
Originariamente Scritto da
Conterio
Tratto da IL VENERDI di Repubblica del 24 – 08 – 2007
DIVISI DA POLITICA E GELOSIE : ECCO LA REALE FAMIGLIA DI “CASA SAVOIA”
Le liti dell’8 settembre. I complessi di Vittorio Emanuele e la rivalità con il figlio Umberto (alto e bello). Un documentario di Nicola Caracciolo svela il vero volto degli ultimi sovrani d’Italia
Di Paolo Casicci
L’ 8 settembre 1943, sua altezza Vittorio Emanuele III infilava il suo metro e cinquantaquattro in un’auto diretta a Pescara e lasciava Roma in guerra a cavarsela da sola. Immaginava, il re, che la fuga avrebbe marchiato d'infamia l'intera stirpe reale? Il 2 giugno 1946, al momento di scegliere tra la monarchia e la repubblica, gli italiani non faranno differenza tra lui e il figlio Umberto II, re per ventisette giorni. E manderanno in esilio la famiglia al completo.
Si poteva distinguere un Savoia dall'altro, con le macerie della guerra che ancora fumavano? Senza voler riabilitare la famiglia reale, Casa Savoia di Nicola Caracciolo, che RaiTre manderà in onda venerdì prossimo 31 agosto, alle 21, per il ciclo La grande storia, mette in evidenza che tra il re, il principe e Maria Josè, moglie di Umberto II e ultima regina, c'era qualche differenza. Quell'8 settembre, mentre Badoglio annunciava alla radio l'armistizio di Cassibile, e l'esercito tedesco, diventato di colpo nemico, preparava la rappresaglia, Umberto, 39 anni, alto, bello, elegante, noto in Europa come Principe Charmant, si rivolgeva a Vittorio Emanuele III tra una stanza e l'altra del Quirinale: «Papà, io vorrei restare qui».
Sentito il figlio, anche la regina Elena faceva sapere di voler restare a Roma: «je reste aussí. Se Beppo (soprannome di Umberto in famiglia, ndr) rimane, rimango anch'io». Vittorio Emanuele, 74 anni, la faccia piena di rughe, i baffi accorciati e bianchissimi, la mascella tremante, dovette ricorrere a tutta l'autorità che il suo corpo celava, per zittire il figlio: «Non è possibile. Ti dò l'ordine di venire con noi».
A raccontare questo episodio in Casa Savoia è Maria Gabriella, figlia di Umberto II e di Maria Josè, che però all'epoca aveva solo tre anni. Intervistata tra le carte e i cimeli della fondazione dedicata alla casa reale, Maria Gabriella srotola il fil rouge lungo il quale si dipana l'inchiesta, realizzata anche con materiali inediti dell'Istituto Luce e altri tratti dal Piccolo re, il documentario, con interviste a Umberto II e a Maria Josè, realizzato dallo stesso Caracciolo nel 1979.
«Gli interventi di Maria Gabriella» spiega l'autore «sono certamente affettuosi, ma anche, talvolta, straordinariamente penetranti: le vicende di una dinastia, dopotutto, sono quelle dì un gruppo familiare e queste testimonianze restituiscono una storia complicata, che è anzitutto una storia di famiglia».
C'è re Vittorio, pignolo, timido e solitario, e c'è la regina Elena, dedita unicamente alla famiglia. E poi Umberto, socievole e bellissimo, e Maria Josè, sua moglie e ultima regina, la prima in Casa Savoia a capire quanto ci fosse dì folle e distruttivo nel nazismo, al punto da cercare nel Vaticano un alleato per imbastire il tentativo disperato di riportare la democrazia in Italia. In un documento della segreteria di Stato vaticana, citato in Casa Savoia, c'è la conferma che Maria Josè «confida che la Chiesa darà il suo appoggio per un movimento costituzionale che cambi l'attuale regime». È il 3 settembre 1942: «Le forze dell'Asse, dal Caucaso a Stalingrado a El Alamein, sembrano invincibili» commenta Caracciolo. «Le grandi sconfitte, che cambieranno il corso della guerra, sono di là da venire. Eppure Maria Josè e monsignor Montini, futuro Paolo VI, parlano di pace separata e di un "movimento costituzionale" in Italia, qualcosa di liberale che seppellisca il fascismo».
Casa Savoia fa anche emergere il conflitto tra Vittorio Emanuele III e il figlio. Il primo era stato un bambino che stentava a crescere normale: «Occhi d'un azzurro cupo, pelle chiara, biondo. Il tronco da persona normale, ma le gambe non crescevano» racconta Caracciolo. «Per allungargliele, verrà torturato da medici zelanti. Per tutta l'infanzia, apparati ortopedici, stiramenti, scarpe speciali. "Non esci mai con me" dirà alla madre Margherita "perché ti vergogni di un figlio nano"». Bambino timidissimo e introverso, resterà impacciato anche di fronte ai soldati che andrà a trovare al fronte. Un ufficiale di stato maggiore lo descrive nel 1911 «tutto rugoso, il faccino piccolo e vecchio, la barba non fatta e due crostine di sangue sulla mascella».
Umberto è l'opposto: alto, piacente, elegante. «Al re, che tutta la vita aveva sofferto per le sue Inferiorità fisiche, quel figlio altissimo, bellissimo e popolare dava fastidio» continua Caracciolo. «Per questo, Vittorio Emanuele diceva: "In Casa Savoia si regna uno alla volta". E rifiutò sempre di coinvolgerlo nel potere». Escluso dalle stanze che contavano, Umberto non ebbe mai la forza di opporsi al re. Nel '79 spiegherà a Caracciolo che si decise di lasciare Roma «perché non c'era mezzo di difenderla. E poi, se anche si fosse potuto, sappiamo come avrebbero reagito i tedeschi: sarebbe stata veramente mente la fine di Roma».
Anche Umberto partì, dunque: “Io andai un po' più tardi, ma infine arrivai a Pescara”. Nel filmato in onda tra una settimana, Maria Gabriella ripercorre quei fatti e sembra voler scavare un solco tra il padre e il nonno: “Quel giorno papà dovette obbedire” dice. E quel gesto d’obbedienza portò tutto il casato al declino.
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