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Discussione: Ecco i nostri....

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    Predefinito Ecco i nostri....

    ….eroi! Con loro “vinceremo”.

    Fin troppo facile e artefatto il pezzo di propaganda talebana diffuso ieri da Abc News.
    Il mullah che arringa la platea di attentatori suicidi, gli striscioni, le bandierine bianche come il vessillo alzato nei giorni gloriosi della campagna del mullah Omar negli anni Novanta, i bambini a viso scoperto che promettono anche loro di partecipare alle operazioni suicide, le quattro “brigate” destinate a compiere attacchi dentro i confini di Gran Bretagna, Canada, Stati Uniti e Germania.
    In realtà le cose vanno male, e quando le cose vanno male serve propaganda molto migliore del solito.
    Mansoor Dadullah, fratello del ben più famoso mullah Dadullah, leader carismatico dei talebani ucciso il mese scorso, non dice come è morto suo fratello.
    Cercando freneticamente la sua gamba di legno, che un infiltrato nella sua cerchia di presunti fedelissimi gli ha sottratto durante il sonno, in modo che non potesse fuggire per l’ennesima volta davanti all’avanzata degli americani e degli afghani.
    E infatti senza gamba il mullah è finito sotto un lenzuolo rosa nella casa del governatore di Kandahar, un tempo città santa dei talebani, sotto i flash dei fotografi.
    Ai guerriglieri serviva presto un sussulto di public relations, organizzato dal fratello-sostituto Mansoor, che pure fino a tre mesi fa era chiuso nelle carceri di Kabul e che se oggi è di nuovo in libertà è soltanto per le pressioni del governo italiano durante il sequestro del giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo; ma tre suoi compagni talebani, rilasciati come prezzo dello scambio, sono stati uccisi nel giro di cinquanta giorni, segno che la campagna di primavera, se non altro, trova una resistenza solida.
    Domenica scorsa, durante l’attentato suicida all’autobus in cui sono morti 35 istruttori della polizia afghana, un complice ha filmato tutta l’operazione.
    Non si trattava di un bus di civili.
    I talebani sono l’incontro tra i pochi nostalgici del regime cacciato nel 2001 e gli interessi di una narcoinsurrezione nelle province del sud: a loro serve quindi una disperata opera di persuasione e di relazioni pubbliche, non possono attirarsi l’odio della popolazione.
    Forse doveva essere già l’attentato contro il bus il colpo propagandistico a effetto, ma il cameraman è stato arrestato pochi secondi dopo.
    Anche la minaccia di colpire bersagli indifesi e di grande visibilità in casa altrui è un indicatore di malessere: vuol dire che devono coprire le pessime notizie che stanno arrivando dal fronte vero del conflitto, dall’Afghanistan, dove gli elicotteri Nato spazzano via sistematicamente le concentrazioni di guerriglieri.
    E’ uno schema ricorrente della guerra irregolare.
    Il massacro di Beslan è un prodotto delle bande di lupi sopravvissute alle battaglie in Cecenia, che senza più la capacità di attaccare con piena efficacia gli eserciti nemici hanno assaltato un teatro, il Dubrovka di Mosca, e una scuola.
    E i bambini? I bambini sono il nuovo problema dei guerriglieri, anche se loro li mettono al centro dei video.
    Nelle loro intenzioni simboleggiano le forze fresche, pronte a unirsi ai veterani: in realtà l’esercito dei talebani sta perdendo rapidamente tutta la vecchia guardia, temprata nel fuoco della guerra contro l’Armata rossa negli anni Ottanta e non resta loro che arruolare in segmenti sempre più facili da irregimentare e plagiare, come appunto gli adolescenti dei campi profughi tra Pakistan e Afghanistan.
    Oggi i loro ranghi sono pieni di volontari inermi appena usciti dalle madrasse, allevati come polli di batteria, e sono sempre meno i mujaheddin stagionati che sono entrati nella leggenda afghana contro i sovietici – e che mai avrebbero pensato di mandare bambini a morire nella metropolitana di un paese lontano.
    Mansoor Dadullah gira video, ma è appena arrivata la notizia, non ancora confermata, della morte di Jalaluddin Haqqani, capo talebano molto più potente di lui, il solo a poter competere per carisma con Dadullah.
    Il grande comandante sarebbe morto a causa di un’epatite, contratta con una trasfusione di sangue contaminato. Le trasfusioni nelle zone più violente dell’Afghanistan sono a rischio, ma Haqqani non avrebbe potuto fare altrimenti, ferito gravemente l’anno scorso in un bombardamento. Ma di questo, come dei cinque bambini uccisi dai talebani venerdì scorsi nell’attacco a un convoglio Nato, i giornali sono più riluttanti a parlare.

    Daniele Raineri su il Foglio di giovedì

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Crisi dell’Anp? Ecco….

    ….la cura

    Al Fatah non è la risposta” alla crisi dell’Autorità nazionale palestinese, e anzi andrebbe disarmata come Hamas. A sostenerlo è lo storico israeliano Michael Oren, che in un lungo editoriale pubblicato ieri dal Wall Street Journal critica la scelta di Stati Uniti, Israele e Unione europea di puntare – ancora una volta – sulla leadership del presidente Abu Mazen e sul ruolo politico e militare del suo movimento.
    “L’America e i suoi alleati in medio oriente hanno tutti i motivi per essere nel panico – scrive lo storico, ricercatore allo Shalem Center di Gerusalemme – Le bandiere verdi di Hamas sventolano su Gaza e le milizie di al Fatah addestrate dagli Stati Uniti si sono date a una fuga ignominiosa.
    Il timore è che il terrorismo sostenuto dagli iraniani e ospitato dai siriani arrivi in breve tempo a controllare la Cisgiordania e mini la stabilità dei governi filo occidentali di Libano, Giordania, Egitto e Golfo Persico”.
    I timori, dice Oren, sono fondati, ma il rimedio scelto per scongiurare l’avverarsi di questo scenario è profondamente sbagliato.
    Washington, Gerusalemme e Bruxelles in mancanza d’altro, hanno infatti optato per il riconoscimento politico e il finanziamento del governo nominato da Abu Mazen.
    “L’obiettivo – spiega Oren – sarebbe quello di dare ai palestinesi un’alternativa laica e pacifica ad Hamas e di persuadere chi sta a Gaza di tornare all’ovile di Fatah. Ma una politica del genere ignora tutte le lezioni arrivate dal più volte abortito processo di pace e dalla monumentale corruzione e dalla tendenza al jihadismo di al Fatah. In realtà, qualunque edificio istituzionale si tenterà di costruire sulle fondamenta marce dell’Autorità palestinese è destinato a implodere, producendo un solo effetto: aumentare, anziché ridurre, l’influenza di Hamas”.
    Per Oren nemmeno gli aiuti ai palestinesi sono una risposta efficace per uscire dalla crisi. “Dalla sua creazione con i cosiddetti accordi di Oslo nel 1993 – scrive lo storico sul Wsj – l’Autorità palestinese ha ricevuto più aiuti dall’estero di qualunque altra entità nella storia moderna. Più ancora, pro capite, di quelli che percepirono i paesi europei con il Piano Marshall”. Ma questi aiuti, sottolinea lo storico, sono andati per lo più a foraggiare i conti in banca dei leader di al Fatah e in larga parte sono stati da essi utilizzati per stipendiare milizie di vario tipo, fino a fare della Cisgiordania l’area “a più alto rapporto polizia-abitanti del mondo”. Il problema della corruzione, che per Oren è stato alla base del successo elettorale di Hamas nel 2006, non sarebbe però che un aspetto secondario dell’inaffidabilità di Fatah. Perché se il movimento che fu di Yasser Arafat “si riprometteva, in origine, di sostituirsi a Israele dando vita a uno stato laico e democratico in Palestina, dagli anni Novanta l’organizzazione ha deciso di cambiare fisionomia, facendo di sé un movimento islamico e abbracciando il lessico del jihad.
    Centinaia di moschee furono costruite con fondi pubblici e gli imam vennero assunti per diffondere il messaggio del martirio e dell’odio contro cristiani ed ebrei”. I risultati arrivarono nel giro di pochi anni, ricorda lo storico, con “gli incitamenti agli attentatori suicidi [...] che hanno avvelenato un’intera generazione di giovani palestinesi”. Facile capire, sottolinea Oren, come il passo successivo fosse lo sdoganamento di Hamas.
    Anche il presunto ruolo di al Fatah nella lotta al terrorismo è, per Oren, un mito da sfatare:
    “Sebbene Abu Mazen abbia solitamente criticato gli attacchi terroristici come ‘contrari all’interesse nazionale palestinese’, ma non come un affronto alla morale e al diritto internazionale, egli non ha mai sconfessato le Brigate al Aqsa, una costola di Fatah responsabile di alcuni tra i più sanguinosi attacchi contro civili israeliani. Attacchi che servivano in realtà a Fatah per accreditarsi ancora come movimento di resistenza e ad allontanare le accuse di essersi venduto all’America e a Israele. Paradossalmente, c’è un rapporto diretto tra il sostegno che Fatah riceve dall’occidente e il livello di violenza che deve esprimere per provare la propria ‘palestinesità’”.
    Se non è possibile fidarsi di al Fatah, per Oren gli Stati Uniti e i partner del Quartetto non possono far altro che “lavorare alla creazione di un’autorità autonoma palestinese nel West Bank i cui leader possano avere piena libertà nell’amministrazione delle risorse pubbliche così come della sanità e dell’istruzione. [...] La sicurezza, però, dovrebbe essere amministrata congiuntamente da Israele e Giordania [...] con la presenza di quest’ultima a garantire che non si tratterebbe di un ritorno all’occupazione”.

    (al.pat) su il Foglio di giovedì

    saluti

 

 

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