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...e gli americani si riscoprono trotzkisti!
Dalla caduta del Muro di Berlino nel 1989, l'Occidente non ha
cessato di congratularsi per come Paesi ex comunisti, e anche
alcuni che lo sono rimasti, si stanno occidentalizzando e
stanno imparando a muoversi nella giungla capitalista.
Spesso il cosiddetto progresso in questi Paesi è degrado
morale: l'apertura di locali per travestiti all'Avana stato
esibito come prova che Cuba «si sta aprendo».
Ma invece, è passato sotto silenzio il movimento eguale e
contrario: il fatto che è oggi l'Occidente ad adottare i
vecchi motivi del comunismo, e specialmente le dottrine
gemelle della rivoluzione e dell'internazionalismo.
La parola «rivoluzione» ha assunto un senso totalmente
positivo nel vocabolario politico occidentale.
Quindici anni fa, almeno tra i conservatori, la parola recava
connotati negativi: «rivoluzione bolscevica», «giacobina»,
«sessuale».
Oggi non più.
Il mito della rivoluzione oggi domina a tal punto le coscienze
collettive che, come bambini che richiedono sempre che gli sia
raccontata la stessa favola, noi accettiamo per vere le fiabe
sulle rivoluzioni «democratiche» in Paesi lontani di cui non
sappiamo nulla.
Favole sempre uguali: là, ci vien detto, un regime
autoritario, disonesto, o brutale viene rovesciato dal «potere
del popolo» e tutti, dopo, vivono felici e contenti.
Così il rovesciamento di Shevarnadze in Georgia, la
«rivoluzione delle rose» del novembre 2003; la «rivoluzione
arancio» dell'Ucraina; la cacciata violenta del presidente del
Kirgizistan il marzo 2005; la rivolta nella città uzbeca di
Andijan in maggio, tutte ci sono presentate come esplosioni
spontanee della sacrosanta indignazione popolare. […]
Eppure quando c'era il comunismo, sapevamo che «rivoluzione» e
«potere al popolo» erano solo cose della propaganda di
sinistra.
Sapevamo valutare la «rivoluzione sovietica» come il grottesco
kitch che mascherava la sinistra realtà di trame di potere
dietro le quinte.
Siamo diventati oggi più ingenui. […]
Nel caso dell'Ucraina, per esempio, oggi si sa che gli
americani hanno investito molto denaro nella campagna di
Victor Yuschenko, e che il KGB ucraino s'è dato molto da fare
per conto degli USA, allestendo tutta la messinscena della
rivolta popolare. [Ma nonostante queste informazioni]
l'Occidente continua a bersi il mito della rivoluzione.
Il presidente Mao un giorno sentenziò: «il marxismo consiste
di mille verità, ma tutte si possono ridurre ad una frase:
ribellarsi è giusto».
Oggi, quest'idea è il centro dell'ortodossia politica
occidentale.
Uno dei temi dominanti della presidenza di George Bush è il
concetto, eminentemente trotzkista, della rivoluzione
mondiale; il 6 novembre 2003 il presidente USA ha detto
precisamente: «lo stabilirsi di un Iraq libero nel cuore del
Medio Oriente sarà lo spartiacque della 'rivoluzione
democratica' globale».
Nel suo discorso di rielezione, il 20 gennaio 2005, Bush ha
annunciato niente meno che un programma di emancipazione
politica dell'intero pianeta: ha detto che l'America persegue
«lo scopo ultimo di abolire la tirannia nel mondo».
George Bush non è un marxista cosciente.
Ma molti dei suoi consiglieri più intimi, i cosiddetti
neoconservatori, vengono da un passato trotzkista.
Il piano originale di Marx era che la rivoluzione coinvolgesse
tutto il pianeta, e questo programma della rivoluzione
mondiale fu abbracciato da Engels, Lenin e Trotzky; e vi si
oppose Stalin, con la sua proposta famosa del «socialismo in
un solo Paese».
In esilio, Trotzky (1) mantenne l'idea della rivoluzione
mondiale, e lo dimostrò fondando la Quarta Internazionale nel
1938.
Meno di due anni dopo, alla Quarta Internazionale aderì Irving
Kristol (2): l'uomo che oggi è considerato il padre fondatore
del movimento neoconservatore (neocon) che oggi domina
l'amministrazione Bush.
L'influenza di Kristol è stata immensa, e suo figlio, William
Kristol, è uno dei più potenti neocon d'America.Irving Kristol
non ha mai ripudiato il suo passato trotzkista: ancora nel
1983 scrisse di esserne anzi orgoglioso.
Lo stesso vale per altri «illuminati» del movimento neocon.
Nel 1996 Michael Leeden (3) dell'American Enterprise [uno dei
think tank neocon] ha coniato il termine di «rivoluzione
democratica mondiale» - è il sottotitolo del suo libro, in cui
attaccò Bill Clinton definendolo un «controrivoluzionario».
Il titolo stesso del libro, «Freedom Betrayed» [Libertà
tradita], è un'ovvia citazione del libro, « La Rivoluzione
tradita», con cui Trotzky raccontò nel 1938 la sua rottura con
Stalin.
David Horowitz (4), lui stesso un ex comunista, nel 2000 ha
pubblicato «L'arte della guerra politica e altri progetti
estremi»: libro lodato da Karl Rove, il capo dello staff di
Bush, come «una perfetta guida tascabile alla lotta politica,
scritta da un lottatore di esperienza».
Lì, Horowitz cita favorevolmente Lenin: «non si può battere un
oppositore superandolo nel dibattito politico. Si può solo
seguire la ricetta di Lenin: 'nei conflitti politici, lo scopo
non è di smontare gli argomenti dell'avversario, ma di
spazzarlo dalla faccia della terra'».
Eric Hobsbawm, lo storico veteromarxista, a fine giugno ha
scritto: «un appassionato ex marxista oggi sostenitore di Bush
mi ha detto, scherzando solo a metà: dopotutto [Bush] è la
sola possibilità rimasta per una rivoluzione mondiale».
Se questa idea [che i neocon siano marxisti] sembra irreale, è
solo perché il mondo libero non ha mai capito la vera natura
del marxismo leninismo.
Pensiamo che «comunismo» sia la proprietà statale dei mezzi di
produzione e la pianificazione centralizzata dell'economia; in
realtà, Karl Marx non ha raccomandato né l'una né l'altro.
Come ha notato Solgenitzyn, «l'anima del marxismo» sta nel
materialismo dialettico: la dottrina, derivata da Hegel, che
sostiene che il mondo è in permanente cambiamento e flusso,
sicché non c'è nulla che sia vero o falso.
Di conseguenza, la rivoluzione permanente è lo stato
«naturale» della realtà e perciò della politica. Marx, Engels
e Lenin sostenevano che la forma fissa dell'associazione
politica, cioè lo Stato, è oppressiva, e che l'umanità non
sarebbe stata liberata se non con «l'estinzione» dello Stato.
E cosa avrebbe provocato l'estinzione dello Stato?
Marx ed Engels hanno una chiara risposta: il capitalismo
mondiale.
Gli autori del Manifesto Comunista esaltarono l'inarrestabile
forza rivoluzionaria del capitalismo mondiale, di ciò che oggi
chiamiamo globalizzazione.
Essi videro che il capitalismo globale, come forza
rivoluzionaria, stava disgregando tutte le strutture
esistenti, lo Stato, la nazione e la famiglia, e che stava
preparando un mondo unito economicamente e politicamente.
«La borghesia», scrissero entusiasti, «non può esistere se non
rivoluzionando continuamente gli strumenti di produzione.
Tutti i rapporti fissi, congelati, con il loro seguito di
antichi e venerabili pregiudizi ed opinioni sono spazzati via,
e tutti i nuovi rapporti che si formano diventano antiquati
prima che possano fossilizzarsi. Tutto ciò che è solido si
scioglie, tutto ciò che è sacro viene profanato».
Per Marx ed Engels la potenza rivoluzionaria della borghesia
stava precisamente nella sua natura internazionale e
cosmopolita: «con grande dolore dei reazionari, la borghesia
ha sottratto di sotto i piedi dell'industria il territorio
nazionale. Al posto della vecchia idea di autosufficienza
nazionale, e di chiusura della nazione entro i suoi confini,
noi abbiamo l'universale interdipendenza delle nazioni».
La globalizzazione, appunto.
Engels teorizzò apertamente che l'atomizzazione e lo
sradicamento causati dal capitalismo internazionale erano il
precursore necessario della emancipazione mondiale: «la
disintegrazione dell'umanità in una massa di atomi isolati e
che reciprocamente si respingono», scrisse, «significa la
distruzione di ogni associazione [tradizionale] nazionale o
corporativa, ed è il passo necessario per la libera e
spontanea associazione degli uomini».
Come noto, Marx era convinto che la forma della politica è
solo una «sovrastruttura» determinata dalla realtà economica
sottostante: «il mulino a trazione umana produce la società
feudale dei signori» [che sono proprietari terrieri], «la
macchina a vapore produce la società capitalista industriale».
Quando cadde il Muro di Berlino e la divisione tra Est ed
Ovest fu superata, gli ideologi occidentali della
globalizzazione hanno usato lo stesso argomento di Marx: ormai
internet e il fax avevano gettato gli Stati sovrani nella
spazzatura della storia.
Di conseguenza, come Marx, sostennero che lo Stato si stava
«estinguendo» per cedere il passo a una società universale dei
diritti umani.
Tony Blair ha giustificato il bombardamento NATO sulla
Yugoslavia del 1999 sostenendo che il diritto di bombardare
uno stato per presunti abusi dei diritti umani derivava dalla
globalizzazione: «ormai si sa che una crisi grave
dell'economia del Brasile provoca una crisi nell'economia
britannica; per la sicurezza è lo stesso».
I neocon hanno odiato Clinton per il suo rifiuto di seguire la
logica di Tony Blair fino in fondo, per esempio quando si
ritirò dalla Somalia invece di assumersi il fardello della
«ricostruzione della società».
George Bush ha fatto il contrario.
Di rado lascia che la ragion di Stato o ogni altra
considerazione pratica oscurino la sua chiarezza ideologica.
Nel suo secondo discorso inaugurale, Bush ha pronunciato la
parola «freedom» (libertà privata) 28 volte, la parola
«liberty» (libertà politica) 15 volte e la parola «free»,
libero, sette volte: era come se cantasse l'Internazionale,
l'inno rivoluzionario sovietico.
Bush fa un appello altamente moralistico a «valori universali»
che a suo dire l'America incorpora, e che sono «giusti e veri
per ogni popolo, dovunque sia».
«La libertà», ha detto, «è l'esigenza non negoziabile della
dignità umana, il diritto di ogni persona, in ogni civiltà».
Poiché il discorso di Bush è intrecciato a temi religiosi,
spesso esoterici e apocalittici (ripete che la libertà è «il
piano di Dio per l'umanità»), il suo messianismo ricalca il
movimento marxista che sconvolse l'America Latina negli anni
'60 e, coniugando Dio con la politica, si chiamò «teologia
della liberazione».
E' questa promessa di emancipare l'umanità intera che ha
raccolto attorno a Bush una falange di ideologi marxisti come
Christopher Hitchens, Nick Cohen, Jonh Lloyds e David
Aaronovitch (5). Gente che in gioventù idolatrò «l'operaio
senza patria» non hanno difficoltà oggi a identificarsi con
l'odierna ideologia della globalizzazione e con
l'internazionalismo di Bush.
Hitchens lo ha detto chiaro, nel difendere il suo impegno
neoconservatore: «mi sento come mi sentivo negli anni '60,
quando lavoravo per la rivoluzione comunista».
Ed ha aggiunto che il programma di Bush di «regime change» è
per definizione qualcosa che i rivoluzionari devono sostenere.
«E' giusto che i conservatori si oppongano ai cambi di regime
[in Medio Oriente]: è appunto quel che fanno i conservatori».
La loro adesione al piano della rivoluzione globale spiega
l'appoggio ricevuto da dieci governanti dell'Est europeo,
tutti o quasi vecchi apparatchnik sovietici: i quali, unici al
mondo, hanno fatto obbedienti la fila per firmare una lettera
aperta a sostegno dell'imminente guerra all'Iraq nel febbraio
2003.
I «dissidenti» dell'Est - la gente che oggi è al potere - in
genere non sono mai stati anticomunisti, bensì marxisti
critici che volevano riformare il sistema comunista, non
distruggerlo.
Il proclama di guerra di Bush «contro la tirannia» ha un
fascino inevitabile per gente abituata a radunarsi al vecchio
grido comunista della «lotta al fascismo», che era uno slogan
con cui la sinistra esprimeva la sua ostilità per la nazione e
lo Stato nazionale.
Entrambi i concetti sono oggi profondamente disprezzati in
Occidente.
E' significativo come segnale dell'egemonia culturale
neo-sinistra in occidente il fatto che il più grave insulto
politico nel nuovo ordine mondiale è «autoritarismo».
L'autorità è per definizione un concetto conservatore, ed ecco
perché è universalmente spregiato nella cultura occidentale.
Senza eccezioni, ogni leader politico che l'Occidente ha
rimosso è stato etichettato come «autoritario» o
«nazionalista»: concetti di destra che sono diventati il
massimo peccato politico.
Ogni Stato che persegue una politica di indipendenza nazionale
si trova nel mirino del nuovo Occidente.
Il concetto di «Stati canaglia» (rogue States) significa
appunto questo.
Questo atteggiamento ha due corollari, uno sul piano
internazionale e uno interno.
Sul piano internazionale, la missione di Bush di «far avanzare
la strategia della libertà» presume che gli Stati hanno
diritto ad esercitare la sovranità nazionale solo a certe
condizioni, e sostiene apertamente diktat anti-sovranità e
leggi internazionali punitive [da quelle del WTO, del Fondo
Monetario, fino alle direttive della UE].
Nella politica interna, la dottrina anti-statale e
marxista-hegeliana della «società civile» è divenuta il
pilastro del pensiero politico occidentale.
Per esempio, le organizzazioni non governative [ONG]
dell'Europa dell'Est sono invariabilmente descritte come più
autenticamente rappresentative della volontà popolare che non
le strutture stabilite dello Stato, pubbliche e basate sul
diritto.
In realtà, spesso queste ONG sono entità di facciata
finanziate dai governi anglo-americani.
Ma la mera attività di «opposizione» viene elevata a un grado
di santità politica, come se l'esercizio dell'autorità fosse
in sé peccaminosa.
E' notevole il caso della Georgia, dove il compito di contare
i voti nelle elezioni presidenziali del gennaio 2004 fu
affidato a ONG private, con la conseguente emarginazione delle
autorità statali costituite.
Come Marx, anche Bush crede (contraddittoriamente) che la
libertà è «l'ineluttabile forza della storia» ma, nello stesso
tempo, che bisogna lottare costantemente per conseguirla.
Egli sostiene, come Hegel precursore di Marx, che l'umanità è
una, e che Stati liberi come gli USA non sono veramente
liberi, se altri Stati vivono sotto la «tirannia».
«La sopravvivenza della libertà nella nostra terra», ha detto
lo scorso gennaio, «dipende sempre più dalla vittoria della
libertà nelle altre terre».
Un vero conservatore, direbbe che c'è molto male nel mondo
esterno, e che il compito di uno statista è di tenerlo a bada.
George Orwell, giustamente lodato per aver previsto la
parabola del comunismo, aveva previsto anche questo: che la
Guerra Fredda sarebbe finita con la convergenza di capitalismo
e comunismo, dove i due sistemi si sarebbero fusi e
abbracciati a vicenda. Al termine de « La Fattoria degli
Animali», il contadino, che simboleggia l'occidente
capitalista, torna alla fattoria e…si mette a giocare a carte
con i maiali, che simboleggiano il comunismo.
E gli altri animali, tremanti, «guardavano l'uomo e poi il
maiale, il maiale e poi l'uomo, e di nuovo l'uomo e il maiale;
e già era impossibile dire chi era l'uno, e chi era l'altro».
E' questa la triste situazione in cui ci troviamo oggi.
John Laughland
(traduzione e note di Maurizio Blondet)
Note
1) «Trotzky» è lo pseudonimo di battaglia dell'ebreo Lev
Davidovich Bronstein. Riccamente finanziato dalle banche
ebraiche USA (Kuhn & Loeb e Jacob Schiff), Trotsky fu spedito
in Russia dove organizzò la presa del potere. Stalin in
seguito epurò ferocemente gli elementi trotzkisti nel PCUS: fu
una parziale de-giudaizzazione del Partito.
2) Irving Kristol (nato nel 1920) è il direttore del «The
Public Interest», ed è stato direttore della rivista ebraica
«Commentary». Ecco una sua citazione: «Ever since I can
remember, I've been a neo-something: a neo-marxist, a
neo-trotskyist, a neo-liberal, a neo-conservative; in religion
a neo-orthodox even while I was a neo-Trotskyist and a
neo-marxist. I'm going to end up a neo-that's all, neo dash
nothing».
3) Michael Leeden è ritenuto tra i fabbricatori del falso
rapporto del SISMI sull'acquisto di uranio del Niger da parte
di Saddam. In Italia è stato presente ed attivo negli anni
della strategia della tensione. Oggi è la musa ispiratrice del
neocon Giuliano Ferrara.
4) David Horowitz è nato nel 1939 da famiglia ebraica del New
Jersey. Prima marxista, oggi è un neocon arrabbiato. Nel 2004
ha pubblicato un libro dal titolo: «Unholy alliance: radical
Islam and the American Left» (la non-santa alleanza: Islam
radicale e la sinistra americana).
5) Noti neocon, quasi tutti ebrei ex trotzkisti.
[John Laughland, l'autore di questo saggio, è un giornalista
britannico che ha insegnato filosofia alla Sorbona. Io l'ho
conosciuto attraverso il suo saggio «The Tainted Source»
(Londra, 1997), la più documentata denuncia mai letta sulla
illegalità e illegittimità fondamentale della costruzione
europea. Quello che traduco qui, sul leninismo dominante nel
sistema di potere americano odierno, è parimenti illuminante.
Non a caso anche Laughland, che ha scritto per il «The Wall
Street Journal» e per «The Spectator», oggi è ridotto a
scrivere su internet: dato rivelatore sulla libertà che oggi
viene concessa ai pensanti e al pensiero].