Mercoledì 08 Agosto 2007 </I></B>ROMA - Sarebbe bello se stasera al Flaminio ci fossero più delle cinquemila persone previste dalla prevendita dei biglietti. Non foss’altro per il calore che merita il gruppo di Delio Rossi e per il doveroso omaggio agli 80 anni di Bob Lovati. Ma la gente laziale deve capire, e sicuramente ne sarà cosciente, che fra sei giorni la Lazio si gioca una finale, quella della scorsa stagione. Qui non c’entrano più la diretta tv, gli euro faticosamente risparmiati, il viaggio, il posteggio, il pranzo di Ferragosto al mare, il disamore, il mercato, le guerre di religione: qui c’è da battere la Dinamo, facendo anche un po’ da balia a molti di questi ragazzi che si portano sulle spalle il peso non indifferente di una partita che sarà un capolinea, di partenza si spera e non d’arrivo.
Nessuno osa metter mano nelle tasche altrui, o metter bocca nei rispettabili problemi economico-logistici di ciascuno, ma tutti coloro che rimpiangono il calcio di una volta, quello del tifo “buono” allo stadio, stavolta dovrebbero passarsi parola. Non si può mancare all’appello dell’Olimpico il 14 sera. Il campionato, la stessa Champions a gironi, se arriverà, sono adesso meno importanti, sembrano lontani anni luce. La Lazio ha bisogno di essere accompagnata nell’impresa da un tifo incessante, per gettare le basi della qualificazione senza che il match di ritorno, nell’inferno di Bucarest, diventi l’ultima spiaggia. Il problema è “scioglierla”, questa squadra che sulla carta è più forte dell’avversaria. Ma è pure composta di tanti giovani che salgono per la prima volta al proscenio europeo. Furono in settantamila a sostenerla quando dovette salvarsi dalla C, il ricordo di Giuliano Fiorini, a due anni dalla scomparsa, è ancora fresco, commovente. Irripetibile, d’accordo, quell’atmosfera. Ma sarebbe un errore pensare: “tanto se io non vado, cosa cambia?”. Stasera non cambia, il 14 sì.</B>
V. Cerr.




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