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Discussione: Goodbye DDR

  1. #31
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    Predefinito Le solite buffonate berlusconian-fasciste

    Citazione Originariamente Scritto da Ferruccio Visualizza Messaggio
    E invece accadde proprio nella DDR e del resto tutti ricordano i risultati sportivi eclatanti che poi si ridimensionarono quando i trucchi vari vennero a galla.. Del resto ai dirigenti della DDR che cosa vuoi che interessasse pompare aria nel culo dei suoi cittadini quando per fermarli prima che scavalcassero il muro gli pompavano dentro ben altro !

    Circa 2.000 le vittime dei Vopos per tentati attraversamenti del confine.Avevano financo della mitraglie che si puntavano automaticamente sul fuggitivo ! La realtà mica era quello benevola di Good Bye Lenin !
    Perchè i berluscinian-fascisti devono semrpe sparare delle balle inaudite? Prima con l'aria compressa nel culo, senza citare alcuna fonte, ora i 2000 morti, che invece sono cento. Perchè non imparate a ragionar epoliticamente, anzichè sparare minchiate a mitraglia? Altro che i Vopos, voii siete molto peggio.

    Perchi invece dele stronzate vuole ragionare, ecco un interessante articolo sul muro di Berlino ... è del 2001 ma mi sembra in buona parte ancora attuale.
    Inoltre ci si dovrebbe spiegare come mai nei quartieri operai di berlino est il PDS-Die Linke, erede del partito socialista unificato, la SED, della DDR ottiene, oggi, nel 2007, circa il 50% dei voti ...


    Una frontiera che non si cancella
    A Berlino, sulle tracce del muro

    Quaranta anni fa, Walter Ulbricht, presidente della Repubblica democratica tedesca (Ddr) dichiarava alla televisione che da quel momento in poi un muro avrebbe separato Berlino ovest da Berlino est. Dal 13 agosto 1961, tutti i varchi furono chiusi, ad accezione di sette, tra cui il celebre Checkpoint Charlie. Il muro di Berlino inaugurava così un periodo tragico, in cui più di cento persone perderanno la vita nel tentativo di fuggire ad ovest. Deambulando sulle tracce di questo muro, scomparso il 9 novembre 1989, l'etnologo francese Marc Augé mette a nudo alcune cicatrici che hanno lasciato un segno indelebile sull'immaginario europeo. dal nostro inviato speciale MARC AUGÉ* Le città, le grandi città, hanno un legame particolare con la storia.
    La storia occupa lo spazio urbano tramite la commemorazione, la celebrazione trionfalistica di vittorie e conquiste. L'architettura ricalca le orme della storia quasi fosse la sua ombra, anche se i «luoghi del potere» cambiano, a seguito di evoluzioni e rivoluzioni interne.
    La storia è anche intrisa di violenza, e spesso lo spazio delle grandi città ne subisce drammaticamente i colpi. Le città recano i segni delle ferite inferte. La vulnerabilità, la memoria che esprimono le città evocano l'immagine del corpo umano, e spiegano al di là di ogni dubbio perché le sentiamo cosi vicine e cariche d'emozioni.
    È la nostra memoria, la nostra identità ad essere rimessa in gioco quando muta «la forma della città» e possiamo facilmente immaginare cosa abbiano rappresentato questi brutali ribaltamenti per chi è stato costretto a subirli. Berlino è in larga misura una città sperimentale: si percepisce l'intensità del suo passato e dell'oblio, le possibilità e i limiti del volontarismo, i rapporti tra città e società, tra città e arte, poiché con le sue pitture murali, l'architettura aggressiva di Postdamerplatz, il post-moderno e la cultura alternativa, la capitale della riunificazione tedesca è contemporaneamente laboratorio e museo. Racchiude in sé un condensato della storia del secolo scorso e una testimonianza viva della storia contemporanea.
    Desideravo recarmici per osservarla più da vicino, soprattutto perché mi si diceva che la vecchia cesura sarebbe stata rapidamente saldata, e che già ora le poche tracce residue erano difficilmente reperibili.
    La prima cosa da farsi, e anche la più scontata, simile a uno strano gioco a tappe, era andare alla ricerca dei resti del muro. Le scarne indicazioni fornite dalle guide sembravano suggerire che tali cimeli erano assurti al rango di «luoghi della memoria», spazi destinati alla commemorazione che, come ci insegna Pierre Nora, non sono necessariamente i luoghi di una memoria effettiva. Sono partito dalla tappa più ovvia, il Checkpoint Charlie, di cui il cinema e la letteratura hanno alimentato in noi una sorta di ricordo anche se non vi abbiamo mai messo piede.
    Mi sono incamminato in quella direzione, sotto un sole radioso, partendo da Charlottenburg, ricco quartiere del settore ovest. Mi ero sistemato non lontano dal Kurfürstendamm, il celebre Ku'Damm, una delle vie commerciali piu eleganti della capitale, per poter percepire il contrasto e i diversi passaggi. In realtà, quando ci si dirige verso la parte est partendo dai quartieri di Tiergarten e Kreuzberg, si coglie subito un graduale cambiamento di clima. Resta ancora una parvenza di atmosfera alternativa, tatuaggi, piercing un po' dovunque, una miriade di locali a poco prezzo. Non appena si risale verso nord per puntare sulla celebre Postdammerplatz da cui passava il muro, la scena cambia.
    Vista da ovest, la piazza è sovrastata, schiacciata da edifici di stile ultramoderno. Il settore Mercedes Benz, un mostro di vetro, è stato progettato dall'architetto Renzo Piano. I padroni del luogo sfoggiano senza ritegno i simboli del loro potere (Sony, Mercedes, Synthelabo, Hyatt...). Potremmo benissimo essere a Hong Kong, Tokyo o Vancouver. Invece no, e questo sperone roccioso domina una distesa di spazi abbandonati punteggiata da una selva di gru. Solitudine e abbandono Le ferite non si sono ancora rimarginate. Paradossalmente sono nettamente più visibili in questo luogo dall'architettura trionfalistica. Un «Infobox» permette di visualizzare fin da ora come sarà il paesaggio futuro; non è chiaro se lo spirito di «frontiera» che prevale in questo settore sia legato all'immensità del cantiere o alle dimensioni volutamente smisurate delle opere realizzate - come se a Parigi si fosse costruita la Defense a place de la Concorde per negare o respingere il contrasto tra rive gauche e rive droite. Checkpoint Charlie è situato oltre la Potsdamerplatz, un po più a sud. Imboccando la Leipzigerstrasse verso est e svoltando a destra per la Mauerstrasse (Via del muro), ce lo troviamo improvviamente di fronte come all'epoca in cui i carri armati sovietici fronteggiavano quelli americani. Checkpoint Charlie è diventato un luogo di folklore , e il celebre cartello indicatore - «You are leaving the American Sector» «State uscendo dal settore statunitense» - viene raffigurato su innumerevoli cartoline. È fonte d'ispirazione anche per alcune trovate pubblicitarie particolarmente riuscite. Nella Mauerstrasse, di fronte all'edificio dell'Oréal, un parrucchiere si chiama «Hair Point Charly».
    Questa strada sbocca nella Friederichstrasse, al centro della quale c'è ancora una garitta militare americana («Us Army Checkpoint») protetta da sacchi di sabbia...
    Quando sono giunto a quell'altezza ho potuto osservare una turista americana ciarliera e raggiante che si metteva in posa per farsi ritrarre mentre fingeva di fare la guardia. Un pullman era parcheggiato non lontano dal museo del Checkpoint Charlie allestito con foto e film sulla storia del muro, oggetti impiegati nei tentativi di fuga riusciti e testimonianze di azioni non violente a favore dei diritti umani nel mondo. Per due giorni i pullman turistici mi avrebbero aiutato nel mio pellegrinaggio alla ricerca dei resti del muro. Quando, carta alla mano, pensavo di essere giunto alla meta, spesso ne vedevo uno o due sostare nei pressi a guidare i miei passi. Ma non più di uno o due, poiché il turismo a Berlino non è paragonabile al turismo a Parigi. L'ampiezza delle strade, un traffico scorrevole, una popolazione relativamente contenuta (tre milioni e mezzo di abitanti per una superficie otto volte quella di Parigi) ne fanno una città ariosa dove si cammina con piacere, quasi mai affollata, a volte pressoché deserta. I turisti, fatta eccezione per un gruppetto di americani e una manciata di francesi, erano quasi tutti tedeschi. In ultima analisi mi ha riconfortato vedere la riappropriazione del muro, della sua edificazione, la sua successiva distruzione e la sua memoria, avvenuta da parte dei tedeschi, malgrado tutte le immagini che ne hanno punteggiato la storia e che somigliano ormai ad immagini stereotipate a livello planetario - da «Ich bin ein Berliner» di John F. Kennedy nel 1963, al violoncello di Rostropovich nel 1989.
    L'indomani pioveva e ho preso il metrò. Quando si va in direzione nord in S Bahn, si passano alcune stazioni che costeggiavano il muro.
    La linea è sopraelevata, si scorgono a destra spazi industriali in disuso, binari morti, cantieri, il tutto in un indescrivibile disordine da cui emergono a volte giganteschi mucchi di cemento, macerie di bunker scomparsi, e frammenti del muro che si riescono a malapena ad individuare con il rischio comunque di confonderli con altri muri di origine incerta, tappezzati di graffiti,che si ritrovano qua e là nel paesaggio, per rimescolare le carte e distogliere lo sguardo di un passante troppo curioso. Questa no man's land lascia attoniti.
    A sinistra, sembra quasi di essere in campagna, come spesso accade a Berlino, (ho visto dei conigli selvatici a due passi dalla porta di Brandeburgo), e lo sguardo si perde fra le chiome degli alberi scosse dal vento. Stessa impressione confusa (di tranquilla periferia, di aree abbandonate, e di frontiera incerta) sulla via del ritorno. Scendo alla Nordbanhof (Stazione Nord) per risalire la Bernauerstrasse, uno dei luoghi chiave della storia del muro, poiché vi sono due monumenti veri e propri: il Memoriale (pezzi di muro metallizzati, pareti lisce e opache che contemporaneamente prolungano e fissano una parte del muro originario, sbiancato e vetrificato, su cui disegni e graffiti sono stati definitivamente cancellati), e la nuova cappella della riconciliazione, edificata ove sorgeva l'antica cappella, distrutta nel 1985 per liberare l'area di tiro. All'uscita della stazione, mi perdo un attimo a Gartenstrasse (Via dei giardini), dove vedo altri muri graffitati; poi mi incammino nella Bernauerstrasse (avevo scorto un po' più avanti un pullman in sosta). Riparandomi dalla pioggia sulla banchina della strada, mi accorgo improvvisamente di essermi addossato inconsapevolmente al muro, all'autentico muro di Berlino - riconoscibile per la sua sommità arrontondata, e i cui graffiti per una cinquantina di metri sono sfuggiti al trattamento radicale praticato alla zona del Memoriale.
    Dietro si estende a perdita d'occhio, sepolto tra i rami e il fogliame degli alberi, il Cimitero, dove si possono trovare altri frammenti del muro e che in quella mattinata piovosa, contribuiva al carattere vagamente irreale del paesaggio.
    All'interno del piccolo museo, il consueto armamentario - cartoline, souvenir, libri, film. Inoltre, alcune foto, fra cui quella di un ex ministro della difesa francese, Charles Hernu, in raccoglimento davanti al Memoriale edificato in quel luogo nel 1984; la sua visita non era sfuggita alla vigilanza né alle telecamere dei vopos (polizia militare della Ddr) che non immaginavano certo di poter contribuire a una retrospettiva della città senza il muro. Al ritorno, mi sono nuovamente fermato a Potsdamerplatz per completare la mia ricerca del giorno prima. Non lontano dal Checkpoint Charly, nella Niederkirchnerstrasse c'è un altro pezzo di muro. È adornato da affreschi e graffiti, ma i pullman che si fermano a quell'altezza sono diretti altrove, alla mostra «Topografia del terrore», dedicata al Terzo Reich, allestita temporaneamente nella sua base, a Berlino est, negli scavi che hanno messo in luce le fondamenta di un antico edificio che ospitava la Gestapo. La mostra di fotografie (tutte con didascalie in tedesco, senza traduzione) è particolarmente impressionante, se non altro per la sua dislocazione al centro della capitale nazista di cui riattualizza l'immagine. L'ex ministero dell'Aeronautica di Goering è li vicino intatto e oggi sede del ministero delle finanze.
    Goering, Checkpoint Charly, Potsdamerplatz e pochi turisti un po' smarriti: un secolo intero di storia si insinua fra i muri di Berlino.
    In serata ho ripreso la S Bahn per andare a vedere le ultime vestigia del muro segnalate ai visitatori. Ho cambiato treno a Alexanderplatz (in superficie un'architettura molto staliniana, sottoterra un'umanità molto variegata che si fa da parte al passaggio di alcuni skin in tenuta da combattimento), per scendere a Ostbanhof (stazione est).
    La via della Comune di Parigi (presumo che già avesse questo nome prima del 1989) scende verso Mühlenstrasse (La via dei mulini) ove scopro, su un tratto di poco superiore a un chilometro, il fianco del muro.
    Mühlerstrasse ha una configurazione un po' particolare: la via costeggia la Spree, il fiume di Berlino, rimasto aperto alla navigazione, e un'enorme tratto di terreno abbandonato si estendeva e si estende ancora fra il fiume e il muro. Non è ricoperto da disegni improvvisati: qui regnava l'ordine, e il muro si trovava all'estremità della zona vietata. Ma nel 1990 il settore della Mülherstrasse superstite è stato affidato a una serie di artisti che l'hanno decorato. È stato battezzato East Side Gallery. Molti di questi dipinti sono stati riprodotti in vari cataloghi. Alcuni sono ancora ben conservati; altri si sono deteriorati o sono stati coperti da creazioni meno felici. Il dato più straordinario di questo luogo, sotto il cielo grigio di una sera d'estate, era il senso di solitudine e di abbandono.
    Ho incrociato solo due o tre gruppi di giovani che non hanno degnato il muro neanche di uno sguardo: lo considerano parte dell'arredo urbano, della scena. Una scena decisamente inusuale: da un lato della strada il muro, la galleria East Side, al di là, in lontananza i tetti di Berlino ovest; dall'altro, un marciapiede sconnesso invaso dalle erbacce, squarci e terreni incolti nel susseguirsi di una serie di case abbandonate con le finestre murate anch'esse, come lo spazio che le fronteggia. Un incompiuto malinconico Il muro finiva all'angolo della Mühlenstrasse e del ponte sullo Spree (l'Oberbauenbrucke, uno dei più antichi passaggi tra est e ovest).
    Ho attraversato il ponte e sono rientrato a piedi passando per Kreuzberg.
    Nelle edicole, giornali turchi e giornali tedeschi. Alcune coppie, approfittando della schiarita, bevevano birra all'aperto.
    Il terzo giorno, la vigilia della mia partenza, rinuncio al mio percorso a tappe e vago senza meta nella città, oltrepassando più volte senza farci caso l'antica linea divisoria. Un salto allo Schloss Charlottenburg, il castello di Federico I e Federico II, mi ha permesso di recuperare l'elegante geometria dell'Illuminismo, la leggerezza del XVIIIesimo secolo, apparentemente conservato in questo luogo ove Watteau e i pittori francesi imperano negli appartamenti reali. Al Reichstag ho ammirato l'inserimento molto riuscito delle rovine nell'architettura contemporanea. La cupola di vetro dell'aula di riunione dei deputati è stata collocata come simbolo di potere e di trasparenza, nel cuore del palazzo restaurato e a due passi dall'antico confine di cui ancora si scorgono le tracce. La stessa arte la ritroviamo nella chiesa eretta in commemorazione dell'imperatore Gugliemo la cui torre nuova sembra poggiare sull'antico campanile, spezzato, che si apre sul cielo.
    Questi luoghi, ove il presente supera il passato senza annullarlo, ci narrano le vicende di Berlino e della Germania: ci parlano del desiderio di modernità esasperata e arciconsumista (due dei più grandi centri commerciali d'Europa sono ubicati vicino alla chiesa), ma anche di un'aspirazione che non è mai espressa in termini semplici, mai senza sfumature, mai scevra di rimorsi. I McDonald's qui sono assai discreti, e si fondono nell'architettura funzionale dei nuovi quartieri, e i luoghi più frequentati restano comunque le birrerie che servono a tutte le ore una cucina molto tradizionale.
    Lo spazio urbano è commisurato a questi contrasti e a questa tensione.
    Non credo che la frontiera est/ovest venga mai meno. Esisteva probabilmente già prima del muro. Attribuire tutte le interruzioni visibili nella città di Berlino all'antica divisione tra i due stati sarebbe probabilmente riduttivo. Quanti muri disegnano oggi le megalopoli moderne, spartiacque più o meno violenti tra ricchi e poveri, residenti di lunga data e immigrati, vecchi e giovani, benpensanti e ribelli.... A Berlino, tuttavia, questo contrasto s'innesta su un tessuto le cui ferite evidenziano le follie del XX secolo. Berlino rimane, come scrive Emmanuel Terray, «Il paradiso delle ombre (1)» Nonostante la iattanza degli edifici della Postdamerrplatz e i cantieri pulsanti di un'attività frenetica, il senso di attesa, a volte di malinconia che suscita l'incompiuto di questa città - come nelle periferie di Roma e Lisbona esplorate dalla cinepresa di Nanni Moretti e di Wim Wenders - si vena qui forse di un timore vago e irragionevole: che le follie del secolo che abbiamo da poco inaugurato siano pari a quelle che ancora oggi cerchiamo di scongiurare celebrandole.note:
    * Etnologo, direttore di ricerca presso l'Ecole des Hautes Etudes en sciences sociales (Ehess), Parigi. Tra i suoi libri disponibili in italiano: Finzioni di fine secolo, Bollati Boringhieri, 2001; La guerra dei sogni, esercizi di etno-fiction, Eleuthera, 1998 e Un etnologo nel metrò, Eleuthera, 1995.
    (1) Emmanuel Terray, Ombres berlinoises, Odile Jacob, Parigi, 1996.
    (Traduzione di C. M.)
    Myrddin

  2. #32
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    Non sto parlando dei soli morti lungo il muro di Berlino ma sull'intiero confine tra Germania Est e Germania Ovest. Non dimenticare comunque che milioni di tedeschi dell'est scapparono all'Ovest fin dal 1945 e fu proprio per arginare quella fuga che fu eretto il famigerato muro.

    Molti tedeschi dell'Est rimpiangono il regime della DDR non tanto per nostalgia del passato quanto per paura del futuro. Non si adattano a questa sopcietà estremamente competitiva e non hanno del tutto torto.

    Nota bene : il passaggio tra nazionalsocialismo e comunismo per i tedeschi " ossie " senza soluzioni di continuita' e pertanto un certo fanatismo si trasmise con ...............l'aria ! I tedeschi sempre tedeschi sono o meglio erano.Ormai la Germania non esiste più.E' solo una " espressione geografica " !
    Come diceva di noi il Metternich , che consolazione !

  3. #33
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    Citazione Originariamente Scritto da Ferruccio Visualizza Messaggio

    Molti tedeschi dell'Est rimpiangono il regime della DDR
    Sai che invece molti romeni rimpiangono Nicolae?




    Lo so non c'entra un belino con il thread...


  4. #34
    per il centro-sinistra
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    Circa 2.000 le vittime dei Vopos per tentati attraversamenti del confine.Avevano financo della mitraglie che si puntavano automaticamente sul fuggitivo ! La realtà mica era quello benevola di Good Bye Lenin !
    Per fortuna.
    Si, in effetti, furono molti i fascisti a libro paga dei servizi della RFT e della Cia, che tentarono la fuga, comprati e corrotti dalle promesse effimere di ricchezza, dai dollari..

    Molti furono falciati.
    ***

    Un fascista, un vecchio squadrista che commette continuamente reato di apologia del fascismo, in maniera indisturbata.

  5. #35
    per il centro-sinistra
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    Molti tedeschi dell'Est rimpiangono il regime della DDR non tanto per nostalgia del passato quanto per paura del futuro. Non si adattano a questa sopcietà estremamente competitiva e non hanno del tutto torto.
    le parole di un perfetto cretino..
    scrivi le tue memorie di fascista e lascia perdere la storiografia..che non è cosa per te

  6. #36
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    Citazione Originariamente Scritto da EL ROJO Visualizza Messaggio
    Sai che invece molti romeni rimpiangono Nicolae?




    Lo so non c'entra un belino con il thread...
    Un giorno alla stazione di Asola ho incontrato tre rumeni ( un vecchio, un giovane, una donna con vestiti da contadini e la donna da zingara ) che dopo avermi chiesto informazion di viaggio mi hanno gridato ( il vecchio con bastone fatto con un ramoe tipico colbacco rumeno in testa ) :

    RUMANIA CATATROFA ! CEAUSESCU BENE !

    lo registratonel mio file mentale !

  7. #37
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    Citazione Originariamente Scritto da Leninista Visualizza Messaggio
    Per fortuna.
    Si, in effetti, furono molti i fascisti a libro paga dei servizi della RFT e della Cia, che tentarono la fuga, comprati e corrotti dalle promesse effimere di ricchezza, dai dollari..

    Molti furono falciati.
    La stessa fine meriteresti tu

    Un fascista, un vecchio squadrista che commette continuamente reato di apologia del fascismo, in maniera indisturbata.
    Per dir la verita' io fui solo FIGLIO DELLA LUPA e non andai oltre il BALILLA !
    Non darmi titoli onorifici che NON mi competono. SQUADRISTA ! Dovrei essere ultracentenario !

  8. #38
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    Citazione Originariamente Scritto da Leninista Visualizza Messaggio
    le parole di un perfetto cretino..
    scrivi le tue memorie di fascista e lascia perdere la storiografia..che non è cosa per te
    Tienio presente che io in DR si sono stato diverse volte e con soggiorni discreti dunque ho visto, visitato, parlato , trattato affari etc.etc.

    Un giorno vidi uscire da una padiglione fieristico a Lipsia Ulbricht in persona: paletot blu e grane lunga sciarpa bianca.Fuori era pronto un corteo di TATRA nere , quelle a forma di pesce: si era radunata una piccola folla ma nessuno applaudì. Si senti' solo voce alta un giornalista francese che commentava : QUEL GLACE ! che ghiaccio ! : riferendosi evidentemente alla poco caloroa accoglienza della piccola folla. Ulbricht fece finta di nulla , si
    avvolse con grande gesto la sciarpa bianca al collo espari' in una Tatra.

    Personalmente vidi nel 57 gente che scappava attraverso la metro' di Berlino all'Oveswt e pure un ciclista in fuga nella zona di Plauen ! Glia eva chiesto infrmazioni e lui mi rispose che stava fggendo.

    Mia moglia fuggi' dalla DDR insieme alla famiglia tramite UBahn a Berlino.
    Anche questa e' storia.

  9. #39
    Gaeta resiste ancora!
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    Citazione Originariamente Scritto da Ferruccio Visualizza Messaggio
    Ad una cerimonia olimpica di premiazione nellla staffetta femminile si accrosero che le quattro atlete della DDR medaglia scorregiavano in maniera mostruosa e cio' era dovuito al fatto che immediatamente prima delle gara venivano " insufflate " da dietro con aria compressa a atm 0,30 e cio' dava loro una galleggiabilita' o meglio una diminuzione del peso specifico etc.etc.

    Comico.
    queste atlete sono state le muse ispiratrici di Alvaro Vitali !

  10. #40
    are(a)zione
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    Ti posso dare un consiglio spassionato Ferruccio?

    Prima di inviare il post, puoi controllare l'ortografia, perchè a volte i tuoi commenti sono di difficile lettura?

    Grazie.

    Citazione Originariamente Scritto da Ferruccio Visualizza Messaggio
    Tienio presente che io in DR si sono stato diverse volte e con soggiorni discreti dunque ho visto, visitato, parlato , trattato affari etc.etc.

    Un giorno vidi uscire da una padiglione fieristico a Lipsia Ulbricht in persona: paletot blu e grane lunga sciarpa bianca.Fuori era pronto un corteo di TATRA nere , quelle a forma di pesce: si era radunata una piccola folla ma nessuno applaudì. Si senti' solo voce alta un giornalista francese che commentava : QUEL GLACE ! che ghiaccio ! : riferendosi evidentemente alla poco caloroa accoglienza della piccola folla. Ulbricht fece finta di nulla , si
    avvolse con grande gesto la sciarpa bianca al collo espari' in una Tatra.

    Personalmente vidi nel 57 gente che scappava attraverso la metro' di Berlino all'Oveswt e pure un ciclista in fuga nella zona di Plauen ! Glia eva chiesto infrmazioni e lui mi rispose che stava fggendo.

    Mia moglia fuggi' dalla DDR insieme alla famiglia tramite UBahn a Berlino.
    Anche questa e' storia.

 

 
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