“Destre divine” e libelli profani - di Adriano Scianca
Scritto da Adriano Scianca
Camillo Langone, Manifesto della destra divina, Vallecchi, Firenze 2009, 148 pp, 12 €
Prendi un titolo scintillante e aulico, una prosa vivace e polemica, un po’ di sacrosante bastonature al politicamente corretto e al radical chic. Prendi tutto questo e otterrai un pamphlet ora simpatico, ora urticante, ma niente di lontanamente assimilabile ad un manifesto del pensiero forte. Nel migliore dei casi un divertissement innocuo, che non scalfisce e forse persino conferma la mollezza gelatinosa dello Zeitgeist. Un fuoco fatuo.
La cosa migliore del Manifesto della destra divina è il titolo. Infatti è preso a prestito da Pasolini. Uno che ha scritto molte pagine interessanti e molte altre del tutto discutibili. Uno che ha anche fatto parecchi danni con una cosa come “Salò o le 120 giornate di Sodoma”: se ancora oggi tanti commentatori continuano a scorgere nella cinghiamattanza un misto di libido omosex e pulsione di morte è colpa anche di certe allucinazioni. La poesia citata da Langone è però bellissima. Davvero. Un inno carnale alla tradizione. Che però trasuda sconfitta. Toglile il linguaggio ispirato e ne resta “Il ragazzo della via Gluck”: “La dove c’era l’erba ora c’è una città”… Bello, per carità, ma a che ci serve? A niente. Cosa spiega? Nulla. Dove ci porta? Da nessuna parte. E’ solo un lamento. Ma con i lamenti non si costruisce pensiero forte. E infatti Langone, nonostante le intenzioni sbandierate, rimane debole, debolissimo.
Il gioco, poi, di procedere per opposizioni idealtipiche (Abruzzo vs Patagonia, caccia vs animalismo, pantalone vs gonna e così via) non è nuovo: lo aveva già fatto Prezzolini, prima e meglio (non tanto meglio, veramente: il suo tardo Manifesto dei conservatori è solo un impietoso monumento alla senilità d’animo e di fisico). L’approccio tradisce in verità una certa tendenza modaiola. Nonostante i suoi elogi esagerati ad un passato immaginifico, nonostante il reazionarismo esasperato, il Manifesto della destra divina è in effetti intriso di snobismo e supponenza, di odio verso la gente comune. Vorrebbe essere De Maistre, ma è poco più che Sgarbi.
Non manca qualche pagina felice, in verità. Sorprendentemente, alcune di queste riguardano l'attacco frontale al “sesso sicuro” e non certo per la surreale stroncatura del preservativo con tanto di tecnicismi, quanto per la visione dionisiaca di un sesso arrischiato che se ne frega delle profilassi. Disdegna la vita condom, dice un mio amico. Rimane da capire quanto in tutto questo vi sia effettivamente di cristiano. Sarà che sono a digiuno di catechismo e che ho preso meno messe di Langone, ma non ricordo di aver sentito Ratzinger dichiarare, come invece fa testualmente Langone: “Il cazzo, antica saggezza, non vuole pensieri”. Ma magari mi sbaglio io.
Tutto ciò che di buono c’è ne La destra divina, del resto, è già presente in Cabaret Voltaire, di Pietrangelo Buttafuoco. Il cattolicesimo carnale, mistico, privo di attenuazioni e annacquamenti, mediterraneo, tragico e colorato trova nello scrittore siciliano una difesa assai più potente e convincente che non nelle pagine del “critico liturgico” del Foglio. “Una recensione – ha detto Langone in un’intervista – è davvero tale quando il recensore rischia, quando gerarchizza, quando dice se e perché quel ristorante o quel libro sono meglio o peggio di altri ristoranti o altri libri”. Ecco, non sono un recensore professionista ma ci provo: per me un Buttafuoco vale dieci Langoni. In compenso, l'aspetto meno convincente di Cabaret Voltaire ritorna moltiplicato per mille nel Manifesto, ovvero la mancanza di un approccio realmente genealogico. Non basta dire che il nostro è un mondo estenuato e nichilista: bisogna anche chiedersi come si è arrivati a tutto ciò. Elogiare semplicemente lo ieri senza chiedersi perché da esso sia scaturito l'oggi è miope e inutile.
E', questo, il principale ma non unico difetto del volumetto. Ce ne sono, purtroppo, diversi altri. Se ha poca simpatia per l’uomo moderno, ad esempio, Langone prova un vero e proprio odio viscerale per la donna moderna. “Io ho grosse difficoltà con le donne che dicono 'ok', enormi con quelle che dicono 'weekend'”. L’impressione, tuttavia, è che il problema siano proprio le donne che aprono bocca. Leggiamo quest’altro passaggio: “Quando in treno o all'ufficio postale una voce femminile pronuncia ad alta voce 'Cazzo!' non ho bisogno di voltarmi, so già che la fatidica parola proviene da una donna in jeans”. Ovviamente il turpiloquio è profana manifestazione di decadenza in bocca a femmine poco timorate di Dio, mentre per l’autore stesso sembra esservi una dispensa (divina?), data la frequenza di cazzi, coglioni, fiche eccetera che emergono nel testo, seminati da Langone con l’aria di chi è uomo di mondo. Ma Céline resta un’altra cosa. Anche Palahniuk è un’altra cosa. Langone è Langone, quindi le parolacce sembrano un po’ quelle urlate sghignazzando dai bambini. Quanto all'altra metà del cielo, Langone farebbe diventare femminista pure il mullah Omar, tanta è la bile riversata sull'intero universo femminile che, agli occhi dell'autore, sembra aver iniziato la via verso la decadenza da quando non è più possibile comprare una moglie scambiandola con un somaro, per poi tenerla relegata tutta la vita nell'ignoranza e nella sottomissione per non far dispiacere a un Dio geloso. Unica concessione al femminismo: gli “abitini”, da Langone più volte citati per far vedere che lui è uno che scopa una cifra.
Ma La destra divina parla soprattutto di Camillo Langone, è un concentrato di egocentrismo mascherato dietro aneddoti, vezzi platealmente raccontati, tic supponenti spacciati per una onirica risacralizzazione dell’esistenza. Langone che non mette gli orologi. Langone che non festeggia i compleanni. Langone che non ha fatto il liceo né l'università. Langone che gira in bicicletta anche se piove. Langone fa tutto questo mentre gli altri no e per questo sono tutti pezzenti e anime dannate. Una mancanza di umiltà assai poco evangelica. Una mancanza di umiltà che purtroppo in qualche pagina sfocia nella maleducazione spirituale, nell’arroganza culturale, nell’assenza di limite, dignità e stile. Come quando, spudoratamente, ci spiega che gli italiani “non si fanno giudicare e non si giudicano, quindi hanno sempre ragione, come quel tizio che concionava dal balcone e poi ha tagliato la corda, sbagliando pure il momento, travestendosi da soldato tedesco: uno dei tanti italiani senza onore”.
Una frase che, da sola, costituisce il manifesto della destra infame.
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