LA SFIDA DELLA CAPITALE
di Sergio Baraldi
Trieste si trova al centro di una scacchiera sulla quale è in corso la partita del futuro, ma non sempre sembra accorgersene. È vero, negli ultimi tempi si avverte il tentativo di fare sistema, di mimare un gioco di squadra anche tra istituzioni di segno politico diverso, che qualche risultato lo sta dando. È un buon segnale. Ma rischia di non essere sufficiente se il sindaco Dipiazza, sulle orme di Illy, apre un canale diplomatico con Lubiana o si reca in missione a Sesana e perde per strada pezzi della sua maggioranza; o se il presidente del Consiglio comunale di Trieste arriva a far balenare una specie di ostracismo al Burlo sulla destinazione dei terreni a Cattinara, dove sorgerà il nuovo ospedale, come se l’ostracismo in realtà non lo pagassero i bambini, le loro famiglie, Trieste.
Qual è la partita che Trieste deve giocare? Quella della capacità competitiva di esercitare, dentro la propria area geopolitica, l’attrazione di investimenti e di ospitare servizi che rispondano alla domanda di funzioni superiori, pregiate. Non si deve sottovalutare chi, in nome della memoria, della identità, invita alla prudenza nelle aperture a Est. Qui si toccano radici storiche profonde, che meritano rispetto. Ma il punto è che bisogna essere consapevoli che, oggi, difendere la propria identità, la propria memoria non consiste nell’arginare frontiere che cadono, ma nel costruire una primazia sul ruolo che le diverse città, regioni e nazioni saranno in grado di assumere all’interno di un ampio quadrante europeo. La nuova bandiera dell’identità non è più, come lo è stato ieri, la difesa di un confine che ci rassicura su ciò che siamo, ma che tra pochi mesi comunque sparirà.
La nuova bandiera è nutrire l’ambizione di conquistare una nuova centralità. Il modo migliore per tutelare l’identità di Trieste è costruire le basi di uno sviluppo solido che investa tutte le sue risorse sulla modernizzazione e sulla internazionalizzazione. Fare, cioè, di Trieste una delle capitali del centro Europa. Esattamente la ragione per cui il fondo americano Carlyle ha spiegato di avere deciso di acquistare il Tergesteo e di investirci. I nostri competitori non sono protagonisti da sottovalutare. A Nord abbiamo Monaco e la Baviera che ormai puntano direttamente a essere un baricentro dell’intera Europa, posizionandosi non solo su un segmento avanzato sul piano industriale, ma anche sviluppando un sistema di servizi di livello internazionale. Vienna punta alla pianura danubiana centrale. Il suo posizionamento è chiaramente quello di candidarsi come filtro tra le connessioni sia verso l’Europa orientale sia verso il Baltico o i Balcani. Per far questo Vienna ha scelto di avviare una integrazione infrastrutturale e funzionale con Bratislava che sembra presagire la nascita di una nuova metropoli transnazionale. Budapest è una capitale emergente: il terminale del corridoio V sia ferroviario che stradale, la porta verso i grandi mercati dell’Ucraina, della Russia e oltre: dell’Asia.
Lubiana è un capoluogo di regione che è stato promosso a capitale: con i suoi trecentomila abitanti aspira al ruolo di interlocutore privilegiato di Vienna e Monaco per l’Europa centrale. Zagabria, un milione di abitanti, gioca sullo stesso terreno. Non a caso la diatriba sul corridoio V con la Slovenia si avvia a risoluzione nel momento in cui la Croazia ha deciso di realizzare un proprio corridoio diretto con Budapest, spingendo Lubiana a riprendere il progetto in comune con Trieste e l’Italia per non essere scavalcata e per evitare che la centralità si spostasse a Est. Il raggio nel quale Trieste agisce appare complesso. Accelera. Rimescola le carte: i «nemici» di ieri oggi devono cooperare. La costruzione di una centralità territoriale non è solo il prodotto di un progetto infrastrutturale, per quanto questa componente sia determinante, ma è tanto più efficace se diventa il risultato di una strategia relazionale in cui una rete di alleanze, le stesse scelte infrastrutturali, diventano il nucleo di un riposizionamento del proprio ruolo in un ambito allargato.
Qual è questo ambito? Quello europeo e internazionale. E una situazione in cui ciascuno condiziona gli altri con le proprie strategie, una regola appare ineludibile: si è aperto un mercato della mobilità senza barriere, chi arriva tra i primi ha la meglio. Per Trieste diviene, quindi, decisiva l’analisi corretta delle forze in campo europeo, soprattutto del quadrante che ci interessa più direttamente tra mare Adriatico, arco alpino, area danubiana. Ed è altrettanto importante elaborare risposte condivise dalla società, come spiega bene Roberto Morelli nel suo articolo, che traccino le linee guida del futuro. Questo è il metodo che decreta il successo o l’insuccesso. Città e sistemi territoriali sono sottoposti alla doppia pressione di espansione dell’Europa e della globalizzazione. Diventare, nel giro di pochi anni, un centro o una periferia, con le inevitabili ricadute sul benessere dei cittadini oltre che sull’indebolimento o rafforzamento della propria identità, dipenderà dalle scelte che Trieste saprà compiere. Tre fattori saranno determinanti: la qualità della specializzazione che la città saprà elaborare, la massa critica che potrà mobilitare, la sua «governance» territoriale.
Questo vuol dire Trieste capitale: organizzarsi per essere domani un sistema metropolitano di rango superiore. Il quesito che ci interroga, infatti, è: i fattori trainanti dello sviluppo devono rimanere nelle mani dei centri decisionali che già si delineano oggi o si può scommettere in un processo di riequilibrio, nel quale Trieste è un attore che può recitare la sua parte? La Regione di Illy ha chiara la posta in gioco e la strategia per replicare. Gli interventi su Trieste, infatti, non mancano. Quello che non è stato delineato con forza sufficiente è il progetto complessivo per Trieste capitale integrato con la missione, le risorse per Udine e il Friuli, Pordenone e Gorizia. Al di là di alcune parole d’ordine, quello che manca non è la visione, ma un piano d’attuazione che mobiliti le energie sociali.
Un piano che chiarisca la divisione del lavoro interna in risposta alla divisione del lavoro internazionale. Ma questa mappa era assente anche al Porto fino all’arrivo di Boniciolli e si abbozza solo adesso per Trieste. Già, su che cosa deve puntare Trieste? Su produzioni di beni materiali facilmente riproducibili altrove o su produzioni immateriali a maggior valore aggiunto che richiedono crescita culturale e investimenti? E quindi dobbiamo attrarre lavoro a basso costo o lavoro ad alto contenuto di specializzazione? E così anche per il turismo: cercare un turismo mordi e fuggi o di fascia alta, professionalizzato quindi ricco, che però richiede che la città si riorganizzi a cominciare da un palazzo dei congressi degno di questo nome? Specializzazione, accessibilità (vale a dire dotazione di infrastrutture in rapporto alla popolazione), connettività (cioè comunicazione materiale e immateriale), funzioni rare come i servizi ad alta specializzazione, sono questi i fattori dinamici e innovativi che stabiliscono la gerarchia dei territori nel mondo di oggi, piaccia o no.
Trieste non parte da zero: anzi, è la sede di grandi assicurazioni e centri finanziari mondiali come Generali e Lloyd, ha università e scuole di specializzazione di alto livello, c’è l’Area science park e i suoi laboratori d’eccellenza. Ma occorre mettere in rete queste risorse, aggiungerne altre, attirare investimenti e classe creativa. Darvi una cornice riconosciuta. Non cambia solo la geografia. Questo è il punto: per quanto possa apparire paradossale qui non parliamo di geoeconomia o geopolitica, parliamo di cultura. Il futuro atteso non può che essere una cosciente evoluzione di ciò che Trieste ha ricevuto dal suo passato. Le nuove sfide si riallacciano, reinterpretandole, alle vecchie sfide. La storia sta riposizionando Trieste là dove era, in un punto strategico dell’Europa centrale. Questo è lo sfondo da recuperare: nel passato Trieste è stata questione nazionale e internazionale come spiega Marina Cattaruzza nel suo bel libro «L’Italia e il confine orientale». Deve tornare a dotarsi di un’ottica continentale per comprendere la sua nuova condizione «locale» e per reggere il confronto con i protagonisti europei. La soluzione non sta fuori di noi, sta dentro di noi. Trieste non può abdicare all’aspirazione a una leadership.
Non amministra una vicenda che ha concluso il suo ciclo, ma un patrimonio che può proiettarsi in una prospettiva di lunga durata. L’idea di sé, insieme ereditata e diversa, che Trieste immaginerà può fare la differenza.




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