Nel 1971-72 Giorgio Almirante inaugurò una politica di “presentabilità” politico-culturale che non sarebbe stata dimenticata. Allora il segretario del Movimento sociale italiano faceva le prove generali di una metamorfosi che ventitré anni dopo avrebbe trovato una sua maturazione in Alleanza nazionale.
Almirante affianca alla vecchia sigla Msi quella di Destra nazionale e ci costruisce sopra un programma di allargamento ai moderati monarchici e cattolici spaventati dall’orso comunista.
I savoiardi accettano l’invito e insieme con loro giungeranno nel partito ufficiali dell’esercito e funzionari di polizia, come l’ammiraglio Gino Birindelli, comandante delle forze Nato nel Mediterraneo.
Parallelamente, Almirante si pone anche il problema di mettere in forma un minimo d’intellighenzia organica al partito. In mancanza di materiale all’altezza, o disponibile all’operazione, la scelta cadrà sul filosofo ex marxista Armando Plebe.
Tracce intellettuali non ne restano.
Le urne premiarono invece la strategia almirantiana: nel ’72 l’Msi-Destra nazionale ottiene il 9,2 per cento al Senato e l’8,7 alla Camera. La rappresentanza parlamentare è quasi raddoppiata: 56 deputati e 26 senatori. Oltretutto il Movimento sociale può finalmente vantarsi d’avere scoperto in Plebe, già collaboratore dell’Accademia sovietica delle scienze e autore di un libro sulla filosofia della reazione, il volto nuovo che mancava alla cultura di destra.
In quegli anni il potere politico dell’intrattenimento musicale e televisivo era scarso, altrimenti si sarebbe forse pensato a reclutare anche in quel serbatoio. Oggi sono cambiati soltanto i nomi dei protagonisti.
Alleanza nazionale non ha mai faticato a tenersi lontana dalla cultura sotterranea (la più vivace), che si è rifiutata di passare dal nostalgismo provinciale all’antifascismo smagliante di Gianfranco Fini, ma non ha risolto il problema d’una destra tutta ciccia e brufoli da collocare nell’età adulta della società intellettuale.
Della neonata Fondazione
Farefuturo si può ancora dire che agli occhi dei promotori dovrebbe rappresentare la risposta delle risposte, la chiave algebrica di una nuova equazione culturale.
Ma poi basta scorrere l’elenco dei coscritti per comprendere che si sta sempre lì, fermi tra la classificazione iperinclusiva – se siamo in tanti ci si nota di più - e l’esibizione fenomenale.
Così, nel comitato promotore di Farefuturo stanno i nuovi arrivati Sabino Acquaviva (sociologo) e Tina Lagostena Bassi (avvocatessa famosa), a fianco dei soliti Adolfo Urso (dirigente finiano) e Luca Barbareschi, Rita Dalla Chiesa, Fabio Torriero (quello che improvvisò i girotondi antifiniani nel 2005 e fu sommerso di pernacchie), e poi gli emergenti Alessandro Campi (direttore scientifico) e Angelo Mellone (direttore editoriale) con la neodestrista Monica Centanni.
E via a seguire con l’urologo napoletano, il soprano veronese, l’imprenditore bresciano e il metallurgico bergamasco.
Per un totale di centocinque unità di per sé rispettabilissime, ma che nell’insieme convalidano l’impressione di una foto di gruppo nella quale la destra si mostra bisognosa, per esserci, di egemonizzare il casellario delle libere professioni e i camerini dello spettacolo, l’impalpabile e anonimo sillabario sottoaccademico e le cosce tornite di un pensiero deboluccio rappresentato dal primo che arriva e mette la propria firma in calce a un documento.

Il più intraprendente fra i giovani pensatori finiani, Mellone, giustifica così, nel numero monografico di Charta Minuta dedicato a Farefuturo:
Le fondazioni, nel panorama della politica contemporanea, sono i luoghi di elaborazione della cultura politica potenzialmente meglio attrezzati per svolgere questo compito, così importante e così affascinante al tempo stesso. La relazione tra la dimensione della “giovinezza” e le fondazioni si articola in due processi, la formazione di una classe dirigente che fonda creativamente talento e anagrafe, e una capacità di elaborazione politica strettamente legata all’elemento della novità, dell’inesplorato, dell’avamposto.
Messa così, come una piccola pietra tombale del passatismo che fu centrale nell’identità missina e ora diventa odiosa alla meglio gioventù finiana, il programma si presenta alto e pieno di pretese. Ma in cosa poi consista il cuore della nuova identità sulla quale costruire consenso, questo non è ancora chiaro. Per ora si affaccia una cifra stilistica, un modo d’essere rivelato dalle pagine culturali del Secolo d’Italia e nei libri d’occasione dei Mellone e dei Lanna, mentre i più stazzonati intellettuali come Marcello Veneziani ripiegano nell’intimismo vittimista e virano altrove.

Per studiare il fenomeno bisogna guardare al Corriere della Sera diretto da Paolo Mieli.
Il mielismo, che da lui prende il nome, è quell’ingranaggio giornalistico che, dopo aver fatto le prove generali con la direzione della Stampa (1993-94), si dice avesse messo la minigonna al Corriere attraverso un gioco alto/ basso nell’alchimia delle notizie offerte.
In questa meccanica il retroscena colorato si accompagna sempre alla gravitas della cronaca politica, l’intrusione nel privato occhieggia accanto alla dimensione pubblica dell’establishment raccontato. Di punto in bianco Paolo Mieli e i suoi amici hanno preso a leggere con indulgenza morbosa le pagine del Secolo d’Italia e i libretti dei nuovi Armando Plebe (però cresciuti a destra).
Ne è derivata una consuetudine divertente: non c’è un’occasione in cui la stonatura, il calembour, lo spiazzamento o la fuga dal luogo comune azzardati dal destrista di turno non finiscano per essere ripresi dal primo quotidiano nazionale.
Una ripresa compiaciuta, spesso corredata da infografiche che rappresentano mappe e alberi genealogici, con le foto miniaturizzate dei protagonisti (come dei santini per un gioco di società) e titoli squillanti a segnalare il caso estemporaneo.
L’importante è che non ci annoi andando in profondità.

Gli altri grandi giornali hanno imparato a seguire lo schema. E i finiani, vellicati dall’inattesa attenzione altrui, ne sono diventati l’alimento predestinato.
Come la volta in cui Filippo Rossi (compare di Lanna nella stesura di “Fascisti immaginari”, Vallecchi 2003) scrisse sul Secolo un corsivo titolato: “Blasco uno di noi” (18 maggio 2005) e ne nacque la solita polemica di topografia politico-musicale, generalmente deludentissima per un paesaggio politico che viene sbertucciato puntualmente dall’artista del quale magnifica l’irregolarità per appropriarsene un poco.
Come insegna lo stracorteggiato Franco Battiato, invitato a Catania da Ignazio La Russa affinché si esibisse a corredo di una festa tricolore, e quasi subito disgustato dal sapore strumentale dell’iniziativa.
Circondato da bandiere che non sono mai state le sue, il cantautore siciliano chiuse in fretta e furia il concerto e se ne lamentò pubblicamente, guadagnandosi un cavernoso “ma se ne vadaaaaa” emesso in via definitiva dall’inferocito La Russa.
C’è poi la volta in cui Fini s’inventò la confessione d’una canna giamaicana da lui fumata in un fuligginoso viaggio di pochi anni fa, e il Corriere ci ricamò immediatamente una breve pastorale su An e gli stupefacenti. Mentre sul Secolo fiorì poco dopo un’apologia di Bob Marley –seppure disinteressata, perché scritta dal musicologo Federico Zamboni – che consentì alla Stampa di titolare: “Voilà, e il Secolo mitizza le canne” (2 marzo 2006).
Episodi analoghi sono germogliati intorno al Piper, a Patty Pravo, a Pier Paolo Pasolini e a Dino Buzzati, alle curve degli stadi e a Moana Pozzi, ai cartoni animati e alla satira più o meno pecoreccia, al Bagaglino e alle sottoculture metropolitane.
Con il solito schema: a destra si rivendica una qualche paternità culturale nella zona di frontiera se non nel campo avverso, da sinistra qualcuno la prende sul serio, e l’editoria ne ricava un capitolo gustoso per la rubrica immaginaria “strano ma vero” (intendendo, ma non potendo più scriverlo dopo Fiuggi, “strano ma nero”).
Ovviamente il lato sghembo della faccenda non sta nel mielismo sublimato dalla stampa italica. E’ nel fatto che allo svestimento dell’informazione, a questo infotainment alto basso generalizzato, la destra pensante risponde lasciandosi vestire di mille colori sgargianti, pur di farsi notare.
Come fosse uno strano totem ornato d’un cartellino al collo con su scritto “cultura di destra, purchessia”, un totem con la faccia sempre sogghignante per l’obbligo formale di contraddire il piagnisteo dell’escluso praticato fino all’altroieri, un totem compiaciuto ma incosciente del trucco che gli sta colando lungo la faccia pitturata.
Uno spaventapasseri che finalmente, il 18 marzo 2007, ha trovato la degna colonna sonora del proprio congedo dal senso della misura:
“Bella ciao”, la canzone giusta “per riuscire a emozionarsi senza più rimandi agli stati d’animo che per tanti anni hanno spaccato il paese”.
Ed è verosimile che il giradischi non si fermerà li.

Né mancano le legittimazioni teoriche di questo situazionismo male assimilato.
Lo stesso Mellone ne offre una recente con il suo “Dì qualcosa di destra. Da Caterina va in città a Paolo Di Canio”, Marsilio 2006. Che animale è?
Un animale bizzarro, frutto dell’esigenza di classificare tutto il classificabile che si muove a destra, come un’infografica gigantesca nella quale si succedono i profili degli intellettuali arrabbiati alla Franco Cardini e i fermo immagine cinematografici della rappresentazione popolaresca inflitta da sinistra all’universo postmissino, le suggestioni della solita fantasy tolkieniana e i saluti romani di Paolo Di Canio, l’orrore condiviso per l’estremismo di Oriana Fallaci, le occupazioni dei centri
sociali di destra, l’archeologia filosofica della nuova destra e l’islamismo di Pietrangelo Buttafuoco, il modernismo giornalistico di Aldo Di Lello e il realismo eroico di Ernst Jünger.
Fosse soltanto un immenso spot autopromozionale, e in larga parte lo è, verrebbe rubricato nell’ordine delle debolezze personali d’un cervello ambizioso.
Ma l’obiettivo dichiarato toglie ogni scusante: “Rivelare l’esistenza di una “destra italianissima” radicata nella società, dinamica, creativa, serenamente postideologica, che si muove tra i fenomeni di costume, il dibattito intellettuale, le culture popolari, l’immaginario diffuso”.
La logica che sottende questo libro, diretta e degna filiazione del “Fascisti immaginari” di Lanna e Rossi, è sintetizzabile nello slogan: “Quello è uno dei nostri”.
E’ così che si fa cultura a destra: si pesca un po’ dappertutto, si raccatta quel che si trova e lo si ordina per categorie dello spirito. Occorre dotarsi di presentabilità nel mondo dello spettacolo?

Ecco Mellone: Nella recitazione troneggia la triade Pino Insegno-Luca Barbareschi-Lando Buzzanca: il primo ha partecipato con entusiasmo alle celebrazioni del decennale di Alleanza nazionale, e su uno dei blog del cannocchiale.it l’hanno candidato a sindaco di Roma per il centrodestra nel 2006. Il secondo, socialista non pentito e ammiratore confesso all’Unità di Enrico Berlinguer, convinto che “essere di destra significa anche difendere la libertà nel mondo dello spettacolo”, si è dato alla denuncia della miopia del governo Berlusconi nei confronti della politica culturale e del ritorno della “questione morale” con il film d’accusa “Il trasformista”. Nelle orecchie di qualche maggiorente di Alleanza nazionale rimbomba ancora la sua accusa che la destra in Rai ha pensato solo a piazzare “mignotte”. Il terzo è riuscito nell’intento di farsi coccolare da machisti e gay nella veste di portavoce di una destra libertaria.
Il modello è questo e viene piegato a qualsiasi campo dell’essere, corrisponde all’appropriazione più o meno indebita di un personale variegato che si lascia intruppare dall’esterno, oppure proviene
dalle catacombe nere e finisce invariabilmente per colorare a modo suo la rassegna di una destra nella quale dovrebbe convivere di tutto. Purché sia modernissimo, veloce, al passo coi tempi e
stupefacente allo sguardo di qualche caposervizio interessato all’entomologia neodestrista.
Nasce così una forma bislacca di neodestrismo yeyé. Una quinta dimensione dell’irrealtà in cui uno come Mellone, al contempo, con un braccio dà di gomito all’amico telegiornalista – “Nel 2001 Mauro Mazza, da destra, prende il timone del Tg2, trasformandolo in un sofisticato contenitore informativo che innova sostanzialmente il format telegiornalistico italiano” – mentre con l’altro braccio allarga il sipario della pornografia finalmente pervenuta alla propria coscienza di destra.
Ne è un caso l’attore di film hard Rocco Siffredi. Nel 2005,quando è stata ventilata un’ipotesi di candidatura con la Fiamma tricolore, ha smentito premurandosi però di non negare la sua simpatia per la destra nazionalista.
Protagonista di una pubblicità sui benefici della patatina, gliel’hanno censurata: i libertari e i gaudenti di tutta Italia ne hanno sofferto non poco.
Ecco come si scova un altro “dei nostri” e lo si mette in fila nel battaglione della cultura di destra. Una destra elettrica che mangia slow food perché Carlo Petrini ogni tanto va a cena con Gianni Alemanno e allora:
“L’alleanza, o perlomeno la comunanza di intenti, con una destra che punta sull’idea di una “rivoluzione conservatrice” nell’agricoltura e nella gastronomia fondata sul trinomio gusto qualità identità nazionale appare a molti un fatto naturale”.

Una destra opportunamente femminilizzata – ma senza un grammo di riflessione nella testa – che nel gennaio del 2005 applaude a Lando Buzzanca quando “straccia la divisa da Merlo maschio e diventa il ‘papà ideale’ di un figlio gay”, senza contare che “due mesi dopo, prima della campagna
per le elezioni regionali, su sollecitazione di Daniele Priori, curatore della rubrica “Gaya destra” sull’Indipendente di Giordano Bruno Guerri, il presidente della Regione Lazio, Francesco Storace, si dichiara disponibile a candidare degli omosessuali nella sua lista”.
E ancora: una destra che si commuove però alla morte di don Giussani e Karol Wojtyla e lo fa con gli occhi scaltri di Cardini e Adolfo Morganti, illanguiditi dal “respiro del medioevo dei grandi pellegrinaggi”.
E’ insomma una destra che, in nome della logica secondo la quale, romanamente parlando “a Gianfrà, che te serve?”, si scompone in tante braccia e tante mani quanti sono i santini del momento ai quali rivolgere il proprio contegno predatorio.
Guai all’introspezione e all’autoanalisi, l’essenziale è disporre di materia per compilare la nuova enciclopedia finiana e poi venderla porta a porta, redazione per redazione, casa editrice per casa editrice.
In questo Mellone è davvero onesto, scoperto e scanzonato.
Fino all’intemerata d’aver scritto e di scrivere, insieme con gli amici di bottega, aspettando la ripresina pittoresca sul Corsera.
E’ il Corriere della Sera, trasformato con la nuova fase di direzione di Paolo Mieli in un attentissimo e invero sofisticatissimo sismografo delle tendenze a cavallo tra politica e costume, a stilare una lista delle icone pop, musicali, letterarie o cinematografiche che divengono oggetto di disputa tra destra e sinistra, in un gioco reciproco di scomuniche e rivendicazioni.

In mezzo a tanto divertimento, quando il partito ha bisogno di esibire il risultato della vendemmia intellettuale, i cervelli coscritti producono questo:
Alle celebrazioni per il decennale di Alleanza nazionale nel gennaio 2005, fa discutere un documento, presentato come contributo culturale, in cui si rivendica alla destra un composito pantheon di campioni della “via italiana alla modernità”: il teorico della “rivoluzione liberale” Piero Gobetti e il futurista Filippo Tommaso Marinetti, il compositore Ennio Morricone e il prima fascio e poi comunista Elio Vittorini, lo scrittore delle radici Carlo Sgorlon e il fondatore del movimento Slow Food Carlo Petrini, i cantautori Lucio Battisti e Giorgio Gaber, il fondatore di Comunione e Liberazione Luigi Giussani e l’aristocratico arcitaliano Indro Montanelli.
Ai giorni nostri, parva si licet, Mellone e la squadra del Secolo sono pure riusciti nella difficilissima manovra d’includere nel club uno come Federico Moccia, “Tre metri sopra il cielo”, pur di uscire dalle catacombe e sentirsi consanguinei ai milioni di adolescenti che, beati loro, hanno un idolo cui votarsi senza la preoccupazione di dover equipaggiare l’intelligenza di Gianfranco Fini.
Ma anche questa operazione di microchirurgia intellettuale è fallita, come ha rilevato da una posizione liberalnazionale Riccardo Paradisi (L’Indipendente, 15 maggio 2007).
Furono giorni di attività diplomatica intensa quelli di Angelo Mellone alla vigilia della festa dei giovani di An. Convincere Federico Moccia a partecipare al dibattito su “Tre metri sopra il cielo” sembrava faccenda decisiva al colto talent scout delle destre ignare di esserlo.
Milioni di copie vendute, un film cult, l’onda lunga della polemica: con le censure della sinistra su quelle vite di pariolini solo griffe e motori, sul vitalismo spiccio di Step e della sua Babi […] Moccia, a lungo incerto, sciolse l’indugio e alla fine si decise: “Vabbè, Angelo, ce vengo”. E andò. Ma il dibattito non ferveva. A sentirlo parlare di Step, superuomo di massa postmoderno, i giovani aennini erano accorsi pochi e quei pochi erano pure distratti. Mellone – raccontano le cronache – ci rimase male: “Ma come”, si sfogava, “uno fa tanto per l’egemonia sul mondo giovanile ed ecco la risposta”. Bon gré mal gré però l’operazione era riuscita: ora anche An aveva il suo Baricco. Solo che l’artista è mobile. In tempi postmoderni poi [… ] “Io di destra? Ma no”, diceva ieri Moccia al Corriere, “A me piace Veltroni, uno pragmatico”. La destra minimizza, “Questioni di opportunismo”, come dire: l’ideologia mocciana resta di destra. Il fatto è che Moccia è solo l’ultimo dei coscritti che smentisce […] La destra – chissà perché – è come uno strano Re Mida: quello che tocca si sposta a sinistra

E’ così che si presentano oggi gli ex fascisti un tempo toccati dalle suggestioni nordiche di Adriano Romualdi, dallo stoicismo romano di Julius Evola, dal combattentismo atemporale di Enzo Erra, dal realismo eroico e maledetto degli scantinati missini. Oggi sono postfascisti immaginari, Lanna ha insegnato loro che Moana Pozzi citava a memoria frasi scolpite nel marmo ed erroneamente attribuite a Evola: “Vivi come se dovessi morire subito, pensa come se non dovessi morire mai”. Sono i postfascisti immaginari per i quali padre Pio era un camerata non meno di Goldrake e Capitan Harlock, mentre il bello della destra sta nella riscoperta di Asterix e di John Fante.
Liberi finalmente delle antiche vampe nere che venivano dal cuore missino e si ritorcevano nella rabbia di chi perdette la Seconda guerra pur essendosene salvato per ragioni di anagrafe, i finiani si affacciano alla ricerca d’una identità vittoriosa, si disciolgono nella dimensione liquida dell’avanspettacolo culturale, recitano a soggetto in attesa del ricambio generazionale. Consapevoli che una quota minima di notorietà è destinata a cadere perfino nell’orto della destra. Perché oggi si può Farefuturo pure essendosi detti neofascisti per trent’anni. E siccome sempre di teatro si tratta: volendosi svendere, un tempo costoro avrebbero almeno potuto mettere in scena una coreografia parodistica dei cabaret di Weimar, fra nazi-scollature alla Leni Riefenstahl e stivali lucidi marcianti, piume di struzzo viscontiane e saluti teutonici alle religioni di stato novecentesche. Oppure avrebbero cantato sul palco “Il domani appartiene a noi”, abbigliati come gli elfi tolkieniani della “Compagnia dell’anello”, mefistofelicamente abbinati dal clericale Morganti alle insegne con il cuore sormontato dalla croce: un po’ naturisti un po’ salesiani, i sandali ai piedi, la bisaccia con dentro “I proscritti di Von Salomon” e via tutti in libera uscita per cercare qualche contraffazione francese del sacro Graal. Adesso le cose sono cambiate, la grisaglia del buon governo ha richiesto una excusatio complessiva rispetto al passato. E di questo passato è diventato strategico il recupero parziale, il ripescaggio carnascialesco che dà l’illusione di poter non rinnegare Mishima affiancandogli Willy Coyote come “archetipo dello spirito creativo” (sempre Lanna e Rossi), il miraggio di poter apparecchiare un grande martedì grasso culturale attraverso il vagabondaggio fumettistico e disincantato.
Oggi la cultura giovanile di destra recita così, si è abbandonata alla calligrafia momentanea concessa di volta in volta dai grandi quotidiani furbi e compiacenti, vive di provvisorietà onnicomprensive. E così gli intellettuali di buono o cattivo conio destrista si mescolano nelle fondazioni e nei convegni come tante farfalline di porcellana piantate dentro un carillon muto. Sbattono sbattono sbattono contro l’ostacolo sonoro senza produrre nulla.
Ovvero, immalinconiscono come Marcello Veneziani, che tanto s’era speso per Fini ai tempi in cui dirigeva L’Italia settimanale. Costretto dalla propria frustrata vicenda umana a ritrarsi nel racconto delle malattie personali, Veneziani cerca a volte di colpire Fini dalla postazione che gli offre Vittorio Feltri su Libero. Di regola lo fa in nome della sua vecchia mentalità delnociana, un cattoconservatorismo appassito.
Ma poi risulta sempre più autentico quando si affida all’inconcludenza, quando narra di sé (sempre sia “libero”) e dei libri che gli ha bruciato la moglie tradita, del randagismo patologico che gli impedisce di dormire per più d’una notte nello stesso posto, della pena morale che gli procura la visione degli “Sconfitti” (è anche il titolo d’un suo libro) di tutte le epoche e civiltà.
Veneziani è salito nel cielo della Rai sollevato dai venti finiani e poteva essere il cicisbeo più ascoltato da Gianfranco Fini.
Invece s’è rivelato l’anti Farefuturo par excellence.
Negli anni Novanta ha creato L’Italia settimanale e Lo Stato, le uniche due riviste settimanali di destra dopo la chiusura de Lo specchio (1975), e non si può dire che fossero esperimenti infecondi. Ha scritto dei libri sulla cultura di destra, ma è finito sul “Sentiero del viandante” alla deriva (è il titolo d’un altro suo lavoro, letterario), lì dove gli restano in bocca solo il vezzo del calembour e il fiele dell’incompreso.
Epperò, se il punto d’arrivo è un nomadismo con gli occhi gonfi di sonno e di promesse scrostate, il senso del ridicolo lo accomunerà prima o poi alla nuova genia dei futurologi finiani.
Quando anche loro s’accorgeranno d’aver ballato in tondo seguendo uno spartito scritto sopra il dorso ricurvo dell’intelligenza incatenata all’ambizione politica del giorno per giorno..

Alessandro Giuli su www.ilfoglio.it del 6 settembre 2007 pg. 1

saluti