Terminata l’epoca dell’antiberlusconismo Ora Prc, Pdci, Verdi e Sd attaccano gli alle
Terminata l’epoca dell’antiberlusconismo Ora Prc, Pdci, Verdi e Sd attaccano gli alleati
di NICOLA IMBERTI
C’ERA una volta Silvio Berlusconi, il «caimano», l’uomo del conflitto di interessi, dei processi infiniti, delle leggi ad personam, il nemico pubblico numero uno. C’era lui e, sul fronte opposto, la sinistra schierata, compatta, decisa a scalzarlo dalla guida del Paese, per sempre. C’era il Cavaliere e tanto bastava per tenere insieme una coalizione variegata che andava da Oliviero Diliberto a Clemente Mastella, da Franco Giordano a Francesco Rutelli. Tempi andati.
Oggi la sinistra, o meglio l’ala più radicale dell’Unione (Prc, Verdi, Pdci e gli ex Ds di Fabio Mussi) ha un nuovo «nemico» da combattere: il Partito Democratico. Non che l’antiberlusconismo sia definitivamente tramontato, lo «spettro» di Berlusconi aleggia sempre minaccioso, ma ultimamente è passato in secondo piano scalzato dalla nascita del nuovo soggetto unitario Ds-Margherita.
Basterebbe citare l’intervista rilasciata dal segretario di Rifondazione Franco Giordano a La Stampa. «In verità - spiega il numero uno del Prc - a stringerti nell’angolo: o accetti o sei fuori. Ma la cifra del governo non la decidono loro. Ed è un giochino ormai insopportabile. Su ogni provvedimento, prima c’è un’aspra discussione dentro il Pd, poi, quando hanno trovato la quadra, a noi al massimo concedono la possibilità di critica. E subito dopo ti dicono che metti in difficoltà il governo».
Ma Giordano non è solo nella sua battaglia. Il 3 settembre, ad esempio, il ministro dell’Università e leader di Sinistra Democratica Fabio Mussi, ospite della Festa dell’Unità di Bologna, attaccava: «È un problema se c’è la linea del Governo e la linea del Pd. Io ho la conferma di una previsione, il maggior fattore di instabilità della situazione politica italiana è data essenzialmente dal tentativo di formazione del Pd».
Il giorno dopo toccava al verde Alfonso Pecoraro Scanio rincarare la dose: «A Veltroni e Bindi auguro una buona competizione elettorale lui simpatico, lei energica, spero solo finiscano presto questa disputa all’interno del nuovo partito per poter avere la tranquillità di governare».
Nel coro anche il segretario del Pdci Oliviero Diliberto che, al termine delle riunione dei leader della «Cosa rossa» del 6 settembre, spiegava: «Si è parlato della Finanziaria che sarà un banco di prova perché noi crediamo che il governo non finisca con il Partito Democratico. Noi non vogliamo aprire un braccio di ferro con il governo, ma il governo deve tener conto anche delle istanze della sinistra».
Insomma, all’interno dell’Unione è iniziata una vera e propria competition per cercare di condizionare l’azione del governo. Così, se l’esecutivo sottoscrive l’accordo con le parti sociali sul welfare e il Pd benedice l’intesa, la sinistra radicale organizza una grande manifestazione di piazza il 20 ottobre per chiedere modifiche. Se Giuliano Amato presenta una proposta per inasprire le misure per combattere fenomeni come quelli dei lavavetri Prc, Pdci, Verdi e Sd se la prendono con il Pd. Tanto che Giordano ironizza: «Vorrei evitare che tutta la costruzione del Partito Democratico si limiti ad avere un unico e solo avversario, i lavavetri. Evitiamo questa discussione. Basta inseguire le logiche della destra».
E non finisce qui. La discussione è appena iniziata, ma la «Cosa rossa» ha già fatto sapere che presenterà un proprio elenco di priorità perché, come spiega Mussi, «Il lavoro sulla Finanziaria ha anche un significato politico perché noi pensiamo che bisogna accelerare il passo per la realizzazione di una sinistra unita. La formazione del Pd richiede che la sinistra si unisca se vogliamo che l’asse della politica resti collocato al posto giusto». Sul fronte opposto, ovviamente, non hanno nessuna intenzione di rimanere a guardare. Così, chiudendo la festa della Margherita sabato, Francesco Rutelli ha lanciato il suo anatema all’ala radicale («Basta con gli estremismi») accusandola di essere la principale causa del sostanziale pareggio tra i Poli alle ultime elezioni politiche. Intanto Silvio Berlusconi gongola.
n.imberti@iltempo.it
lunedì 10 settembre 2007
http://www.iltempo.it/approfondiment...spx?id=1277166
La Fiom contro la politica dei sacrifici
La Fiom contro la politica dei sacrifici
di Alberto Burgio *
su Aprile online del 11/09/2007
La presa di posizione della Fiom apre un confronto drammatico, che attraversa in primo luogo la Cgil. Va scongiurato il rischio di fratture e lacerazioni che potrebbero rivelarsi non ricomponibili. Ma occorre anche che l'unità si coniughi alla difesa delle ragioni e dei diritti del lavoro, che in questi anni sono stati sistematicamente sacrificati sull'altare del "risanamento"
Sarebbe difficile sopravvalutare la rilevanza di quanto è accaduto tra lunedì 10 e martedì 11 al Comitato centrale della Fiom, chiamato a pronunciarsi in merito all'accordo del 23 luglio sul Protocollo di intesa tra governo e sindacati su welfare e competitività. Il no netto all'accordo di luglio, pronunciato prima dal segretario generale della Fiom e sancito poi a stragrande maggioranza (oltre il 78%) dal voto finale dell'organismo dirigente non lascia adito ad equivoci. E schiera la Fiom alla testa del movimento di lotta contro la politica dei sacrifici (richiesti come sempre al lavoro dipendente) e la concezione iperflessibilista del mercato del lavoro professata dalle componenti moderate del governo Prodi.
È un passaggio drammatico, che merita tutta la nostra attenzione e determinazione. E dal quale possono sortire conseguenze determinanti per il futuro del sindacato italiano.
Cerchiamo di andare con ordine, partendo dal merito. La posizione assunta dalla Fiom boccia un accordo che anche Rifondazione comunista ha considerato negativo. Sia sul tema delle pensioni che sulla parte relativa al mercato del lavoro. Sulle pensioni la conferma dello scalone Maroni (solo diluito in tre anni) si è coniugata con misure pesanti nei confronti dei lavori usuranti (per i quali si prevede un meccanismo che non riduce, a regime, gli anni di contribuzione richiesti per il pensionamento) e persino peggiorative della controriforma varata dalla destra (si pensi allo sfondamento dei 60 anni, all'aumento del numero di anni di contribuzione, alla determinazione dei coefficienti in base a parametri esterni al conto previdenziale e all'apertura delle finestre anche per le pensioni di vecchiaia).
Sul mercato del lavoro la disciplina ipotizzata sui contratti a termine (una delle forme contrattuali strategiche nel processo di precarizzazione del lavoro in Italia) non solo ne confermerebbe la condizione di reiterabilità ad infinitum ma, spostando l'accento dal controllo di merito sulle causali alla verifica formale della regolarità delle procedure, consegnerebbe i soggetti sindacali a una funzione neocorporativa di convalida preventiva dei contratti.
Si aggiunge a questo l'ipotesi di riduzione della pressione fiscale sugli straordinari, intensamente voluta dalla Confindustria: una misura incompatibile non solo con l'asserita volontà di dispiegare maggiori tutele sulla sicurezza del lavoro, ma anche con una politica di estensione della base occupata.
Sul piano del merito, insomma, la posizione assunta dalla Fiom appare del tutto condivisibile, e apre uno spiraglio in un contesto difficile e preoccupante.
Ma, come talvolta avviene in politica, al merito specifico delle questioni si lega in questo caso una problematica ancor più complessa e di portata più generale. In questo caso ci pare che parlare di un tornante storico non sarebbe - una volta tanto - esagerato.
E' evidente, infatti, che la differenziazione della Fiom sull'accordo di luglio rompe il fronte compatibilista che tendeva a costituirsi e che rischiava di imprigionare il sindacato, a cominciare dalla Cgil. Il progetto accarezzato dalla Confindustria e dai settori della maggioranza e del governo che fanno riferimento al Partito democratico è chiaro ed è stato del resto esplicitato. Il sindacato dovrebbe muoversi dentro il quadro delle compatibilità di volta in volta definito dalle politiche "di rigore e sviluppo" del governo. Dovrebbe assumere i vincoli materiali che hanno prodotto un gigantesco processo di precarizzazione e di impoverimento del lavoro dipendente, e dovrebbe subire come fatalità incontrastabile la progressiva riduzione delle tutele, delle garanzie, dell'autonomia contrattuale, dei livelli salariali. L'eventuale esito di questo processo - che ha origini lontane, legate alla stessa svolta dell'Eur e agli accordi del '92 e del ‘93 - è del tutto chiaro: sarebbe la fine del sindacato come vettore di conflitto e di rivendicazione. Sarebbe - secondo i presupposti taciti della filosofia della concertazione - la sua riduzione a soggetto istituzionale, sussunto entro l'edificio preposto al governo del lavoro.
La presa di posizione della Fiom blocca questa deriva. Si oppone alle accelerazioni che le sono state imposte dal processo di formazione del Partito democratico. E segnala una indisponibilità del più importante sindacato di categoria della Cgil ad armonizzarsi a questa tendenza neocorporativa e alle sue implicazioni restaurative. Per questo eccede i pur rilevantissimi contenuti dello scontro.
Ora si apre un confronto drammatico, che attraversa in primo luogo la Cgil. Guardiamo a questo passaggio con partecipazione e preoccupazione. L'unità della Cgil sta a cuore a tutta la sinistra del Paese ed è fondamentale in primo luogo per il mondo del lavoro. Va scongiurato il rischio di fratture e lacerazioni che potrebbero rivelarsi non ricomponibili.
Ma occorre anche che l'unità si coniughi alla difesa delle ragioni e dei diritti del lavoro, che in questi anni sono stati sistematicamente sacrificati sull'altare del "risanamento". Precisamente questa è la richiesta che leggiamo nella posizione assunta dalla Fiom. È una richiesta che condividiamo e che ci induce a sostenere la battaglia aperta con coraggio dal Comitato centrale dei meccanici italiani. Come avvenne già nel lontano luglio del 2001, la Fiom apre con coraggio una stagione di lotta che deve vedere tutta la sinistra impegnata nella difesa del salario, del contratto nazionale, delle pensioni, dei diritti di quanti - a cominciare dai giovani, dalle donne e dai migranti - subiscono il peso maggiore della precarietà. Non va lasciata sola. La sua battaglia è la nostra, e la manifestazione del 20 ottobre sarà la prima, decisiva occasione per dimostrarlo.
* deputato Prc-SE, Commissione lavoro
da
http://www.esserecomunisti.it/index....Articolo=18093
Welfare: Bertinotti, "Manifestazione 20 ottobre non contro governo"
Welfare: Bertinotti, "Manifestazione 20 ottobre non contro governo"
BOLOGNA - Per il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, la manifestazione indetta dalla sinistra radicale per il 20 ottobre non e' contro il Governo. Altrimenti, spiega Bertinotti, "ci sarebbero contraddizioni, perche' non si possono fare due parti in commedia". "Se si tratta di una manifestazione su una piattaforma che tenta di dinamizzare l'azione di governo - continua Bertinotti - non vedo ostacoli di principio". (Agr)
12 settembre 2007
http://www.corriere.it/ultima_ora/ag...AE90B46B645%7D