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    Predefinito La scatola nera della Prima Repubblica

    http://www.avvenimentionline.it/content/view/1474/412/
    La scatola nera della Prima Repubblica
    Quindici anni fa in via D’Amelio scompare l’agenda rossa di Paolo Borsellino. Dove il giudice antimafia annotava i fatti più segreti. Anche quelli riguardanti la strage di Capaci
    di Paola Pentimella Testa «Sono convinta che esistono documenti da cui la verità potrebbe ancora venire fuori. Perciò credo che oggi sarebbe utile istituire una commissione parlamentare d’inchiesta che faccia luce sulle stragi, quella di Capaci e quella di via D’Amelio, che restano due grandi buchi neri della nostra storia». La richiesta, rimasta inascoltata, è di Rita Borsellino, sorella di Paolo, il magistrato antimafia che il 19 luglio di quindici anni fa saltò in aria con la sua scorta in via Mariano D’Amelio, a Palermo. Da allora sono stati celebrati tre processi, inflitti molti ergastoli. Ma dei “mandanti altri”, di quei ideatori occulti che guidarono la mano dei vari Riina, Bagarella e degli altri boss mafiosi condannati per la strage, non si è riusciti ancora a definire il volto, a stabilirne i nomi. Ora, a Caltanissetta, il procuratore aggiunto Renato Di Natale che indaga su quei mandanti rimasti nell’ombra, da alcuni giorni ha sul proprio tavolo nuovi documenti utili proprio all’inchiesta sulle stragi del ’92. Carte che non conterrebbero dichiarazioni di pentiti, stando alle poche indiscrezioni trapelate, ma conterrebbero il frutto di un’importante indagine svolta dagli investigatori, su delega della procura di Palermo.

    Quella che stroncò la vita del giudice Borsellino, a dispetto della vicinanza temporale che segnò la fine altrettanto tragica dell’amico e collega Giovanni Falcone, non fu solo una strage di mafia. Molti collegano la fine di Borsellino e della sua scorta a quanto accadde pochi mesi dopo, con le bombe a Milano, Firenze e Roma della primavera e estate del 1993, e con la pax mafiosa che ne seguì, tuttora in vigore. Per questo recondito motivo, nell’inferno che trasformò via D’Amelio in una lontana strada di Beirut, forse qualcuno portò a termine il suo compito ingrato: occultare i segreti che Paolo Borsellino aveva raccolto dopo la strage di Capaci. Cinquantasette giorni - tanti ne erano passati dalla morte di Falcone - in cui il giudice palermitano aveva freneticamente appuntato, in una corsa contro il tempo, ogni suo movimento, ogni incontro, ogni suo pensiero in una agenda di pelle rossa, un regalo dell’Arma dei Carabinieri, che portava sempre con sé. Un taccuino, una sorta di scatola nera della Prima Repubblica, che il giorno dell’attentato scomparve dalla sua borsa, ritrovata integra nella Croma blindata che ogni giorno garantiva a Borsellino gli spostamenti dentro e fuori Palermo.
    Quell’agenda di pelle oggi rischia di diventare un caso istituzionale perché potrebbe trascinare a giudizio un ufficiale dei carabinieri per false dichiarazioni a pubblico ministero, e perché chiama in causa un magistrato e un ex magistrato, che negano di aver ricevuto in consegna la valigetta di cuoio di Borsellino. E dentro la quale, appunto, ogni giorno veniva riposta l’agenda rossa.
    Anche questa parte d’indagine è finita nel fascicolo nisseno sui “mandanti occulti”.
    Una costola che parte da una foto a colori scattata alle 17.30 in via D’Amelio, subito dopo l’attentato quindi, in cui viene immortalato l’allora capitano dei Carabinieri Giovanni Arcangioli con in mano la borsa di Borsellino. I due magistrati coinvolti in quest’ultimo pezzo della vicenda sono l’ex pm del maxiprocesso a Cosa nostra, Giuseppe Ayala, che nel 1992 aveva lasciato da pochi mesi la toga ed era diventato deputato per il Pri, e il giudice Vittorio Teresi. Il primo, arrivato in via D’Amelio subito dopo l’attentato, ha raccontato ai magistrati di aver notato la borsa di Borsellino abbandonata sul sedile posteriore della Croma blindata e di «averla materialmente presa o indicata, o comunque affidata a un carabiniere in divisa». Arcangioli, invece, ricorda quell’episodio in modo diverso. Davanti ai pm di Caltanissetta ha sostenuto di aver aperto la borsa con Ayala, e di averne constatato, insieme, l’assenza dell’agenda. E, subito dopo, sempre secondo Arcangioli, la borsa sarebbe stata consegnata a un carabiniere, di cui però non è riuscito a ricordare il nome davanti ai magistrati. Una versione contestata da Ayala, anche durante un tesissimo confronto all’americana davanti ai pm di Caltanissetta svoltosi un anno fa.
    Quel 19 luglio 1992 ad assistere alla scena della borsa c’era anche un giornalista, Felice Cavallaro, che davanti ai magistrati ha confermato la versione dell’ex giudice. Teresi, invece, arrivato solo dopo sul luogo dell’attentato (erano le 18-18,30), ha sostenuto di non ricordare quella borsa di cuoio, e anche lui nega di averla ricevuta in consegna, come sostenuto invece da Arcangioli. Non solo. Teresi conosce bene Arcangioli, e ai giudici ha raccontato: «Non ricordo di averlo notato in quei momenti. Tutto ciò è molto strano».

    Di singolare c’è pure un altro episodio,
    che vale la pena ricordare dopo quindici anni. Nella foto agli atti, la borsa in mano ad Arcangioli (come già detto, sono le 17.30 del 19 luglio) appare integra, senza quei segni di bruciature che invece compaiono nella borsa recuperata alle 18 sul sedile posteriore dell’auto blindata di Borsellino. In un primo inventario degli oggetti rinvenuti nella Croma blindata, redatto alle 18,30 dalla squadra mobile palermitana, si fa cenno alla borsa. L’agenda rossa non viene catalogata. La vedova di Paolo Borsellino, Agnese Piraino Leto, parlerà in tribunale di quella borsa: «Era un po’ accartocciata, ma il contenuto era integro. Un po’ affumicato, ma c’era tutto. O meglio, quelle cose che Paolo aveva: un’agenda con i suoi numeri telefonici, le sigarette. Ma l’agenda rossa non c’era». E come ripetutamente testimonierà Agnese Borsellino durante i processi per la strage di via D’Amelio, quel taccuino era diventato in quei 57 giorni l’ombra del marito: «Non la lasciava mai, la portava sempre con sé e segnava tutto: incontri, impegni di lavoro». E ce l’aveva anche quella domenica: «Era con lui, io l’ho vista, perché a pranzo l’aveva nelle mani e aveva segnato i prossimi appuntamenti che avrebbe dovuto avere nella settimana successiva. Però, non è stata mai più ritrovata».

    Della strage di Capaci
    gli esecutori materiali, diventati in seguito collaboratori di giustizia, hanno raccontato tutto. Di via D’Amelio i pentiti non sanno nulla, o quasi. Nessuno ha saputo riferire dove era appostato il commando mortale, e tanto meno da dove proveniva l’esplosivo, 90 chili di plastico stipato nell’auto bomba Fiat 126 parcheggiata davanti al portone di casa della madre di Borsellino. Si trattava forse di Semptex-H, tristemente presente nella lunga scia stragista del nostro Paese. Di certo - hanno accertato i periti - quel plastico conteneva sia T4 che pentrite, elementi altrettanto inquietanti proprio perché riconducibili a quei reparti speciali, a quelle centrali di addestramento dell’eversione che hanno segnato la storia della Prima Repubblica. «Diversi livelli di conoscenza che potrebbero spiegarsi forse anche per il ruolo che i due magistrati ricoprivano negli ultimi mesi di vita», spiega l’ex giudice Carlo Palermo. «Non dobbiamo dimenticare che Giovanni Falcone era a Roma al ministero della Giustizia. Paolo Borsellino era operativo a Palermo. Il primo quindi, per chi aveva deciso di colpirli, era un pericolo potenziale. Il secondo un pericolo oggettivo, in quanto operativo appunto». Nella loro lotta alla mafia i due magistrati palermitani non si erano limitati a costruire l’organigramma di Cosa nostra. Falcone e Borsellino avevano cercato di “interpretare” la nuova mafia soprattutto seguendone gli affari. «Le connessioni con il sistema finanziario, nazionale e internazionale», ricorda Palermo. «Le connessioni con il sistema bancario e con la politica, e tutti i centri di potere, non ultimo la massoneria». I conti cifrati svizzeri e le megaoperazioni di riciclaggio tra mafie internazionali furono oggetto di attenzione del pool antimafia. Falcone era l’uomo dei numeri, dei conti, il giudice che aveva cercato di aprire un varco nel segreto bancario della Svizzera. Ginevra, Lugano e Zurigo ospitavano allora molte delle finanziarie utilizzate dalla mafia per far transitare le ingenti somme provenienti dall’attività criminale. L’ex giudice Palermo, che per primo puntò i riflettori sul traffico di armi e sui maxiriciclaggi internazionali pagandone uno scotto altissimo con l’attentato a Pizzolungo (Trapani) nel 1985, non a caso, a caldo, interpretò la strage di Capaci, e poi quella di via D’Amelio, come la conseguenza delle indagini avviate proprio sui conti segreti elvetici. «Per le stragi di Falcone e Borsellino - ricorda adesso Palermo - spesso è stata accreditata solo la matrice siciliana, per coprire interessi ad alto livello. I due giudici, invece, inseguivano importanti piste internazionali. Le minacce a entrambi cominciarono già nel 1985 - spiega a left -, quando partirono le prime indagini sui conti svizzeri, appunto». «Nel 1992, da un’altra parte, a Milano, città che era già un raccordo affaristico importante per la mafia, si stava indagando su Tangentopoli. L’attività di Falcone e di Borsellino poteva essere fondamentale per spiegare anche quei livelli superiori che, dopo la loro morte, sono rimasti per sempre nell’ombra».

    Antonio Ingroia, è stato allievo e amico di Paolo Borsellino. Con lui era a Marsala, quando Borsellino aveva scelto di allontanarsi dal capoluogo siciliano. Con lui è arrivato alla procura di Palermo negli ultimi mesi di vita del giudice antimafia. E di quei mesi, ma soprattutto di quegli ultimi 57 giorni, di Borsellino Ingroia ricorda la frenetica ricerca di elementi che potessero spiegare la morte dell’amico Giovanni. Ricorda gli appunti sulle agende, anche su quella rossa scomparsa dopo l’attentato. I contenuti però, anche per Ingroia, sono rimasti un segreto: «Ricordo perfettamente quell’agenda che Borsellino portava sempre con sé. Ma i contenuti non li ho mai conosciuti».
    In quelle ultime settimane, Borsellino aveva deciso di proteggere chi gli stava vicino, un tentativo disperato di fargli da scudo. Così come, poche settimane prima, Falcone aveva fatto da scudo a lui e agli altri sostituti procuratori, non rivelando i particolari delle sue indagini, finiti in parte in quei file conservati nel databank Casio che Falcone si portava sempre dietro, e che vennero trafugati dopo il 23 maggio 1992. La sera del 19 luglio alla stanza di Borsellino furono apposti i sigilli. Così come alla cassaforte dove, secondo i familiari, il magistrato teneva tutte le carte del lavoro. Nei giorni successivi, per disposizione della magistratura, la cassaforte fu aperta, «ma - ricorda Agnese Borsellino - non si trovò nulla di importante. L’eliminazione di Paolo era stata congegnata proprio come un delitto perfetto».

    Fatto sta, come ha scritto la Corte d’appello di Caltanissetta nelle conclusioni della sentenza del Borsellino bis che «il processo sulla strage di via D’Amelio non apporta tutte le verità che ci si aspettava. Questo processo concerne esclusivamente gli esecutori materiali, coloro che hanno attivamente lavorato per schiacciare il bottone del telecomando. Ma questo stesso processo è impregnato di riferimenti, allusioni, elementi concreti che rimandano altrove, ad altri centri di interessi, a coloro che in linguaggio non giuridico si chiamano i “mandanti occulti”, categoria rilevante non solo sotto il profilo giuridico ma anche sotto quello politico e morale. E quindi qui finisce il processo agli esecutori della strage di via D’Amelio, ma non certamente la storia di questa strage annunciata, che deve essere ancora in parte scritta».

    Servizi segreti. Sono Stato loro Funzionari Sismi al servizio degli americani contro gli interessi nazionali. Illegalità, malversazioni, gangsterismo
    di Pino Arlacchi È la terza volta che apprendo di essere oggetto delle attenzioni ostili dei servizi di sicurezza del mio Paese e per la terza volta mi trovo a pormi la stessa domanda. Servono davvero a qualcosa questi organismi?
    La prima volta che ho avuto la certezza di essere presente nelle liste del Sisde fu nel 1994. Ero deputato Pds e il ministro dell’Interno Maroni rese pubblica una lista di una quindicina di spiati, tra cui il sottoscritto. Ci arrabbiammo molto, ma forse non abbastanza. L’attenzione pubblica in quegli anni si concentrava sull’ antimafia e su Mani Pulite, e ci scordammo presto dell’ argomento.
    Solo due anni dopo, fui costretto a prendere atto che la faccenda era stata in realtà più seria. Fui convocato dalla Procura di Aosta che indagava sul caso “Phoney money” e mi fu mostrato un fax del 1994 sequestrato ad un gruppo di faccendieri che si rivolgevano ai loro compari americani a proposito del sottoscritto. Il governo Ciampi mi stava prendendo in considerazione per una nomina a supervisore dei servizi di sicurezza. Vista la mia nota appartenenza al Regno del Male, l’Occidente era in pericolo e bisognava attivarsi perché dagli Usa arrivasse un segnale contrario adeguato alla gravità della minaccia. Il pubblico ministero di Aosta, preso nota tra l’altro del fatto che il Regno del Male era defunto già da qualche anno, fece in tempo ad arrestare un paio di patrioti-truffatori prima di soccombere sotto il peso delle tonnellate di spazzatura che le campagne di disinformazione gli rovesciarono addosso.
    La colpa di Davide Monti era stata quella di scoprire con 10 anni di anticipo quei network di potere delinquenziale che continuano ad unire pezzi di Guardia di Finanza, Telecom, giornali, servizi di sicurezza e politica. Stessi nomi, stessi ambienti, e dieci anni perduti.
    Me ne andai all’Onu e nel 2001-2002 fui oggetto di una violenta campagna di stampa a causa delle iniziative che avevo preso in Afghanistan (avevo osato parlare con i talebani che allora governavano il Paese) ed a causa di un progetto contro il riciclaggio internazionale che aveva infastidito le grandi banche. Siccome avevo un po’ più di potere, fui in grado di sapere qualcosa di più su questa campagna e sugli attacchi politici collaterali. Bene. Erano girati i soliti soldi e la solita corte di faccendieri, spioni, “giornalisti” e parlamentari presi in affitto si era scatenata contro di me. L’unica differenza era che il network era diventato più largo, a causa della internazionalizzazione e della più profonda corruzione del Paese. Fui bombardato di spazzatura lanciata da quote variabili. Adesso apprendo che Mr. Pompa nel 2001 mi aveva inserito in una lista di personaggi da colpire con azioni traumatiche. E vedo che l’ex direttore del Sismi, Pollari, ha aspettato fino all’altro giorno prima di scaricare Pompa ed i suoi dossier pieni di sterco contro persone perbene.

    Cosa c’è di nuovo in questa storia?
    Nulla. Eccetto la finta mancanza di memoria di molti esponenti istituzionali che sembrano venuti al mondo l’altro ieri. I quotidiani sono pieni di interviste a Vispe Terese che non ricordano il ruolo nefasto giocato dai vertici dei Servizi nella storia politica italiana, in termini di partecipazione ad attentati e stragi, deviazioni di indagini, minacce e corruzione di testimoni, raccolta illecita di informazioni. Quasi nessuno ricorda il logoro espediente dei collaboratori esterni che vengono disconosciuti quando vengono scoperti e le cose vanno male. Oppure la vecchia tradizione anticomunista e fascista degli apparati italiani. O il loro servilismo verso gli angloamericani e la loro indifferenza verso l’ interesse nazionale. Come spiegare diversamente il linguaggio usato dal sig. Pompa nei suoi appunti a Pollari? Come spiegare la relativa attività di intercettazione, pedinamento e foraggiamento di “fonti” ostili contro gente, questa sì, impegnata a difendere la legalità e la sicurezza dell’Italia?

    È la continuità di questo gangsterismo di Stato che passa indenne attraverso le stagioni politiche a rendere attuale la domanda sulla reale utilità di queste burocrazie. Per quale ragione dobbiamo pagare con le nostre tasse degli organismi che non sanno fare il loro lavoro, o che lavorano contro di noi e contro gli interessi del Paese?
    La dipendenza dalla Cia del nostro servizio di informazioni per l’estero è pressoché totale. Abbiamo assistito, nel caso Abu Omar, ad esempi di funzionari Sismi che si offrivano alla Cia come doppi agenti e che invece di essere cacciati a pedate venivano lodati e protetti dai loro vertici. Quale garanzia di effettiva sicurezza può venire fornita da un simile apparato quando in campi cruciali come la politica energetica, i Balcani, il Medio Oriente, i rapporti con la Russia e la Cina, l’interesse nazionale dell’Italia diverge largamente da quello degli Stati Uniti?
    Il governo ha dichiarato di avere recentemente messo alla testa dei servizi persone oneste e competenti, della cui lealtà non è lecito dubitare. Ma è già successo altre volte. Ci sono già state persone integre ai vertici di questi enti che non hanno combinato nulla di significativo, e non sono state in grado di cambiare un andazzo di illegalità e malversazione. Il punto non è questo.
    Il punto sta nel profilo professionale dei capi degli uffici e nel mandato che si assegna loro. Non è questione di leggi, ma di coraggio e capacità decisionale. Non ha senso proseguire con la deleteria prassi di accontentare un po’ tutti, mettendo ammiragli, generali o prefetti che non parlano l’inglese a dirigere reparti internazionali; figli, mogli e cugini di potenti che vanno ad infestare ranghi delicati senza l’ombra di un concorso dietro le spalle. È errato per un governo di centro-sinistra continuare a sopportare un Cesis cimitero degli elefanti, un Sismi colonia militare e un Sisde fratello minore un po’ disabile.

    Da uffici così mal strutturati non possono venire che guai. Non si può ignorare la rivoluzione delle mentalità e delle competenze che ha investito da un paio di decenni l’intelligence dei Paesi seri, dove gli agenti vengono reclutati su basi competitive e pubbliche. E quando si tratta di decidere l’assegnazione dei budget, Parlamento e Governo non possono ignorare la competizione crescente che nel campo dell’intelligence strategico viene messa in atto dalle università, dai centri di ricerca e finanche dalle grandi imprese delle nazioni più avanzate. È utile continuare a spendere cifre notevoli per ottenere analisi che non reggono il confronto con la ricerca prodotta da studiosi indipendenti?
    E se perfino in questi Paesi ci si pone sempre più la domanda su che cosa abbia da guadagnare, in fin dei conti, una democrazia matura dal mantenere centri di potere opaco al proprio interno, figuriamoci se non è necessario porsi questi interrogativi da noi. È sconfortante che nell’Italia del terzo millennio un magistrato o un normale cittadino che abbiano a cuore il bene pubblico debbano ancora sentirsi minacciati dai signor Pompa e dalle cricche di inetti sul filo del tragicomico che lavorano contro le leggi e contro la sicurezza del proprio Paese.

  2. #2
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    BANANA-REPUBBLICA, al servizio dei cittadini.



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    La tua "W" sta per Wanna (Marchi), vero?


  5. #5
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    Minchia che ridere!

  6. #6
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    Minchia che ridere!
    Qui l'unico che "ride" sei tu.

  7. #7
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    Qui l'unico che "ride" sei tu.
    Si e per la precisione rido di te

  8. #8
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