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Discussione: Il futuro della Bih.

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    Citazione Originariamente Scritto da rafrad6164 Visualizza Messaggio
    Io sono per lo Srs e non per il partito di Draskovic.
    srs - gli eredi dei cetnici

  2. #72
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    BOSNIA-ERZEGOVINA TRA COMPROMESSI E RIFORME

    Mercoledì, 09 Gennaio 2008 - 00:07 -
    di Eugenio Roscini Vitali
    Per la Bosnia-Erzegovina questo potrebbe essere un anno decisivo, la conferma di un cambiamento iniziato nel secondo semestre del 2007 e che si basa su una tregua con la quale i leader politici locali hanno messo momentaneamente fine ad una crisi che sembrava poter creare le condizioni per una nuova guerra civile. I problemi che per anni hanno devastato una delle più tormentate e malate regioni del nostro continente non sono però del tutto sopiti. Per rendere possibile un progetto di pace a lungo termine è fondamentale che i partiti al potere rinuncino a quel nazionalismo estremo che da anni alimenta e infetta le velenose contrapposizioni di parte intrise di odio e desiderio di vendetta. Il susseguirsi degli eventi che dallo scorso ottobre stanno mutando la faccia politica del Paese hanno preso il via dopo una violenta crisi di governo, la più grossa dalla fine della guerra, partita con la fallita riforma della polizia ed aggravatasi dopo l’intervento dell’Alto rappresentante della comunità internazionale, Miroslav Lajcak, che ha modificato la norma parlamentare secondo cui le leggi potevano essere votate solo in presenza di tutti i deputati. Una decisione che ha scatenato la furia dei serbo-bosniaci della Republika Srpska, ai quali è comunque rimasta la possibilità di veto, ma che ha permesso allo slovacco Lajcak di superare, senza contravvenire quanto sancito dalla Costituzione, la tecnica del boicottaggio dei lavori parlamentari.

    La crisi si è spinta fino alla minaccia di un referendum secessionista annunciato dal premier della Republika Srpska, Milorad Dodik, alle dimissioni del primo ministro del governo centrale, il serbo bosniaco Nikola Spiric, e al rischio di una nuova guerra civile. Allo stesso tempo la frattura politica ha però rilanciato l’operazione riformatrice dell’Ufficio dell’Alto Rappresentate per la Bosnia-Erzegovina che, tra scandali più o meno presunti e promesse più o meno mantenute, aveva ormai perso credibilità e immagine agli occhi dei bosniaci.

    L'accordo di Dayton stipulato il 21 novembre 1995 nella base aerea di Wright-Patterson, Ohio (Usa), ha messo fine a più di tre anni di guerra interetnica. Scoppiato nel 1992 a causa delle forte opposizione della comunità serba alla volontà indipendentista della Bosnia-Erzegovina espressa da parte della popolazione croata e musulmana, il conflitto ha causato circa 100 mila morti (65 mila musulmani , 25 mila serbi e 5 mila croati). Dal 1995 la Bosnia-Erzegovina è suddivisa in due: la Federazione di Bosnia-Erzegovina, croato musulmana con il 51% del territorio, e la Republika Srpska, serba con il 49% del territorio; dal 1998 la città di Brcko, nel nord-est del Paese, è stata dichiarata distretto autonomo sotto supervisore internazionale. Dal 2 dicembre 2004, l'applicazione della parte militare dell'accordo di Dayton è passata dalla Nato alla missione dell’Unione Europea Eufor. La parte politica e istituzionale è coordinata dall’Ufficio dell’Alto Rappresentate per la Bosnia-Erzegovina che lavora per assicurare la corretta ed efficace implementazione degli accordi di pace promuovendo e coordinando l’attività delle agenzie civili, rispettando l’autonomia delle organizzazioni locali e mantenendo uno stretto contatto con tutte le etnie.

    In questi 12 anni non è stato fatto molto, soprattutto perché i meccanismi costituzionali che di solito mandano avanti i sistemi democratici occidentali in Bosnia non funzionano. Il nodo principale rimane ancora la controversa riforma della polizia, condizione fondamentale richiesta da Bruxelles per il proseguimento del viaggio della Bosnia-Erzegovina verso l’Europa, un cammino iniziato il 4 dicembre scorso a Sarajevo con la firma dell’Accordo di associazione e stabilizzazione con l’Unione Europea. In realtà, più che sottoscrivere l’accordo, il governo centrale di Sarajevo ha preso visione del contenuto di un documento che, una volta firmato, assegna al Paese lo status di candidato per l’UE. L’obbiettivo, che di fatto ha risolto la crisi politica, è stato raggiunto dopo che i leader politici locali si sono impegnati a portare a termine la riforma sulle forze di sicurezza, primo di una lunga serie di atti legislativi che dovrebbero portare ad una soluzione durevole della questione balcanica.

    I dubbi sulle reali volontà espresse dalle autorità serbe e musulmane rimangono. Milorad Dodik ha sempre cercato di fare della Republika Srpska una sorta di stato nello stato, uno governo parallelo che di fatto impedisce la realizzazione di una sola Bosnia-Erzegovina. Per difendere l’autonomia serba Dodik non ha mai rinunciato ad una polizia direttamente controllata dal governo locale che protegge la frontiera della Republika Srpska da qualsiasi ingerenza esterna; sa infatti che dall’altra parte della frontiera c’è Haris Silajdzic, leader dei musulmani della Federazione della Bosnia-Erzegovina, che non rinuncerà mai al sogno di creare un solo stato, una grande Bosnia da dove venga cancellata la parola “Republika Srpska” e nel quale governi la maggioranza croato-musulmana. Il 2008 sarà quindi decisivo per capire se ci sono veramente le condizioni necessaria per portare il Paese nell’Unione Europea.

    Una Bosnia-Erzegovina all’interno dell’Unione Europea sembra comunque essere più un obbiettivo della comunità internazionale che il desiderio di molti leader politici locali i quali, giocando sul fatto che l’Alto rappresentante non ha mezzi per contrastare le manipolazioni politiche, hanno tutto da guadagnare dall’immobilismo e dall’isolazionismo. In questo contesto vanno poi considerate altre importanti realtà: il quadro costituzionale nato a Dayton ha trasformato la Bosnia-Erzegovina in una sorta di semiprotettorato nel quale la leadership locale non ha alcuna responsabilità verso la popolazione; Radovan Karadzic e Ratko Mladic, i principali responsabili della tragedia balcanica, sono ancora in libertà e difficilmente verranno assicurati alla giustizia internazionale; la paralisi amministrativa impedisce l'equilibrio politico e lo sviluppo economico; l’esistenza oggettiva di situazioni anomale quali Srebrenica, un enclave vigilato dalla quella stessa polizia che partecipò al genocidio dei suoi stessi abitanti.

    Fonte: www.altrenotizie.org

  3. #73
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    La quiete prima della tempesta
    11.01.2008 Da Sarajevo, scrive Zlatko Dizdarević [Bosanski]

    Lo scorso anno la Bosnia Erzegovina si è trovata a fare i conti con una delle più gravi crisi del dopoguerra. I leader politici locali e Bruxelles sono inclini all’ottimismo, ma non tutti la pensano così. Il commento del nostro corrispondente
    Il mese dei godimenti festivi, degli auguri, delle dichiarazioni ottimistiche, dei brindisi allegri e della chiusura degli occhi davanti ai problemi è terminato. Quest’anno, come raramente capita, i vari calendari sono coincisi al punto che tutte le festività sono cadute nel periodo che va dalla metà di dicembre alla metà di gennaio. Le persone inclini alle barzellette hanno enumerato nel seguente modo le occasioni di celebrazione di questo periodo: il Bajram musulmano, il Natale cattolico e quello ortodosso, il Capodanno e la parafa dell’Accordo di associazione e stabilizzazione…

    La famosa “parafa” di suddetto Accordo, che di per sé, in senso prettamente tecnico, non significa proprio nulla, è stata oggetto da parte dei media e dei politici di un'attenzione di gran lunga superiore a quella rivolta a tutte le altre feste messe insieme. Ovviamente non va dimenticato che con questo “grande passo della BiH verso l’UE” sia a Bruxelles che a Sarajevo sono stati tutti ugualmente contenti. Chi non è abbastanza addentro al reale stato delle cose potrebbe pensare che in base all’entusiasmo mostrato per la parafa dell’accordo la sfortunata Bosnia sia stata quasi accolta nell'Unione europea.

    Le speculazioni sul fatto che l’Accordo sarà firmato “già in gennaio”, che la riforma della polizia si concluderà “entro marzo” e che la nuova costituzione vedrà la luce “subito dopo”, sono state ripetute innumerevoli volte dai media locali. Secondo questo scenario euforico la BiH già entro la fine di quest’anno potrebbe diventare candidato dell’Unione europea?!

    Nei Balcani, però, la via che porta dalle promesse verbali fino al loro rispetto è sempre incomparabilmente più lunga di quanto ci si aspetti quando si fanno suddette promesse.

    Dopo le feste la prima doccia fredda per gli irriducibili ottimisti della Bosnia è giunta dalla Slovenia. Janez Jansa, premier dello stato che dal primo gennaio ha assunto la presidenza dell’Unione, apertamente, in una delle prime uscite a nome dell’Europa, ha avvertito che in questo momento “la Bosnia Erzegovina è un problema maggiore del Kosovo”. Il suo messaggio è che “il futuro della BiH, divisa in due entità, rappresenta una seria minaccia per la stabilità dei Balcani…”.

    Le reazioni alla dichiarazione di Jansa sono tonanti. Alcuni hanno visto nella dichiarazione di Jansa quasi un complotto contro la Bosnia per la quale “di tanto in tanto c’è sempre qualcuno che tira fuori le maliziose idee sull'insostenibilità e lo sfacelo”. I più razionali ma anche i più diplomaticamente saggi hanno letto la dichiarazione del premier sloveno come la prova che l’UE è cosciente del fatto che “la Bosnia con l’Accordo di Dayton e le due entità non ha alcuna prospettiva e per questo appoggiano un cambiamento immediato e radicale della costituzione di Dayton a vantaggio della creazione di uno Stato più efficente”.

    L’intera vicenda sulla dichiarazione di Jansa evidentemente è un “riscaldamento della situazione” alla vigilia del dibattito che seguirà e che è condizione per l’ulteriore spostamento della BiH dal suo punto morto. Sulla base delle promesse di dicembre che Sarajevo ha fatto all’Europa è chiaro che nel più breve tempo possibile devono essere risolte almeno due cose: la prima riguarda il portare a termine la riforma della polizia e subito dopo scartare il pacchetto più doloroso, la Costituzione.

    In entrambi i casi si tratta della necessità di cambiare le fondamenta dell’attuale ambiente politico della Bosnia. All’oligarchia di governo, però, sembra che vada a genio lo status quo, benché affermino il contrario. Lo stato attuale è il paradiso per le ruberie, la criminalità, la corruzione che regnano tuttora. La transizione economica del paese non è ancora terminata, e la privatizzazione criminale pure. È difficile credere che i politici si affretteranno a creare istituzioni democratiche sulla base della legge e del diritto.

    Ovviamente, non bisogna dimenticare nemmeno il blocco totale creato dalla irrisolta questione del Kosovo. L’Europa è in una posizione delicata rispetto alla Serbia, le posizioni all’interno di essa rispetto alla situazione in quel paese non sono unitarie, e la Bosnia Erzegovina è già da anni, con molti altri paesi circostanti, ostaggio di questa situazione.

    A dispetto delle euforiche e reciproche promesse che Bruxelles e Sarajevo si sono scambiati in modo euforico alla vigilia di Natale, la situazione è la seguente: la riforma della polizia molto ma molto difficilmente sarà realizzata nei tempi previsti, anzi. La Republika Srpska non rinuncia alle sue intenzioni di mantenere ad ogni costo la propria struttura poliziesca all’interno della polizia statale. Loro vedono la polizia come elemento di statalità della propria entità e su questo non cedono. L’esercito delle entità se ne è già “andato” con l’unificazione a livello statale, quindi la polizia è rimasta come unico “custode del territorio statale”. Essa, pertanto, va mantenuta ad ogni costo. Agli altri cittadini della BiH questa intenzione è chiara e per questo motivo non possono accettare questa condizione di Banja Luka. I leader della Republika Srpska hanno saggiamente stimato che in questo momento non verrà esercitata su di loro una grande pressione dall’esterno. Tanto per la debolezza dell’Europa verso la Serbia nel momento del chiarimento della questione del Kosovo, quanto anche per le drammatiche elezioni presidenziali a Belgrado e l’influenza della Russia in tutta questa storia.

    Con la Costituzione la situazione è ancora più chiara. I politici locali hanno unitariamente promesso all’Europa “una immediata ed efficace riforma della Costituzione” e con questa promessa a dicembre hanno salvato la testa a se stessi e anche all’Alto rappresentante della comunità internazionale, Miroslav Lajcak. Dopo di che tutti hanno potuto tranquillamente andare a sciare. Ma la cosa riguardo la Costituzione è la seguente: sia i bosgnacchi che i serbi che i croati hanno più o meno posizioni diametralmente opposte sulla futura organizzazione dello stato.

    A Banja Luka sono pronti “ad ogni variante di Dayton che non tocchi né organizzativamente né territorialmente la Republika Srpska”. Apertamente dicono che la Republika Srpska è una categoria durevole, e che la “BiH non deve esserlo”. I croati sono a favore di una terza entità, più il distretto di Sarajevo. Ciò, con qualsiasi variante, mette in questione il territorio dell’attuale Republika Srpska, cosa che i politici di Banja Luka non vogliono nemmeno sentire. Dicono: che facciano della seconda entità che si chiama Federacija due nuove entità, e la RS rimane là dove è con le attuali frontiere. Infine, i bosgnacchi sono a favore di uno stato composto da più regioni che sarebbe fondato su criteri multietnici, economici, geografici, storici e su altri criteri rilevanti. Essi sono tutti fermamente contrari ad ogni tipo di concessione su questo punto.

    In questo momento, quindi, non esiste un solo argomento che indichi che la situazione tra gli attuali oligarchi nazionali sia diversa rispetto a tre mesi fa, quando sul paese volteggiava la grande crisi creata artificialmente. Tutti concordano che “nel più breve tempo possibile firmeranno l’Accordo di associazione e stabilizzazione”. Ovviamente, sanno che la condizione per suddetta firma è la riforma della polizia e la riforma della Costituzione. E tutti insieme sono arrabbiati per la dichiarazione di Jansa il quale “non ha il diritto di mettere in questione il futuro della BiH”.

    Per un semplice osservatore dell’intera situazione questa storia potrebbe essere definita come la “quadratura del cerchio”. Nessuno sa chi e come sarà risolta. L’unica consolazione, dicono i cinici, è che non si sa nemmeno come verrà risolta la questione del Kosovo, ciò nonostante in molti sono ottimisti. Questa è la Bosnia dopo le feste e alla vigilia di una nuova bufera che, sicuramente, è l’unica certezza.

    Fonte: Osservatorio Balcani

  4. #74
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    14.01.2008 - La Srpka: il rovescio della medaglia del Kosovo
    "La soluzione futura alla crisi del Kosovo non destabilizzerà la Bosnia Erzegovina". È quanto dichiara Il Presidente del Parlamento Serbo, Oliver Dulic, nella sua intervista al Nezavisne Novine. Parole che tuttavia non placano i timori che la destabilizzazione del Kosovo possa rendere ancora più critica la situazione della Republika Srpksa.



    Il Presidente del Parlamento Serbo, Oliver Dulic, in un'intervista rilasciata al quotidiano di Banja Luka Nezavisne Novine, afferma che "la soluzione futura alla crisi del Kosovo non destabilizzerà la Bosnia Erzegovina o l'intera Regione balcanica." Dulic infatti spera in una soluzione futura del Kosovo che abbia nella legge internazionale la sua principale fonte, a beneficio dei popoli dei Balcani. "Noi speriamo che la soluzione alla quale si giungerà tenga conto degli interessi della minoranza albanese e della popolazione serba del Kosovo", afferma Dulic, aggiungendo che lo Status della provincia dovrebbe essere tale da "non decretare né vincitori né perdenti". Diversamente, non si giungerà ad una soluzione equa e giusta, e non rappresenterà una valida base giuridica per costruire delle relazioni in fururo tra il popolo serbo e quello albanese, e stabilizzare così la Regione balcanica. Infatti sono ancora molti i dubbi e i timori che la crisi del Kosovo avrà un pessimo impatto sugli altri Stati che ora stanno affrontando problemi con le entità etniche al loro interno, proprio come la Bosnia Erzegovina.
    La situazione della Bosnia Erzegovina infatti è delicata e critica almeno quanto quella della Serbia, esistendo una sorta di parallelismo che tiene strettamente legati il Kosovo e la Republika Srpska. Per alcuni aspetti, è possibile ritenere la condizione della Republika Srpska è molto più complessa di quella del Kosovo, in quanto si tratta di un'entità serba nata all'interno dello Stato Bosniaco in virtù di un trattato internazionale che ha sancito la fine della guerra in Bosnia, lasciando ampio spazio alla sua futura indipendenza. Al contrario, oggi la comunità internazionale, nega tale eventualità e preme per una sua maggiore integrazione della regione, motivando tale scelta politica con ragioni diametralmente opposte a quelle elaborate per promuovere l'indipendenza del Kosovo.

    Lo Stato centrale bosniaco in questi anni ha adottato una politica sempre più centralizzata, sia per ciò che riguarda la politica sociale che quella economica. Molte delle decisione prese dal Parlamento bosniaco tendono a favorire il volere della maggioranza, applicando le "regole della democrazia" valide per quegli Stati con una situazione politica interna omogenea, ma non per quelli che devono rispettare una pluralità etnica. Un atteggiamento che viene tollerato e incentivato dalle stesse Istituzioni Internazionali, che premono affinchè si portino a termine i progetti e il cammino legislativo per integrare la Bosnia Erzegovina all'interno della Nato e della Unione Europea. Allo stesso tempo, organismi come la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, sostiene i progetti di sviluppo della Bosnia Erzegovina concedendo fondi strutturali per milioni di dollari. Lo scorso dicembre, infatti, la Banca Mondiale ha approvato un prestito di oltre 400 milioni di dollari in favore della Bosnia Erzegovina, tramite la realizzazione nei prossimi quattro anni dei primi fondi approvati. Un programma destinato a finanziare investimenti nelle infrastruttura, nello sviluppo municipale, nei trasporti nei settori energetici, oltre che all'ammodernamento dell'amministrazione pubblica. Nel corso di questo periodo la Bosnia Erzegovina passerà da un regime di finanziamento per i Paesi in via di sviluppo, concesso dalla International Development Association, ad un regime di crediti commerciali alle condizioni stabilite dalla International Bank for Reconstruction and Development. Il prestito si andrà così a sommare al debito già esistente di oltre 1.2 miliardi di dollari vantato nei confronti della Banca Mondiale. Tale debito, sebbene incombe sull'intera Bosnia Erzegovina, risponde alle politiche di sviluppo delle entità bosniaca, andando così ad indebitare in maniera eccessiva e sproporzionata la Republika Srpska, che ha cercato in questi anni di ridurre quanto più possibile il ricorso all'indebitamento nei confronti di tali Istituzioni Internazionali.
    Le incoerenze della politica della Comunità internazionale, si nota soprattutto nella gestione di situazioni simili con provvedimenti e misure differenti. La destabilizzazione del Kosovo, porterà così, inevitabilmente, a rendere ancora più critica la situazione della Republika Srpksa.

    Fulvia Novellino
    Fonte: Rinascita

  5. #75
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    La lunga crisi
    17.01.2008 scrive Massimo Moratti

    Il gioco a somma zero tra Dodik e Silajdzic nasce nel vuoto di potere determinato dal nuovo atteggiamento della comunità internazionale. La Bosnia Erzegovina si avvia a diventare un Paese normale, ma ha bisogno di nuovi politici per uscire dalla crisi. Nostro commento
    Era stata definita come la più grossa crisi in cui la Bosnia ed Erzegovina si sia trovata dalla fine di Dayton. Alla fine si è dissolta come una bolla di sapone ed i politici bosniaci si sono trovati a mettersi d’accordo su praticamente ciascun punto della controversia che per diversi mesi li aveva divisi. Ma davvero questa è stata la crisi più grossa dalla fine del conflitto? Sono valutazioni soggettive, in passato ci furono altre crisi, connotate anche da violenza o da paralisi delle istituzioni. Uno potrebbe riandare per esempio allo “scisma” della RS nel 1997, quando la Plavsic abbandonò il SDS [Partito Democratico Serbo, ndr] di Krajsnik e Karadzic: allora la tensione tra Banja Luka (pro Dodik e Plavsic) e Pale (pro Krajsnik) era altissima e fu costellata da una serie di omicidi eccellenti che al giorno d’oggi sono ancora irrisolti.

    Un altro momento di tensione fu il referendum croato bosniaco del 2001, quando l’HDZ [Unione Democratica Croata, ndr] indisse il referendum e proclamò l’autogoverno dei croati nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina, abbandonando le strutture federali per oltre 6 mesi.

    La crisi attuale è stata seria, al punto da evocare le paure nella gente, ma il confronto è rimasto confinato all’arena politica: le istituzioni comuni come i tribunali, la SIPA [i servizi di sicurezza bosniaci, ndr], la camera per i crimini di guerra, la corte costituzionale, la commissione elettorale hanno continuato a funzionare nonostante i roboanti proclami che venivano dai leaders politici. Segno questo di una certa indipendenza delle istituzioni dal potere politico, che sono ora più propense a respingere direttive politiche che arrivano dai vari partiti.

    Una crisi dalla lunga gestazione

    Sebbene la crisi sia emersa sulle pagine dei giornali negli ultimi mesi, la sua gestazione è stata lunga, quasi due anni, e si è intrecciata con l’”exit strategy” dell’Ufficio dell’Alto Rappresentante in Bosnia. Paradossalmente, è stata originata dal tentativo di riforma costituzionale che fu lanciato dall’United States Institute for Peace (USIP) e dal Professor Hitchner nell’autunno del 2005 [vedi nostro “E' arrivato lo zio d’America”, ndr]. La Bosnia stava entrando nell’anno elettorale e i partiti politici si stavano preparando alla campagna elettorale. A quel tempo, USIP si disse convinto di riuscire a portare a termine una riforma costituzionale nel giro di quattro mesi, entro marzo 2006, in modo da poter immediatamente procedere ad eleggere le nuove cariche politiche. Assieme alla nuova costituzione, era prevista la creazione di una commissione di verità e riconciliazione che sarebbe servita a facilitare la transizione del dopoguerra bosniaco.

    L’iniziativa di USIP era ingenua e azzardata e sottovalutò i rischi della campagna elettorale bosniaca quando il clima politico si surriscalda notevolmente: era impensabile che i partiti bosniaci potessero, nel mezzo dello scontro pre-elettorale, creare il clima “bipartisan” (o meglio “tripartisan”), riformare la costituzione e soprattutto far luce su quello che era accaduto nel conflitto in Bosnia. Nessuna delle iniziative andò a buon esito: la mancanza di consultazioni, il fatto che il processo fosse iniziato e diretto dall’esterno pregiudicarono le possibilità di successo. Le riforme costituzionali, che in realtà erano tutt’altro che rivoluzionarie, prevedevano, tra l’altro, semplicemente di fissare nella Costituzione quanto era avvenuto nella realtà, cioè il trasferimento di competenze dalle entità alle istituzioni centrali e di rafforzare ulteriormente il Consiglio dei Ministri. Tali riforme non ottennero la maggioranza qualificata per effetto dei voti contrari del Partito per la Bosnia ed Erzegovina di Haris Silajdzic e dal neonato HDZ 1990. In particolare Silajdzic votò contro le riforme perché mantenevano il “voto delle entità” e quindi consentivano alla Republika Srpska (RS) di mantenere il potere di veto nella procedura parlamentare. Il “voto delle entità” fu invece difeso strenuamente da Dodik che nel frattempo nella RS era divenuto primo ministro e aveva scalzato dal potere l'SDS. Era maggio 2006 e le elezioni si sarebbero tenute da lì a pochi mesi.

    Riforme e secondi fini

    Il dibattito costituzionale aveva aperto il vaso di Pandora e fornito a Dodik e Silajdzic argomenti e retorica per polarizzare l’elettorato rimettendo in gioco il delicato equilibrio creatosi a Dayton. La riforma costituzionale in questo caso è per Silajdzic lo strumento per ottenere in pace quello che non fu possibile ottenere durante il conflitto, cioè l’eliminazione di ogni altro centro di potere alternativo a Sarajevo e quindi della Republika Srpska. Alle iniziative di Silajdzic, la risposta di Dodik è altrettanto pragmatica: se non volete la RS in Bosnia ed Erzegovina, noi ce ne andiamo. Un altro nodo irrisolto, la riforma della polizia, si aggiunse alla questione delle riforme costituzionali, con la Republika Srpska che difendeva strenuamente le competenze della propria polizia, resistendo al tentativo di riforma come era stato voluto da Paddy Ashdown, mentre da parte della Federazione, soprattutto per voce di Silajdzic, rimuovere la polizia della Republika Srpska è un altro passo in avanti verso la centralizzazione della Bosnia e l’eliminazione della Republika Srpska. Le riforme da questo punto di vista non servono lo scopo di fornire dei servizi migliori ai cittadini della Bosnia, ma sono solamente uno strumento con cui si cerca di modificare l’equilibrio di potere a proprio favore, Silajdzic vuole la centralizzazione della Bosnia Erzegovina, Dodik vuole maggiore autonomia per la RS, e forse (ma bisogna capire quanto di vero ci sia dietro a questo), l’indipendenza.

    Gli obiettivi dei due si escludono a vicenda, è un gioco a somma zero. La competizione tra i due è soltanto apparente e ciò emerge chiaramente nelle elezioni del 2006. Dodik e Silajdzic hanno bisogno l’uno dell’altro per affermarsi all’interno delle loro entità. Dodik stravince in Republika Srpska, annichilendo l'SDS e estendendo il dominio del proprio partito, SNSD, alla Republika Srpska dell’Est. Fino al 2006, infatti, a sud di Bijeljina solo Rudo, Foca e Trebinje non erano dominate dal SDS: dopo il 2006, praticamente l'SDS scompare e Dodik riporta vittorie storiche nella RS orientale, al punto da chiedersi se adesso in RS non si sia instaurato una sorta di regime monopartitico. Nella Federazione, la vittoria di Silajdzic è più sfumata, ma diviene lui l’uomo carismatico dei bosgnacchi, spiazzando l'SDA [Partito di Azione Democratica, ndr] che soffre della mancanza di un leader vero e proprio, mentre l'HDZ soffre le divisioni in due tronconi e pertanto non ha grosso potere negoziale.

    La debolezza dei moderati e la debolezza della comunità internazionale

    In questo contesto, la moderazione politica non paga. Gli elettori, o almeno quelli che ancora vanno a votare in BIH, premiamo l’intransigenza, gli uomini forti e coloro che si fanno difensori del proprio popolo contro il nemico. E’ stato il destino di tutti i partiti di ispirazione socialdemocratica, o moderata, che sono andati al potere in Serbia, Croazia e BIH dalla fine del conflitto: regolarmente hanno perso le elezioni perché accusati di essere troppo morbidi. Dodik, che nel 1998 era criticato dai nazionalisti serbi per essere troppo vicino alle posizioni della comunità internazionale, ha capito benissimo questo fenomeno al punto da spostare completamente a destra il baricentro del suo partito, che originariamente era d’ispirazione socialdemocratica, e l'SDS è stato la prima vittima di Dodik.

    Silajdzic e Dodik quindi hanno intavolato un gioco al rialzo nei mesi cruciali della crisi che ha fatto temere i cittadini della Bosnia ed Erzegovina una possibile ripresa del conflitto. I partiti croati e in particolare l'HDZ però non hanno raccolto la sfida, rifiutando gli abboccamenti di Dodik e hanno esercitato una certa moderazione in vista di una soluzione della crisi. Dodik e Silajdzic hanno approfittato anche del mutato approccio della comunità internazionale e dell'OHR [Ufficio dell'Alto Rappresentante, ndr] in particolare. La comunità internazionale si è in gran parte resa conto che i poteri eccezionali dell’OHR non solo contraddicono i principi democratici ma sono anche un impedimento allo sviluppo di una classe politica moderna in Bosnia ed Erzegovina. Perciò OHR ha progressivamente mutato il suo ruolo e la stessa organizzazione è estremamente cambiata dai modi “coloniali” che erano stati rimproverati ad Ashdown. Questo cambio di atteggiamento è stato evidenziato soprattutto da Schwartz-Schilling, il successore di Ashdown, che ha di fatto rinunciato ad esercitare i poteri di Bonn. I politici bosniaci sono stati i primi ad accorgersi che la situazione era mutata e OHR non era più propenso ad esercitare i poteri di Bonn. Dodik e Silajdzic lo hanno capito benissimo e hanno approfittato del vuoto di potere creatosi. Si sono resi conto che il potere era nelle loro mani e OHR non sarebbe più intervenuto con i poteri di Bonn per risolvere la crisi, né per rimuovere i responsabili come era accaduto in passato con il membro croato della presidenza Jelacic, per esempio, che fu rimosso per aver indetto il referendum. Oltre alla debolezza di OHR, bisogna anche sottolineare che EUFOR adesso non conta più di 2.500 soldati in tutto il paese, contro i 60,000 del 1996: anche dal punto numerico la presenza internazionale è ora mutata.

    A marcia indietro…

    Il gioco al rialzo di Silajdzic e Dodik è stato permesso da questa situazione di transizione della comunità internazionale, che né può, né vuole (anche se questa volontà non è univoca) essere coinvolta come prima nelle discussioni politiche bosniache, che devono trovare una soluzione interna. Il ruolo di OHR, e in questo caso di Lajcak, è quindi quello di facilitare un processo di negoziazione interna, non più di imporlo. La crisi bosniaca va quindi vista come una conseguenza del vuoto di potere creatosi per il fatto che il regime di protettorato internazionale sulla Bosnia ed Erzegovina sta per concludersi. Dodik e Silajdzic hanno approfittato di questo vuoto di potere per aumentare il proprio prestigio e influenza personale, ma ad un certo punto loro stessi si sono fermati e hanno contribuito a far raffreddare la crisi. Pochi infatti hanno notato che i due, ad inizio ottobre, hanno firmato un accordo di principio sulla riforma della polizia, che ha rappresentato un importantissimo punto di partenza per la soluzione della crisi: da quell’accordo è nata la dichiarazione di Mostar sulla riforma della polizia e si è permessa più facilmente l’instaurazione di un clima che ha consentito la risoluzione delle dispute in corso e alla fine la parafatura dell’Accordo di Stabilizzazione e Associazione con la UE e la ripresa del dibattito sulla riforma costituzionale (questa volta senza sponsor esterni).

    Dodik e Silajdzic hanno fatto marcia indietro, rendendosi conto che la via che avevano imboccato era senza uscita: con mezzi democratici nessuno di loro due avrebbe potuto prevalere, ma nessuno dei due aveva né i mezzi né la volontà per perseguire i propri fini tramite le armi. E a quel punto, viste le reazioni dei cittadini bosniaci, bisogna vedere fino a che punto la gente normale avrebbe seguito i politici. C’è bisogno di una nuova classe politica in Bosnia ed Erzegovina che porti avanti idee nuove e programmi che non si escludano a vicenda come quelli presentati da Dodik e Silajdzic in questi ultimi mesi. La loro marcia indietro e la risoluzione della crisi hanno dimostrato che le dichiarazioni bellicose servono a vincere voti, ma questo modello di politica non conduce da nessuna parte, a meno che non si sia pronti ad andare fino in fondo.

    Allo stesso tempo, la comunità internazionale non interviene più per risolvere la crisi se questa rimane solamente politica. In questo modo la comunità internazionale non intende assumersi le responsabilità politiche: e allora? Allora, la responsabilità di trovare un accordo e fare un compromesso ricade sulle spalle dei politici bosniaci, come in ogni paese normale: ma dopo quindici anni dall’inizio del conflitto è davvero auspicabile che comincino a circolare idee e personaggi nuovi, che prendano atto della situazione del paese così com’è, comprendendo le sue complessità e diversità, e non cerchino di usare il potere a loro disposizione per sottomettere l’uno o l’altro popolo.

    Fonte: Osservatorio Balcani

  6. #76
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    BALCANI-UE: PREMIER SLOVENO,NODO BOSNIA PEGGIORE DEL KOSOVO
    (ANSA) - LUBIANA, 7 GEN - Il futuro della Bosnia Erzegovina, divisa in due entita' e praticamente incapace di amministrasi senza l'aiuto delle istituzioni internazionali, rappresenta un ''problema piu' grave per la stabilita' dei Balcani del Kosovo''. Lo ha detto oggi - secondo quanto riferito dai media a Lubiana - il primo ministro sloveno Janez Jansa, che il primo gennaio ha assunto la presidenza di turno dell'Unione europea. ''Per il Kosovo la situazione e piu' chiara'', ha affermato Jansa in un incontro con la stampa estera accreditata a Lubiana, senza pronunciare la parola indipendenza, ma facendo tuttavia intendere che una sovranita' sorvegliata da garanti internazionali sembra sia inevitabile per la regione serba a maggioranza albanese. ''Per la Bosnia - ha spiegato il premier - la situazione e' meno chiara: bisogna vedere se e come funziona l'accordo di Dayton'', il trattato di pace firmato nel 1995 nell'omonima cittadina dell'Ohaio, negli Stati Uniti, che decreto' la divisione del Paese in due entita', la Federazione musulmano-croata e la Republika Srpska a maggioranza serba, istituendo un governo centrale debole e estremamente composito, circostanze che negli ultimi dieci anni hanno favorito le forze centrifughe e nazionaliste. ''A lungo termine e' insostenibile avere un Paese che non e' in grado di governarsi da solo ed ha costante bisogno di un governatore internazionale'', ha concluso Jansa che domani a Brdo pri Kranju, nelle vicinanze di Lubiana, fara' gli onori di casa ai dirigenti della Commissione europea per la tradizionale riunione di inizio semestre di presidenza. Uno dei temi all'ordine del giorno dovrebbe essere proprio il futuro della regione meridionale serba, ma anche l'avvicinamento dei Paesi balcanici all'Unione europea. (ANSA).
    07/01/2008 15:13

  7. #77
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    Un successo nei Balcani?
    22.01.2008 scrive Francesca Vanoni

    Un articolo di Artini e Lovat contribuisce al dibattito sull'efficacia dell'intervento internazionale nella costruzione di una Bosnia multietnica e replica alle voci più critiche sul tema dei rientri e dell'integrazione
    L'impegno della comunità internazionale per il mantenimento dell'integrità territoriale della Bosnia Erzegovina è stato evidente. Sono numerose, tuttavia, le critiche sull'efficacia delle politiche volte a sostenere l'integrazione inter-etnica nel paese ed il ritorno di sfollati e rifugiati nelle aree di origine.

    Paolo Artini e Henry Lovat, entrambi funzionari dell'Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR/ACNUR)*, rispondono con un articolo, che pubblichiamo integralmente, ad una di queste voci critiche secondo la quale le politiche di ritorno e integrazione sostenute dalla comunità internazionale a partire dagli accordi di Dayton rappresentano un fallimento.

    Timothy W. Waters, nel suo articolo “Contemplating Failure and Creating Alternatives in the Balkans: Bosnia’s Peoples, Democracy, and the Shape of Self-Determination”, pubblicato sullo Yale Journal of International Law, afferma che la divisione etnica della Bosnia Erzegovina, ed eventualmente una separazione delle due entità con un riconoscimento ad entrambe della sovranità statuale, possa essere una possibilità da prendere in seria considerazione per una soluzione dello stallo bosniaco.

    Contemplating Success in the Balkans: Bosnia – Return and Ethnic Re-Integration [eng]
    di P. Artini e H. Lovat

    Da parte loro, Artini e Lovat, pur ammettendo che in alcune aree del paese la tolleranza inter-etnica lasci molto a desiderare, sottolineano l'importanza dei passi avanti realizzati, in un lasso di tempo relativamente breve a partire dalla fine del conflitto, rispetto alle questioni dei rientri e all'integrazione tra le varie comunità nazionali.

    Gli Accordi di Dayton, hanno assegnato all'UNHCR l'incarico di assistere le istituzioni nell'implementazione dell'allegato VII (Accordo su Rifugiati e Sfollati). A sostegno della loro tesi, gli autori dell'articolo riportano alcuni dati estratti dalle statistiche realizzate proprio dall'Alto Commissariato per la misurazione dei rientri: tra gennaio 1996 e giugno 2004, sono stati 443.704 i ritornanti appartenenti alle minoranze, definiti come persone che sono rientrate nelle municipalità dove risiedevano prima del conflitto e dove attualmente è numericamente e politicamente dominante un gruppo nazionale diverso dal loro.

    Alcune cifre citate nell'articolo illustrano più in dettaglio il fenomeno che negli anni è stato fortemente sostenuto, accanto all'UNHCR, da numerosi programmi di cooperazione che hanno coinvolto a vari livelli organizzazioni internazionali, soggetti della società civile, così come enti locali europei tuttora impegnati in iniziative di sviluppo locale e riconciliazione.

    L'articolo di Artini e Lovat, inoltre, afferma la sostenibilità del processo sottolineando come le complesse misure di restituzione delle proprietà immobiliari ai legittimi proprietari pre-conflitto siano state un elemento fondamentale della strategia a sostegno dei ritorni, così come dei processi di riconciliazione e pacificazione del paese.

    D'altra parte, va notato che esiste una difficoltà oggettiva relativamente al monitoraggio dei tempi di permanenza dei ritornanti, visto che a volte le proprietà vengono riacquisite e successivamente vendute.

    In conclusione, gli autori affermano l'irreversibilità del processo di integrazione multi-etnica della Bosnia Erzegovina sostenendo che immaginare una divisione del paese lungo linee etniche non solo sarebbe estremamente problematico rispetto al diritto internazionale ma sarebbe oggi improponibile data la complessità dell'attuale carta demografica.

    * Le opinioni espresse nel testo sono attribuibili unicamente agli autori e non rispecchiano necessariamente quelle delle Nazioni Unite, UNHCR, o qualunque altra organizzazione o istituzione alla quale gli autori sono associati.

    Fonte: www.balcanicooperazione.it

  8. #78
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    Question

    24.01.2008 - Dodik: demilitarizzare la Bosnia
    Il Premier Milorad Dodik, intervenendo in occasione al forum di Berlino organizzazione dalla Friedrich Ebert Foundation del 23 gennaio, ha affermato che la Bosnia Erzegovina deve essere completamente demilitarizzata, considerando le forti tensioni che ancora la tormentano.

    Il leader del Partito democratico indipendente della Republika Srspka, interviene al forum di Berlino della Friedrich Ebert Foundation, affermando che "la Bosnia e Erzegovina deve essere completamente demilitarizzata e che le stesse forze armate bosniache devono essere abolite." Questo in relazioni alle crescenti tensioni interne che spingono il leader a temere una qualche reazione ostile nei confronti delle entità che costituiscono la Bosnia, e in particolare verso la Republika Srpska, che troppo spesso viene minacciata di isolamento, anche con eccessiva leggerezza. Dodik infatti precisa che "la Nato può garantire la sicurezza della Bosnia", e che "l'attuale esercito della BiH è una caricatura".
    Il suo intervento ha tuttavia sollevato la dura replica della comunità bosniaca, e in particolare del Partito dei Bosniacchi per la BiH (SBiH) che ha definito la dichiarazione di Dodik "irresponsabile ed inaccettabile", in quanto non ha considerato il fatto che resterebbero in vita gli eserciti dei Paesi confinanti, e ha dimenticato la struttura militare della Bosnia. Infatti, sotto la soprintendenza della comunità internazionale e della Nato stessa, gli eserciti delle tre entità che costituiscono la Bosnia, sono stati uniti sotto la medesima struttura militare, andando a formare l'esercito bosniaco. Per cui, affinchè sia decisa la demilitarizzazione completa occorre che ci sia l'accordo di tutte le entità, tra cui quella bosniacca e croata, che non accettaranno mai un tale compromesso temendo, per esempio, l'esercito della Serbia. Inoltre, fa notare il Partito dei Bosniacchi che l'esercito della Bosnia è attualmente schierato in Iraq, e la sua abolizione potrebbe compromettere la stabilità finanziaria dell'intera nazione. Le parole di Dodik sono state in ogni caso manipolate e non contestualizzate, 24.01.2008 - Dodik: demilitarizzare la Bosnia
    Il Premier Milorad Dodik, intervenendo in occasione al forum di Berlino organizzazione dalla Friedrich Ebert Foundation del 23 gennaio, ha affermato che la Bosnia Erzegovina deve essere completamente demilitarizzata, considerando le forti tensioni che ancora la tormentano.

    Il leader del Partito democratico indipendente della Republika Srspka, interviene al forum di Berlino della Friedrich Ebert Foundation, affermando che "la Bosnia e Erzegovina deve essere completamente demilitarizzata e che le stesse forze armate bosniache devono essere abolite." Questo in relazioni alle crescenti tensioni interne che spingono il leader a temere una qualche reazione ostile nei confronti delle entità che costituiscono la Bosnia, e in particolare verso la Republika Srpska, che troppo spesso viene minacciata di isolamento, anche con eccessiva leggerezza. Dodik infatti precisa che "la Nato può garantire la sicurezza della Bosnia", e che "l'attuale esercito della BiH è una caricatura".
    Il suo intervento ha tuttavia sollevato la dura replica della comunità bosniaca, e in particolare del Partito dei Bosniacchi per la BiH (SBiH) che ha definito la dichiarazione di Dodik "irresponsabile ed inaccettabile", in quanto non ha considerato il fatto che resterebbero in vita gli eserciti dei Paesi confinanti, e ha dimenticato la struttura militare della Bosnia. Infatti, sotto la soprintendenza della comunità internazionale e della Nato stessa, gli eserciti delle tre entità che costituiscono la Bosnia, sono stati uniti sotto la medesima struttura militare, andando a formare l'esercito bosniaco. Per cui, affinchè sia decisa la demilitarizzazione completa occorre che ci sia l'accordo di tutte le entità, tra cui quella bosniacca e croata, che non accettaranno mai un tale compromesso temendo, per esempio, l'esercito della Serbia. Inoltre, fa notare il Partito dei Bosniacchi che l'esercito della Bosnia è attualmente schierato in Iraq, e la sua abolizione potrebbe compromettere la stabilità finanziaria dell'intera nazione. Le parole di Dodik sono state in ogni caso manipolate e non contestualizzate, considerando che rispondono all'esigenza di garantire, prima di ogni cosa, la sicurezza della Republika Srpska .

    Fonte:
    Rinascita Balcanica

  9. #79
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    Question

    28.01.2008 - Milorad Dodik: basta con la propaganda dei
    Il Premier della Republika Srpska, Milorad Dodik, risponde alle domande di Rinascita Balcanica, dando così voce alla situazione e ai problemi che oggi affronta la RS. Molteplici i temi trattati, dal Kosovo alle guerre balcaniche del passato, sino agli attuali problemi del sistema economico bancario della Republika Srpska. "Vorrei fare io una domanda, e vorrei chiedere perché il Tribunale dell' Aja non ha reagito alla presenza dei mujaheedin in Bosnia sulla base dei documenti che ha in possesso?", dichiara Milorad Dodik. "Noi del governo della Republika Srpska non abbiamo ricevuto alcun documento dalla Federazione di BIH, e, al momento, nonostante sia a tutti noto che i mujaheedin sono ancora presenti in Bosnia, non possiamo cancellare i luoghi comuni che vedono i cittadini serbi come gli unici “cattivi ragazzi ”. "



    Credo non si possa evitare di parlare negli ultimi tempi della questione del Kosovo, anche perchè la consideriamo una questione molto importante, soprattutto in questo momento. Molti analisti hanno dichiarato che l` indipendenza unilaterale degli albanesi del Kosovo, possa avere diverse conseguenze anche per la Republika Srpska. Lei crede che tale prospettiva sia reale?
    Credo che la BiH abbia dei problemi, che vanno al di là della questione del Kosovo. Si trova in una situazione di protettorato internazionale da oltre 15 anni, dopo la fine della guerra, che ancora non è stato capace di risolvere le questioni basilari per la BiH. Quando dico questo, mi riferisco al consenso delle strutture politiche locali e le forze che devono agire per il futuro della BiH. Sulla base dei fatti recenti, dobbiamo dire che sembra irrilevante la questione del Kosovo. Dunque, su come si evolverà la situazione in BiH, influiscono solo i rapporti interni allo Stato bosniaco. Finora, purtroppo, abbiamo avuto delle forze politiche non molto equilibrate e sempre dannose per la RS. Questo modo di fare, ovviamente, dovrà essere bloccato per accettare la realtà di fatto che la RS esiste, con i propri rispettivi interessi. Ritornando alla questione del Kosovo, vorrei sottolineare che noi monitoriamo l'evoluzione della situazione e siamo contrari ad un'azione unilaterale. Se per caso dovesse accadere tale eventualità, non crediamo che sarà una soluzione che porrà fine ai problemi che da anni esistono in Kosovo. Un'autoproclamazione dell' indipendenza del Kosovo potrà accontentare solo una parte, ma non l'altra, ovviamente. Se non si avrà il consenso e l'accordo delle parti, il problema non sarà risolto e rimarrà in maniera permanente. Non dobbiamo dimenticare che la Serbia e gli altri Paesi sono contrari all'indipendenza, come la stessa RS che è decisa ad esercitare le dovute pressioni sullo Stato bosniaco, affinchè non riconosca diplomaticamente l'eventuale autoproclamazione dell'indipendenza del Kosovo.

    Con riferimento a quanto lei ha affermato sul fatto che tanti problemi vengono imputati al popolo serbo, voglio farle notare che la Redazione di Rinascita Balcanica ha pubblicato la documentazione sulle ricerche dei danni provocati dall'uranio impoverito sui militari italiani dopo i bombardamenti in Bosnia. Tali studi hanno dimostrato che l'uranio impoverito ha causato gravi malattie tumorali in seguito all'esposizione dei soldati italiani all'esplosione dei proiettili all'uranio, e su di essi sono stati erogati i risarcimenti dei danni. Com'è possibile, secondo lei, che questa ricerca è stata fatta solo per i soldati, e non anche per la popolazione bombardata, che ancora vive in questa terra contaminata?
    In quanto avete detto, non vi è nulla di nuovo. E` solo una conferma di come siamo considerati all'interno della comunità internazionale. I dati statistici delle Istituzioni mostrano come sono aumentate le persone che si sono ammalati di tumore nell'ultimo decennio . Noi parliamo di statistiche, di fatti, ma ancora non riceviamo alcuna risposta da parte delle Istituzioni e delle organizzazioni internazionali che monitorano e studiano la salute della popolazione mondiale. Noi purtroppo non abbiamo le risorse sufficienti per rispondere a questa domanda, ma quello che avete confermato, per noi sarà molto indicativo.

    Numerosi documenti, pubblicati e protocollati anche dall'ONU, confermano che esiste un gran numero di persone ammalate di varie tipologie di cancro nella regione balcanica. È stato messo sotto accusa l'uranio impoverito e i danni che provoca l'uso delle armi che lo contengono.
    Credo che occorrerà fare una battaglia organizzata, accusare tutti coloro che sono responsabili, in quanto hanno gettato delle armi con uranio impoverito contro la nostra popolazione.



    Ciò che collega le guerre balcaniche all'uranio impoverito, che collega poi l'Italia stessa, è la presenza dei mujaheedin in Bosnia. Le prove che confermano la loro partecipazione alle azioni militari contro il popolo serbo in Bosnia, nonché la loro continua presenza anche oggigiorno, dimostrano un vero pericolo per tutta la Regione e l'Europa stessa. Com' e` possibile che la RS non abbia mai intrapreso un processo contro i mujaheedin presso il Tribunale dell'Aja?
    Ora farò a voi la stessa domanda. Com'è possibile? La situazione in cui ci troviamo, ovviamente dimostra che non abbiamo avuto la capacità di portarla avanti, né abbiamo avuto un'azione organizzata, mentre dall'altra parte il Tribunale dell'Aja aveva più prove di noi. Allo stesso modo potremmo fare un'altra domanda, perchè il Tribunale Penale Internazionale, sulla base dei documenti che possiede, non ha fatto niente? A noi non è consentito avere accesso ai documenti della Federazione della BiH, mentre il Tribunale lo ha. Senza dare nessuna importanza alla presenza dei mujaheedin in Bosnia, la comunità internazionale ha ancora molti pregiudizi e costruisce giustificazioni secondo cui il popolo serbo è l`unico a far parte dei “cattivi ragazzi ”.


    La storia dei Serbi, come ha detto Lei, dei "cattivi ragazzi”, si sta pian piano cancellando e questo orientamento gli ultimi anni è cambiato tanto. Prima era diverso, ma ora la gente ama di più il popolo serbo. Tanta gente che dall' estero viene in visita nella Republika Srpska, ha acquisito un'immagine diversa da quella trasmessa dai media in tanti anni. Ritornano con piacere in questa bella e sicura terra. L`unico problema che può fermare gli investimenti dall'estero è la grande e complessa burocrazia, nonché il sistema bancario. Credo che un ufficio che faccia da referente per gli imprenditori stranieri, possa agevolare l'economia senza incorrere nelle complesse procedure burocratica che soffocano i veri affari.

    Vorrei porle una domanda proprio su tale argomento, facendo riferimento alle ricerche che conduciamo ormai da anni sulle banche. Parlandole in maniera chiara e sincera, abbiamo scoperto che tante aziende sono state truffate dalle banche tramite dei sistemi finanziari. Purtroppo non esiste nessuna struttura che possa confrontarsi con un sistema del genere. Abbiamo cercato di ottenere una spiegazione dalle banche stesse, ma nessuno ha dato una risposta adeguata, dinanzi alle nostre indagini è stato sempre alzato un “muro di gomma”. Parlando con gli imprenditori abbiamo riscontrato la stessa situazione. Quasi nessuno voleva parlare di questo, perché, come ho già detto, ognuno di loro aveva dei debiti con la banca. Com'è possibile, secondo lei, contrastare queste pratiche delle Banche che indebitano le aziende, per proteggere così le piccole e medie imprese in RS?
    Sicuramente si tratta un problema interno al sistema stesso, che sino ad oggi funzionava sotto la vigilanza e il controllo dei consulenti internazionali che, con i loro consigli hanno fatto acquisire alle Banche una posizione consolidata mentre hanno dato la possibilità ai Gruppi bancari esteri di acquisire le Banche locali a un misero prezzo. La maggior parte delle Banche estere si sviluppa sulla base dei depositi locali e non hanno la funzione sociale che invece ricoprono nei paesi esteri. Continuando a trarre profitto dai nostri mercati, nel lungo termine provocheranno una situazione critica. Noi non siamo nella posizione di poter fermare azioni del genere, perchè non abbiamo dei meccanismi che si possono confrontare in modo adeguato con i sistemi bancari esteri.


    La Etleboro Ong, ha dedicato tanto tempo e lavoro all'analisi del sistema bancario e ha sviluppato una teoria definita “crimine invisibile”. I meccanismi che vengono utilizzati non possono essere dimostrati perchè sono nascosti in maniera perfida e sofisticata, ma allo stesso tempo esistono dei sistemi che possono rivelare questo tipo di criminalità. Abbiamo pubblicamente comunicato con la Banca Centrale della BiH e con l`Agenzia bancaria per avere delle spiegazioni su come avvengono i cambi dall' euro al marco convertibile. Entrambe non hanno dato alcuna risposta, e ognuna di esse ha addossato la responsabilità all'altro. Abbiamo così scoperto uno di quei meccanismi criminali che soffocano le aziende ma non hanno alcun colpevole.
    È ovvio che le aziende soffocano, perchè la Banca Centrale della BiH è stata fondata dalla comunità internazionale, che ancora oggi continua ad amministrala, in maniera invisibile, mediante un Consiglio di Amministrazione ad essa favorevole. Invece di portare investimenti, trasferiscono i soldi dalla nostra terra nei depositi di banche austriache o di altri Paesi. Dopodichè, rimettono gli stessi soldi sul nostro mercato concedendo interessi più bassi.

    Abbiamo notato che in alcune scuole non si parla molto di Republika Srpska, ma solo di Bosnia Erzegovina. Com'e`possibile questo?
    Credo che la gente veramente ama la Republika Srpska, ma da anni vedono stranieri sulla nostra terra, e forse davanti ad un giornalista straniero reagiscono con la paura della propaganda mediatica che è sempre stata contro di noi, e che ha tentato di soffocare la nostra identità nazionale. Penso che gli studenti non parlano di Bosnia e Erzegovina in maniera positiva, non è inserita credo nella lista delle cose che amano. Se parlano di Bosnia, credo che ne parlino un altro contesto.

    Lei crede che un giorno vi sarà l` indipendenza della RS?
    Le chiederò di parlarne fra dieci anni.
    Michele Altamura
    Fonte: Rinascita balcanica

  10. #80
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    BOSNIA: LAJCAK, ACCELERARE ADESIONE UE CONTRO RISCHIO KOSOVO
    (ANSA) - SARAJEVO, 7 FEB - Per evitare che una possibile crisi nel Kosovo si rifletta negativamente sulla stabilita' della Bosnia, Sarajevo deve accelerare il proprio percorso verso l'Unione europea. Lo ha detto oggi in un'intervista al quotidiano bosniaco 'Oslobodjenje' il rappresentante speciale dell'Ue in Bosnia Miroslav Lajcak. ''Il collegamento tra la Bosnia e il Kosovo - ha detto il diplomatico slovacco - e' un evidente motivo in piu' perche' la Bosnia il piu' rapidamente possibile trovi il proprio posto nelle strutture europee''. Criticando l'insuccesso dei leader politici bosniaci nel proseguire la riforma della polizia, condizione per la firma con Bruxelles dell'Accordo di stabilizzazione ed associazione all'Ue, Lajcak ha definito il loro comportamento ''irresponsabile nei confronti del paese, che rallenta la strada verso l'Unione, l'unica garanzia della stabilita' dei rapporti nella regione''. L'attesa proclamazione dell'indipendenza del Kosovo dalla Serbia, potrebbe provocare un inasprimento dei contrasti tra i leader bosniaci e le minacce dei serbo bosniaci, sostenuti da Belgrado, di chiedere la secessione da Sarajevo della Republika Srpska (Rs, entita' a maggioranza serba di Bosnia). ''La regione - ha detto ancora Lajcak - potra' influire sugli avvenimenti interni della Bosnia solo nella misura in cui lo desiderino o permettano i politici locali''. (ANSA).
    07/02/2008 17:27

 

 
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