Benevento: riuscito il convegno. Ma tra chiaroscuri.
Chiaroscuri mediatici e d'interesse politico sul trentennale dei Campi Hobbit tenutisi al palasport Parente, in Benevento, sabato 9 giugno. Ha organizzato Achille Biele, direttore del giornale Benevento; lo ha coadiuvato Raffaele Bruno, direttore della Voce del Sud. Anarchici e centri sociali avevano spergiurato che non avrebbero fatto parlare i fascisti e avrebbero invece occupato la città. Si spera per loro che la figura patetica che hanno fatto si debba alla concomitante gita a Roma di alcuni elementi per inscenare la finta opposizione a Bush, perché nella città campana i contestatori si sono divisi in tre gruppi composti ciascuno di qualche misera unità pur avendo aderito alla nostalgica rappresentazione d'isteria un po' tutte le sigle stantie, compresi Udeur e Italia dei valori. Molto folta la rappresentanza di forze dell'ordine (polizia e carabinieri) con altri graduati delle varie armi, molte macchine ma ben poche unità d'intervento celere. Quasi che gli ufficiali vivessero l'occasione di una visita annunciata di europarlamentari più come una passerella che come un'emergenza, vista la reale consistenza dei cani abbaianti e incapaci di mordere. Tanto a lungo abbaianti e così incapaci di mordere e persino di mostrare i denti che i convenuti al Palaparente hanno inscenato un lungo e irridente coro da stadio “Dove sono gli antifascisti?”. Il palazzetto era gremito. Quattrocento persone attendevano notizie dai singoli rappresentanti di tutte le schegge di un mondo imploso, singoli rappresentanti che avevano dato la loro contemporanea adesione; un fattore da cui molti (l'illusione è sempre l'ultima a morire) speravano di poter ricavare un qualcosa di positivo per il futuro. Tra i microbig si sono visti solo due segretari di partito, Luca Romagnoli, della Fiamma Tricolore, eurodeputato, e Roberto Fiore di Forza Nuova. La loro presenza è stata molto gradita dagli astanti. Gli altri si sono ammalati improvvisamente o hanno avuto impedimenti familiari. Niente Rauti, che inviava un portavoce, niente eurodeputato Alessandra, illustre per discendenza, che inviava un portavoce, niente Tilgher. Ovvero niente armonia o possibilità di costruzione comune in vista. Eppure più o meno tutti i presenti, sia che parlassero a nome proprio, sia che lo facessero come portavoce del proprio segretario, hanno insistito sulla necessità di essere uniti ed hanno accusato entità non meglio identificate di “volerci divisi perché hanno paura di noi”. La gente si è chiesta perché mai, se davvero pensano questo, abbiano rinunciato a cogliere l'occasione per almeno parlarsi. Forse non sarà che “ci vogliono divisi” sia una formula di comodo impiegata da molti che temono di confrontarsi? Quest'interrogativo restava senza risposta e aleggiava ancora in serata alla chiusura del riuscito convegno.Il convegno, in cosa è riuscito? Sicuramente nell'entusiastica e nutrita partecipazione, poi nella sua globale trasversalità inter-neo-postfascista. Ha fornito l'occasione per una serie di riflessioni che non si sono limitate alla nostalgia dei tempi andati ma a rivendicare la volontà di partecipazione e, in particolare, di comunicazione (Francesco Mancinelli) che si è andata smarrendo. Ha fornito l'occasione per ricordare la figura di Generoso Simeone, l'organizzatore del primo Campo Hobbit che non è stato omaggiato solo dalla figlia Marina ma, ben prima, dall'intera sala in piedi. Ha permesso ad altre voci (Gianluca Iannone) di rimettere in discussione l'immaginario surreale e fantasy e alcune fughe dal reale. Ha permesso a molti (in particolare a Roberto Prozzo) di ricordare che si voleva, allora, farla finita con le nomenclature della partitocrazia ma che oggi sono quelle ad aver vinto e ne subiamo la logica anche nella destra estrema miniaturizzata. Ha permesso ad Alfonso Colarusso, a nome dei Volontari Nazionali, di lanciare un accorato appello al ritorno all'armonia e alla normalità. Una normalità rimpianta anche da Leo Valeriano. L'intervento di Gabriele Adinolfi è riportato in sintesi su questo sito.


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