Fassino vs D’Alema
Piero Fassino, nei Ds, è quello che sembra essersi esposto di più, almeno all’esterno, sul fronte della vicenda giudiziaria che coinvolge il partito.
Massimo D’Alema, invece, ha preferito affidare ufficiosamente a qualche giornalista amico i suoi umori e malumori.
Poche stringate parole pubbliche.
Lo stesso ha fatto il vicecapogruppo dell’Ulivo al Senato Nicola Latorre.
E raccontano che questo atteggiamento del segretario non sia risultato affatto gradito a D’Alema e ai dalemiani. Ma dietro lo scontro sulla forma si cela uno scontro ben più aspro sulla sostanza.
D’Alema, infatti, non avrebbe voluto dare un via libera ufficiale alla richiesta della procura di Milano di usare le intercettazioni telefoniche. Il ministro degli Esteri preferiva temporeggiare con la mezza idea di potersi addirittura opporre alla richiesta dei giudici.
Per il “no” era il braccio destro di D’Alema, ossia Latorre.
Fassino invece, sin dal primo istante, ha pensato che occorresse dire di sì ai magistrati.
E sulla linea da adottare c’è stato uno scontro ai vertici.
Per questo la scorsa settimana ha voluto dirlo all’improvviso, pubblicamente, per evitare che prevalesse una linea diversa.
I maligni, dalle parti di via Nazionale, sede dei Ds, sostengono che Fassino abbia questo atteggiamento perché lui non ha nulla da temere, perché ritiene di non rischiare di essere indagato.
Dai guai giudiziari dei Ds a quelli, tutti politici, del Partito democratico che verrà.
Raccontano che Walter Veltroni sia furibondo. Dicono che il sindaco di Roma sia arrabbiato con Rosy Bindi, soprattutto, perché teme che la battagliera ministra per la Famiglia faccia una campagna elettorale tutta contro di lui e perché sa che dietro di lei ci sono i prodiani più accesi. Anzi, per dirla in maniera esplicita c’è lo stesso presidente del Consiglio e questo preoccupa non poco il sindaco di Roma.
Infatti Veltroni è convinto, e lo ha confidato a più di un fedelissimo, che per lui sarebbe esiziale temporeggiare, attendere la scadenza naturale della legislatura, meglio andare alle urne nel 2008, se proprio costretti, anche senza mutare la legge elettorale. Ma per andare al voto prima del tempo bisogna convincere Romano Prodi della bontà di questo progetto.
Senza l’ok del premier, infatti, l’ipotesi di andare allo scioglimento anticipato della legislatura resterebbe lettera morta. Ma il fatto che la moglie del premier e tutti i consiglieri più fidati si siano messi a collaborare con la più agguerrita dei competitor di Veltroni la dice lunga su quale potrebbe essere l’atteggiamento di Prodi rispetto al ricorso anticipato alle urne.
Eppure, nonostante il presidente del Consiglio continui a dire a tutti i suoi alleati che intende andare avanti per l’intera legislatura e che se crisi di governo sarà lui non si farà mettere da parte, c’è chi non dispera di convincerlo ad assecondare un progetto. L’idea sarebbe quella di una crisi di governo in autunno, di un cambio della guardia tra Prodi e Veltroni con il Professore che si fa ufficialmente sponsor di questa ipotesi per andare poi a votare nella primavera del 2008 con la stessa coalizione, magari allargata all’Udc.
Da questo orecchio, però, finora Prodi non ci vuole sentire. Tant’è vero che ha sfidato gli alleati e anche i leader sindacali minacciando le dimissioni, perché sapeva che una crisi adesso non era nei programmi di chi teme che se questo governo andrà avanti il Partito democratico e il suo leader si logoreranno.
Intanto Veltroni ha anche un altro temibile avversario, Enrico Letta. All’apparenza il sottosegretario del Consiglio sembra il più debole dei competitor, ma in realtà Letta ha una serie di agganci con i poteri ecomici e con i potentati politici locali della Margherita che impensieriscono Veltroni. Tra l’altro, il primo cittadino della capitale sa bene che una parte dei dalemiani ha deciso di puntare proprio sul sottosegretario alla presidenza del Consiglio.
Il Foglio del 31 luglio
saluti




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