Roma. Da giorni il tema più appassionante del dibattito politico – o almeno quello che più appassiona i giornali – riguarda la natura dei rapporti tra Walter Veltroni e Romano Prodi: l’attuale presidente del Consiglio e il suo già designato successore.
Successore e forse anche sfidante, come Gianfranco Pasquino lo ha definito lunedì scorso sull’Unità.
Convinto che lo scontro tra futuro segretario e attuale presidente sia “in re ipsa”.
E questo perché – spiega il professore – in fondo è “una storia tipicamente democristiana: il segretario comincia sempre dicendo di volere aiutare il presidente e finisce sempre per cercare di prenderne il posto”.
Non è detto però che sia così facile.
E nemmeno conveniente, viste le alte probabilità che una crisi di governo porti alle elezioni, e visti i sondaggi non certo incoraggianti per l’Unione.
“Veltroni si trova dinanzi un bel dilemma – dice Angelo Panebianco – perché da un lato non vuole vedere la propria popolarità sparire sotto le macerie dell’esecutivo, mentre dall’altra sa che non può smarcarsi troppo”, perché la caduta di Prodi lascerebbe a lui l’onere dell’iniziativa.
Quasi certamente il voto del 14 ottobre lo incoronerà trionfalmente leader del Partito democratico, ma a quel punto non potrà restare più di tanto a bagnomaria, e dovrà scegliere.
“Avrà diverse opzioni – prosegue l’editorialista del Corriere della Sera – nessuna delle quali entusiasmante”.
Un aiuto, però, potrebbe venirgli dal referendum. Soprattutto se dalle trattative uscirà un sistema che permetta al nuovo candidato premier di liberarsi di Rifondazione comunista.
“In questa direzione vanno le mosse di Rutelli e mi pare che a questa prospettiva Veltroni non abbia certo chiuso la porta”.
Il cambio di alleanze, d’altronde, è forse la sua unica chance di “presentarsi come il candidato di una reale discontinuità, separando le sue sorti da quelle del governo Prodi”.
C’è però anche un’altra ipotesi che Panebianco considera plausibile. Soprattutto a giudicare dalle ultime tensioni tra Veltroni e l’esecutivo. Tensioni che nascono da quelli che i suoi avversari interni (e non solo loro) hanno definito discorsi da candidato premier, dalla “tolleranza zero” all’abbassamento delle tasse qui e ora, che in effetti non sembrano gli argomenti di chi pensi solo a raccogliere il consenso del cosiddetto popolo delle primarie.
Dunque è possibile che Veltroni punti a elezioni anticipate, “anche per non restare a lungo esposto su due fronti, come candidato del Pd, dunque corresponsabile dell’azione di governo, e come sindaco di Roma”.
Per lui, in fin dei conti, potrebbe essere meglio una sconfitta oggi (con la possibilità di attribuirne ad altri la responsabilità), che una disfatta domani (quando quella possibilità non ci sarà più).
Una tesi che però non convince affatto Gianpaolo Pansa.
“Escludo che Veltroni voglia fare la guerra a Prodi – dice l’editorialista dell’Espresso – ed escludo anche che Prodi voglia fare la guerra a Veltroni”.
Il sindaco, secondo Pansa, ha tutto l’interesse a presentarsi come “il grande pacificatore”, mentre le mille schegge di un’eventuale esplosione del governo finirebbero per colpire anche lui.
“Quanto a Prodi, che è il più furbo di tutti e che credo durerà più di quanto ci aspettiamo, sa che qualsiasi movimento può essergli fatale”, dunque resterà immobile. Mentre Veltroni, una volta eletto, avrà “il problema gigantesco di costruire tutta la baracca del Pd, che dopo il 14 ottobre avrà solo un leader. E siccome non è uno sciocco, è giovane e guarda lontano, sa che se vuole correre sul serio prima deve costruirsi l’automobile”.
Il problema dell’automobile (o della baracca) è però ben lontano dall’essere risolto. E anche dall’essere affrontato, secondo Pasquino.
“Veltroni dovrebbe dirci quanto conteranno gli iscritti e quanto le correnti, se vuole un partito di massa o un partito leggero, dovrebbe fare cioè il segretario, che però è proprio quello che non sa fare, come testimonia il risultato dei Ds nel 2001. E così preferisce stendere il suo programma di governo sui giornali, a puntate, che se poi la campagna elettorale dura fino al 14 ottobre, rischia di superare anche le 280 pagine di quello di Prodi”.
Un pericolo di cui “riterremo eventualmente corresponsabili – conclude – Ezio Mauro, Paolo Mieli, Giulio Anselmi e tutti i direttori che continueranno a pubblicarlo”.
Da www.ilfoglio.it del 5 settembre 2007 pg 1/3
saluti




Rispondi Citando