Risultati da 1 a 4 di 4
  1. #1
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    Predefinito I giudizi sulla riforma delle pensioni

    Boselli: accordo mediocre

    Si tratta – è il commento del segretario degli SDI Enrico Boselli - di un accordo mediocre perché non prefigura una vera e propria redistribuzione della spesa sociale tra le generazioni, manca una graduale parificazione tra l’età pensionabile di uomini e donne e una riforma del welfare state, che era davvero quello di cui il Paese avrebbe avuto bisogno.

    Era prevedibile che nella contrapposizione tra partiti riformisti ed estrema sinistra il risultato non si sarebbe potuto mai attestare su una frontiera di forte innovazione.

    Sarebbe stato meglio se i dieci miliardi e più di euro, che costerà il compromesso raggiunto fossero stati impiegati per contribuire a creare un sistema di ammortizzatori sociali per i lavori flessibili. Per un Paese come l’Italia che ha un enorme debito pubblico – conclude Boselli - ogni volta che non si fanno passi avanti sulla strada del rigore, si pone un’ipoteca sul futuro”.

  2. #2
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    Turci, preoccupazione per le sorti della riforma Dini

    “Alla luce dell’accordo di questa notte – commenta il vicecapogruppo della Rosa nel Pugno alla Camera Lanfranco Turci - si aggrava la preoccupazione per le sorti della riforma Dini. Occorrerà al più presto ripristinare i meccanismi virtuosi di quella riforma, compreso l’aggiornamento dei coefficienti e i margini di elasticità di uscita dal lavoro previsti dalla stessa.

    Già lo scalone di Maroni intervenendo sulla fase di transizione della riforma Dini ne incrinava in prospettiva tutto l’impianto. L’accordo di oggi rende ancora più confuso lo scenario a medio termine. A breve c’è un aumento preoccupante dei costi previdenziali che potrebbe rilevarsi anche superiore ai dieci miliardi dichiarati. Ricordo che ancora si devono trovare le risorse per gli ammortizzatori sociali e i giovani. Forse – conclude Turci - il governo non poteva fare meglio, ma se dopo l’aumento delle pensioni minime, si fosse data la priorità agli ammortizzatori sociali, avremmo potuto ridimensionare l’enfasi della sinistra massimalista sullo scalone e realizzare un accordo meno costoso”.

  3. #3
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    Ciucchi: riforma pensioni a carico dei giovani precari, salta il patto generazionale

    «I costi della riforma previdenziale varata dal Governo la scorsa settimana ricadranno sui lavoratori precari che in pratica, con l’aumento delle aliquote contributive a carico dei collaboratori a termine, finanzieranno l’andata in pensione a 58 anni dei loro genitori. Abbiamo l’impressione che invece di affrontare il drammatico scenario che si prospetta per il sistema previdenziale, si sia preferito tutelare chi è già garantito e lasciare al proprio destino tutti quei giovani che si affacciano sul mondo del lavoro con contratti precari».

    È quanto sostiene Pieraldo Ciucchi, segretario regionale e presidente del gruppo SDI nel Consiglio Regionale della Toscana, commentando l’accordo raggiunto dal Governo sulle pensioni.

    «Da tempo – prosegue - gli osservatori mettono in guardia su uno squilibrio, sempre più intollerabile, tra i cosiddetti “insider”, i garantiti del mercato del lavoro, e gli “outsider”, vale a dire i precari sui quali riversano tutti i costi di una flessibilità della quale il sistema ha bisogno per restare competitivo. Nonostante questo, il “compromesso” sulle pensioni varato dal Consiglio dei Ministri disegna uno scenario per cui dei 7,1 miliardi previsti per addolcire lo scalone introdotto dal governo Berlusconi, ben 4,4 arriveranno dall’aumento delle aliquote contributive dei collaboratori a termine.

    «Registriamo – conclude Ciucchi – che più che al tanto auspicato patto generazionale si sta portando il Paese ad uno scontro tra generazioni, in nome di un principio, caro alla sinistra corporativa, secondo il quale non dovremmo preoccuparci delle generazioni future in quanto queste non hanno fatto niente per noi. Il risultato, come giustamente rilevano alcuni osservatori, è una specie di “cura Alitalia” applicata al paese nel suo complesso: come se, preso atto del brillante esito dell’asta per la nostra compagnia di bandiera, si fosse deciso di trasformare l’Italia intera in un gigantesco e indigeribile carrozzone».

  4. #4
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    Dal sito www.lavoce.info

    23-07-2007

    Non è l'ultima sigaretta, forse neanche la penultima

    Tito Boeri
    Agar Brugiavini


    Habemus pactum. Non è certo l'inizio di un nuovo patto intergenerazionale. È un tampone che serve a guadagnare tempo in attesa di nuovi correttivi. Ma tutti i problemi di fondo rimangono irrisolti, sia di forma che di sostanza. La "concertazione" non c'è stata. Ora bisognerà decidere cosa fare del metodo contributivo dato che questo accordo continua l'opera di demolizione della riforma varata nel 1996. E bisogna assicurare vere coperture. Quelle sui parasubordinati non lo sono. Perché si scambia il vincolo di bilancio annuale dell'INPS con il vero vincolo di bilancio di un sistema previdenziale: quello che guarda al futuro.

    Chi deve fare il passo indietro

    L’accordo è stato salutato come una vittoria della concertazione. Ma dopo sette mesi di trattativa da carbonari senza alcun coinvolgimento dell'opinione pubblica, giungiamo a un patto che impegna tutti, soprattutto i più giovani, ma che è stato concordato solo da CGIL, CISL e UIL. Legittimo chiedersi: chi rappresentano Epifani, Bonanni ed Angeletti, firmatari dell'accordo? E come può un Raffaele Bonanni spingersi fino a chiedere "ai politici di fare un passo indietro"? Il passo indietro lo dovrebbe fare il sindacato, accettando di rivedere le regole della concertazione, lasciando un posto a tavola anche agli altri, a partire dai rappresentanti dei giovani.

    Un giudizio: rispetto a cosa?

    Molti commentatori hanno valutato l'accordo sulla base delle aspettative della vigilia, quando si rischiava un'abolizione dello scalone tout-court. Avrebbe voluto dire 35 miliardi in più di spesa previdenziale in dieci anni presumibilmente a carico della fiscalità generale. Il tutto per proteggere 129.500 pensionandi d'anzianità, molti dei quali provenienti dal pubblico impiego, ben pochi (attorno a 15 mila) da lavori considerati usuranti. Rispetto a questo scenario è davvero difficile fare peggio. Richiamarlo è solo utile per capire cosa voleva la cosiddetta "sinistra massimalista". Forse bisognerebbe ribattezzarla "vecchia sinistra". In tutti i sensi.
    È giusto invece valutare l'accordo rispetto alla legislazione vigente, e cosa sarebbe accaduto senza l'accordo. Due i cambiamenti più importanti.
    Primo è stata approvata la tabella con i nuovi coefficienti di trasformazione, proposta dal nucleo di valutazione della spesa previdenziale, prevedendone un aggiornamento d'ora in poi ogni tre anni. Bene anche se rischia di essere un'approvazione pro forma perché è prevista una commissione col "compito di verificare e proporre modifiche" agli stessi (si noti che è stato cancellato dal testo un "eventualmente" che andava prima del "proporre modifiche").
    Secondo, l’accordo comporta un aumento di spesa previdenziale di circa 10 miliardi di euro in dieci anni. Male, anche se questa spesa sarà interamente finanziata all'interno del sistema pensionistico. Soprattutto perché il finanziamento avverrà aumentando i contributi dei parasubordinati (fino a 3 punti di aliquota, per raccogliere 4,4 miliardi) e da tutti i contribuenti (3,5 miliardi) nel caso assai probabile in cui non ci fossero risparmi dal riordino degli enti previdenziali. In un paese in cui già oggi la spesa previdenziale assorbe due terzi della spesa sociale, impedendo il finanziamento di programmi di base di lotta alla povertà, bisognava finanziare l'ammorbidimento dello scalone con tagli ad altri capitoli di spesa previdenziale (l'unico taglio nell'accordo è il tetto all'indicizzazione delle pensioni più alte). Ma c'è anche un altro problema: siamo sicuri che quelle trovate siano vere coperture?

    Sono coperture vere?

    Non sappiamo quanto le stime delle entrate da incremento delle aliquote contributive dai parasubordinati tengano conto degli inevitabili effetti negativi che l’incremento avrà sull'occupazione: in quattro anni l’aliquota è aumentata di 9 punti. Ma c'è anche un ulteriore problema. Quando si parla di previdenza la contabilità deve essere fatta su più generazioni, non sul bilancio dell'INPS anno per anno. Se aumentano i contributi oggi, domani aumenteranno anche le prestazioni. Soprattutto se siamo in un sistema contributivo. Delle due l'una: o l'accordo vuole sopprimere il legame fra contributi e prestazioni, oppure quelle trovate sono coperture "da ragioniere": fanno quadrare i conti oggi, facendo aumentare il debito pensionistico che graverà sui futuri lavoratori.

    Addio al metodo contributivo?

    Come lo scalone di Maroni e Tremonti, l’accordo scardina l’impianto del metodo contributivo, introdotto con la riforma varata nel 1996. Non si responsabilizzano i lavoratori, abituandoli a ricevere in base a quanto versato durante l’intero arco della vita lavorativa, e lasciandoli liberi di scegliere quando andare in pensione, sulla base di regole che impediscono che sia conveniente andare in pensione appena possibile. L'accordo, invece, introduce una giungla di scalini arbitrari, differenziati per genere, condizione lavorativa (gli autonomi potranno andare in pensione dopo i lavoratori dipendenti, le donne prima degli uomini) esattamente come la riforma targata Maroni-Tremonti. È il trionfo della discrezionalità della politica. C'è da scommettere che un governo più vicino ai lavoratori autonomi domani cercherà di ripristinare la parità di trattamento.
    C'è poi anche l'istituzione di una commissione (come al solito composta solo da governo e "organizzazioni sindacali più rappresentative") che dovrà cercare di trovare un modo di garantire "un tasso di sostituzione al netto della fiscalità a livelli non inferiori al 60 per cento?" Oltre all'ambiguità della formula (vuol dire che garantiamo a chi va in pensione con un salario di 200mila euro 120mila euro di pensione all'anno?), com'è possibile fare promesse di questo tipo in un sistema previdenziale? Ai lavoratori più giovani si aggiunge, oltre al danno, la beffa di una promessa da marinaio.

    Non sarà l'ultima riforma

    Speravamo in una riforma definitiva. Ma i protagonisti di quest'accordo sono, una volta di più, afflitti dalla malattia dell'ultima sigaretta: la fumano voluttuosamente dicendo che sarà l'ultima, ben sapendo che non è così. Questa non sarà l'ultima, né presumibilmente la penultima riforma. Chi ci dice che fra un anno non ci sarà una nuova estenuante trattativa per cambiare i nuovi scalini? Una verifica per la verità è già prevista nel 2011. E poi bisognerà capire cos'accadrà ai lavoratori del sistema contributivo puro (quelli che hanno iniziato a lavorare nel 1996). Infatti, le regole vigenti della Maroni hanno eliminato anche per questi lavoratori la finestra anagrafica 57-65 per la vecchiaia con un requisito anagrafico stringente di 65 anni di età (60 per le donne). Inoltre prevedono un trattamento di anzianità con 35 anni di contributi e 62 anni di età (a meno di aver cumulato 40 anni di contributi). Non è chiaro se le regole dell’accordo si applicheranno anche a questi lavoratori (ad esempio con 36 contributi + 61 età a quota 97). Evidentemente il raccordo fra i due sistemi è da rifare se si vuole evitare una giungla di regole. Anche per questo ci vorranno nuovi interventi.


    PS Le sottolineature nel testo sono mie.

 

 

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