
Originariamente Scritto da
Lepanto
Carissimo forumista,
lei fa un esercizio che la mette allo stesso livello di un personaggio che penso non le sia molto simpatico: George W. Bush.
Mi spiego, lei nel suo ragionamento pretende di far dire cose che la Bibbia non vuole assolutamente dire. La Sacra Scrittura non si occupa di pari opportunità nè gli autori sacri pensavano un giorno di rendere conto e ragione a svariati illuministi illuminati.
Detto questo credo giusto fare una precisazione su quanto da lei affermato.
Dal suo ragionamento si ricava che il fatto religioso abbia condizionato una cultura. A mio parere nel nostro contesto nulla c'è di più falso. La Scrittura traduce quello che è la considerazione culturale che della donna si ha in quel determinato tempo. A una lettura più attenta si constaterà come sovente la Scrittura contraddice la cultura e apre delle interpretazioni totalmente nuove. L'affermazione che lei fa sul VT circa l'uguaglianza della donna ad un animale non corrisponde al vero, forse potrebbe essere affibbiata ad altre società del tempo ma non penso neanche perchè mi sembra dettata dalla superbia dell'uomo del XXI secolo. Al contrario nell'esperienza del popolo d'Israele abbiamo alcune figure che sono chiamate ad esercitare la profezia, la regalità, il sacerdozio. Fatta eccezione per il sacerdozio, che non prevede neanche il vocabolo femminile, abbiamo profetesse e abbiamo regine. Un'altro capitolo molto interessante, per quanto riguarda l'Antico Testamento, è dato dalle matriarche (Sara e Rebecca), queste figure singolari delle compagne dei patriarchi, la cui epopea la Bibbia ci narra, e che acquisiscono un ruolo di vere e proprie protagoniste, soprattutto nel passaggio che va da Abramo a Giacobbe.
Detto questo bisogna a mio avviso individuare nella storia di Israele un momento di rottura per quanto riguarda la condizione femminile: nel momento forte o rifondativo dell'ethos di un popolo, uomini e donne stanno a fianco, poi, appena si finisce, si esce dall'emergenza, gli uomini si riprendono il posto che, secondo loro, è loro dovuto. Ciò accade nella fase che prepara il Nuovo Testamento, e ciò si scorge bene negli ultimi libri dell'Antico Testamento, malgrado emergano dei modi femminili di dire Dio, per esempio la sapienza, per esempio lo spirito, tutte e due sono termini femminili nel lessico di Israele, diciamo che le donne ormai sono ingessate in tutta una rete di precetti che veramente le chiudono e impediscono loro una soggettualità dal punto di vista religioso. Pensi, per esempio, che nella prassi della Sinagoga le donne stanno separate dagli uomini e non è qualcosa che abbiamo inventato adesso, ma è qualcosa appunto di originario nel segno di questa separzione.
A questo punto si inserisce l'opera di innovazione-sanazione di Gesù: Quello che Gesù innova è il fatto che - ma qualcosa del genere avviene nel giudaismo extratestamentario, per esempio, a suo modo, anche nelle comunità esseniche - accetta le donne alla sua sequela. Noi sappiamo che c'erano delle donne che lo seguivano, ma queste donne che lo seguivano, non soltanto prestavano, diciamo, il supporto che le donne, soprattutto ricche, prestavano alle strutture religiose ebraiche - una sorta di protettorato, erano degli sponsor, mettevano a disposizione mezzi, eccetera -, ma queste donne partecipano proprio del ministero, soprattutto del ministero galilaico, cioè dell'incedere di Gesù, predicando il regno di Dio, per le strade della Galilea. E queste donne salgono con lui a Gerusalemme e poi, soprattutto nei fatti della Passione e della Resurrezione, noi vediamo emergere la parità di queste donne. Se vogliamo poi riandare ad uno schema e dire, così, in un modo molto sintetico, che cosa Gesù innova, sono tre i tabù che Gesù praticamente demolisce: il tabù dell'impurità sessuale. Probabilmente sa che una donna mestruata era considerata impura. La legge regolava rigorosamente i rapporti. Sappiamo tutti, uomini e donne, quanto sia utopico il modello di una donna perfettamente regolare. Quindi pensi di quanti problemi, non solo a livello di sfera religiosa, ma anche a livello di sfera familiare e civile, comportasse una donna che era in condizione di impurità. Non poteva far da mangiare, non poteva avere rapporti anche verbali. Quindi dal punto di vista del rapportarsi era il caos. E l'episodio dell'Emoroissa, detta così per pruderie, in realtà è una donna che ha perdite di sangue, e il fatto che la potenza di Gesù la guarisca sta a significare che questo tabù è spezzato. L'altro tabù è quello della minorità della donna. Tutto il mondo antico, decantato da certi circoli culturali, ha considerato la donna nel segno della imbecillitas, per usare una parola latina, o astenia, come la chiamano i Greci. La donna è fragile, è debole, eccetera, eccetera. Lo è per natura. Bene, le donne che stanno con Gesù, dimostrano che non sono fragili né dal punto di vista intellettuale, né dal punto di vista fisico, visto che compartecipano questa vita, che è quella di un gruppo carismatico, di un gruppo che procede senza particolari comfort, o senza particolari "riguardi" per le donne. E poi infine vede riconosciuta la soggettività giuridica delle donne. Le donne nel mondo ebraico non potevano rendere testimonianza. E paradossalmente ad esse si mostra il Risorto dicendo:"Andate a dire a ai fratelli, ai discepoli, l'evento della Resurrezione". Per cui diciamo che la triplice sfera della minorità femminile, nell'atteggiamento di Gesù di Nazareth, è completamente sconfitta.
Lei nella sua riflessione sul NT salta completamente questa fondamentale fase gesuanica per arrivare ad alcune asserzioni paoline che lei sembra dipingere come una sorta di indietreggiamento rispetto alle posizioni avanzate (che però curiosamente non cita) di Gesù.
La prima necessaria precisazione riguarda il corpus paolino, cioè l'insieme delle lettere che tradizionalmente si attribuisce all'apostolo Paolo. Noi ci troviamo davanti non ad un corpo, che è scritto dalla medesima persona, ma ci troviamo di fronte, ad un crescendo di fasi che ci mettono dinanzi un primo periodo, un secondo periodo e un periodo addirittura postpaolino, che è quello de Le lettere pastorali.
Noi abbiamo attestato il momento nel quale Paolo è testimone della parità di uomini e donne, di quella che si chiama con parola propria la partnership missionaria, cioè uomini e donne sedotti dall'annuncio di Gesù, convinti che Gesù è risorto, e insieme testimoniano lo zelo per il Vangelo, la passione per il Vangelo. Per esempio, che queste donne ci fossero e fossero importantissime lo troviamo al Capitolo XVI della Lettera ai Romani, che non soltanto ci raccoglie un elenco straordinario di donne, ma per queste donne degli aggettivi, delle espressioni di stima, che, se fossero state dette per maschi, li avrebbero fatti considerare dei personaggi eminentissimi della Chiesa delle origini.
A questa fase, che è quella in fondo sintetizzata dalla Lettera ai Galati Capitolo 3 ,versetto 28: "In Cristo Gesù non c'è più né giudeo né greco, né schiavo né libero, né uomo e donna", noi abbiamo il manifesto della libertà cristiana, della parità cristiana.
Tra l'altro, una cosa molto interessante è che nella Scrittura uomo e donna sono espressi con tre termini diversi. Abbiamo un termine che è quello, si dice, eziologico, cioè spiega il significato del nome: Eva, madre dei viventi, Adamo il terroso. C'è quello che io dico indica l'identità di sesso ed è il nome con il quale la Scrittura dice la conformazione: la donna è la perforata, l'uomo è il puntuto. Quindi più chiaro di così si muore. Bene, in Galati 3; 28, Paolo usa proprio questo termine, che fa riferimento, diciamo, al discorso della morfologia sessuale. C'è ancora un'altra distinzione nominale, che è quella che alcuni chiamano della identità di genere, ed è uomo - "uoma"(ovvero, alla lettera: "uomo dalla forma femminile"), ossia, in ebraico, la distinzione 'ish - 'ishsha che, nel linguaggio di Paolo, nella fattispecie, viene ad essere tradotto allorché Paolo parla dell'uomo come ahnèr o come antropos. "Antropos" è il termine più totalizzante. Dunque in Galati 3; 28 abbiamo indicato il discorso della identità sessuale con una piccola variante. Mentre prima è detto "né ... né", "né greco né giudeo, né schiavo né libero", la differenza, secondo Paolo, rimane: "Né ... e". Abbiamo un uch - 'hai, cioè viene sancito il principio che non si dissolve la differenza, ma la differenza rimane a significare in fondo il dono fondamentale che l'uomo e la donna sono l'uno nei confronti dell'altro nel piano di Dio. Questo orizzonte che accetta la differenza, anche se poi la argomenta secondo queste forme, se vogliamo, pittoresche, cede invece in un'ulteriore periodo, che è quello nel quale la comunità cristiana accetta il modulo culturale dominante.
Lì arrivano i brani circa la soggezione della donna dei quali il più famoso è quello che dice che la donna viene dall'uomo e che l'uomo è il capo della donna. Paolo sta seguendo un'interpretazione rabbinica, che si lega alla lettura di Genesi 1 e 2. Genesi 1 dice: "A immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò". E dunque mette di fronte la differenza di genere nella reciprocità ed è stupendo. Mentre il testo di Genesi 2 racconta questa fatica di Dio che prima plasma l'uomo, poi l'uomo non trova reciprocità, gli animali sono tutti accoppiati, lui dà loro il nome, ma non trova uno che gli sia simile. Allora la narrazione dell'operazione chirurgica, dal suo porre su Adamo e dell'uomo tratto dalla costola. Bene, non si sa perché, nella interpretazione il primo racconto, che è molto bello, molto liturgico, molto ottimistico - ritorna continuamente il tema del bello e del buono -, è stato messo da parte, mentre si è tutto costruito su questo secondo, tra l'altro immaginando che, per il fatto che Eva è stata creata per seconda, per ciò stesso, sia, per natura, sottoposta all'uomo. In realtà si è proiettato nel racconto quello che era la presunzione che l'uomo aveva di sé. Difatti esiste - ed è simpaticissima - una cosiddetta tradizione alternativa, che per esempio troviamo anche in Ambrogio di Milano, che sostiene che la donna invece è superiore all'uomo, perché l'uomo è stato fatto dalla terra, la donna è stata fatta dalla carne di Adamo. Adamo fu creato fuori dal giardino, Eva è stata creata nel giardino, eccetera, eccetera. Le risparmio il tutto... però si accorgerà di certo come lo stesso fatto si prestava a interpretazioni diverse. E comunque Paolo assume questa che è una delle interpretazioni rabbiniche relative al rapporto uomo e donna.
Detto questo mi fermo perchè mi accorgo di aver scritto troppo, di aver risposto ampiamente alle sue obiezioni e, con piacere, constato di avere nonostante il caldo ferragostano la memoria molto fresca.