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Discussione: Monnezza

  1. #1
    FerdinandoII
    Ospite

    Predefinito Monnezza

    Viaggio nella spazzatura campanahttp://www.ilbrigante.com/modules.ph...icle&sid=13260
    Il volume di Achille della Ragione
    e curato da "il Brigante"
    a seguito delle richieste ricevute
    è nuovamente in distribuzione
    nelle edicole di Napoli e provincia.
    Sessantaquattro pagine e
    tante immagini per capire
    meglio cosa si cela dietro
    la termovalorizzazione
    e gli inquietanti viaggi
    dei rifiuti provenienti dal Nord.
    Il prezzo è di cinque euro


    Napoli. Nell'orgia confusionale della più consolidata e standardizzata "emergenza" che affligge Napoli e la sua provincia, in tanti ci hanno chiesto notizie, aggiornamenti ed approfondimenti sul problema rifiuti e termovalorizzatori.
    In base a queste richieste abbiamo deciso di rimettere in distribuzione da Giovedì 31 maggio 2007, nelle edicole di Napoli e provincia, il volume intitolato:
    "Monnezza"
    Viaggio nella spazzatura campana

    del prof. Achille della Ragione.
    Sessantaquattro pagine e tantissime immagini al prezzo di 5 euro per approfondire un tema particolarmente caldo che, nonostante se ne parli molto, non è stato mai chiarito in maniera così specifica come in questo piccolo volume curato da "il Brigante".



    Estremamente agile e chiara, la pubblicazione di della Ragione ha il pregio di farsi leggere (e comprendere) in maniera veloce e scorrevole, e rappresenta il primo esordio di una collana che la nostra testata vuol dedicare ad una serie di temi di attualità per i quali non basta dedicare un articolo o una pagina per rendere al meglio la situazione reale.

    Inoltre, ricordiamo che è ancora disponibile e scaricabile il dibattito-incontro di presentazione che fornisce numerosi spunti ed informazioni sul sito (vai a...) radioradicale.it

    La redazione de Il Brigante chiede scusa agli abitanti di Napoli e della sua provincia per aver portato "Monnezza" nelle loro edicole, come se non bastasse tutta quella che si ritrovano per le strade.

  2. #2
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    Predefinito

    http://www.laboratoriodiana.org/blog.php?id=397



    Le mani nei sacchi.
    Di
    Alessandro Iacuelli

    Impregilo
    finisce nella bufera giudiziaria dei rifiuti campani.
    Come era prevedibile, ma anche - per certi versi - auspicabile.
    La prima volta che si parlò di qualcosa del genere fu nel 2004, quando il Comitato Giuridico di Difesa Ecologica ipotizzò, in una nota inviata al Parlamento italiano, la sussistenza di un'ipotesi di reato, quella di cui all'articolo 515 del codice penale, cioè di frode in commercio, con riferimento all'obiettiva obsolescenza della tecnologia proposta per il ciclo integrato dei rifiuti in Campania.

    Dopo tre anni, arriva il primo provvedimento cautelare da parte della procura di Napoli: interdizione nei confronti della Impregilo dal contrattare per un anno con la pubblica amministrazione, il sequestro di 750 milioni di euro di crediti vantati dalle società nei confronti dei Comuni campani per lo smaltimento dei rifiuti.

    La storia del disastro industriale dei rifiuti urbani della Campania inizia nel 1999, quando fu disposta l'aggiudicazione in via provvisoria dell'affidamento del servizio smaltimento rifiuti per la provincia di Napoli ad un'ATI (Associazione Temporanea d'Impresa) composta da Fisia Italimpianti S.p.A., Babcock Kommunal Gmbh, Deutsche Babcock Anlagen Gmbh, Evo Oberhausen AG, Impregilo S.p.A., poi denominata FIBE, dalle iniziali delle imprese costituenti: Fisia, Impregilo, Babcock, Evo Oberhausen. Il 20 marzo 2000, con l'ordinanza n. 54, il commissariato aggiudicò l'affidamento in via definitiva alla FIBE, con mandataria Fisia Italimpianti, per l'intero territorio regionale campano.

    Cosa è successo a partire da quella data?
    È successo che FIBE ha messo in esercizio 7 impianti per la produzione di combustibile derivato dai rifiuti (CDR), risultato poi irregolare ad ogni controllo effettuato, combustibile non in grado di essere bruciato in alcun impianto termodistruttore italiano, a parte gli impianti campani, ancora oggi in fase di costruzione. La conseguenza? Sette milioni di tonnellate di CDR disseminate per l'intero territorio regionale, un territorio invaso, ad un ritmo che in passato è arrivato a due ettari al mese, da rifiuti urbani sotto forma di CDR, oltre che dai rifiuti della camorra. Ci sono intere aree, prima tra tutte quella nel territorio di Giugliano in Campania, dove il paesaggio è stato mutato, ed oggi si assiste alla presenza di innumerevoli montagne di ecoballe non utilizzabile, e non smaltibile. CDR che non può essere bruciato, è umido, con poco potere calorico, spesso realizzato male. Basta pensare che in una di queste ecoballe, sottoposta ad un controllo disposto dalla magistratura, è stata rinvenuta una ruota intera, non solo il pneumatico, ma anche il relativo cerchione, ad indicare chiaramente quanto il procedimento di selezione dei rifiuti fosse alquanto impreciso.

    Disastro industriale, dunque.
    Per bruciare tutte le ecoballe campane in impianti molto grandi e che si occupino solo di loro, occorrerebbero non meno di 20 anni, cosa chiaramente improponibile. Disastro industriale che va a pesare - e non poco - sul già pesante disastro ambientale e sanitario della Campania. Disastro causato dalla cattiva gestione industriale di FIBE, protesa - come farebbe qualunque azienda privata - verso la minimizzazione dei costi e la massimizzazione dei profitti, anche a scapito della qualità del prodotto. E' andato a finire che quel CDR, nato come combustibile, e ricordiamo che nella nostra società un combustibile è un bene anche di valore, è tornato ad essere un rifiuto, con costi economici, sociali, ambientali, sanitari.

    Non sarà Fisia Italimpianti a pagare per questo, ma Impregilo. Ed è anche normale che sia così. Impregilo negli anni scorsi è diventata capofila di FIBE, superando Fisia, perché nel frattempo è successo che in Germania si è verificato un dissesto finanziario nella Babcock, che l'ha portata all'orlo del fallimento; il gruppo Impregilo è riuscito ad acquisire il ramo ambiente dell'azienda e a costituire una nuova società pulita senza vecchi strascichi, che ha la tecnologia dei forni e degli inceneritori. Acquisisce però anche la quota di partecipazione di Babcock in FIBE, diventando partner di maggioranza. Da quel momento, lo sfacelo si è amplificato. Periodicamente, gli impianti di produzione del CDR sono andati alla paralisi, sono stati colpiti da guasti, e la Campania è precipitata ulteriormente nel baratro in cui già si trovava.

    A spese proprie, e non di FIBE. Un baratro dal quale difficilmente potrà uscire, finchè non si troverà una soluzione condivisa ed accettata, soprattutto dalla popolazione, sul cosa farne di quel CDR.
    L'ipotesi di truffa delineata dal Pm titolare dell'inchiesta è stata ritenuta fondata anche dal Gip. Truffa resa possibile dal presunto "chiudere almeno un occhio" di chi doveva controllare ed intervenire, cioè il commissario di governo per l'emergenza rifiuti in Campania, carica all'epoca dei fatti ricoperta da Antonio Bassolino, che è iscritto tra i 28 indagati. Assieme a lui sono coinvolti anche i fratelli Piergiorgio e Paolo Romiti, proprietari di Impregilo.
    Staremo a vedere nei prossimi mesi come si evolverà la vicenda.


    28/6/07, laboratorio*diana

  3. #3
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    Predefinito

    un poco di buona memoria.....

  4. #4
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    Predefinito di Iacuelli c'e' questo articolo molto interessante...

    Lo posto per intero perche' e' un articolo sintetico ma molto chiaro...per chi vuole saperne di più, c'e' un suo libro che tratta tutto nel dettaglio, "Le vie infinite dei rifiuti, il sistema campano" Ed. La Rinascita


    ----
    LE RAGIONI DELL'EMERGENZA RIFIUTI

    Raccontare l’emergenza rifiuti campana, quella vera, non quella
    proposta dai mass media
    che in questi giorni hanno acceso i riflettori
    evidenziando una visione molto parziale del fenomeno, non è un’impresa
    difficile, poiché basta attenersi alla verità; una verità che è scomoda
    per l’Italia intera, trattandosi di un problema di tutto il Paese, e
    non di un pasticcio regionale. Si cerca di far passare il messaggio che
    si tratta di un problema limitato ad una regione, si cerca di sdoganare
    il concetto che la causa siano i cittadini che non vogliono gli
    impianti e le discariche vicino casa loro.
    Nel fare questo si gioca sul
    fatto che il funzionamento del mondo dei rifiuti è più complesso di
    quanto il cittadino comune immagini. In realtà, la storia
    dell’emergenza rifiuti in Campania affonda le sue radici più indietro
    nel tempo e le sue cause profonde si annidano nei giorni tragici del
    terremoto irpino del 1980. Quando le discariche c’erano e non erano di
    certo sature.

    Di sicuro è sempre stato presente un deficit di impianti, ma questo
    deficit, soprattutto di impianti di recupero e di riciclaggio, è
    diffuso in tutto il Paese.
    La gestione dei rifiuti nella regione è
    sempre stata condotta in modo viziato dall’utopia del “tutto in
    discarica”
    , come se le discariche fossero infinite ed eterne. Spesso
    affidata ai comuni senza una gestione centralizzata, è andata avanti
    per decenni in modo scoordinato, dove spesso comuni limitrofi
    adottavano soluzioni diverse. In pratica, non c’è mai stato né un ciclo
    integrato di gestione dei rifiuti né un piano per la raccolta
    differenziata.
    E’ ovvio che un modo di agire del genere non dura in
    eterno: prima o poi le discariche usate dai comuni dovevano
    forzatamente esaurirsi.
    A questa situazione di cattiva gestione dei rifiuti solidi urbani e
    dei rifiuti sia industriali sia ospedalieri si aggiunge anche la
    mancata bonifica territoriale dei siti che hanno visto anni e anni di
    sversamenti abusivi. La Campania sotto il controllo dell’ecomafia è
    legata a doppio filo all’emergenza rifiuti. Anzi, alle emergenze
    rifiuti, perché sono tre, non una sola.


    E’ dalla fine degli anni ’70 e, con un grande impulso a partire
    dalla metà degli anni ’80, che la Campania è crocevia e spesso meta
    finale del più grande traffico illecito di rifiuti tossico-nocivi del
    sud Europa.
    Traffico illecito che ha prodotto come risultato la
    presenza di migliaia di siti contaminati, dai semplici terreni con
    abbandono di rifiuti fino alle vere e proprie discariche abusive,
    situate spesso a breve distanza dai popolosi centri abitati della
    provincia napoletana.

    La comprensione di tale fenomeno iniziò, per merito della
    magistratura, all’inizio degli anni ’90. In quel periodo fu scoperto
    che la criminalità campana controllava completamente sia i traffici
    illeciti sia le imprese di trasporto di rifiuti
    : imprese che, grazie
    alle privatizzazioni dei servizi di raccolta e smaltimento, avevano
    anche appalti per la raccolta dei rifiuti urbani presso molti comuni e,
    pertanto, anche l’accesso alle discariche autorizzate.


    E’ proprio qui l’origine delle emergenze. La prima grande emergenza
    è di tipo ambientale e sanitario: le migliaia di siti contaminati non
    sono mai stati bonificati ed i veleni sono ancora tutti sparsi sul
    territorio.
    La seconda grande emergenza è stata generata dallo
    sversamento di rifiuti speciali di provenienza extraregionale nelle
    discariche autorizzate, provocandone una rapida saturazione con molto
    anticipo rispetto ai tempi previsti.
    La terza, infine, sta nel fatto
    che i traffici illeciti di rifiuti speciali non sono affatto terminati;
    hanno solo cambiato volto, affinando le tecniche di elusione del
    controllo pubblico.
    La somma di tutte queste componenti porta la
    Campania al suo stato di emergenza. Che oramai emergenza non è più,
    trattandosi di un fatto cronico, addirittura acquisito culturalmente
    dagli abitanti e dagli amministratori.

    La gestione dei rifiuti solidi urbani è stata per la prima volta
    regolata in Campania con una legge regionale del febbraio 1993, che si
    proponeva di raggiungere nel triennio 1993-1995 una riduzione fino al
    50 per cento dell’uso delle discariche. Fu il primo piano regionale per
    la gestione dei rifiuti, in ordine cronologico. Non funzionò. Le
    discariche presenti in Campania, quelle dove da sempre si conferivano i
    rifiuti, si stavano pericolosamente avviando alla saturazione. Dal
    fallimento di questo piano, è nata l’emergenza dei rifiuti urbani:
    si
    cercarono altre discariche per il materiale a valle della raccolta
    differenziata, c’era sempre l’utopia del poter mandare tutto in
    discarica
    , non si trovarono siti adatti, e nel giro di pochi anni si
    sarebbero saturate tutte le discariche campane. In casi del genere,
    come è ovvio, interviene il Governo nazionale.

    Così, l’11 febbraio 1994, il Governo nazionale nominò, con un’ordinanza
    della Presidenza del Consiglio dei ministri, il prefetto di Napoli a
    commissario straordinario dell’emergenza nel settore dei rifiuti solidi
    urbani.


    Lo stesso Governo nazionale ha proceduto, il 18 marzo 1996, ad un
    secondo commissariamento della regione Campania, nominando il
    presidente della Regione commissario di Governo per la predisposizione
    di un piano di interventi di emergenza. Tale commissariamento era
    complementare a quello affidato al prefetto di Napoli, e rivolto alla
    messa a punto di un piano d’emergenza che fosse risolutivo. Il
    presidente della Regione, all’epoca era Rastrelli: fece un’indagine
    conoscitiva presso tutti i consorzi di smaltimento dei rifiuti e
    presentò il piano d’emergenza. Tale piano fu presentato il 31 dicembre
    1996.
    Undici anni fa.

    Se ancora oggi la Campania è in emergenza, è perché questo piano
    nella pratica quotidiana è fallito
    . Fallito per il mancato
    raggiungimento degli obiettivi previsti in termini di raccolta
    differenziata, fallito perché molti degli impianti previsti non sono
    stati realizzati, spesso neanche localizzati: il piano dice che devono
    essere fatti, ma non dice né dove né entro quanto tempo.
    Fallito
    perché, nelle intenzioni di Rastrelli, troppo era assegnato a certi
    privati, sempre gli stessi, in piena fase ideologica che tende ad
    eliminare tutto ciò che in qualche modo è pubblico.

    Troppa indeterminatezza, troppe cose lasciate “campate in aria”, e
    non specificate. Tutto ciò ha influito negativamente sul piano di
    smaltimento, senza fornire le risposte concrete che ci si attenderebbe
    da un ente pubblico in una materia tanto delicata. Un piano parziale,
    che non poteva certo portare a risultati definitivi. Caduta la giunta
    Rastrelli, i danni fatti erano oramai troppi per essere sanati in tempi
    brevi
    . L’unica soluzione sarebbe stata quella di rifare un nuovo piano
    rifiuti, sensato e funzionante. Ma chi è venuto dopo, nell’ordine prima
    Losco e poi Bassolino, ha preferito seguire la stessa strada, usare lo
    stesso piano. Tutto questo ha portato la Campania nel baratro nel quale
    si trova oggi
    . Per vedere un nuovo piano regionale per i rifiuti, si è
    dovuto attendere fino al dicembre 2007. E si tratta ancora di un piano
    parziale
    , che non risolve affatto tutto.

    Tra il 1999 ed il 2000, tutte le discariche campane si sono
    esaurite
    . Da quel momento, i rifiuti sono stati portati, prima
    direttamente, poi tramite gli impianti di CDR, in siti si stoccaggio
    “provvisori”
    , spesso sotto controllo criminale ed affittati dai clan al
    commissariato
    . Quando non ci sono siti di stoccaggio a disposizione, si
    cerca di riaprire le vecchie discariche, provocando le rivolte degli
    abitanti, oppure i rifiuti restano per strada. Una struttura
    elefantiaca e succhia soldi, quel commissariato straordinario che
    oramai da oltre un decennio controlla l’affare dei rifiuti in Campania
    ,
    riesce solo a tamponare momentaneamente lo sfacelo, inviando i rifiuti
    fuori regione quando può, oppure acquistando e affittando nuovi siti di
    stoccaggio, o ancora forzando la riapertura di siti oramai esauriti.

    E la camorra sorride, visto che incrementa i propri affari d’oro
    mediante il controllo dei terreni e dei trasporti
    . Non sorride affatto
    il livello medio di salute della popolazione
    . Manca la certezza del
    futuro, giacché non è prevista, in tempi brevi, la realizzazione di
    alcun impianto di recupero e riciclaggio nella regione, mentre nuove
    discariche ed impianti di termodistruzione vengono duramente contestati
    dai cittadini dei comuni interessati dalla localizzazione nel loro
    territorio, spesso non a torto trattandosi in molti casi di aree non
    adatte a simili destinazioni
    , o di impianti che non sono affatto
    adeguati e inquinanti
    almeno quanto le discariche abusive.

    Probabilmente, la perdita definitiva del controllo del territorio da
    parte dello Stato è iniziata proprio durante la ricostruzione
    post-terremoto del 1980. Si tratta di un quarto di secolo in cui una
    politica poco autorevole, e spesso remissiva nei confronti di interessi
    economici, oltre che autocelebrativa, ha di fatto delegato alle mafie
    ed alle lobby il vero controllo della Campania.


    Dopo un quarto di secolo, quella politica – che non è solo
    regionale, visto che il commissariato straordinario risponde
    direttamente a Palazzo Chigi ed è una sua diretta emanazione – è ancora
    poco autorevole
    . Si arrocca sull’essere autoritaria, nel forzare i
    blocchi della popolazione davanti alle discariche esaurite. Ma da
    sempre, essere autoritari non è affatto indice di autorevolezza.



 

 

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