UN IMPORTANTE CONTRIBUTO ALLA ROMANOLOGIA DEL TERZO MILLENNIO NELL'OPERA DI YVES ALBERT DAUGE
di Piero Fenili
Yves Albert Dauge ha disegnato, nel suo poderoso volume Le Barbare - Recherches sur la conception romaine de la barbarie et de la civilisation (Collection Latomus, vol. 176, Bruxelles, 1981) i profili contrapposti della romanità e della barbarie, a ciò essendo pervenuto mediante l'analisi in profondità di tali realtà contrapposte. Principale merito della sua opera è stato quello di essersi portato oltre il livello generico e non di rado retorico entro il quale risulta solitamente collocata e data quasi per scontata tale contrapposizione, per attingere invece un fondamentale criterio conoscitivo che si dimostra fungere da cardine all'intera visione del mondo dell'antica Roma.
In questo consiste il grande valore della sua opera, in quanto essa arricchisce non solo gli studi romani in genere di una importante ricerca condotta da un punto di vista originale, ma fornisce anche un prezioso contributo alla romanologia, come ricerca intesa ad enucleare dal passato romano le sue costanti potenzialità di incivilimento, rendendole attive ed operanti.
Tale finalità, peraltro, risulta esplicitamente condivisa dal Dauge, in quanto egli ravvisa giustamente la presenza massiccia e minacciosa della barbarie, cioè dell'anti-romanità, nella società contemporanea, scossa dalle convulsioni generate nel nostro secolo ormai alla fine dall'incalzare di "forze primitive e disumane che si direbbero uscite in linea retta dalla preistoria"(p. 2). L'irrompere sulla scena della storia del potenziale distruttivo di una mentalità massificata, accresciuto enormemente dai mezzi pressoché illimitati posti a sua disposizione da una scienza e da una tecnica troppo spesso prive del controllo e della guida di un autentico umanesimo, inteso nel senso antico, latino e sacrale del termine, sollevano alcuni pressanti interrogativi sui rischi che insidiano la civiltà e sui modi invece di assicurarne, a dispetto di essi, il futuro sviluppo. Oggi la barbarie si presenta soprattutto con il volto del peggiore mercantilismo, con la sua cinica accettazione di ogni comportamento, purché finalizzato al "successo" ed al guadagno. Ad esso si oppone soltanto il palliativo del moralismo religioso, con la sua incapacità di un'analisi lungimirante che vada davvero alla radice dei problemi e non capace soltanto di reazioni miopi ed emotive, oppure ispirate da un dogmatismo obsoleto.
Da qui l'opportunità, chiaramente ravvisata dal Dauge, di andare alle radici storiche del problema, risalendo alle origini della barbarie, disvelandone con precisione l'insidia e dipanando l'informe matassa che la costituisce, quale coacervo di realtà oscure che, irrompendo dall'esterno e dal basso, rappresentarono già un'insidia costante per la romanità, costringendo i Romani a prenderne esatta coscienza ed a studiare i modi per arginarla.
Attraverso lo studio della barbarie e della romanità che le si contrappone, l'autore riesce ad individuare una serie di categorie conoscitive, positive e negative, che acqui-stano un significato ed una rilevanza universali, tali da trascendere quindi le limitazioni dello spazio e del tempo e da ripresentarsi ancor oggi, con una indiscutibile carica di attualità.
Il Dauge dimostra che i Romani riuscirono ad elaborare una vera e propria barbarologia (scienza della barbarie), che egli ricostruisce, come vedremo, nel suo triplice profilo storico, strutturale e funzionale, giungendo altresì per tale via, in virtù del riflesso speculare, in positivo, che le realtà negative da lui considerate evocano, a definire molti tratti caratterizzanti che divengono dominio della romanologia.
L'opera del Dauge mobilita le conoscenze fornite da varie discipline (storia, letteratura, antropologia, filosofia, psicologia, ecc.) per ricostruire un aspetto della civiltà romana assolutamente essenziale, in quanto riguarda direttamente il modo in cui essa percepiva la propria superiore dimensione in rapporto agli altri, alle gentes externae, ai barbari.Le Barbare è un'opera rigorosamente documentata mediante un puntuale rinvio alle fonti delle quali l'autore si è servito. Sarà quindi sufficiente rinviare ad esse il lettore desideroso di approfondire e di documentarsi direttamente sulle fonti.
Impostazione generale dell'opera
Così l'autore chiarisce, all'inizio del volume, il significato preciso del neologismo barbarologia da lui introdotto: "Barbarologia: l'insieme delle concezioni e dei metodi che riguardano la realtà barbarica e la sua trasformazione: studio di questi metodi e concezioni; studio del concetto e del fenomeno della barbarie e di ogni attività che lo riguarda; scienza, teorica e pratica, avente la barbarie ad oggetto".
In quest'ambito vengono in questione tre punti di vista dai quali la barbarologia può essere considerata, rispettivamente come: "1) barbarologia storica, 2) barbarologia strutturale, 3) barbarologia funzionale, e cioè: studio della concezione romana della barbarie l) nel suo contesto storico, nella sua evoluzione, 2) in relazione alla sua struttura, 3)nella sua funzione strumentale". Da qui la definizione della barbarologia romana in senso proprio come: "l'insieme delle idee e dei metodi romani relativi alla barbarie: "scienza" romana, teorica e pratica, riguardante il fenomeno barbaro e la sua trasformazione. In un senso più ristretto e più preciso, questa barbarologia può essere definita come: sistema ideologico operativo destinato ad individuare, vincere e trasformare le forze barbariche, ed a promuovere la verità dell'essere mediante il rifiuto dell'altro (nel senso peggiorativo del termine).
L'autore ravvisa nella barbarologia romana una vera e propria disciplina tipica dei Romani, che ne svilupparono ed approfondirono l'impianto bene al di là della nozione greca di barbarie, dalla quale pur presero l'avvio. Fu la chiara nozione che i Romani attinsero del fenomeno barbarico, sia interno che esterno (esiste infatti, anche se sostanzialmente domata, una tentazione di barbarie anche all'interno della romanità) ciò che conferì allo sforzo con il quale crearono la loro civiltà unica un carattere luminoso ed erculeo e non titanico ed oscuro. Per tale via la barbarologia romana venne a costituire un elemento essenziale e preponderante dell'energetica romana, cioè di quel sapiente governo ed orientamento dell'energia che consentì ai Romani di meritare e conseguire l'imperium melioris, il raggiungimento di quella ideale condizione storica che vede il potere riposto nelle mani di chi è più degno.
Poste queste premesse, l'autore riesce a cogliere la dimensione verticale e trascendente che si connette alla figura ideale del Romano, quale giunse a compiuta maturazione nel corso dell'ascesa che condusse Roma al primato tra le genti: "Formato ad un tempo da un platonismo e da uno stoicismo profondamente romanizzati, egli si sforza di agire come responsabile dell'universo, anima del mondo, motore della storia. La volontà che egli pone in opera è eminentemente pragmatica: vi è in lui una genuina passione di agire sulla realtà, di incarnare l'ideale, di portare l'essere a compimento attraverso la continuità delle prove e della lotta. Si tratta soprattutto di vincere, di trasformare, di creare".
In conformità a tale ideale, "Roma si vuole come centro spirituale e temporale, polo cosmico, asse "teandrico", potenza solare: essa sviluppa metodicamente una energia di mediazione, di sintesi, di ponderazione, che mira a condurre il mondo ad uno stato superiore di giustizia e di pace. A partire da un punto che è il germe ed il centro di un nuovo universo, essa opera a costituire fino all'infinito la sfera ordinata ed unificata della romanità. Tale è il ruolo che si attribuisce la specificità romana" (pp. 31-32).
Barbarologia storica
L'arco storico nel corso del quale venne a formarsi, sino a completa maturazione, la scienza romana della barbarie, viene dall'autore suddiviso in sette periodi, ciascuno dei quali con proprie peculiari caratteristiche. Tali periodi sono i seguenti: il primo, che procede dalle origini fino al termine della prima guerra punica; il secondo, che intercorre dal 201 a.C. fino alla guerra "sociale" (91 a.C.); il terzo, che si snoda dalla guerra "sociale" alla battaglia di Azio; il quarto, che va dal 31 a.C. fino all'avvento di Vespasiano (69 p.C.); il quinto, dal 69 alla morte di Commodo (192 p.C.); il sesto, che si spinge dal 193 fino al ritiro di Diocleziano (305); ed infine il settimo ed ultimo, che da tale data giunge fino alla presa di Roma da parte di Alarico (410), concludendo la serie.
La suddivisione temporale operata dall'autore ma segue gli effettivi mutamenti ed approfondimenti della conoscenza del fenomeno barbaro, intervenuti nella mentalità romana in concomitanza con il variare e l'intensificarsi dei rapporti tra Roma e l'universo della barbarie.
Primo periodo (dalle origini al 201 a.C.) pp. 57-68).
All'inizio i Romani quasi sicuramente non ebbero un'idea precisa della barbarie, limitandosi a designare con l'attributo di exteri o externi i diversi popoli con cui entravano in contatto. Certamente essi aveva già un modello venerabile di humanitas e di pietas nel re Numa, da contrapporre alla tirannica impotentia di Tarquinio il Superbo. Col tempo, tuttavia, essi conobbero la ferocia delle dure popolazioni appenniniche, che essi sottomisero, e con essa quasi una anticipazione delle esperienze che avrebbero avute con i Germani, che come quegli antichi Italici erano dotati "di una feritas brutale, di un sangue nuovo e violento, di una horrida virtus".
Frattanto, i Romani avevano subito il trauma dello scontro con le prime orde provenienti dal Nord, i giganteschi Galli di stirpe celtica, animati da un incontenibile belli furor e da una primitiva ferocia, che sullo scorcio del IV secolo a.C. presero Roma e mossi dal barbarico istinto che più volte spinse ad allearsi contro Roma la feritas nordica con la vanitas meridiana, si unirono numerosi nel 218 alle armate di Annibale, contribuendo largamente, fino al 216, alle sue vittorie.
In Cartagine, la grande città levantina, i Romani scorsero una congerie di elementi incompatibili con la loro civiltà, al punto da avvertirla come radicalmente estranea e chiaro esempio di minaccia barbarica. Non diverso poteva essere il giudizio dei Romani di fronte alla realtà punica, "questo miscuglio caratteristico di ferocia e di astuzia, di eritas e di vanitas, di mobilità di spirito e di sensualità, questa frenesia di ricchezze, questo lusso pacchiano, questi costumi scopertamente orientali, questa religione primitiva e disumana, questo agglomerato posticcio di razze diverse".
Particolarmente interessante fu, in tale periodo, l'incontro di Roma con la civiltà magnogreca dell'Italia meridionale: "dal V secolo Roma si trova improntata dalla filosofia pitagorica; nel IV secolo essa beneficia pienamente degli apporti etruschi e campani e di tutto l'ellenismo che essi contengono".
Il Dauge pone in luce come l'incontro in genere con la civiltà ellenica abbia generato presso i Romani un duplice atteggiamento: dapprima essi si posero in una condizione ricettiva, per assimilare il meglio di tale cultura, verso la quale avvertivano una notevole affinità. In tale fase i Romani subirono la nozione greca di barbarie. In un secondo momento, invece, raggiunta una matura consapevolezza delle proprie virtù e dei difetti dei Greci, i Romani elaborarono ed adottarono, anche nei loro confronti, il superiore concetto romano di barbarie.
Secondo periodo (dal 201 a.C. al 91 a.C.) (pp. 69-86)
E' il periodo in cui maturano i frutti di quello che suole definirsi il filellenismo romano, coltivato da personaggi di primo piano quali Scipione l'Africano, Paolo Emilio e soprattutto Scipione Emiliano. Osserva il Dauge: "Scipione Emiliano, che fu ad un tempo un brillante capo militare ed un pensatore illuminato, poté unire all'esperienza personale delle sue campagne contro Cartagine e Numanzia una intensa riflessione su tutti i grandi problemi morali, politici e filosofici. Avendo egli stesso compiuto una sintesi esemplare tra la romanità e l'ellenismo, seppe circondarsi di una élite che svolse un ruolo determinante nella formazione dell'ideologia romana. Terenzio, artista raffinato, Polibio, lucido ammiratore delle qualità romane, C. Laelius, L. Furius Philus, C. Fannius, P. Rutilius Rufus, Lucilius, uomini politici e moralisti e Panezio di Rodi, fondatore del medio stoicismo, perseguirono effettivamente un obiettivo comune. Si trattava per essi di promuovere una romanità superiore e completa, arricchendo la virtus tradizionale con la ragione filosofica, conferendo alla personalità romana una dimensione metafisica e religiosa, analizzando accuratamente tutte le risorse della sua energia specifica e le loro antitesi. Riflettendo in questo modo sui rapporti tra il Dio cosmico ed il destino di Roma, sull'ordine morale e sociale, sul ruolo della ragione, sulla civiltà ed i suoi sviluppi, sulle passioni, sulle costanti del mondo barbaro e sull'onnipresenza della barbarie, essi misero a punto la dottrina fondamentale del popolo romano, che costituisce ad un tempo una filosofia della storia, una concezione dell'uomo ed un'etica rigorosa. Tutti i grandi concetti del "sistema barbarologico" prendono allora la loro forma definitiva: i criteri essenziali della barbarie vanno a formare, d'ora in avanti, uno schema immutabile nel quale verrà a collocarsi ogni nuova esperienza: irrazionalità, negatività, feritas e vanitas, ferocia, impotentia, belli furor, discordia, alienazione. La barbarie, nel suo insieme, è concepita come il lato oscuro ed incompiuto dell'uomo, l'opposto dell'attività razionale, creatrice, unificatrice propria a quell'artifex che il Romano intende incarnare".
Naturalmente questa superiore sintesi tra romanità ed ellenismo non avvenne senza tensioni e contrasti. Comunque, matura nei Romani di questo periodo un serio e responsabile sentimento della propria superiorità verso le popolazioni barbariche, siano esse esterne od interne alla Penisola. Così il pitagorico Ennio, nei suoi Annales, disegna sempre un ritratto idealizzato del Romano, che contrappone alle varie genti barbare (Galli, Cartaginesi, Numidi, Spagnoli, Illiri), mentre il già nominato Catone, oltre alla feritas dei costumi spagnoli ed al carattere bellicoso e loquace dei Celti, evoca il temperamento furbo dei Liguri e la loro rozzezza. Infine il filosofo della storia Polibio, nelle sue Storie, "analizza con precisione scientifica" le ragioni dei successi romani e della loro superiorità sugli altri popoli, Greci compresi.
Attraverso gli incontri e scontri di Roma con le altre genti, la nozione romana di barbarie si venne affinando ed arricchendo, lungo le due fondamentali direttrici: quella della feritas e ferocia, soprattutto nordiche e montanare, che raggiunse il suo acme con la gravissima minaccia rappresentata dai Cimbri e dai Teutoni, e quella della vanitas (non disgiunta dalla ferocia) rappresentata dalle popolazioni africane, mediorientali e marinare, riassunta emblematicamente nella incombente ed inquietante potenza cartaginese.
Anche se i Romani riuscirono a domare i primi e ad annientare la seconda, nella loro barbarologia queste due drammatiche esperienze lasciarono una profonda impronta che servì loro di modello per ulteriori approfondimenti: compito reso oltremodo necessario ed urgente dal fatto che la barbarie, sconfitta dai Romani in battaglia, rinnovava la sua minaccia "pacificamente", attraverso le idee ed i costumi dei vari prigionieri condotti in Italia ed a Roma o, più genericamente, attraverso l'afflusso di gentes externae, specialmente orientali, occasionato da motivi di ordine commerciale, religioso, culturale, ecc.
Terzo periodo (dal 91 a.C. al 31 a.C.) (pp 87-131)
Prosegue, parallelamente all'espandersi del dominio di Roma, la sua conoscenza delle genti barbare con le quali giunge in contatto. In Oriente sono i Parti ad attrarre sempre più la vigile attenzione dei Romani, specialmente dopo la sconfitta da questi subita a Carre (maggio del 53), in cui perse la vita il loro condottiero Crasso.
Un'altra occasione di incontro con la barbarie orientale venne offerta ai Romani dall'ostilità di Mitridate, re del Ponto: "Astuto, crudele, selvaggiamente energico e, caratteristica alquanto asiatica, ossessionato dal timore di essere assassinato, questo "sultano" di tipo iraniano tentò ostinatamente, novello Annibale, di distruggere la potenza romana".
Intanto si intensifica la pressione dei barbari del Nord, che impensieriscono Cesare, il quale pone in pratica, rispetto ad essi, quella che può definirsi la tipica linea di condotta romana: "distruggere o respingere ciò che non è possibile integrare, ed utilizzare ed assimilare tutto il resto". Egli indubbiamente apprezza l'intatta energia primitiva di quei popoli. E' così che egli costituisce una legione di transalpini, l'Alauda, recluta ausiliari belgi, allobrogi ed aquitani, si serve di una cavalleria composta di mercenari germani e si spinge fino a permettere l'accesso al Senato di esponenti dei Galli semibarbari.
Proprio nel periodo insidioso ed infausto delle guerre civili, i Romani fanno ricorso all'aiuto dei barbari, impugnando in tal modo un'arma a doppio taglio. "Le guerre civili, in effetti, hanno rivolto l'una contro l'altra queste due barbarie, l'Oriente in marcia con Pompeo, poi con Bruto e Cassio ed infine con Antonio, e l'Occidente al seguito di Cesare e quindi di Ottaviano. Ma se i Romani temevano la barbarie nordica, hanno sempre stimato l'energia europea, questa virtus che si decanta dalla ferocia celtica o germanica, mentre essi non avevano che disprezzo per l'Asia corrotta e corruttrice, per la vanità orientale, per tutto questo universo inquieto ed ingannevole. Bisognava dunque che Roma trionfasse sulle due barbarie, ma trasformando quella dell'Ovest e reprimendo quella dell'Est".
Quasi per contagio, la barbarie serpeggia anche tra i Romani, imposta dall'ingranaggio ferreo degli eventi. Un furor impius sembra emergere nei conflitti tra Mario e Silla, tra Cesare ed i Pompeiani. Il divino Cesare, sebbene famoso per la sua clemenza ed umanità si lascia andare in Gallia, esasperato, a sanguinose repressioni.
Il Dauge osserva tuttavia, ad onore dei Romani, che questo contagio barbarico stimolò la loro immaginazione, spingendoli a divenire consapevoli del fatto che nemmeno l'animo romano poteva sottrarsi alla coesistenza del sovrumano e dell'infraumano, del divino e del demoniaco. Di quelle tragiche esperienze fecero tesoro il teatro di Seneca, la arsaglia di Lucano, l'opera di Tacito.
Intanto si accumulano le informazioni sui barbari. Cesare si sofferma sulla levitas (leggerezza), sulla infirmitas (incostanza), sulla mobilitas animi (mutevolezza), sulla ferocia e sullo spirito di discordia dei Celti. Ma, mentre Cesare impiega con parsimonia il termine barbarus per designare i Galli, riserva più specificamente tale designazione nei confronti dei Germani, pur tenendo nella dovuta considerazione la loro energia.
Le osservazioni di Cesare sulla barbarie nordica trovano il loro corrispettivo, per quanto concerne la barbarie meridiana, nel Bellum Iugurthinum di Sallustio, e per quanto riguarda quella che si annida in seno alla stessa romanità, nel De Coniuratione Catilinae dello stesso autore. La somma delle informazioni raccolte è già tale da consentire ai Romani una riflessione filosofica in profondità sul fenomeno della barbarie. E' quanto si verifica puntualmente con l'opera di Cicerone.
In Cicerone la consapevolezza romana della propria civiltà (humanitas) si è già chiarita a tal punto da consentirgli, per contrasto, di riconoscere la barbarie presente in una congerie di popoli, del passato od a lui contemporanei: Troiani, Etruschi, Cartaginesi, Persiani, Parti, Siriani, Ebrei, Arabi, Egiziani, Africani, Spagnoli, Galli, Traci, Germani , Cilici, Sardi e persino Indù.
Il giudizio di Cicerone si accompagna con una terminologia che ne precisa le motivazioni: espressioni come ferus, immanis, rudis, agrestis, inhumanus, stultus, vanus, crudelitas, libidines, superstitio cominciano già a circoscrivere quel campo semantico che consentirà al Dauge di estrapolare i precisi significati della scienza romana della barbarie.
La barbarie rappresenta , per Cicerone, quanto nell'uomo si agita di primitivo, di non disciplinato, di non educato, governato com'è dal mondo degli istinti più che da quello lucido della ragione. Questo coacervo negativo si traduce nella rozzezza delle credenze e nella ferocia delle superstizioni, che si collocano giusto all'opposto della humanitas e della pietas romane. Termini quali demens, amens, vesanus, vecors, inhumanus, impotens, iners, indoctus, immitis denunziano tutti la presenza di un predominio dell'elemento istintivo e passionale a scapito di quello spirituale e razionale e consentono a Cicerone di proporre ai suoi concittadini salutari riflessioni.
Quarto periodo (dal 31 a.C. al 69 d.C.) (pp. 132-212)
Con l'espandersi dell'impero, lo sguardo di Roma penetra sempre più in profondità nell'oceano sconfinato della barbarie. E' la volta dei Sarmati della Russia meridionale, conosciuti dai Romani nel 48-49 d.C., nel corso di una spedizione in Crimea. Si approfondisce la conoscenza romana dei Parti, ai quali, tra l'altro, Roma contende il dominio sull'Armenia. I Romani osservano da vicino un tratto caratteristico dell'Asia barbara: "le incessanti rivolte dei vassalli contro il potere centrale, le lotte furiose che insanguinano la casa reale, i parricidi, i fratricidi, l'incredibile volubilità degli animi, che mutano ad ogni evento, il fasto orgoglioso di una dominazione tirannica".
Anche il Levante mediterraneo impensierisce i Romani, i quali, ad esempio, sono posti in presenza delle "due grandi espressioni del pensiero ebraico in tale epoca, "una aperta e universalista, l'altra nazionalista ed intransigente"". Inquietano i Romani le manifestazioni di quest'ultima, espressione del fondamentalismo degli Ebrei, con il "loro orgoglio, la loro instabilità, la loro violenza incoercibile, le ondate periodiche di fanatismo, questa agitazione religiosa, politica e sociale che sembra capace di distruggere l'ordine costituito". Il fattore religioso aumenta la diffidenza romana. Così "il proselitismo, che viene esercitato risolutamente in Italia quanto in Oriente: alcuni Romani si lasciano sedurre da alcuni aspetti superiori dell'ebraismo, ma vengono considerati come pericolosi transfughi dalla romanità…. Quanto al cristianesimo, inizialmente assimilate alle "superstizioni giudaiche", sarà a lungo ritenuto un fenomeno puramente barbaro" .
Non sorprende quindi che il fondamentalismo ebraico (che venne poi ereditato dal fondamentalismo cristiano) sia apparso ai Romani come una espressione "particolarmente nociva della ferocia e della vanitas barbare" secondo "una tradizione ininterrotta che va da Cicerone fino a Rutilio Namaziano, passando attraverso Seneca, Giovenale, Tacito e perfino Marco Aurelio".
Prosegue il Dauge: "Non sono solamente l'Oronte ed il Giordano che si versano nel Tevere, ma anche il Nilo: le divinità egiziane escono vittoriose dal conflitto che le oppone al tradizionalismo romano". I Romani, come prima di loro i Greci, comprendevano l'importanza del legato sapienziale dell'Egitto, quale poteva ancora essere trasmesso malgrado gli aspetti decadenti e deteriori cui si accompagnava
Prosegue intanto, con duri contrasti, l'incivilimento romano della penisola iberica, della Gallia, del territorio alpino e viene avviato quello della Bretagna.
I Romani si rendono tuttavia assai presto conto di come "la più importante e pericolosa accolta di barbari è costituita dalla Germania, questo universo enorme e mobile, la cui selvatichezza aumenta a misura che ci si spinge verso nord: è il simbolo immortale della barbarie".
Una trovata "ingegnosa" del giovane cherusco Arminio condusse i Romani al disastro di Teutoburgo, segnando la fine del grande disegno romano di incivilimento dei Germani. Non tutti i Germani, tuttavia, furono insensibili all'ascendente esercitato dalla superiore civiltà romana, comprendendo che integrarsi in essa avrebbe significato un migliore avvenire per le loro genti. "Così il cherusco Flavio, fratello di Arminio, serve l'impero con fedeltà, con grande collera del "liberatore della Germania", e questi due personaggi, il cane ed il lupo della notissima favola di Fedro, rappresentano precisamente le due vie che poteva imboccare, all'epoca, l'energia germanica".
La barbarie, sia occidentale che orientale, sia settentrionale che meridionale, che filtra ormai da più parti nell'Impero e nella stessa Roma, suscita la salutare reazione di Augusto che si fece "campione di Roma, dell'Italia e dell'intera civiltà latina". L'orientamento felice della sua politica si accompagnò, per una mirabile quanto fatidica coincidenza, al fiorire del più importante dei poeti dell'età augustea, Virgilio, il quale assurse alla statura di vero e proprio Vate ispirato della Romanità. Di Virgilio, tuttavia, diremo più diffusamente in seguito, avendogli il Dauge consacrato, per la sua eccezionale importanza, ai fini del perenne rigenerarsi di una élite romana, un volume a parte, da intendersi come un vero e proprio seguito a Le Barbare. A Virgilio si affiancano, in tale periodo, altri poeti. Orazio si mostra perfettamente a conoscenza degli innumerevoli aspetti della barbarie e nei suoi poemi, "non manca alcuna occasione di definire la romanità mediante la sua opposizione alla barbarie, secondo un procedimento illustrato da Cicerone, ma ridotto qui all'essenziale. Si deve ad Orazio il famoso Carmen saeculare, che innalza Roma al disopra dell'intero Orbe.
Properzio, a sua volta, riprende alcuni grandi temi virgiliani: "elogio dell'Italia, origini di Roma, decadenza della virtus, apollinismo augusteo, imprese di Ercole, vittoria su Cleopatra, destino dell'impero, ecc.". I prosatori dell'età augustea non sono da meno: Vitruvio, nel suo De Architectura, formula una teoria, per così dire, climatica della psiche collettiva dei vari popoli: "a condizioni climatiche estreme corrispondono, sul piano psicologico, caratteri eccessivi, imperfetti, mentre nelle regioni temperate si formano spiriti armoniosi e completi. Avviene quindi che i popoli del Nord abbondano di energia ed amano battersi, ma difettano di giudizio: le nazioni meridionali, al contrario, sono di spirito agile, ma mancano di coraggio. Necessita dunque un Paese bene equilibrato come l'Italia, posta al centro del mondo, per dare nascita ad una razza di uomini notevoli sia per l'intelligenza che per l'energia, capaci sia in guerra che in pace, e questa riunione di qualità in un unico popolo lo destina naturalmente al dominio universale". Il Dauge ricorda anche che Vitruvio paragona l'Italia al temperato pianeta Giove, che si trova tra il freddo Saturno e l'ardente Marte.
E' quindi la volta di Tito Livio, che analizza il percorso di Roma per venire a capo della sua stessa barbarie, insita nelle sue originarie componenti italiche e pertanto largamente diffusa nei popoli che l'attorniavano più da vicino e con i quali dovette dapprima misurarsi, incontrando essa poi le medesime forme di barbarie nel corso della sua successiva espansione al di fuori d'Italia. Così i Sabini, gli Equi, i Volsci, i Sanniti, i Lucani, gli Umbri anticipano quasi gli aspetti barbarici dei Celti, dei Germani e degli Illiri, mentre gli Etruschi ed i Campani sono affetti da una vanitas e da una luxuria che ricorda quelle dei Punici.
Figura eminente nella riflessione filosofica, ed in questo degno di affiancarsi a Cicerone, è Seneca. La barbarie, ai suoi occhi "è principalmente costituita dalla feritas, insieme complesso di difetti che derivano dalla malvagità e dalla inferiore qualità dell'essere: brutalità, rozzezza, predominio dell'animalità, incultura, insocievolezza, disumanità, sadismo, empietà, ecc.: questa feritas proviene dalla debolezza, nell'uomo, dell'elemento razionale, dall'insufficienza della volontà, dall'incapacità spirituale: omnis enim ex infirmitate feritas est e l'importanza di una tale carenza giustifica i numerosi sviluppi che le vengono dedicati. O ancora vo è la superstizione, "forma inferiore e difettosa della religione, che colpisce tutti gli spiriti incolti".
In genere si tratta dunque, nella barbarie, del predominio della parte irrazionale su quella razionale dell'anima, tant'è che persino l'innata energia, che Seneca riconosce presente in varie popolazioni barbariche d'Europa, degenera in violenza se non sia adeguatamente incanalata e regolata da disciplina, ratio, doctrina, ars, cioè assoggettata all'imperio della parte superiore dell'anima.
(continua)