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Risultati da 31 a 40 di 52

Discussione: Progetto neocon

  1. #31
    Dios, Patria, Fueros, Rey
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    Citazione Originariamente Scritto da jesusspanks Visualizza Messaggio
    mmh il domenicale... sarà mica pubbliacto da quel brav'uomo di dell'utri?
    E sarà mica animato dal maggior esperto italiano di conservatorismo anglo-americano, tal Marco Respinti?

    Se sei un neoconservatore, pardon un "conservatore", non dirmi che non lo conosci...

  2. #32
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    Citazione Originariamente Scritto da Italianhawk83 Visualizza Messaggio
    Peccato che "neoconservative" (e non "neoconservatore") sia l'aggettivo UFFICIALE utilizzato dalla pubblicistica per definire qualsiasi realtà politica, culturale, editoriale nata dal signor Kristol in poi.

    E poi, se anche fosse come dici, trovategli un altro nome. Se è solo una questione di etichetta ditemi come vanno definiti quegli intellettuali di estrazione marxista che a metà degli Sessanta svoltano a "destra" in direzione statlista e interventista. Chiamiamoli pierluigi o venanzio ma non scadiamo nel ridicolo: si arrivererà a dire che non sono mai esistiti?
    Sai da dove viene la parola "Yankee?" Era una parola derisoria verso gli Americani, ma gli Americani la hanno preso con orgoglio. Kristol ha deciso di fare lo stesso con la parola "neoconservative," ma non molti sono di accordo, perche la parola "neocon" per gli americani e' una parola brutta (precisamente la ragione perche i nemici dei conservatori vogliano darci di "neocon"). "Con" in inglese non significa "conservatore," significa "truffatore." Noi ci definiamo "conservatori," come da sempre.

    C'era un gruppo di ebrei di sinistra che hanno lasciati i democrati e si hanno convertiti a essere conservatori. Questi erano chiamati "neoconservatori." Allora qualcuno antisemito che vuole dare un insulto verso i conservatori ci da di "neocon," benche siamo conservatori da molte generazioni. Tipicamente sono di sinistra, ma Pat Buchanan, scartato dei conservatori americani perche considerato dai americani un estremista, ha cercato di dipingere i conservatore americani come "neocons," per rimanere solo lui con la etichetta "conservative," benche i conservatori americani non consideriamo Buchanan un conservatore.

  3. #33
    Alexander Iulius Parmenses
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    è la pura verità,apprezzo i commenti.non soi tu...

  4. #34
    Alexander Iulius Parmenses
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    lo conosco ma diciamo che l'editore ha avuto sempre un appeal negativo su di me.Ad ogni modo la mia primaria fonte di informazione è il Foglio.

  5. #35
    Alexander Iulius Parmenses
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    brava christine!io la prenderei con orgoglio...
    poi lasciamo le isterie di chi vede ovunque comunisti ed ebrei ad altri.

  6. #36
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    Citazione Originariamente Scritto da Italianhawk83 Visualizza Messaggio

    Signori, documentiamoci prima di parlare. Qui i "se non sbaglio" sono fin troppi...
    Non so chi e' Marco Respinti, ma mi sembra che, secondo te, devo documentarmi con cio' che dice lui per sapere cosa pensiamo noi.

  7. #37
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    fonte: http://gianmario.iobloggo.com/archive.php?eid=11

    ...e gli americani si riscoprono trotzkisti!

    Dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989, l'Occidente non ha
    cessato di congratularsi per come Paesi ex comunisti, e anche
    alcuni che lo sono rimasti, si stanno occidentalizzando e
    stanno imparando a muoversi nella giungla capitalista.
    Spesso il cosiddetto progresso in questi Paesi è degrado
    morale: l'apertura di locali per travestiti all'Avana stato
    esibito come prova che Cuba «si sta aprendo».
    Ma invece, è passato sotto silenzio il movimento eguale e
    contrario: il fatto che è oggi l'Occidente ad adottare i
    vecchi motivi del comunismo, e specialmente le dottrine
    gemelle della rivoluzione e dell'internazionalismo.
    La parola «rivoluzione» ha assunto un senso totalmente
    positivo nel vocabolario politico occidentale.
    Quindici anni fa, almeno tra i conservatori, la parola recava
    connotati negativi: «rivoluzione bolscevica», «giacobina»,
    «sessuale».
    Oggi non più.
    Il mito della rivoluzione oggi domina a tal punto le coscienze
    collettive che, come bambini che richiedono sempre che gli sia
    raccontata la stessa favola, noi accettiamo per vere le fiabe
    sulle rivoluzioni «democratiche» in Paesi lontani di cui non
    sappiamo nulla.
    Favole sempre uguali: là, ci vien detto, un regime
    autoritario, disonesto, o brutale viene rovesciato dal «potere
    del popolo» e tutti, dopo, vivono felici e contenti.
    Così il rovesciamento di Shevarnadze in Georgia, la
    «rivoluzione delle rose» del novembre 2003; la «rivoluzione
    arancio» dell'Ucraina; la cacciata violenta del presidente del
    Kirgizistan il marzo 2005; la rivolta nella città uzbeca di
    Andijan in maggio, tutte ci sono presentate come esplosioni
    spontanee della sacrosanta indignazione popolare. […]
    Eppure quando c'era il comunismo, sapevamo che «rivoluzione» e
    «potere al popolo» erano solo cose della propaganda di
    sinistra.
    Sapevamo valutare la «rivoluzione sovietica» come il grottesco
    kitch che mascherava la sinistra realtà di trame di potere
    dietro le quinte.
    Siamo diventati oggi più ingenui. […]
    Nel caso dell'Ucraina, per esempio, oggi si sa che gli
    americani hanno investito molto denaro nella campagna di
    Victor Yuschenko, e che il KGB ucraino s'è dato molto da fare
    per conto degli USA, allestendo tutta la messinscena della
    rivolta popolare. [Ma nonostante queste informazioni]
    l'Occidente continua a bersi il mito della rivoluzione.
    Il presidente Mao un giorno sentenziò: «il marxismo consiste
    di mille verità, ma tutte si possono ridurre ad una frase:
    ribellarsi è giusto».
    Oggi, quest'idea è il centro dell'ortodossia politica
    occidentale.
    Uno dei temi dominanti della presidenza di George Bush è il
    concetto, eminentemente trotzkista, della rivoluzione
    mondiale; il 6 novembre 2003 il presidente USA ha detto
    precisamente: «lo stabilirsi di un Iraq libero nel cuore del
    Medio Oriente sarà lo spartiacque della 'rivoluzione
    democratica' globale».
    Nel suo discorso di rielezione, il 20 gennaio 2005, Bush ha
    annunciato niente meno che un programma di emancipazione
    politica dell'intero pianeta: ha detto che l'America persegue
    «lo scopo ultimo di abolire la tirannia nel mondo».
    George Bush non è un marxista cosciente.
    Ma molti dei suoi consiglieri più intimi, i cosiddetti
    neoconservatori, vengono da un passato trotzkista.
    Il piano originale di Marx era che la rivoluzione coinvolgesse
    tutto il pianeta, e questo programma della rivoluzione
    mondiale fu abbracciato da Engels, Lenin e Trotzky; e vi si
    oppose Stalin, con la sua proposta famosa del «socialismo in
    un solo Paese».
    In esilio, Trotzky (1) mantenne l'idea della rivoluzione
    mondiale, e lo dimostrò fondando la Quarta Internazionale nel
    1938.
    Meno di due anni dopo, alla Quarta Internazionale aderì Irving
    Kristol (2): l'uomo che oggi è considerato il padre fondatore
    del movimento neoconservatore (neocon) che oggi domina
    l'amministrazione Bush.
    L'influenza di Kristol è stata immensa, e suo figlio, William
    Kristol, è uno dei più potenti neocon d'America.Irving Kristol
    non ha mai ripudiato il suo passato trotzkista: ancora nel
    1983 scrisse di esserne anzi orgoglioso.
    Lo stesso vale per altri «illuminati» del movimento neocon.
    Nel 1996 Michael Leeden (3) dell'American Enterprise [uno dei
    think tank neocon] ha coniato il termine di «rivoluzione
    democratica mondiale» - è il sottotitolo del suo libro, in cui
    attaccò Bill Clinton definendolo un «controrivoluzionario».
    Il titolo stesso del libro, «Freedom Betrayed» [Libertà
    tradita], è un'ovvia citazione del libro, « La Rivoluzione
    tradita», con cui Trotzky raccontò nel 1938 la sua rottura con
    Stalin.
    David Horowitz (4), lui stesso un ex comunista, nel 2000 ha
    pubblicato «L'arte della guerra politica e altri progetti
    estremi»: libro lodato da Karl Rove, il capo dello staff di
    Bush, come «una perfetta guida tascabile alla lotta politica,
    scritta da un lottatore di esperienza».
    Lì, Horowitz cita favorevolmente Lenin: «non si può battere un
    oppositore superandolo nel dibattito politico. Si può solo
    seguire la ricetta di Lenin: 'nei conflitti politici, lo scopo
    non è di smontare gli argomenti dell'avversario, ma di
    spazzarlo dalla faccia della terra'».
    Eric Hobsbawm, lo storico veteromarxista, a fine giugno ha
    scritto: «un appassionato ex marxista oggi sostenitore di Bush
    mi ha detto, scherzando solo a metà: dopotutto [Bush] è la
    sola possibilità rimasta per una rivoluzione mondiale».
    Se questa idea [che i neocon siano marxisti] sembra irreale, è
    solo perché il mondo libero non ha mai capito la vera natura
    del marxismo leninismo.
    Pensiamo che «comunismo» sia la proprietà statale dei mezzi di
    produzione e la pianificazione centralizzata dell'economia; in
    realtà, Karl Marx non ha raccomandato né l'una né l'altro.
    Come ha notato Solgenitzyn, «l'anima del marxismo» sta nel
    materialismo dialettico: la dottrina, derivata da Hegel, che
    sostiene che il mondo è in permanente cambiamento e flusso,
    sicché non c'è nulla che sia vero o falso.
    Di conseguenza, la rivoluzione permanente è lo stato
    «naturale» della realtà e perciò della politica. Marx, Engels
    e Lenin sostenevano che la forma fissa dell'associazione
    politica, cioè lo Stato, è oppressiva, e che l'umanità non
    sarebbe stata liberata se non con «l'estinzione» dello Stato.
    E cosa avrebbe provocato l'estinzione dello Stato?
    Marx ed Engels hanno una chiara risposta: il capitalismo
    mondiale.
    Gli autori del Manifesto Comunista esaltarono l'inarrestabile
    forza rivoluzionaria del capitalismo mondiale, di ciò che oggi
    chiamiamo globalizzazione.
    Essi videro che il capitalismo globale, come forza
    rivoluzionaria, stava disgregando tutte le strutture
    esistenti, lo Stato, la nazione e la famiglia, e che stava
    preparando un mondo unito economicamente e politicamente.
    «La borghesia», scrissero entusiasti, «non può esistere se non
    rivoluzionando continuamente gli strumenti di produzione.
    Tutti i rapporti fissi, congelati, con il loro seguito di
    antichi e venerabili pregiudizi ed opinioni sono spazzati via,
    e tutti i nuovi rapporti che si formano diventano antiquati
    prima che possano fossilizzarsi. Tutto ciò che è solido si
    scioglie, tutto ciò che è sacro viene profanato».
    Per Marx ed Engels la potenza rivoluzionaria della borghesia
    stava precisamente nella sua natura internazionale e
    cosmopolita: «con grande dolore dei reazionari, la borghesia
    ha sottratto di sotto i piedi dell'industria il territorio
    nazionale. Al posto della vecchia idea di autosufficienza
    nazionale, e di chiusura della nazione entro i suoi confini,
    noi abbiamo l'universale interdipendenza delle nazioni».
    La globalizzazione, appunto.
    Engels teorizzò apertamente che l'atomizzazione e lo
    sradicamento causati dal capitalismo internazionale erano il
    precursore necessario della emancipazione mondiale: «la
    disintegrazione dell'umanità in una massa di atomi isolati e
    che reciprocamente si respingono», scrisse, «significa la
    distruzione di ogni associazione [tradizionale] nazionale o
    corporativa, ed è il passo necessario per la libera e
    spontanea associazione degli uomini».
    Come noto, Marx era convinto che la forma della politica è
    solo una «sovrastruttura» determinata dalla realtà economica
    sottostante: «il mulino a trazione umana produce la società
    feudale dei signori» [che sono proprietari terrieri], «la
    macchina a vapore produce la società capitalista industriale».
    Quando cadde il Muro di Berlino e la divisione tra Est ed
    Ovest fu superata, gli ideologi occidentali della
    globalizzazione hanno usato lo stesso argomento di Marx: ormai
    internet e il fax avevano gettato gli Stati sovrani nella
    spazzatura della storia.
    Di conseguenza, come Marx, sostennero che lo Stato si stava
    «estinguendo» per cedere il passo a una società universale dei
    diritti umani.
    Tony Blair ha giustificato il bombardamento NATO sulla
    Yugoslavia del 1999 sostenendo che il diritto di bombardare
    uno stato per presunti abusi dei diritti umani derivava dalla
    globalizzazione: «ormai si sa che una crisi grave
    dell'economia del Brasile provoca una crisi nell'economia
    britannica; per la sicurezza è lo stesso».
    I neocon hanno odiato Clinton per il suo rifiuto di seguire la
    logica di Tony Blair fino in fondo, per esempio quando si
    ritirò dalla Somalia invece di assumersi il fardello della
    «ricostruzione della società».
    George Bush ha fatto il contrario.
    Di rado lascia che la ragion di Stato o ogni altra
    considerazione pratica oscurino la sua chiarezza ideologica.
    Nel suo secondo discorso inaugurale, Bush ha pronunciato la
    parola «freedom» (libertà privata) 28 volte, la parola
    «liberty» (libertà politica) 15 volte e la parola «free»,
    libero, sette volte: era come se cantasse l'Internazionale,
    l'inno rivoluzionario sovietico.
    Bush fa un appello altamente moralistico a «valori universali»
    che a suo dire l'America incorpora, e che sono «giusti e veri
    per ogni popolo, dovunque sia».
    «La libertà», ha detto, «è l'esigenza non negoziabile della
    dignità umana, il diritto di ogni persona, in ogni civiltà».
    Poiché il discorso di Bush è intrecciato a temi religiosi,
    spesso esoterici e apocalittici (ripete che la libertà è «il
    piano di Dio per l'umanità»), il suo messianismo ricalca il
    movimento marxista che sconvolse l'America Latina negli anni
    '60 e, coniugando Dio con la politica, si chiamò «teologia
    della liberazione».
    E' questa promessa di emancipare l'umanità intera che ha
    raccolto attorno a Bush una falange di ideologi marxisti come
    Christopher Hitchens, Nick Cohen, Jonh Lloyds e David
    Aaronovitch (5). Gente che in gioventù idolatrò «l'operaio
    senza patria» non hanno difficoltà oggi a identificarsi con
    l'odierna ideologia della globalizzazione e con
    l'internazionalismo di Bush.
    Hitchens lo ha detto chiaro, nel difendere il suo impegno
    neoconservatore: «mi sento come mi sentivo negli anni '60,
    quando lavoravo per la rivoluzione comunista».
    Ed ha aggiunto che il programma di Bush di «regime change» è
    per definizione qualcosa che i rivoluzionari devono sostenere.
    «E' giusto che i conservatori si oppongano ai cambi di regime
    [in Medio Oriente]: è appunto quel che fanno i conservatori».
    La loro adesione al piano della rivoluzione globale spiega
    l'appoggio ricevuto da dieci governanti dell'Est europeo,
    tutti o quasi vecchi apparatchnik sovietici: i quali, unici al
    mondo, hanno fatto obbedienti la fila per firmare una lettera
    aperta a sostegno dell'imminente guerra all'Iraq nel febbraio
    2003.
    I «dissidenti» dell'Est - la gente che oggi è al potere - in
    genere non sono mai stati anticomunisti, bensì marxisti
    critici che volevano riformare il sistema comunista, non
    distruggerlo.
    Il proclama di guerra di Bush «contro la tirannia» ha un
    fascino inevitabile per gente abituata a radunarsi al vecchio
    grido comunista della «lotta al fascismo», che era uno slogan
    con cui la sinistra esprimeva la sua ostilità per la nazione e
    lo Stato nazionale.
    Entrambi i concetti sono oggi profondamente disprezzati in
    Occidente.
    E' significativo come segnale dell'egemonia culturale
    neo-sinistra in occidente il fatto che il più grave insulto
    politico nel nuovo ordine mondiale è «autoritarismo».
    L'autorità è per definizione un concetto conservatore, ed ecco
    perché è universalmente spregiato nella cultura occidentale.
    Senza eccezioni, ogni leader politico che l'Occidente ha
    rimosso è stato etichettato come «autoritario» o
    «nazionalista»: concetti di destra che sono diventati il
    massimo peccato politico.
    Ogni Stato che persegue una politica di indipendenza nazionale
    si trova nel mirino del nuovo Occidente.
    Il concetto di «Stati canaglia» (rogue States) significa
    appunto questo.
    Questo atteggiamento ha due corollari, uno sul piano
    internazionale e uno interno.
    Sul piano internazionale, la missione di Bush di «far avanzare
    la strategia della libertà» presume che gli Stati hanno
    diritto ad esercitare la sovranità nazionale solo a certe
    condizioni, e sostiene apertamente diktat anti-sovranità e
    leggi internazionali punitive [da quelle del WTO, del Fondo
    Monetario, fino alle direttive della UE].
    Nella politica interna, la dottrina anti-statale e
    marxista-hegeliana della «società civile» è divenuta il
    pilastro del pensiero politico occidentale.
    Per esempio, le organizzazioni non governative [ONG]
    dell'Europa dell'Est sono invariabilmente descritte come più
    autenticamente rappresentative della volontà popolare che non
    le strutture stabilite dello Stato, pubbliche e basate sul
    diritto.
    In realtà, spesso queste ONG sono entità di facciata
    finanziate dai governi anglo-americani.
    Ma la mera attività di «opposizione» viene elevata a un grado
    di santità politica, come se l'esercizio dell'autorità fosse
    in sé peccaminosa.
    E' notevole il caso della Georgia, dove il compito di contare
    i voti nelle elezioni presidenziali del gennaio 2004 fu
    affidato a ONG private, con la conseguente emarginazione delle
    autorità statali costituite.
    Come Marx, anche Bush crede (contraddittoriamente) che la
    libertà è «l'ineluttabile forza della storia» ma, nello stesso
    tempo, che bisogna lottare costantemente per conseguirla.
    Egli sostiene, come Hegel precursore di Marx, che l'umanità è
    una, e che Stati liberi come gli USA non sono veramente
    liberi, se altri Stati vivono sotto la «tirannia».
    «La sopravvivenza della libertà nella nostra terra», ha detto
    lo scorso gennaio, «dipende sempre più dalla vittoria della
    libertà nelle altre terre».
    Un vero conservatore, direbbe che c'è molto male nel mondo
    esterno, e che il compito di uno statista è di tenerlo a bada.
    George Orwell, giustamente lodato per aver previsto la
    parabola del comunismo, aveva previsto anche questo: che la
    Guerra Fredda sarebbe finita con la convergenza di capitalismo
    e comunismo, dove i due sistemi si sarebbero fusi e
    abbracciati a vicenda. Al termine de « La Fattoria degli
    Animali», il contadino, che simboleggia l'occidente
    capitalista, torna alla fattoria e…si mette a giocare a carte
    con i maiali, che simboleggiano il comunismo.
    E gli altri animali, tremanti, «guardavano l'uomo e poi il
    maiale, il maiale e poi l'uomo, e di nuovo l'uomo e il maiale;
    e già era impossibile dire chi era l'uno, e chi era l'altro».
    E' questa la triste situazione in cui ci troviamo oggi.

    John Laughland

    (traduzione e note di Maurizio Blondet)

    Note
    1) «Trotzky» è lo pseudonimo di battaglia dell'ebreo Lev
    Davidovich Bronstein. Riccamente finanziato dalle banche
    ebraiche USA (Kuhn & Loeb e Jacob Schiff), Trotsky fu spedito
    in Russia dove organizzò la presa del potere. Stalin in
    seguito epurò ferocemente gli elementi trotzkisti nel PCUS: fu
    una parziale de-giudaizzazione del Partito.
    2) Irving Kristol (nato nel 1920) è il direttore del «The
    Public Interest», ed è stato direttore della rivista ebraica
    «Commentary». Ecco una sua citazione: «Ever since I can
    remember, I've been a neo-something: a neo-marxist, a
    neo-trotskyist, a neo-liberal, a neo-conservative; in religion
    a neo-orthodox even while I was a neo-Trotskyist and a
    neo-marxist. I'm going to end up a neo-that's all, neo dash
    nothing».
    3) Michael Leeden è ritenuto tra i fabbricatori del falso
    rapporto del SISMI sull'acquisto di uranio del Niger da parte
    di Saddam. In Italia è stato presente ed attivo negli anni
    della strategia della tensione. Oggi è la musa ispiratrice del
    neocon Giuliano Ferrara.
    4) David Horowitz è nato nel 1939 da famiglia ebraica del New
    Jersey. Prima marxista, oggi è un neocon arrabbiato. Nel 2004
    ha pubblicato un libro dal titolo: «Unholy alliance: radical
    Islam and the American Left» (la non-santa alleanza: Islam
    radicale e la sinistra americana).
    5) Noti neocon, quasi tutti ebrei ex trotzkisti.


    [John Laughland, l'autore di questo saggio, è un giornalista
    britannico che ha insegnato filosofia alla Sorbona. Io l'ho
    conosciuto attraverso il suo saggio «The Tainted Source»
    (Londra, 1997), la più documentata denuncia mai letta sulla
    illegalità e illegittimità fondamentale della costruzione
    europea. Quello che traduco qui, sul leninismo dominante nel
    sistema di potere americano odierno, è parimenti illuminante.
    Non a caso anche Laughland, che ha scritto per il «The Wall
    Street Journal» e per «The Spectator», oggi è ridotto a
    scrivere su internet: dato rivelatore sulla libertà che oggi
    viene concessa ai pensanti e al pensiero].

  8. #38
    Alexander Iulius Parmenses
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    non credo maurizio blondet si possa usare... non seriamente perlomeno.

  9. #39
    SMF
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    jesusspanks, con questo tuo post dimostri una certa superficialità che francamente speravo di non trovare in questo forum.
    Blondet s'è limitato a tradurre un articolo di John Laughland, non è Blondet che ha scritto l'articolo.
    E al di là del fatto che si possano condividere o meno le idee di Maurizio Blondet, che fra l'altro guarda con favore al candidato Ron Paul, bisognerebbe cercare di discutere sui contenuti dell'articolo, anzichè liquidare il tutto con un "l'ha scritto Blondet e allora ciccia".

  10. #40
    Alexander Iulius Parmenses
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    ho letto a lungo blondet,ma documentandomi ho sempre trovato molti errori nei suoi articoli.Non è una scelta pregiudiziale ma suffragata dai fatti.Nella mia esperienza poi non ho mai amato chi inserisce opinioni personali cme fatti concreti,anche se la tendenza è forte.

 

 
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