arrabbiati verso quegli innominabili aspetti privati che non vogliamo siano scoperti. "Se solo potessi sbarazzarmene, allora davvero mi sentirei piu leggero, mi sentirei libero".
    Questo dolore fondamentale prende innumerevoli forme: dolore di perdere un amico, dolore di dover aggredire un nemico, dolore di fare i soldi, dolore di volere delle credenziali, dolore di lavare i piatti, dolore del dovere, dolore di sentire che qualcuno ti osserva dietro le spalle, dolore di sentirci incapaci o falliti, dolore dei rapporti di ogni genere.
    Oltre al dolore che tutto pervade c'e il dolore dell'intermittenza, che è accorgersi di star portando un fardello. Ci sono dei momenti in cui ti senti libero e cominci a pensare che il fardello sia scomparso, che non devi piu continuare a occuparti di te stesso. Ma l'ininterrotto senso di avvicendamento tra il dolore e la sua assenza, tra la salute e la malattia, e di per sé doloroso. Riprendere su di sé il fardello e molto doloroso.
    Infine c'e il terzo tipo, il dolore del dolore. Sei già insicuro, incerto sul tuo territorio. Come se non bastasse, ti preoccupi delle tue condizioni, e sviluppi un'ulcera. Mentre corri dal dottore per curare l'ulcera ti fai male a un piede. Opporsi al dolore porta solo ad accrescerlo. I tre tipi di dolore si alternano rapidamente nella vita e la riempiono. All'inizio senti il dolore fondamentale, poi il dolore dell'intermittenza (dal dolore alla sua assenza e poi ancora al dolore), poi viene il dolore del dolore, il dolore di tutte quelle situazioni della vita che non vuoi.
    Decidi di prenderti una vacanza a Parigi, confidando di divertirti, ma qualcosa va male. L'amico francese che volevi rivedere ha avuto un incidente. E' all'ospedale e la sua famiglia è sconvolta, non puo darti l'ospitalità che ti aspettavi. Devi stare in albergo, cosa che non puoi permetterti, e i tuoi soldi stanno per finire. Decidi di comprare valuta al mercato nero e vieni truffato. Quello che credevi un carissimo amico, che ha avuto, un incidente ed è all'ospedale, comincia a guardarti come una seccatura. Vuoi tornare a casa ma non puoi. I voli sono tutti annullati per il maltempo. Sei proprio disperato. Ogni ora, ogni secondo e importante. Passeggi su e giù per l'aeroporto col vi-sto che sta per scadere. Devi uscire dal paese al piu presto, e spiegarlo ai funzionari e molto difficile perché non parli francese.
    Sono situazioni che accadono continuamente. Ci diamo sempre piu daffare per sbarazzarci del nostro dolore, e così ce ne procuriamo degli altri. Il dolore è molto vero. Non possiamo fingere di essere tutti felici e sicuri. Il dolore è il nostro compagno costante. Senza sosta: il dolore che tutto pervade, poi il dolore dell'intermittenza, poi il dolore del dolore. Se andiamo alla ricerca dell'eternità o della felicità o della sicurezza, allora l'esperienza della vita è un'esperienza di dolore, duhkha, sofferenza.


    Assenza di ego

    Lo sforzo di assicurarci la felicità, di mantenerci in rapporto con qualcos'altro, è il processo dell'ego. Ma questo sforzo è vano perché ci sono continue lacune nel nostro mondo apparentemente solido, continui cicli di morte e rinascita, costanti cambiamenti. Il senso di continuità e di solidità di se stessi è un'illusione. In realta, non c'è nessun ego, anima o atman. E' una successione di confusioni che crea l'ego. Il processo chiamato ego, in effetti, consiste in un palpito di confusione, un palpito d'aggressivita, un palpito di attaccamento, ciascuno dei quali ha solo un'esistenza istantanea. Dato che noi non possiamo afferrare l'istante presente, non possiamo neppure afferrare il me e il mio e attribuirgli una consistenza.
    L'esperienza di sé in rapporto con le altre cose è in effetti una discriminazione istantanea, un pensiero fugace. Se generiamo questi pensieri fugaci abbastanza velocemente, possiamo creare l'illusione della continuità e della solidità. E' come guardare un film, i singoli fotogrammi sono proiettati così velocemente da provocare l'illusione della continuità del movimento. Così noi costruiamo l'idea, il preconcetto che il sé e l'altro sono solidi e continui. Una volta che abbiamo questa idea, manipoliamo i nostri pensieri per confermarla e abbiamo paura di ogni prova che possa smentirla. E' questa paura di scoprirci, questo diniego dell'impermanenza che ci imprigiona. E solo attraverso il ri-conoscimento dell'impermanenza c'e la possibilita di morire, lo spazio per rinascere e l'opportunità di apprezzare la vita come un processo creativo.
    Ci sono due stadi nella comprensione dell'assenza di ego. Nel primo stadio percepiamo che l'ego non esiste come un'entita solida, che e impermanente, che è soggetto a un continuo cambiamento, che erano i nostri concetti a farlo serpbrare solido. Così concludiamo che l'ego non esiste. Ma tuttavia abbiamo nuovamente formulato un sottile concetto, quello dell'assenza di ego. C'è ancora un osservatore che constata l'assenza di ego, un osservatore che si identifica con essa per mantenere la sua esistenza. Il secondo stadio consiste nello scorgere chiaramente questo sottile concetto e nel lasciar cadere l'osservatore. Così la vera assenza di ego e l'assenza del concetto dell'assenza di ego. Nel primo stadio c'è il senso di qualcuno che percepisce l'assenza di ego. Nel secondo, non esiste piu nemmeno colui che percepisce. Nel primo, percepiamo che non c'è un'entità fissa perché tutto e relativo a qualcos'altro. Nel secondo, c'è la comprensione che la nozione di relatività ha bisogno di un osservatore che la percepisca, che la confermi, il che introduce un'altra nozione relativa, colui che osserva e cio che è osservato.
    Dire che l'assenza di ego esiste perché le cose cambiano costantemente non basta, dato che ancora ci aggrappiamo al cambiamento come a qualcosa di solido. L'assenza di ego non è semplicemente l'idea che, dal momento che esiste la discontinuità, allora non c'e niente a cui aggrapparsi. La vera assenza di ego comporta anche la non esistenza della discontinuità. Non possiamo nemmeno attaccarci all'idea della discontinuità. Di fatto la discontinuità non opera realmente. La nostra percezione della discontinuità è il prodotto dell'insicurezza; è un concetto. E altrettanto vale per qualsiasi idea di un'unita al di la o all'interno dei fenomeni.
    L'idea dell'assenza di ego è stata spesso usata per coprire le realtà della nascita, della sofferenza e della morte. Il problema è che, una volta che abbiamo una nozione dell'assenza di ego e una nozione del dolore, della nascita e della morte, allora possiamo facilmente consolarci e gíustifrcarci, dicendo che il dolore non esiste perché non c'è un ego che ne abbia esperienza, che la nascita e la morte non esistono, perché non c'e nessuno che li possa sperimentare. Questa e un'evasione a buon mercato. La filosofia di shunyata e stata spesso distorta presentando l'idea che "non c'è nessuno che soffre, e allora di che ti preoccupi? Se soffri deve essere una tua illusione". Questa e una mera opinione, e una speculazione. Noi possiamo leggerla, pensarci sopra, ma quando veramente soffriamo possiamo rimanere indifferenti? Naturalmente no; la sofferenza è piu forte delle nostre trascurabili opinioni. La vera comprensione dell'assenza di ego va al di la dell'opinione. L'assenza della nozione di assenza di ego ci consente di sperimentare pienamente il dolore, la nascita e la morte, perché allora non ci sono sovrastrutture filosofiche.
    L'idea e che dobbiamo lasciar cadere tutti i punti di riferimento, tutte le concezioni di ciò che è e di ciò che dovrebbe essere. Allora e possibile sperimentare direttamente l'unicita e la vividezza dei fenomeni. C'e un'enorme disponibilita a sperimentare le cose, a permettere all'esperienza di accadere e passare oltre. Il movimento si produce in un vasto spazio. Qualsiasi cosa accada, sia essa piacere, dolore, nascita o morte, e così via, non è un ostacolo, un'interferenza, ma un'esperienza assaporata pienamente. Dolce o aspra che sia, viene sperimentata completamente, senza sovrastrutture filosofiche o atteggiamenti emotivi che cerchino di farla apparire piacevole o presentabile.
    Non siamo mai intrappolati nella vita, perché ci sono continuamente occasioni di essere creativi, situazioni che richiedono improvvisazione. Paradossalmente, vedendo chiaramente e riconoscendo la nostra assenza di ego, potremmo scoprire che la sofferenza contiene beatitudine, l'impermanenza continuità o eternità, e l'assenza di ego la proprietà terrestre della solidità. Ma queste beatitudini, continuità ed esistenza trascendenti non sono basate su fantasie, idee o paure.

    Chögyam Trungpa, Il mito della Libertà e la Via della Meditazione, Ubaldini Editore, Roma 1978, pp. 16-22.




    Bibliografia consigliata:

    Chögyam Trungpa, La pratica della meditazione, Mediterranee, Roma, 1967.
    Chögyam Trungpa, Shambala, la via sacra del guerriero, Ubaldini, Roma, 1984.
    Chögyam Trungpa, Il mito della libertà, Ubaldini, Roma, 1978.
    Chögyam Trungpa, La pazza saggezza, Ubaldini, Roma, 1980.
    Chögyam Trungpa, Lineamenti dell'Abhidharma, Ubaldini, Roma, 1980.
    Chögyam Trungpa, nato in Tibet, Sperling & Kupfer Editori.

  2. #2
    Vittima del kali yuga
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    mille grazie: ne ho letto, per ora, solo poche righe, ma mi appare ottimo e, sopratutto, perfettamente capitante a fagiuolo

  3. #3
    Antiokos
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    Bel manifesto del Nichilismo non c'è che dire... il nostro bel guru è andato in depressione... le sue aspettative non si sono avverate (si vede che era megalomane...) e ora scrive un'inno alla sofferenza, all'ispirazione basata sull'insoddisfazione e cavolate simili... ma per favore... si senta lui un granello di sabbia, l'illuminazione è appunto superamento dell'insoddisfazione, è permanere nello stato di Gioia, di Pace, di Appagamento, qualsiasi cosa succeda nella tua vita, rimanere saldi anche nel mezzo di un'uragano... se lui non stà cercando Salvazione o Liberazione (parla di catena aurea) a noi che ce ne frega? che stia a crogiolarsi nella sofferenza, o si impicchi... (con la catena... )... sti indiani tutti a fare i guru... ma pure loro sono nel Kali Yuga, gliel'hanno detto? sarà che ho avuto certe esperienze con Brahmani teste di c***o! ma più passa il tempo più sto diventando allergico ai guru e ad un certo tipo di induismo...

    Saluti

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da Antiokos Visualizza Messaggio
    Bel manifesto del Nichilismo non c'è che dire... il nostro bel guru è andato in depressione... le sue aspettative non si sono avverate (si vede che era megalomane...) e ora scrive un'inno alla sofferenza, all'ispirazione basata sull'insoddisfazione e cavolate simili... ma per favore... si senta lui un granello di sabbia, l'illuminazione è appunto superamento dell'insoddisfazione, è permanere nello stato di Gioia, di Pace, di Appagamento, qualsiasi cosa succeda nella tua vita, rimanere saldi anche nel mezzo di un'uragano... se lui non stà cercando Salvazione o Liberazione (parla di catena aurea) a noi che ce ne frega? che stia a crogiolarsi nella sofferenza, o si impicchi... (con la catena... )... sti indiani tutti a fare i guru... ma pure loro sono nel Kali Yuga, gliel'hanno detto? sarà che ho avuto certe esperienze con Brahmani teste di c***o! ma più passa il tempo più sto diventando allergico ai guru e ad un certo tipo di induismo...

    Saluti


    Antiokos caro,
    mi duole donarti sì trista notizia, ma colui che, tanto improvvidamente, scambi per un "guru" induista et indostano è (era: 1939-1987), ahimè et bensì, un lama, un Rimpoche per la precisione -ci troviamo quindi nell'ambito inerente la tradizione del tulku -, appartenente ad un antico lignaggio tibetano, abate del monastero di Surmang et cetera et cetera.... (segue biografia dettagliata, per quanto del controverso personaggio poco mi cali...) Ed il testo, che tutto contiene meno che l'oscuro germe del nichilismo, espone in maniera colloquiale (si tratta infatti dello stralcio di un discorso pubblico) alcuni concetti base del pensiero buddhista (altro che induismo...) quali quelli inerenti le dinamiche inerenti dukkha, tanha (trsna) e dhamma (dharma), oltretutto di semplice individuazione e che, immagino, chiunque possieda anche solo minima infarinatura in tal senso, non farà fatica a riconoscere.
    Ti dirò, inoltre, che ciò che mi ha spinta a postare qui tale scritto invece di proporre (cosa che non farò mai) lo stralcio di uno degli innumerevoli testi ortodossi sui quali mi rotolo furiosamente tutti i giorni - e che ognuno, se interessato, può agevolmente procurarsi da sè non essendo per altro atti ad essere spezzettati per essere divulgati su un forum - è proprio la peculiare forma discorsiva che lo contraddistingue e che, credo (o credevo) lo rende di facile fruizione, e atto a chi, immagino, incarni la figura del frequentatore medio di un forum (fantasmatica figura partorita dalla mia multicolore fantasia). Ma può essere io mi sbagli, come spesso accade del resto.

    Buona giornata, ed altrettanto buona, ed attenta, lettura e rilettura...

    Rimpoche: http://www.italiatibet.org/history/d.../3rimpoche.htm

    La vita di Chögyam Trungpa Rinpoche: http://lucca.shambhala-europe.org/index.php?id=2411


    La vita di Chögyam Trungpa Rinpoche

    Il Vidyadhara Chögyam Trungpa Rinpoche (1939-1987) era l’undicesimo discendente nella linea dei Trungpa tülku, importanti maestri del lignaggio Kagyü, una delle quattro scuole principali del Buddismo tibetano, rinomata per la sua grande enfasi posta sulla pratica della meditazione. Oltre ad essere una figura centrale all’interno del lignaggio Kagyü, Chögyam Trungpa era anche stato educato nella tradizione Nyingma, la più antica delle quattro scuole. Inoltre aderiva al movimento ecumenico Ri-me (non settario), che all’interno del buddismo tibetano aspirava a riunire e rendere disponibili tutti i preziosi insegnamenti delle varie scuole, senza rivalità settarie. Nel corso della sua vita sempre cercò di diffondere gli insegnamenti che aveva ricevuto ad un pubblico il più vasto possibile.
    Intronizzato come abate dei monasteri di Surmang, nel Tibet orientale, Chögyam Trungpa fu costretto a fuggire dal suo paese nel 1959, all’età di vent’anni. Miracolosamente sfuggito agli invasori cinesi, con un piccolo gruppo di monaci, portò a termine una pericolosa traversata dell’Himalaya a cavallo e a piedi, per giungere poi in India. Dal 1959 al 1963, su nomina da parte di Sua Santità il Dalai Lama, Chögyam Trungpa svolse la funzione di consigliere per la Young Lamas Home School a Dalhousie, in India.
    Gli studi in Inghilterra
    Nel 1963 Chögyam Trungpa giunse in Inghilterra per studiare religione comparata, filosofia ed arte con una borsa di studio della Spaulding Fellowship per l’università di Oxford. In questo periodo studiò pure l’arte dell’arrangiamento floreale giapponese e ricevette un diploma di istruttore della scuola Sogetsu. Nel 1967 si spostò in Scozia dove fondò il centro di meditazione Samye Ling, il primo centro di pratica del Buddismo tibetano in Occidente. Poco più tardi un certo numero di esperienze, tra cui un incidente automobilistico che lo lasciò parzialmente paralizzato sul lato sinistro, condussero Chögyam Trungpa alla decisione di abbandonare i suoi voti monastici e di operare come maestro laico. Nel 1969 pubblicò “La pratica della meditazione” (titolo originale “Meditation in action”), il primo di una serie di quattordici libri editi nel corso della sua vita. L’anno seguente rappresentò un’altra svolta nella vita di Trungpa, con il matrimonio con Diana Pybus e lo spostamento negli Stati Uniti, dove fondò a Barnet, nel Vermont, il suo primo centro di meditazione in Nord America, chiamato Tail of the Tiger (Coda della Tigre), ora noto come Karmê-Chöling).
    L’arrivo negli Stati Uniti
    Gli antichi insegnamenti e le istruzioni pratiche che Chögyam Trungpa aveva portato con sé, trovarono un pubblico entusiasta nell’America degli anni ‘70, un decennio nel corso del quale viaggiò quasi costantemente in tutto il Nord America, pubblicò sei libri, stabilì tre principali centri di pratica, numerosi centri cittadini ed un’università contemplativa (Naropa University). Divenne sempre più conosciuto per la sua capacità di presentare l’essenza dei più alti insegnamenti buddisti in una forma facilmente comprensibile per gli studenti occidentali.
    Durante questo periodo Chögyam Trungpa diresse tredici seminari di Vajradhatu, programmi residenziali della durata di tre mesi in cui presentò l’esteso corpo degli insegnamenti buddisti in un’atmosfera di pratica intensiva della meditazione. Tali seminari assolvevano l’importante funzione dell’allenare gli studenti a divenire loro stessi insegnanti. Chögyam Trungpa inoltre invitò altri maestri, inclusa Sua Santità il sedicesimo Gyalwang Karmapa, capo del lignaggio Kagyü, a venire in occidente per offrire gli insegnamenti.

    L’organizzazione Vajradhatu
    Sempre in questo periodo Chögyam Trungpa fondò Vajradhatu (con sede a Boulder, in Colorado), l’organizzazione mantello per i vari centri che sorgevano in tutto il mondo sotto la sua direzione. Nel 1976 nominò Thomas Rich come suo Reggente Vajra, una posizione tradizionale che conferisce a qualcuno la responsabilità del portare avanti l’eredità di insegnamenti lasciata da un maestro. Il Reggente Vajra Ösel Tendzin fu il primo occidentale ad essere riconosciuto come detentore del lignaggio nella tradizione Kagyü.
    Il nucleo dell’organizzazione Vajradhatu che Chögyam Trungpa aveva fondato era costituito dall’istruzione nella pratica della meditazione e dai programmi di insegnamento offerti nei più di cento centri sparsi nel mondo e nei centri contemplativi rurali di pratica, dove si tenevano programmi intensivi di meditazione e studio. In questi vari centri, che formavano una rete alquanto informale, gli studenti erano introdotti alla possibilità di integrare la pratica della meditazione con la vita quotidiana. A dipendenza dei loro interessi e motivazioni, gli studenti si davano a varie attività contemplative, dalla meditazione tradizionale, agli arrangiamenti floreali, alla danza, che ora fanno parte dell’organizzazione Shambhala.

    Fin dall’inizio della sua permanenza in America, Chögyam Trungpa incoraggiò appassionatamente i suoi studenti ad integrare l’approccio contemplativo in tutte le loro attività. Oltre a rendere disponibili alla comunità tutta una serie di pratiche contemplative, lavorò personalmente con numerosi gruppi del sangha, sviluppando insegnamenti specializzati in come applicare l’approccio meditativo a varie discipline.

    L’arte nella vita quotidiana
    Le attività abbracciate dalla sua visione includevano il tiro con l’arco giapponese, la calligrafia, l’arrangiamento floreale, la cerimonia del té, la danza, il teatro, il cinema, l’arte dharmica, la poesia, la salute, la psicoterapia ed altro ancora. Piantando i semi per tali attività, Chögyam Trungpa cercò, come egli stesso disse, di portare l’arte nella vita quotidiana. Nel 1974 creò la Fondazione Nalanda, un’organizzazione mantello per tutte queste attività.
    Gli insegnamenti Shambhala
    Alla fine degli anni ‘70, Chögyam Trungpa espresse il desiderio di presentare una più formale pratica contemplativa per coloro che non fossero necessariamente stati interessati nello studio del Buddismo. Per il bene di persone con diverse affiliazioni religiose o spirituali, sviluppò un programma di meditazione secolare chiamato Shambhala training, dal nome del leggendario regno illuminato, che attrasse centinaia di studenti. Da allora e fino alla metà degli anni ‘80, mentre continuavano i tour di insegnamento, i seminari di Vajradhatu e la pubblicazione di libri, a cui si aggiunse la fondazione di un monastero a Cape Breton in Nuova Scozia (Canada), Trungpa si rivolse in maniera crescente alla propagazione di insegnamenti che andassero oltre il canone buddista.


    Nel 1986, con il desiderio di porre il centro della sua organizzazione in un’atmosfera meno aggressiva e materialistica, Chögyam Trungpa si spostò in Nuova Scozia, in Canada, dove centinaia dei suoi studenti si erano già installati.
    Questo si dimostrò essere l’ultimo dei numerosi spostamenti. Non molto più tardi, nell’aprile del 1987, la vita di Chögyam Trungpa giunse a termine. Il suo funerale, segnato da un’elaborata cerimonia della durata di un giorno, attrasse più di 3000 persone nella terra del Vermont, dove aveva stabilito il suo primo punto d’appoggio in Occidente. Qualche anno dopo anche il Reggente Vajra é deceduto. Durante il periodo che seguì tali decessi, la comunità si rivolse ad uno dei più riveriti maestri di Chögyam Trungpa, l’unico ancora in vita, Dilgo Khyentse Rinpoche, allora capo supremo del lignaggio Nyingma.


    Nel 1990, su richiesta di Khyentse Rinpoche, il primogenito di Trungpa Rinpoche, il Sawang Ösel Rangdröl Mukpo (ora noto come Sakyong Mipham Rinpoche, come indicato più sotto) tornò da un periodo di pratica e studio con Dilgo Khyentse in Nepal, per guidare la comunità e proseguire il lavoro che suo padre, Chögyam Trungpa, aveva cominciato. Poiché il lignaggio shambhala é tramandato da padre in figlio, Chögyam Trungpa aveva educato il suo primo genito ad assumere tale ruolo fin dall’infanzia. La prima importante direttiva del Sawang fu quella di porre le varie attività degli studenti di suo padre sotto l’ombrello di Shambhala International e di dichiarare ogni centro al mondo un centro Shambhala, che offrisse meditazione secolare, allenamento spirituale ed attività culturali sotto un solo tetto.
    Con questo in mente, la comunità shambhala, sotto la guida del Sawang, continuò ad esplorare modi per rendere più conosciuto il valore di ciò che ha da offrire. Ad esempio la rivista Shambhala Sun divenne disponibile in migliaia di edicole e fu riconosciuta internazionalmente per le sue intuizioni nei confronti della società contemporanea e per la sua grafica accattivante. Si ebbe pure un’espansione geografica con la creazione di un grande centro rurale presso Limoges, in Francia.

    Nel maggio 1995, con l’organizzazione nel suo venticinquesimo anno, con i centri shambhala in piena espansione e con una comunità in Nuova Scozia ormai ben stabilita, il Sawang é stato formalmente intronizzato come Sakyong, leader sia degli aspetti secolari che spirituali di Shambhala. Con l’intronizzazione il Sakyong é anche stato riconosciuto come Mipham Rinpoche, discendete del riverito maestro e studioso tibetano del XIX secolo. La cerimonia segnò un’importante pietra miliare nella storia di Shambhala International, con il riconoscimento del ruolo di Sakyong Mipham Rinpoche nel portare avanti ciò che suo padre aveva previsto quando aveva messo piede su suolo americano vent’anni prima.

  5. #5
    Antiokos
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    Cara Ygg io ho giudicato quello che ho letto, il fatto che io non conosca vita, morte, e "miracoli" (aborriti da costui tra l'altro... ) del personaggio in questione non pregiudica il fatto che io possa esprimere un parere su ciò che leggo... inoltre riguardo al suo pensiero: "oltretutto di semplice individuazione e che, immagino, chiunque possieda anche solo minima infarinatura in tal senso, non farà fatica a riconoscere." che io abbia scambiato un buddhista per un induista non penso che sia un peccato mortale... visto che sfido a contestare che quanto scritto nello stralcio, senza una minima presentazione del personaggio tra l'altro, può benissimo essere uscito dalla bocca anche di un guru indiano, magari di orientamento advaita... non è che ho scambiato un mormone per un mussulmano... (). Tra l'altro sapere che è un buddhista fa tornare alcune cose... e ciò mi fa comprendere la mia istintiva repulsione... inoltre il mio goliardicamente bollare come nichilista il buon tibetano è dovuto al fatto che tali cose può scriverle benissimo un depresso cronico... e comunque certi aspetti del buddhismo rasentano il "nichilismo" (tra virgolette)... in effetti potevo accorgermene dal nome che non era hindu, anche se poteva benissimo essere se era un hindu dello stato dell'Uttaranchal...

    Comunque ripeto non conoscere il personaggio, non significa che io non potessi dare un giudizio su quanto ho letto, e non conoscerlo non significa non conoscere il buddhismo, come non significa non averne anche "solo minima infarinatura in tal senso" visto che non ho scambiato dottrine hindu per dottrine buddhiste... visto che si parlava dei temi Delusione, Sofferenza, Assenza di Ego... ora che sò che era buddhista capisco una certa mia repulsione, ma molte cose contenute nell'articolo potevano essere uscite dalla bocca anche di un hindu, il portare su questo terreno la mia critica non è altro che un operazione depistatrice e saccente (come molte volte sei), le critiche rimangono, da Gentile non ho certo bisogno di seguire certe menate sull'"ispirazione basata sull'insoddisfazione", o quasi una esaltazione della sofferenza... altrimenti sarei cristiano...

    Che poi tu l'abbia presa sul personale non mi importa, se hai la coda di paglia non è affar mio... la mia era una critica a ciò che ho letto non a te... inoltre la prossima volta posta prima info su chi è l'autore dello scritto, invece di dare dell'ignorante a chi non conosce un monaco tibetano tal dei tali... (tra l'altro ho sempre detto che io di buddhismo ho una conoscenza che si ferma all'antico, comre per altre cose è l'antico che mi interessa, non moderni guru, lama e maestri vari).

    passo e chiudo...

    (sò che a volte sono irritante per come esprimo certe opinioni, ma dare dell'ignorante a chi ha un'opinione diversa è un'operazione forumistica nota... e di bassa lega... anche perchè ripeto gli argomenti trattati sono temi universali affrontati con un approccio che può essere visto in generale come uno degli atteggiamenti del grande sostrato spirituale indiano... al quale il buddhismo appartiene... o no? )

  6. #6
    Vittima del kali yuga
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    boh, Antiokos, sai che ti stimo, perciò spero che non ti offenda se ti faccio umilmente osservare che, a mio parere, questi tuoi messaggi sono, come dire, un pò... disastrosi, ecco (non riesco momentaneamente a trovare un termine migliore), un pò per l'approssimazione che in una persona così precisa come te stona parecchio, un pò per l'atteggiamento settario (hindù bene, advaita e buddismo male, buddismo nichilista), oltre che per una scelta di termini, giudizi e maniere non confacenti, nè alle tue capacità, nè alla persona a cui ti stai rivolgendo (è una signora, e per di più un'ottima forumista), nè tantomeno per una certa acrimonia.
    Ti meravigli che Ygg si sia un pò seccata? beh, hai dato del pazzo furioso a un lama buddista, e hai disprezzato uno scritto di grande valore, che lei gentilmente ha voluto postare. Scusa, ma questo è un atteggiamento da cristiano, o da giudeo, o da musulmano, non da Gentile.
    Mi scuso ulteriormente per il tono, però quando ho letto questi tuoi messaggi, sono quasi sobblazato per lo stupore: non me li aspettavo da te.



    Ed il testo, che tutto contiene meno che l'oscuro germe del nichilismo: espone in maniera colloquiale (si tratta infatti dello stralcio di un discorso pubblico) alcuni concetti base del pensiero buddhista (altro che induismo...) quali quelli inerenti le dinamiche inerenti dukkha, tanha (trsna) e dhamma (dharma),----------

    ecco, infatti: io di nichilismo non vedo nemmeno l'ombra, anzi! ieri l'ho divorato... spesso la parola nichilismo (cioè nulla-ismo) viene usata a sproposito per bollare qualunque cosa non ci piaccia



  7. #7
    Vittima del kali yuga
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    Ygg, ancora grazie per aver postato questo eccellente testo: si è rivelato ancora migliore e ancora più capitato a proposito di quanto mi era sembrato ieri. L'ho letto tutto e ora leggerò anche quelli che hia postato su wmafarka.




  8. #8
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    Ti ringrazio Stuart, ma non è il caso, poichè quanto sopra si commenta ampiamente da sé. Quindi lascerei cadere un'inutile e surreale polemica.

    Piuttosto, considerato che ne hai trovato giovamento, ti prometto che appena avrò un poco di tempo ti farò avere uno dei testi in formato digitale.

    Buona serata.

    Y

  9. #9
    Antiokos
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    Ciao Stuart, il mio modo di fare a volte è indisponente e lo so bene, e sò anche che non ho argomentato in maniera esauriente le mie critiche; sono in una fase di rifiuto di certi "vittimismi" (diciamo così) a tutti i livelli in questo periodo... e porre certe critiche in un certo modo non aiuta la comprensione di ciò che intendo, perchè si guarda solo al modo un pò troppo sopra le righe... detto questo non ho dato del pazzo a tale maestro buddhista (ho scritto pazzo forse?) ho detto che francamente non trovo affatto ottimo questo scritto (anche se a mente fredda devo dire che alcune cose non sono certo da buttare), però ripeto non trovo in esso qualcosa di oggettivamente positivo... sono in una fase di "scrematura" diciamo così... e in questo periodo sono anche parecchio incazzato per varie cose e questo si riflette nei miei scritti... mi stò indirizzando verso vie più "solari", più fiere diciamo... e certi scritti mi paiono vittimismo semitico... ed io però a volte reagisco in maniera altrettanto semitica...

    Dispiace di non essere in linea col vostro pensiero per me il Buddhismo a volte rasenta il "nichilismo"... in più cos'è non posso dire di non essere d'accordo?:

    "Fino a quando seguiamo un approccio spirituale che ci promette salvazione, miracoli, liberazione, restiamo incatenati alla "aurea catena della spiritualita".

    Non mi interessa il Nirvana buddhista... no grazie

    "Che delusione accorgerci che dobbiamo abbandonare le nostre aspettative piuttosto che costruire sulla base dei nostri preconcetti!
    Dobbiamo permettere a noi stessi di sentirci insoddisfatti e delusi
    "

    Certo, dipende a che livello sei... e dipende da che aspettative hai certo... per il resto noi ci permettiamo anche troppo di sentirci insoddisfatti e delusi... io cerco la Liberazione non crogiolarmi nel dolore, ma crogiolarmi nella Gioia (per fortuna c'è qualcuno che lo dice... un guru che conosco ormai da anni, ma ahimè non sono ancora iniziato...) altro che aurea catena...

    "Ci piacerebbe osservare noi stessi mentre otteniamo l'illuminazione, osservare i nostri discepoli che ci celebrano, ci venerano e ci coprono di fiori tra miracoli e sconvolgimenti tellurici e divinità e angeli che cantano, ec-cetera eccetera"

    Mai avuto velleità di Maestro, nè mai avuto voglia di discepoli che mi coprano di fiori (sai cosa me ne frega...)... stà parlando per se stesso, per lui il discorso è validissimo... ma solo per lui che è un megalomane.
    Riguardo a miracoli e apparizioni di Divinità altri in passato ne hanno avuto esperienza non vedo cosa ci sia di "male", a parte per un buddhista certo... se aveva sogni di megalomania sono affari suoi che però per reazione poi voglia fare passare che la giusta via è quella di sentirsi un granello di sabbia che parli per lui.

    "strapparsi dal volto uno strato inesauribile di maschere, una dopo l'altra"Questo invece è verissimo, concordo.

    "E' rivolgersi un insulto dopo l'altro."

    Se se ne sente il bisogno...

    "Tale serie di delusioni ci conduce a rinunciare all'ambizione. Cadiamo sempre più in basso finché non tocchiamo il fondo"

    A volte toccare il fondo è necessario, concordo.

    "Diventiamo il più infimo tra gli infimi, il più piccolo tra i piccoli, un granello di sabbia".

    Ora andiamoci cauti... un pò di dignità iperborea non guasterebbe...

    "Sei l'imperatore dell'universo perché sei un granello di sabbia"

    Ecco che rispunta la megalomania... siamo divini ma siamo i pedoni della gerarchia divina, non si possono bypassare gli Dèi... noto nel buddhismo sempre questa presunzione di sentirsi autosufficienti, come se le cose dipendessero solo da noi... altre volte noto un certo vittimismo.

    Commenterò il resto piùà avanti, no adesso seriamente a parte la boutade un pò sopra le righe (a volte mi succede) non tutto è da criticare, però alcune cose le trovo un pò estranee a me, anche perchè appunto non mi rifaccio al buddhismo, anche se alcuni aspetti di questo sono sicuramente pregievoli... mai detto comunque che buddhismo e advaita sono male e il resto è stupendo! anzi molto meglio l'Advaita che certi vishnuiti ortodossi quasi monoteisti per atteggiamento, assolutamente nessun anatema, assolutamente ho solo voluto veementemente affermare che noi europei non dovremmo prendere ad esempio forme e maestri diciamo ispirati dall'insoddisfazione o che abbiano tra le loro nobili verità che la vita è sofferenza, mi sembra che è da 2 millenni che abbiamo già in casa chi ce lo ricorda, e il momento di andare oltre.

    Saluti, e mi scuso con Yggdrasil se sono stato indisponente.

  10. #10
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    Dobbiamo riconoscere che, pur recando un messaggio assolutamente veridico (per me molto affascinante), la dottrina buddhista delle origini è troppo asciutta, troppo cruda per noi occidentali. Infatti quello che a noi oggi in occidente viene proposto, è un buddhismo diluito, molto soft.
    In realtà le antiche scuole erano durissime, aristocratiche, chirurgiche nella selezione tra chi poteva aver qualche possibilità, e chi no.
    Smontare l'EGO a singoli pezzi è distruttivo, non è per tutti.
    Per altri vi sono altri percorsi, meno diretti, che potranno avere la loro efficacia.
    Noi donne, poi....per noi, nel buddhismo, non c'è alcuna speranza....
    se non quella di rinascere come uomini, cosa che non mi piacerebbe affatto....
    Che io sia destinata a restare indefinitamente nel samsara?

    P.S. Ciao, Ygg!

 

 
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