





Malgrado i giudizi che ho espresso su Veltroni, c'è da fare un discorso con la testa della gente. In modo distaccato, da osservatore.
Ha ragione Fini, che pone una questione politica seria, che non è solo interessata: con Veltroni cambia tutto. Berlusconi perde di netto quel poco di slancio che aveva mantenuto fin qui.
Se con Prodi infatti si confrontano due figure commensurabili, per età, stagione politica, rapporto simbiotico, espressione di un vecchiume uguale e contrario, con Veltroni non c'è più partita. Sebbene da quasi vent'anni sulla scena in prima linea, il Lombrico rappresenta, nell'immaginario collettivo, l'incarnazione della novità tanto attesa, del leader navigato ma niente affatto consumato, di una potenzialità latente da mettere finalmente alla prova.
Se ricandida Berlusconi, la destra a confronto dimostra di essere logora, sbiadita, di replicare se stessa, senza reali capacità di rinnovamento. Rischia di andare incontro ad una sconfitta sicura, malgrado lo sbracamento dell'armata brancaleone di questo governo.
Chi c'è dunque, dopo il Cavaliere? L'opzione Fini, a mio giudizio, non è altrettanto forte e condivisa. Anche perché se Veltroni rischia di fare liscio al Nord, Fini andrebbe veramente a farfalle (con la Lega, poi...), e la destra perderebbe l'occasione di marcare stretta la sinistra proprio sul terreno dove questa è più debole.
A differenza della sinistra, la destra ad oggi sembra non avere risorse fresche da mettere in campo. Da un lato infatti, Prodi ha fatto da tappo per troppo tempo a molte nuove leve (Bersani, Letta, Gentiloni, Finocchiaro, per qualche tempo anche Rutelli). Dall'altro invece Berlusconi ha dato spesso l'impressione di colmare un vuoto.
In realtà non è proprio così.
La controffensiva della CdL, in una partita di Risiko seria, dovrebbe arrivare dalla terra lombarda: e Letizia Moratti sembrerebbe proprio la persona giusta. Anche se il vero alter ego di Veltroni, in quanto a nuovismo apparente, è Formigoni (ma non ha speranze).
Dunque credo proprio che, se Berlusconi avesse a cuore le sorti del centrodestra e volesse fare un passo indietro, dovremmo aspettarci, in futuro, una sfida Veltroni-Moratti. A quel punto, davvero una competizione insidiosa.
Ad ogni modo, uscendo dalla testa della gente e rientrando nella mia, c'è un politico della destra che stimo molto per capacità, pur non condividendo un'acca di quello che dice. Un esponente che oggi non ha alcuna chance di entrare in lista di successione, ma che meriterebbe un ruolo di primissimo piano, nel campo conservatore: Alfredo Mantovano.
A proposito, qualcuno sa se si è ripreso dalla grave ustione?


Non sapevo dell'ustione.
Mantovano su di me ha un effetto soporifero.


Ma anche Craxi, De Mita, Andreotti, Forlani e via dicendo avevano effetti soporiferi. Però (a parte l'ultimo citato) avevano qualità politiche ben superiori rispetto ai telegenici e scoppiettanti leader odierni, che gratta gratta si contraddistinguono per mediocrità (salvo rare eccezioni).
Forse Mantovano non è il massimo della vivacità, ma è persona di equilibrio, di onestà intellettuale superiore al livello medio, piuttosto preparato, che ha sempre portato argomentazioni non banali e non meramente partigiane alle proprie tesi.
Se pensiamo ai Bondi, ai Cicchitto, ai Vito, agli Scajola, ai Calderoli, ai Castelli, a Gasparri, La Russa, Urso, Ronchi.... cioè a tutta la carrellata di volti demenziali che vediamo alternarsi quotidianamente nei salotti televisivi, credo che il campo delle scelte si restringa parecchio.


o del cosiddetto "centrosinistra"o come diavolo si chiama,non sta nel direttore d'orchestra ma nell'orchestra stessa,per cui che a dirigerla(si fa per dire)ci sia Prodi o ci sia Veltroni o qualsiasi altra persona,il dato politico di fondo rimane lo stesso.Questo per rimanere alla sostanza, poi se si prende in considerazione solo l'immagine...
Dubito però che quest'ultima da sola,possa modificare le carte in tavola e mi riferisco anche a quelle relative al consenso elettorale.
omar proietti


Hai ragione, Lincoln.
Ma posto che una parte minoritaria dell'opinione pubblica riesce ancora a ragionare, il resto continua a puntare il dito sull'ingovernabilità del sistema, senza capire davvero dove sorge il problema. Così, invece di opporsi al bipolarismo, auspica un suo rafforzamento.
Di fronte a cotanta cieca ottusità, le sistemiche contraddizioni del centrosinistra vengono superate dall'illusione di un leader più giovane e vicino alla gente.
La gente ragiona sempre in modo semplice. Se la questione è più complessa (come in questo caso) non è in grado di far prevalere una chiave di lettura più articolata. Si ferma prima, pretende l'impossibile, punta i piedi. Se ottiene una parvenza di risposta sulle prime si accontenta, se non la ottiene fa la rivoluzione, cavalcando la protesta e ogni possibile cambiamento. Così è successo per Mani Pulite, così per il referendum maggioritario, così per la nascita del Partito Democratico. Tutte fasi di cambiamento che hanno camminato sulle pulsioni di questa gente.
Però la costante di tutte queste tappe, è stata proprio l'incapacità di risolvere davvero i problemi di fondo della governabilità e della qualità di governo. A sinistra, come anche a destra.
La gente, di più non sa fare. E non è colpa sua, non le si può chiedere diversamente.
La colpa piuttosto è della classe politica. E' la classe politica che deve saper offrire le risposte giuste, e che deve saper indirizzare i propri elettori sulle scelte risolutive. E' proprio questo il succo, il grande valore della democrazia rappresentativa, che la mette su un piano potenzialmente superiore rispetto alla democrazia diretta. Ma se i rappresentanti falliscono, come nel caso nostro, si dimostrano assolutamente inadeguati.
La cosa grave, appunto, è proprio questa: che da quindici anni a questa parte, la classe politica non è stata in grado di offrire soluzioni valide, o non ha voluto farlo.
Sarebbe utile e interessante discutere del perché di tutto questo. Approfondire il tema. Ma lo faremo in altra occasione, magari.
Dunque, tornando a noi, l'immagine del leader conta ancora tantissimo per prendere consensi, anche se non sarà risolutiva di nessun problema.
L'unica consolazione è che esiste, forse più robusta di prima, una minoranza di opinione pubblica che è sempre stata in grado di ragionare, e che oggi non si lascia più incantare dalla logica delle ammucchiate. E' a quella minoranza che potrà rivolgersi un progetto fuori dai poli.


Magari, caro Paolo, cotanta cieca ottusità deriva dal fatto che in tutta la storia dei sistemi politici non c'è un solo significativo esempio di passaggio da bipolarismo a multipolarismo con effetti benefici. Non c'è nulla di male a tentare un primo caso nella storia in cui quello che è stato sempre la massima sfiga divenga una grande fortuna, ma tenendo presente che stiamo parlando del futuro di un paese e non di una partita a risiko, la posizione di prudenza di fronte ad un cotanto presbite progetto non la chiamerei cieca ottusità.
D' altra parte il popsinger la cui sagoma ho come avatar cantava:
"and your wise men don't know how it feels to be thick as a brick."
NB per Nando che si incazza se non si traduce "i tuoi saggi non sanno come ci si sente ad essere ottuso come un mattone"


Caro Lucrezio, ogni volta mi riproponi la medesima questione, e io non ti rispondo nel merito. Non lo faccio, lo ammetto, perché dovrei addentrarmi in una faticosa ricerca, con relativa analisi, dei sistemi europei, che magari prima o poi farò, ma che al momento non sono in grado di approfondire.
Ma pur tenendo buone le tue affermazioni, che già mi hai esplicitato altrove, non ti ho risposto anche perché trovo in qualche misura deviante rincorrere sempre i modelli degli altri.
Ogni Paese fa storia a sé. Figuriamoci l'Italia, con quello che ha passato, in tutto l'arco del secolo scorso.
Qualcuno di noi, credo l'amico Giacomo Fedi, ha rilanciato un'argomentazione verissima: il bipolarismo è la preistoria della democrazia. L'hanno adottato gli Stati Uniti, dove tutto è semplificato e la complessità non è di casa. Perché si tratta di un popolo culturalmente giovane, che non si porta dietro il bagaglio di idealità e di differenze che albergano in Europa.
E' un po' come quando metti a confronto il modello urbanistico delle città europee e americane. Queste ultime sono efficienti, strade larghe, organizzate per vie parallele e lotti a scacchiera, con grandi anelli di raccordo, sottopassaggi, sopraelevazioni, edifici estesi in altezza, spazi ben congegnati. In Europa c'è un tessuto storico molto più articolato, beni da tutelare, preesistenze vincolanti, stratificazioni edilizie difficili da cambiare. Pensare ad un piano regolatore per una città americana è molto più semplice che farlo per una città europea. Ma non per questo l'Europa deve diventare l'America, perché la complessità è una grande ricchezza, non è solo un fastidioso impedimento.
La politica è la stessa cosa, essendo qui il retaggio di una cultura infinitamente più radicata.
L'Europa deve governare le diversità. Ora, può darsi che lo schema bipolare si affermi un po' ovunque, ma ti pare possibile per esempio, che in Francia il doppio turno condanni il partito di Bayrou ad una manciata di parlamentari, quando il leader del terzo polo ha ottenuto il 18% dei suffragi al primo turno?
E comunque la stessa Francia non ha mai visto governare Chirac con Le Pen, malgrado una tendenza bipolare.
Torniamo dunque all'Italia. Non ci vuole molto a capire che se nella stessa coalizione ci sono due approcci molto diversi sui problemi del Paese, questo non aiuta affatto la qualità e la stabilità di governo. L'emblema di tutto questo è proprio Prodi: in Europa ha voluto un allargamento sconfinato, e dopo anni di impasse dovuto ai veti incrociati, oggi si rimangia tutta la filosofia iniziale, chiedendo a gran voce le due velocità; in Italia ha lavorato sempre alla grande coalizione onnicomprensiva della sinistra, ed oggi maledice gli alleati estremisti, non sa più come liberarsene.
Dunque il problema è soprattutto questo. Come si fa a governare con questa confusione, coi ricatti, con le mediazioni al ribasso, con le contraddizioni quotidiane?
"Rafforzando il bipolarismo", dicono in tanti. Dimmi tu se questa non è cieca ottusità.
Dimmi piuttosto se non è incapacità di offrire soluzioni efficaci, se non è mancanza di coraggio.
Io credo che il problema sia un altro, perché non riesco a immaginare una classe politica e un'opinione pubblica così autolesioniste. Il problema è il fattore B, come abbiamo più volte sostenuto.
Va bene, ma c'è anche un limite. Lo si affronti, il fattore B, lo si sfidi a viso aperto, lo si discuta senza reticenze, evitando però di chiudersi a testuggine dentro il perimetro barricadero del centrosinistra, a fare armata brancaleone, pur di vincere il braccio di ferro. L'Italia, di questa situazione non ne può più.


benvenuto nel gerontocomio!"o, visto l'età che mi accingo a festeggiare, è più propabile che stia rincoglionendo, se trovo un argomento uno su cui sono d'accordo con te".