Nonostante non influenzi più nessuno, i politici fanno a gara per apparire sulla Tv di Stato. Ed intanto il deficit sembra più grande degli 80 milioni di euro di cui si parlava nel mese di luglio
di Gianluca Marchi
La Rai è l'ombelico del mondo? A guardare i giornali di ieri, si dovrebbe rispondere senza alcun dubbio che sì, l'azienda televisiva pubblica è il perno intorno al quale ruota la politica italiana. Non ci può essere altra considerazione, se è bastato l'avvicendamento di un consigliere di amministrazione per monopolizzare l'attenzione dei media e per scatenare l'iradiddio di reazioni politiche.
Ma ha ancora un senso tutto ciò? Qui la risposta si fa più complicata, perché dentro ci sta una vecchia abitudine della politica italiana, cioè quella di considerare la Rai come la cartina di tornasole delle proprie future evoluzioni, ma anche una sorta di arretratezza culturale della politica stessa che, nella sua stragrande maggioranza, ritiene fondamentale controllare il Cavallo morente per poter orientare politicamente una parte consistente dell'opinione pubblica. Ora, è vero che la Rai rimane la più grande azienda culturale del Paese, ma è anche vero che sul fronte mediatico sono in corso tali e tante evoluzioni alle quali la politica italiana sembra refrattaria. O comunque non sembra credere. Ad esempio uno come Beppe Grillo – che possano piacere o meno i suoi contenuti, che possa essere condivisibile o meno il suo qualunquismo distribuito a piene mani – è riuscito a mobilitare 300mila persone con il Vday semplicemente attraverso la rete e i blog.
E la politica che fa? In alcuni casi si preoccupa, in altri condanna, in altri ancora minimizza, ma non sa usare gli stessi strumenti, pensa semplicemente che sia sufficiente uno spezzone di intervista a qualche telegiornale nazionale o una comparsata alle solite trite e ritrite trasmissioni televisive per interdire l'operazione grillesca. E sbaglia, perché è ancora al vecchio, e non solo per il fatto che il pubblico della famigerata Rai sta sempre più invecchiando dal punto di vista anagrafico. Certo, una possibile obiezione potrebbe ad esempio essere questa: una giornalista come Lilly Gruber ha preso un milione di voti come candidata dei Ds al Parlamento Europeo solo perché appariva tutte le sere in televisione. Vero, la popolarità di un personaggio è lanciata e sostenuta quasi esclusivamente dal mezzo televisivo, soprattutto in un Paese come il nostro, ma ciò riguarda i personaggi, non l'idea e la proposta politica. Esempio contrapposto: la Lega Nord si è imposta a valanga nel Nord Italia quando viveva in una sorta di ostracismo da parte dei mezzi di comunicazione, ma volava sulle ali di una idea per certi versi rivoluzionaria. Quando invece il partito di Bossi è entrato nei meccanismi classici del potere e ha persino messo le mani su una delle reti televisive pubbliche, ciò non si è affatto tradotto in un aumento del consenso elettorale, anzi. Come dire che non c'è un rapporto direttamente proporzionale tra il grado di controllo dei media e il successo di una proposta politica.
I politici italiani – che sono tendenzialmente miopi e quindi pensano essenzialmente a se stessi e ai loro amici più che all'idea da veicolare – ritengono fondamentale poter controllare la tv pubblica per poter apparire, presenziare sempre e di più, anche se l'argomento in discussione è il famigerato caso di Cogne. La logica è: occupare il potere, in questo caso dell'azienda di Stato dove poter piazzare i propri uomini, ed essere così forti politicamente da apparire il più possibile. Dove? Innanzitutto nelle trasmissioni di cosiddetto approfondimento, che poi non approfondiscono quasi nulla, trasformandosi spesso in una parata simil-accozzaglia. In prima pagina pubblichiamo un grafico che riassume gli ascolti medi delle trasmissioni delle tre reti pubbliche: Porta a Porta, Annozero e Ballarò. Come si vede è solo una frazione, anche minima, del pubblico votante e per di più nel corso degli ultimi anni gli esperti ci hanno ripetutamente spiegato che le rispettive platee sono fatte da un pubblico in gran parte già convinto della propria scelta politica ed elettorale. Quindi, Vespa, Santoro e Floris attraverso i loro programmi non possono spostare masse di elettori, ma solo fasce marginali.
Eppure i politici fanno a cazzotti per apparire – e in onda a volte fanno quasi letteralmente a cazzotti – e per consolidare il proprio potere, per sentirsi sempre più forti: occupare per esserci. In questo senso la televisione pubblica è sempre stata una prateria immensa e ancora così viene considerata: territori da conquistare, e chissenefrega se i conti non tornano mai, tanto pagano i cittadini (a proposito, si vocifera che i conti Rai stiano sprofondando ben oltre gli 80 milioni di rosso ipotizzati prima dell'estate). In questa pratica il centrosinistra, va detto, è sempre stato più bravo del centrodestra, che quando ha avuto il potere in viale Mazzini non è stato capace di crearsi neppure una trasmissione “vicina” degna di questo nome. Sarà perché nell'era del duopolio, con la Mediaset berlusconiana sul fronte opposto, il centrosinistra ha affilato meglio le armi per conquistare più prati sul lato pubblico, sarà che gli eredi di Dc e Pci sono sempre stati allenati a occupare e spartirsi il potere, sta di fatto che la Rai continua a essere appunto l'ombelico del mondo politico italico. Con il rischio che la politica, che fin qui ha vissuto di e intorno al duopolio, finisca per morire proprio di duopolio.
http://www.opinione.it/pages.php?dir...t=5850&aa=2007




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