E nello stesso tempo riescono anche a scriverne di peggio...
R
itengo sia possibile formulare, sulla base di
una comparazione oggettiva - e, perché no?
anche induttiva e fantasiosa - tra la civiltà
celtica e quella ebraica, alcune considerazioni
sulla convergenza di taluni aspetti delle due
culture. Trattasi di un percorso in sé ragionevole,
in quanto da una siffatta analisi non solo
emergono elementi rivelatori di un intreccio indissolubile
tra le due culture - e, di conseguenza,
tra i popoli -, ma si sgombra altresì il campo
dalle accuse rivolte con leggerezza da parte di
quanti farebbero coincidere il recupero di un patrimonio
culturale ancestrale con le tesi che
hanno indotto, nel secolo scorso, a suffragare i
concetti di “purezza ariana” dietro ai quali si
celava un’ideologia nazista a noi estranea.
Argomentando, in via preliminare, dai simboli
adottati dai Padani, si può già asserire che la
scelta del verdiano Va’ Pensiero (avente ad oggetto
l’episodio biblico della schiavitù degli
Ebrei), appare come una metafora delle speranze
del nostro popolo di assurgere a una condizione
di emancipazione, di libertà, ma soprattutto
ci accomuna, anche idealmente, a quella
storia avente per oggetto un’altra schiavitù; e
ancora: non appare privo di significato il fatto
che il motivo della nostra “ruota” denominata
“Sole delle Alpi” ricalchi il modello della stella a
sei punte - il “Sigillo di Salomone”.
Un primo excursus storico approda sicuramente
a un risultato sociologico comune, quantomeno
in una data epoca. Com’è noto, presso i
Celti la condizione della donna era mirabilmente
avanzata: parafrasando, si può pacificamente
affermare che presso quella civiltà era l’uomo a
essere pressoché uguale alla donna e non viceversa.
Questa uguaglianza si riscontra altresì in
Israele, ove già a partire dal XIII secolo a.C. è
dato di notare che sullo scranno dei “giudici”
sedeva, tra l’altro, anche una donna (Debora).
Presso altre culture e, in particolare, in Grecia,
la donna veniva considerata come “un
bene da ereditare”, mentre a Roma il pater familias
aveva un controllo totale sulla moglie e le
donne dovevano avere un tutore per la gestione
dei loro affari; c’è da domandarsi se le donne orfane
e prive di marito venissero considerate
res
nullius. Un esempio, tra tutti, dell’importanza
del ruolo femminile promana dalla figura della
druida Boudicca, regina degli Iceni, riconosciuta
come comandante di guerra da parte dei Britanni
nel 61 d.C.; al riguardo, Tacito afferma
nei suoi Annales: “non è la prima volta che i
Britanni sono stati guidati in battaglia da una
donna”.
La tradizione irlandese ritrae una società di
profetesse, druide, dottoresse e donne dedite alla
satira. La concezione cristiana implicante l’idea
di peccato, concetto di forte impatto emotivo
nell’opera di svilimento della donna nei secoli,
era del tutto estranea alla cultura celtica: era invece
diffusa l’idea di ricorrere a una guida spirituale,
compito che generalmente veniva affidato
ai druidi, in grado anche di predire il futuro.
Nelle credenze e nei rituali dei druidi si ravvisano
molti elementi simili a quelli dei primi profeti
ebrei e - secondo alcuni studiosi - non si tratterebbe
solo di pratiche comuni, ma di comuni
radici razziali e religiose.
Probabilmente essi chiamano direttamente in
causa il ruolo dei druidi, del tutto analogo a
quello di Melchisedech, Mosè, Elia e Salomone,
nella loro veste di guide del popolo, in qualità di
re-sacerdoti e di mediatori tra umanità e divinità.
D’altro canto, come il decalogo e le altre
leggi culturali e civili ricevuti da Mosè sul Monte
Sinai diedero agli Ebrei la coscienza e la struttura
di popolo, così, analogamente, le Leggi di
Brehon amministrate dai druidi costituivano un
punto di riferimento per gli abitanti celti della
Gran Bretagna. Le Leggi di Brehon rappresentavano
infatti un altrettanto sofisticato ed efficiente
sistema etico-legale derivante con tutta
probabilità da una pratica spirituale molto più
antica: mentre da un lato enfatizzavano la libertà
civile, l’uguaglianza di uomini e donne e i
diritti dell’individuo all’interno dell’equilibrio
cosmico, dall’altro utilizzavano il concetto di solidarietà
nei confronti dei soggetti più deboli -
anziani e bambini - come una sorta di cemento
sociale per riunire la collettività.
Ritornando al menzionato nesso etnico tra popolazioni
celtiche e popolazioni ebraiche, può
risultare significativo un accenno allo studio di
Sir John Morris Jones sulla “Sintassi pre-ariana
nel celtico insulare” (1899): lo studioso osservava
che, per quanto le lingue celtiche fossero
classificate tra le lingue europee, la loro sintassi
apparteneva tuttavia al gruppo camitico-semitico
che include, tra l’altro, anche l’ebraico; conclusioni,
queste, che parevano avallare il movimento
cosiddetto degli “Israeliti britannici”, che
asserivano che i Celti fossero una delle tribù
perdute di Israele. Non ho certo la pretesa di
sciogliere tale nodo: sarà sufficiente soltanto richiamare
in primo luogo, al fine di non banalizzare
la diatriba, la circostanza che anche l’origine
degli Ebrei non rivela elementi antropologici
certi (sostenuti soltanto da alcune correnti di
antisemitismo).
Infatti, gli stessi caratteri fisici ritenuti pertinenti
a un’omogeneità razziale (naso ricurvo,
capelli crespi, colorito scuro, eccetera) compaiono
anche in altre popolazioni mediterranee; a
loro volta, alcuni caratteri somatici sono sicuramente
conseguenti all’isolamento dei ghetti,
prodotto di particolari circostanze contingenti.
In secondo luogo, per quanto concerne i Celti,
le fonti riferiscono l’esistenza di almeno due distinti
tipi razziali: uno di statura alta, capelli
biondi o rossi, occhi azzurri o verdi, naso aquilino,
l’altro di statura media, capelli bruni, occhi
castani, naso carnoso. Ne consegue pertanto che
un’eventuale obiezione fondata su connotazioni
puramente fisiche non risulterebbe risolutiva.
Quanto alle comuni radici rituali e linguistiche,
Tim Wallace Murphy e Marilyn Hopkins, nella
loro opera su “Rosslyn, Guardian of the Secrets
of the Holy Graal”, osservano, incidentalmente,
la rassomiglianza sconcertante tra il costume
dei bardi celtici di non pronunciare il nome di
Dio, onde evitare il disonore, e il divieto ebraico
di pronunciare il Tetragramma (l’impronunciabile
nome di Dio); si noti altresì che la pronuncia
corretta del sacro nome di Dio tra le popolazioni
semitiche era
Yaíu o Yahu, perfetto equivalente
del gallese.
Pur non essendoci pervenuta nei dettagli la
conoscenza della religione dei Celti, è certo che
essi credevano nell’immortalità dell’anima: non
è casuale che le celebrazioni delle nascite avvenissero
con cordoglio, a causa della morte di
un’anima nell’altro mondo e, al contrario, quelle
della morte con gioia, in quanto nascita in un
aldilà fantastico. Si può anche ipotizzare che essi
esprimessero la loro paura nei confronti della
“fine del mondo” allorché alla domanda rivolta a
un capo celtico su cosa temesse di più questi rispondeva:
“Temiamo soltanto che il cielo cada
sulle nostre teste”.
In alcuni trattati di leggi irlandesi le prescrizioni
di rito contenute nel giuramento di chi si
impegnava a rispettare un patto invocavano, in
soluzione di continuità con la tradizione, gli elementi
naturali: “Saremo fedeli a meno che il
cielo cada e ci schiacci, oppure la Terra si apra
e ci inghiotta, oppure il mare si alzi e ci sommerga”.
Dal momento che non risulta possibile
un’esegesi di fonti scritte, si ascrive alla metempsicosi
di Pitagora la tesi dell’immortalità dell’anima.
Peraltro, si obietta che già il filosofo greco
Posidonio affermava che il druido Abari aveva
addestrato Pitagora e questi, a sua volta, aveva
successivamente influenzato gli Esseni, cosicché
le conoscenze druidiche sarebbero rifluite da Pitagora
alla setta ebraica esoterica stanziata sulle
rive del Mar Rosso.
Un’altra testimonianza dell’attendibilità della
tesi proviene da Clemente di Alessandria, il quale
affermava che era stato Pitagora a recepire la
dottrina druidica dell’immortalità dell’anima e
non il contrario.
Una ulteriore affinità tra le due culture sinora
esaminate promana dalle leggende vissute dai
due popoli in relazione al popolo egizio: si può
leggere in chiave fantastica il sottile filo che lega
il mito di Fetonte, di presunta discendenza egizia,
scaraventato per mano divina nel fiume Eridano
e l’episodio del Mar Rosso diviso in due a
seguito di un intervento divino che permette
agli Ebrei di sottrarsi all’inseguimento delle
truppe egiziane.
Per concludere la carrellata di similitudini,
anche gli Ebrei conobbero la violenza romana e
la sopraffazione perpetrata dai suoi governatori
allorché Pompeo (64 a.c.) occupò Gerusalemme,
espugnandone il tempio, sino all’epilogo del
massacro di massa compiuto da Tito (70 d.C.) a
seguito della rivolta contro l’Impero romano,
ossia contro quell’oligarchia senatoriale che
avrebbe trasformato tutti i territori conquistati
in mere circoscrizioni doganali e popolato l’aldilà
con paure terrene e la vita terrena con forme
di corruzione a tutti i livelli.
http://www.laliberacompagnia.org/pub..._pdf/qp_40.pdf
...e mi pare che anche una altra pubblicazione parlasse dell'importanza della trota marmorata nella lotta identitaria...