(J. De Maistre – Le Serate di Pietroburgo – Rusconi – pp. 195-200)
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IL CONTE.
Vi prendo in trappola, mio caro cavaliere: voi citate Voltaire. Non sono abbastanza severo per privarvi del piacere di citare alcune parole felici cadute da quella penna sfavillante; ma voi lo citate come un'autorità, e con me ciò non è permesso.
IL CAVALIERE.
Mio caro amico, voi nutrite troppo rancore verso Francois-Marie Arouet che non esiste più. Come si può conservare tanto rancore verso i morti?
IL CONTE.
Ma le sue opere non sono morte; esse vivono, ci uccidono: mi pare che il mio odio sia sufficientemente giustificato.
IL CAVALIERE.
D'accordo; ma, permettete che ve lo dica, questo sentimento, sebbene fondato nel suo principio, non ci deve rendere ingiusti verso un tale genio e non deve chiudere i nostri occhi su questo talento universale che si deve ammirare come un bene inestimabile della Francia.
IL CONTE.
Genio brillante quanto vi pare, signor cavaliere: ma non è men vero che si può lodare Voltaire soltanto con un certo ritegno, starei quasi per dire di malavoglia. L'ammirazione incontrollata con cui troppa gente lo circonda è segno inequivocabile di animo corrotto. Non ci si faccia illusioni: se qualcuno, percorrendo la propria biblioteca, si sente attirato dalle Opere di Ferney, Dio non l'ama. Spesso si è derisa l'autorità ecclesiastica che condannava i libri in odium auctoris; in verità, nulla v'era di più giusto: «Rifiutate gli onori del genio a colui che abusa dei suoi doni». Se questa legge fosse severamente osservata, si vedrebbero sparire in breve tempo i libri avvelenati; ma poiché non dipende da noi promulgarla, cerchiamo almeno di evitare l'eccesso (molto più riprovevole di quanto si creda) di esaltare senza misura gli scrittori colpevoli, e quello soprattutto. Voltaire ha pronunciato contro se stesso, senza accorgersene, una sentenza terribile: è lui infatti che ha detto: «Uno spirito corrotto non fu mai sublime». Nulla è più vero, ed è per questo motivo che Voltaire, nonostante i suoi cento volumi, non riuscì ad essere che grazioso; escludo le tragedie, nelle quali la natura stessa dell'opera lo costringeva a esprimere sentimenti nobili, sconosciuti al suo carattere; ma neppure nel teatro, che è il suo trionfo, inganna gli occhi esercitati. Nelle opere migliori assomiglia ai suoi due grandi rivali come il più abile ipocrita assomiglia a un santo. Non intendo contestare i suoi meriti come drammaturgo; mi limito alla mia prima osservazione: quando Voltaire parla a proprio nome, è soltanto grazioso; nulla lo può riscaldare, nemmeno la battaglia di Fontenoi. «è affascinante», si dice: e lo dico anch'io, ma con questa parola intendo criticarlo. Del resto, non posso soffrire l'esagerazione che lo definisce «universale» perché scopro non poche eccezioni a questa universalità. Per esempio, non vale nulla nell'ode. E chi potrebbe meravigliarsene? L'empietà ragionata aveva spento in lui la fiamma divina dell'entusiasmo. È una nullità (e fino al ridicolo) anche nel dramma lirico, perché il suo orecchio era assolutamente chiuso alle bellezze dell'armonia come i suoi occhi erano chiusi alle bellezze dell'arte.
Nei generi che sembrano più congeniali al suo talento naturale non ha forza: è mediocre, freddo, e spesso (chi lo crederebbe?) pesante e grossolano nella commedia; poiché il cattivo non è mai comico. Per la stessa ragione non ha saputo scrivere un epigramma perché la minima sorsata del suo fiele non riusciva a coprire meno di cento versi. Se tenta la satira scivola nel libello; è insopportabile nella storia, a dispetto della sua arte, della sua eleganza e delle grazie del suo stile, poiché nessuna qualità può sostituire quelle che gli mancano e che sono la vita della storia: la gravità, la buonafede e la dignità. Quanto al suo poema epico, non ho il diritto di parlarne, perché per giudicare un libro bisogna averlo letto, e per leggerlo occorre essere svegli: una monotonia soporifera grava sulla maggior parte dei suoi scritti che hanno soltanto due soggetti, la Bibbia e i suoi nemici: egli bestemmia o insulta. Il suo spirito tanto decantato è lungi dall'essere irreprensibile: il riso che suscita non è spontaneo; è una smorfia. Non avete mai notato che l'anatema divino fu scritto sul suo volto? Dopo tanti anni, possiamo ancora osservarlo. Andate a contemplate la sua figura all'Ermitage; io non la guardo mai senza rallegrarmi che non ci sia stata trasmessa da uno scalpello erede dei Greci, che forse le avrebbe infuso una qualche bellezza ideale. Qui tutto è naturale: in quella testa vi è tanta verità quanta ve ne sarebbe in un calco di gesso preso sul cadavere. Osservate la fronte abbietta che il pudore non colorò mai, i due crateri spenti nei quali sembrano ancora ribollire la lussuria e l'odio, la bocca (forse dico male, ma non è colpa mia), la smorfia spaventosa che si disegna fra un orecchio e l'altro, e le labbra strette da una malizia crudele come una molla pronta a scattare per lanciare la bestemmia o il sarcasmo.
Non parlatemi di quest'uomo, non posso sostenerne l'idea. Quanto male ci ha fatto! Simile a quell'insetto, flagello dei giardini, che volge le sue punture soltanto alla radice delle piante più preziose, Voltaire continua anche dopo la morte a colpire con il suo pungiglione le due radici della società, le donne e i giovani; le impregna dei suoi veleni, che egli trasmette così da una generazione all'altra. È inutile che, per velare questi attentati innominabili, i suoi stupidi ammiratori ci assordino declamando gli scritti altisonanti nei quali egli ha parlato in modo superiore degli argomenti più venerati. Questi ciechi volontari non vedono che essi completano così la condanna dello scrittore colpevole. Se Fénelon con la stessa penna che dipinse le gioie dell'Eliseo avesse scritto Il Principe, sarebbe mille volte più vile e colpevole di Machiavelli. Il grande delitto di Voltaire è l'abuso del talento e la prostituzione consapevole di un genio creato per celebrare Dio e la virtù. Egli non può addurre come scusante, al pari di tanti altri, la giovinezza, l'imprevidenza, la forza trascinante delle passioni, e neppure la triste debolezza della nostra natura. Nulla lo assolve; la sua corruzione è di un genere che appartiene soltanto a lui; si radica nelle più nascoste fibre del suo cuore e si fortifica con tutte le forze del suo intelletto. Sempre alleata al sacrilegio, sfida Dio perdendo gli uomini. Con un furore che non ha esempi, questo insolente bestemmiatore si dichiara nemico personale del Salvatore degli uomini; dal fondo del suo nulla osa dargli un nome ridicolo e dichiara «infame» la legge adorabile che l'Uomo-Dio ha portato sulla terra. Abbandonato da Dio, che punisce ritirandosi, non conosce più freni. Altri cinici stupirono la virtù, Voltaire stupisce il vizio. Si immerge nel fango, vi si rotola, se ne abbevera; abbandona la propria immaginazione all'entusiasmo dell'inferno, che gli presta tutte le sue forze per trascinarlo agli estremi limiti del male. Inventa prodigi e mostri che fanno impallidire. Parigi lo incoronò, Sodoma l'avrebbe esiliato. Profanatore sfrontato della lingua universale e dei suoi più grandi nomi, ultimo fra gli uomini dopo quelli che lo amano! Come posso esprimervi quel che mi fa provare? Quando vedo ciò che poteva fare e quel che ha fatto, i suoi talenti inimitabili mi ispirano soltanto un sacro furore che non ha nome. Indeciso tra l'ammirazione e l'orrore, talvolta vorrei fargli innalzare una statua... dalle mani del boia.
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