
Originariamente Scritto da
natoW
Alessandro Pavolini
Sono della classe 1903. Il Fascismo è stato, a tutt’ oggi, il fatto più importante della mia vita. Dai nove ai sedici anni, o giù di lì, - per influenza d’ ambiente, disposizione naturale, e con la precocia che dà la guerra, - m’ ero buttato alla letteratura. Dannunziano, crepuscolare, futurista, tutte le malattie, una per semestre. Passavo da una all’ altra per insoddisfazione - e, alla fine, per insoddisfazione le abbandonai tutte. M’è rimasto di tale mio periodo un certo senso di vergogna, nonché un disgusto eccessivo, fisico, e che qualche volta cerco invano di superare, per quanto sia «letteratura » e non consista semplicemente nello scrivere buoni libri. (Ho degli amici che sono nel mio stesso caso: il mio non è originale: questo soltanto mi persuade a raccontarlo). Quelle fedi provvisorie, epidermiche e febbrili si erano distrutte in noi a vicenda, e non credevamo a nulla, press’ a poco; durante la guerra, la scuola era come non fosse esistita, e la famiglia aveva altro da badare; eccoci ragazzi e soli, con la vita davanti, da capire, da imbroccare per il verso giusto. A che fidarsi, da dove cominciare, che bussola tenere d’ occhio? Correvano i primissimi tempi del Fascismo. Mussolini, passato attraverso vari movimenti di idee, ora ripudiava «i dogmatici di tutte le scuole», ripudiava ideologie e utopie. Soltanto una cosa, come nei nostri cuori, non era mai vacillata nel cuore di lui: «questa nostra adorabile Italia - adorabile, malgrado tutto - ». Questo Duce ci invitava a fissare un punto di riferimento., l’ Italia, e a tuffarci nella realtà fino al collo. Forse si sarebbe salvata l’Italia; e forse, anche l’ anima nostra. Dunque agli ordini di Mussolini; e sotto a chi tocca.
Ho fatto a revolverate, a legnate, ho incendiato tipografie, Case del Popolo, Logge, sono stato condannato a morte da un tribunale rosso, ho tenuto comizi, comandato un Fascio, una legione di Balilla, un manipolo di militi. Preso così, violentemente ma con occhi ben aperti, contatto con la realtà, si è imparato tra l’ altro che cosa è nazione, regione, città, famiglia. E altro ancora: civiltà, politica e lavoro; e anche entusiasmo, allegria, sacrificio… Insomma abbiamo trovato la verità di cui si aveva bisogno: verità oneste e magnifiche, non scoperte nella carta stampata, ma in «natura» e perciò soprattutto sode, concrete, veri pilastri: a base dei quali ritroveremo certamente Dio, un giorno, se Dio ci aiuta.A noi, i tardi aderenti intellettuali non tentino di appiccicare le solite patacche ideologiche. Chi ha fatto la Rivoluzione, ne ha delle gelosie da innamorato. Chi è stato camerata di quelli che sono morti nelle piazze, sa cosa è autentico, originario Fascismo: e sa che per farlo fruttificare, in ogni campo, dalla politica all’ arte, dalla legislatura al costume, non bisogna innestarvi alla meglio vecchie vedute personali, idee preesistenti o sorte indipendentemente, ma bisogno invece soltanto sviluppare i germi in esso Fascismo contenuti, da esso solo trarre, con religiosa attenzione, tutte le conseguenze che ha sempre contenute implicitamente.
Scrivendo, questo io mi studio di fare, e mai altro. E poiché Fascismo, anche per etimologia, significa intelligente e severo eccletismo, utilizzazione di ogni forza positiva convergente alla nostra mèta, sto attento a riconoscere le opere d’ arte fascista dovunque nasceranno. Gruppi e cenacoli, anche i migliori, anzitutto mi annoiano. Quanto a Strapaese, è estremamente simpatico: ma io, oh scandalo, io no sono un rurale, sono un giovane borghese che vive in città. E l’ ottocentismo di Longanesi è squisito: ma Mussolini mi ha insegnato fin troppo l’ orgoglio di essere nato in questo nostro tempo, oltre che in questa nostra patria. È come dire che mi piace restar solo, e parere il meno possibile un letterato. Del resto, i miei studi e la mia professione son altri. Frequento con interesse la gente più disparata e mi mescolo alla folla ogni volta che posso. La letteratura sportiva che tento di inaugurare in Italia (e che non abbia niente a che vedere con Monthérlant) vorrebbe essere appunto e principalmente una testimonianza di comprensione verso la folla che amo, verso il tempo che amo.
Ho scritto un romanzo sportivo e fascista per Il Tevere, «Giro d’ Italia»; e nel Tevere ho pubblicato vari capitoli di un altro libro, «Introduzione allo sport». Tra i miei articoli, tengo a quelli estremisti dopo l’ affare Matteotti. Ho scritto anche, - perché, per ora quasi tutto al mondo mi interessa, - una storia di Finlandia che è uscita testè nelle collezioni dell’ Istituto per l’ Europa Orientale, nonché uno studio di diritto penale sulle circostanze del reato.
Tratto da: 20 giovani leoni, Autobiografie pubblicate su
“L’ assalto” negli anni 1927-1928, a cura di Barilli e Sonetti, Volpe Editore