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Discussione: Paolo VI

  1. #41
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    Citazione Originariamente Scritto da er uagh Visualizza Messaggio
    Fu un grande Papa: basta pensare il fatto che quando Giovanni XXIII convocò il Concilio Vaticano II non immaginava sarebbe durato quanto è durato, e di conseguenza Paolo VI si ritrovò subito un compito immenso, che seppe svolgere adattando la nuova Chiesa in chiave mondiale e più vicina ai fedeli: non è un caso che il Papa in questione porti il nome dell'"Apostolo delle Genti".
    in più se il concilio si concluse positivamente, il merito fu soprattutto da ascrivere all'intelligenza e alla capacita di papa paolo... un grande papa, ingiustamente cancellato dalla memoria collettiva. la sua visione della Chiesa va riscoperta e riproposta. non tutti purtroppo hanno saputo riconoscere la grandezza della sua eredità. spero solo che benedetto XVI non dimentichi di essere uno dei cardinali di paolo VI.

  2. #42
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    Citazione Originariamente Scritto da Serendipity Visualizza Messaggio
    Questo è il bassorilievo di Paolo VI (1963-1978) scolpito sulla "Porta del Bene" della Basilica di San Pietro in Vaticano. Come si può ben vedere, il Papa mostra, sui suoi paramenti liturgici, lo stemma massonico della stella a cinque punte.




    Come si può spiegare che un Papa (Paolo VI) si sia fatto scolpire su quella porta di bronzo con, sul dorso della mano, quel simbolo massonico, pur sapendo che sarebbe rimasta lì a testimoniarlo nel corso dei secoli come un "Papa massone"?
    Non si può dire che l'opera fosse stata eseguita senza il suo volere e senza la sua approvazione, poiché fu proprio lui a benedirla nel giorno del suo ottantesimo compleanno, come fu anche pubblicato, poi, su un inserto speciale de "L'Osservatorio Romano", e proprio con quel satanico stemma massonico sulla mano, quasi a firma – e non generica – del suo pontificato!

    Questa affermazione è inquietante, poiché questa firma della stella a cinque punte, scolpita sul dorso della mano di Paolo VI, è forse l’atto più sconcertante e temerario di una tremenda realtà che, durante tutto il suo pontificato, è continuata ad affiorare, fino a formare un mosaico che mette a nudo l’incredibile e inqualificabile atteggiamento di Paolo VI nei confronti della Massoneria.

    E questo lo fece dopo 250 anni di rinnovate scomuniche, ammonimenti, sanzioni, dopo circa 200 documenti del Magistero della Chiesa contro la Massoneria, dopo 16 encicliche e più di 590 condanne contro questa setta, bollata come "regno di Satana" da Leone XIII nella sua enciclica del 1884 "Humanum genus".
    Subito dopo la pubblicazione di questa enciclica, l’alto iniziato Tommaso Ventura, dopo aver riconosciuta l’Humanun genus come "il più celebre solenne documento antimassonico", scrisse: "Il Papa Leone XIII vide molto giusto; comprese che cosa fosse la Massoneria; ne svelò la fisionomia precisa; ne denudò le aspirazioni in termini inequivocabili".

    Ora, la Chiesa non ebbe mai incertezze né dubbi nella sua lotta contro la Massoneria; fu solo con l’avvento di Paolo VI che il "nuovo atteggiamento" capovolse la precedente posizione del Magistero della Chiesa, adottando posizioni "ecumeniche" e "liberali" nei confronti della Massoneria fino ad "auspicare la pace tra le due istituzioni".


    Per gettare un po’ di luce su questo strano aspetto della personalità di Paolo VI, elenchiamo alcuni dei tanti altri "fatti" e "detti" che lo riguardano ad hoc:

    1) In una rivista massonica si legge: "il Gran Maestro Gamberini, il giorno stesso dell’annuncio a pontefice di Montini, disse: "Questo è l’uomo che fa per noi!".

    2) Il necrologio che l’ex Gran Maestro di Palazzo Giustiniani, Giordano Gamberini, ha fatto di Paolo VI su "La Rivista Massonica": "Per noi è la morte di chi ha fatto cadere la condanna di Clemente XII e dei suoi successori. Ossia, è la prima volta – nella storia della Massoneria moderna – che muore il Capo della più grande religione occidentale non in stato di ostilità coi massoni". E conclude: "per la prima volta, nella storia, i Massoni possono rendere omaggio al tumulo di un Papa, senza ambiguità né contraddizione".

    3) In una lettera privata, scritta da un massone, amico del noto scrittore francese Lion de Poncis, esperto in questioni massoniche, si legge questa frase: "…Con Pio X e Pio XII, noi framassoni potemmo ben poco, ma, “avec Paul VI, nous avons vencu"... (“con Paolo VI, noi abbiamo vinto”).

    4) Sotto il suo pontificato sono state introdotte, in Italia, le "leggi massoniche", quali: il divorzio, l’aborto, la separazione tra Chiesa e Stato… E vi fu un profondo inserimento della Massoneria anche nelle strutture ecclesiastiche ordinarie.

    5) Il 13 novembre 1964 Paolo VI depose la tiara sull’altare, rinunciandovi definitivamente. Un gesto, questo, che fu l’obiettivo della Rivoluzione Francese. Il massone Albert Pike scrisse: "Gli ispiratori, i filosofi e i capi storici della Rivoluzione Francese avevano giurato di rovesciare la corona e la tiara sulla tomba di Jacques de Molay".

    6) Durante il suo viaggio in Terra Santa, nel 1964, sul monte degli Ulivi, a Gerusalemme, Paolo VI abbracciò il Patriarca ortodosso Athenagoras I, massone del 33° grado. Poi, alla vigilia della chiusura del Vaticano II, tutti e due si tolsero le rispettive scomuniche lanciate nel 1054.

    7) Questa sua coincidenza di vedute con "piano massonico" la si può trovare anche nell’identità dei suoi programmi con i piani massonici dell’ONU e dell’UNESCO. Si legga, ad esempio, la sua enciclica "Populorum progressio", in cui Paolo VI parla di una "banca mondiale", dietro la quale c’è un "Governo mondiale", che regnerebbe grazie a una "religione sintetica e universale".



    Da notare che, dopo le segnalazioni e le proteste di molti, la stella massonica è stata raschiata via dalla mano di Paolo VI, ed ora, su quel bassorilievo, al posto della stella a cinque punte si vede solamente il liscio lucido del bronzo.
    le sciocchezze che scrivi sono il risultato di propaganda costruita appositamente da un piccolissimo gruppo di eretici scismatici, doverosamente espulsi dalla Chiesa da parte di papa Paolo. Una sottile e dotta vendetta, purtroppo per loro non fondata storicamente e proprio per questo ridicola. Studia la storia dalle fonti anzichè leggere scritti di propaganda.

  3. #43
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    Citazione Originariamente Scritto da UgoDePayens Visualizza Messaggio
    Il "polacco" merita molto più rispetto, secondo me. Senza di lui probabilmente oggi l'Europa dell'Est sarebbe ancora un cumulo di macerie, e la Polonia una terra di schiavi infelici.
    basta con l'assurda storia che il comunismo è caduto grazie a giovanni paolo II! almeno quando ripetete una sciocchezza, riflettete un pò! così magari la prossima eleggiamo un papa cinese e così il comunismo cade pure lì. incredibile il livello di ignoranza e superficialità generalizzato! parliamo piuttosto dell'oscurantismo e del conservatorismo come tratti caratterizzanti del pontificato di GP II. la storia si fa con i fatti, non con le chiacchiere!

  4. #44
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    Citazione Originariamente Scritto da Abaelardus Visualizza Messaggio
    le sciocchezze che scrivi sono il risultato di propaganda costruita appositamente da un piccolissimo gruppo di eretici scismatici, doverosamente espulsi dalla Chiesa da parte di papa Paolo. Una sottile e dotta vendetta, purtroppo per loro non fondata storicamente e proprio per questo ridicola. Studia la storia dalle fonti anzichè leggere scritti di propaganda.
    E tu fornisci fonti e prove invece di fare il saputello.

  5. #45
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    Citazione Originariamente Scritto da Serendipity Visualizza Messaggio
    E tu fornisci fonti e prove invece di fare il saputello.
    più che altro mi limito a smontare le tue (e ti dirò che non ci vuole molto, perchè è evidente l'intento propagandistico).

  6. #46
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    Citazione Originariamente Scritto da Serendipity Visualizza Messaggio
    Feccia sarà la Chiesa così come l'ha ridotta il polacco...
    appunto, ma non addossare le colpe a questo papa che ha attraversato il cambiamento violento della società (tra cui il 68 ed il 77) che nonostante l'ostilità del mondo di quell epoca, è riuscito a salvare la fede bimillenaria nella chiesa, su giovanni paolo II sono d'accordo con te.

  7. #47
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    Da www.santiebeati.it



    Servo di Dio Paolo VI (Giovanni Battista Montini) Papa
    .
    Concesio, Brescia, 26 settembre 1897 - Castelgandolfo, 6 agosto 1978 (Papa dal 30/06/1963 al 06/08/1978).
    Nato a Concesio, in provincia di Brescia, eletto Papa dichiarò immediatamente di voler portare avanti il concilio interrotto per la morte di Giovanni XXIII, di continuare la riforma del codice di Diritto Canonico e proseguire il cammino ecumenico. Portato a termine il Concilio, cominciò a mettere in opera le deliberazioni conciliari con grande coraggio, in mezzo a ostacoli di ogni segno: opposizioni reazionarie o sovversive. Importante e profonda la sua azione ecumenica, con proficui scambi e incontri con la Chiesa Anglicana e la Chiesa ortodossa: storico il suo incontro con il patriarca di Costantinopoli, Athenagoras. Inaugurò l'era dei grandi viaggi apostolici recandosi, nel 1964, a Gerusalemme, e in seguito in molte altre parti del mondo. Numerose le sue encicliche ed esortazioni apostoliche: "Ecclesiam suam", "Populorum progressio", "Evangelii nuntiandi", "Humanae vitae", "Communio et progressio", "Marialis cultus", "Gaudete in Domino". L'ultimo periodo della sua vita fu rattristato profondamente dal rapimento e dall'uccisione del suo amico fraterno Aldo Moro. Morì nella residenza di Castelgandolfo.
    Quando fu eletto papa, il cardinale Giovan Battista Montini, ebbe a dire profeticamente: “Forse il Signore mi ha chiamato a questo servizio non già perché io vi abbia qualche attitudine, ma perché io soffra qualche cosa per la Chiesa”. La sua acuta intelligenza gli fece intuire realisticamente, sin dal primo momento, il lato più pesante di una missione densa di incognite e di tribolazioni, che cadeva improvvisamente sulle sue spalle e che avrebbe messo a dura prova il suo carattere ed anche il suo fisico.

    La famiglia, la gracile salute, il carattere
    Il futuro papa, Giovan Battista Montini nacque a Concesio (Brescia) il 26 settembre 1897 e alla nascita era talmente gracile e debole, che i medici che assistettero al parto, sentenziarono: “Durerà soltanto fino a domani”. I genitori Giorgio Montini e Giuditta Alghisi, possedevano la villa di campagna a Concesio, dove avvenne il parto e dove trascorrevano l’estate, secondo l’usanza delle famiglie borghesi e benestanti di Brescia e dell’epoca.
    Il bambino si riprese, ma crescerà stentatamente e malaticcio; come carattere prese soprattutto dalla madre, nobildonna delicata e gentile, piena d’amore per la sua famiglia, ma non espansiva, di poche carezze che manifestassero esteriormente questo affetto.
    Il padre Giorgio era impegnato attivamente a rompere l’isolamento, in cui vennero a trovarsi i cattolici, dopo la proclamazione di Roma a capitale d’Italia; giovane avvocato era fautore di idee e lotte stimolanti contro l’anticlericalismo imperante; nel 1881 fu chiamato a dirigere il quotidiano cattolico “Il Cittadino di Brescia”, che guidò fino al 1912.
    La passione per la stampa, le polemiche roventi ma sempre civili del padre, si trasmetteranno presto al figlio Giovan Battista, che dimostrò sempre una predilezione per lo scrivere, che faceva intravedere una futura carriera di scrittore o critico letterario. Crebbe all’ombra e sotto la guida del padre, che in quegli anni fu un gran suscitatore di iniziative cattoliche, come le “Leghe bianche” nelle campagne bresciane, l’Unione del Lavoro; il pensionato scolastico; fondatore di una Casa Editrice “La Scuola”; impegnato in cariche pubbliche; dirigente, per incarico del papa Benedetto XV di una Sezione dell’Azione Cattolica; deputato per tre legislature.
    La casa dei Montini per anni vedrà la presenza di don Luigi Sturzo e Romolo Murri che insieme a Giorgio Montini saranno i fondatori del Partito Popolare Italiano, di estrazione cattolica, dal quale nel 1943 nascerà la Democrazia Cristiana; il giovane Giovan Battista assisteva alle discussioni e assimilava i concetti che poi elaborava nel suo studio; fra i frequentanti della casa c’era anche Alcide De Gasperi.
    Bisogna dire che il futuro papa, ebbe sempre un carattere severo e malinconico, in contrasto al clima gioioso e di concordia della sua famiglia, allietata da tre figli Ludovico, Giovan Battista e Francesco e da tanti parenti della patriarcale famiglia, agiata e senza ristrettezze economiche.
    Eppure su quest’adolescenza privilegiata del giovane Battista c’era come un incubo, la sua gracilità fisica; aveva febbre improvvisa che lo abbattevano, fu dato ad allevare per 14 mesi ad una coppia di contadini, ma il suo ritorno a Brescia continuò ad impensierire i medici per il suo sviluppo; certamente è da rintracciare in quel periodo infantile, caratterizzato da debolezza, i motivi della leggera nevrosi che impregnerà il suo temperamento nell’età adulta, con timidezza, ipersensibilità, una certa insicurezza e molte altre angosce che non riuscì mai a nascondere.

    Gioventù, studi, sacerdozio
    Alternò brevi periodi di studio negli Istituti dei Gesuiti, sempre interrotti per motivi di salute e proseguiti privatamente, ciò gli impedì di avere quei contatti così necessari con altri compagni di scuola. Ciò nonostante tentò di arruolarsi nella Prima Guerra Mondiale, ma naturalmente fu scartato, probabilmente fu una fiammata d’amor di Patria e idealistica, comune ai giovani dell’epoca.
    Amante della velocità, la cui paura aveva vinto a forza di volontà; in una discesa folle sulla bici, accusò un malore che verrà diagnosticato come uno scompenso cardiaco, che se pur scomparendo nel tempo, gli vieterà comunque quei giochi che richiedevano qualche sforzo; tutto ciò aumentò la sua timidezza e il suo distacco, che nelle foto dell’epoca lo fanno apparire come invecchiato precocemente, pallido, magro, solo gli occhi brillano per una continua attenzione.
    La vocazione al sacerdozio non fu folgorante, ma graduale, frequentando sacerdoti e respirando il clima religioso della sua famiglia. Ebbe come padre spirituale l’oratoriano padre Giulio Bevilacqua, con il quale instaurò un’amicizia profonda; da papa vorrà dimostrargli la sua gratitudine, creando il vecchio parroco bresciano, cardinale, nonostante il suo meravigliato rifiuto.
    Frequentando da esterno il Seminario bresciano, sempre per i noti motivi di salute, con l’aggiunta di un lungo esaurimento nervoso; giunse ad essere ordinato sacerdote il 29 maggio 1920, dal vescovo di Brescia Gaggia. Certamente in questo cammino agevolato verso il sacerdozio, che a rigor di logica per la sua salute non avrebbe potuto raggiungere, ebbe un particolare riguardo essendo il figlio dell’impegnatissimo in campo cattolico avvocato Montini; e il vescovo decise per lui una destinazione per Roma; prima si laureò in cinque mesi, a Milano in Diritto Canonico, poi nell’autunno del 1920, il giovane sacerdote arrivò a Roma, alloggiando al Collegio Lombardo e si mise subito all’opera iscrivendosi alla ‘Gregoriana’ per la Teologia e contemporaneamente all’Università Statale, alla Facoltà di Lettere.

    Nella Curia Romana, carriera, Assistente FUCI romana e Nazionale, formatore di futuri politici
    Venne segnalato da un’influente deputato bresciano, che lo conosceva da ragazzo, al cardinale Segretario di Stato Gasparri e così Montini dopo poche settimane entrò nell’Accademia dei nobili ecclesiastici, passaggio necessario per tutti i diplomatici della Chiesa, dove s’impara la difficile arte di trattare con i potenti e curando i rapporti internazionali.
    Nella Curia romana si distinse per la sua attenzione, la rapidità nell’apprendere lingue straniere e tecniche di governo, studiosissimo, attirò l’attenzione di mons. Pizzardo, incaricato per gli Affari Straordinari della Segreteria di Stato e quindi dopo un anno, divenne ‘minutante’ nell’importante ufficio posto al vertice della politica vaticana.
    E nel giugno 1921 con pochi effetti personali e tanti libri si trasferì in Vaticano, a 24 anni, da dove uscirà trent’anni dopo, si laureò in Teologia, conseguì il Diploma dell’Accademia per la diplomazia, ma dovette lasciare la Statale e il suo desiderio di laurearsi in Lettere.
    Fu chiamato il “pretino che non prende mai le ferie”, lavoratore instancabile, la sua scrivania era sempre piena di pratiche da sbrigare; ebbe come compagni, futuri monsignori, vescovi, cardinali, come Ottaviani, Tardini, Spellmann, Maglione, Tedeschini, ecc. Morto papa Benedetto XV nel 1922, salì al trono pontificio l’arcivescovo di Milano Achille Ratti, che prese il nome di Pio XI; sotto il suo pontificato cominciò l’ascesa nella Curia di Montini, che si fermerà solo al vertice.
    Il cardinale Gasparri, suo superiore e protettore lo inviò per tre mesi a Parigi per approfondire gli studi, poi per quattro mesi alla segreteria del Nunzio di Polonia a Varsavia, ma il freddo del Nord lo fece ammalare sempre di più, quindi ritornò a Roma. Per il suo desiderio di un’esperienza pastorale, così necessaria per un prete, gli fu affidato il compito di Assistente spirituale del Circolo Universitario Cattolico di Roma.
    Trascorsero così due anni di apostolato gioioso, oltre il suo lavoro in Curia; gli studenti lo chiamarono “don Gibiemme” e gli davano del tu, si può dire che scoperse la sua gioventù, con scampagnate ai castelli romani, l’organizzazione di giochi e corsi didattici, provocando le uniche risate spontanee della sua vita; in seguito al massimo sorriderà con un dolce, consenziente, a volte mesto sorriso, ma mai allegro.
    Nel settembre del 1925, nel pieno del clamore della ‘Marcia su Roma’ fascista, papa Pio XI gli diede l’incarico di Assistente Nazionale della FUCI (Giovani universitari cattolici), carica che tenne dal 1926 al 1933, periodo difficile per la propensione del fascismo ad avere il controllo della gioventù, specie quella universitaria, tramite il GUF (gioventù universitari fascisti); in questo periodo egli lavora per raccogliere le migliori intelligenze cattoliche che escono dalle Università, per indicare le future mete politiche e sociali, fra loro vi furono Aldo Moro, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti, Paolo Emilio Taviani, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Guido Carli.

    Monsignore, collaboratore del Segretario di Stato, ‘Sostituto Affari Ordinari’
    Intanto nella Curia continuava a salire di grado; nel 1934 era monsignore, quando morì il card. Gasparri, subentrandogli il romano cardinale Eugenio Pacelli e il nuovo Segretario di Stato nel riorganizzare i suoi collaboratori, chiamò Montini, che aveva già notato per le sue specifiche doti.
    Li dividevano 20 anni di età, ma erano tanto affini, in pratica due aristocratici, la loro carriera nella Chiesa si era svolta tutta al di fuori della cura d’anime; entrambi dotati di suggestione mistica e dello stato di angoscia che prende le anime raffinate, quando devono decidere. Lasciata con rammarico la FUCI, Montini si dedicò con la dovuta passione ad essere collaboratore stretto del card. Pacelli e nel 1937 ad appena 40 anni, venne nominato “sostituto degli Affari Ordinari”, terzo gradino della gerarchia vaticana.
    Nel contempo all’altro ufficio di “sostituto degli Affari Straordinari” venne chiamato il suo ex compagno ‘minutante’ Domenico Tardini; i due collaboratori di Pacelli si stimeranno sempre, ma non si ameranno mai; tanto erano diversi nel carattere; tradizionalista ed esuberante Tardini; aperto alle novità, ma prudente Montini.
    La Curia per i 18 anni che vide il binomio Tardini – Montini, si divise in due fazioni che per molti divennero dei ‘conservatori’ e dei ‘progressisti’. Montini diventò l’ombra del cardinale Segretario di Stato, custode dei suoi segreti diplomatici ne curò la corrispondenza.

    Braccio destro di papa Pio XII
    Nel 1939 papa Pio XI morì quasi improvvisamente e Pacelli venne eletto papa con il nome di Pio XII, i due ‘sostituti’ rimasero al loro posto e il cardinale Luigi Maglione venne nominato Segretario di Stato, ma quando questi nel 1944 morì, papa Pacelli decise di non sostituirlo, lasciando la carica vacante; così i due ‘Sostituti’ divennero i numeri due della gerarchia vaticana.
    Il pontificato di Pio XII, vide il grande sconvolgimento della Seconda Guerra Mondiale, che lo rese drammatico ed angosciante nel suo ministero pontificale; la Storia chiarirà in seguito la sua segreta opera di mediazione fra le parti, la salvezza di Roma, gli aiuti nascosti per ebrei e rifugiati politici, la Pontificia Opera di Assistenza, la rinascita politica, culturale, ed economica dell’Italia sconfitta e devastata.
    E al suo fianco, discreto ma attivo, sempre nell’ombra, il suo Sostituto Montini che a suo nome agiva in tutti i campi, dall’organizzazione dei soccorsi nel neutrale Vaticano, all’opera diplomatica fra i contendenti, per colmo cattolici da ambo le parti.
    Allo sfacelo della Seconda Guerra Mondiale, fece seguito la divisione del mondo in due blocchi: Occidente ed Oriente, democrazia e comunismo, Stati Uniti e Unione Sovietica, con in mezzo la vecchia e disastrata Europa; che si tramutò ben presto in una lotta fra il cristianesimo e l’ateismo; in Italia si visse con lo slogan “O Roma, o Mosca”.
    Il Sostituto Montini, moderato per natura, fu in contrasto con il Presidente dell’Azione Cattolica Luigi Gedda, che ligio alle disposizioni di Pio XII di cui era diventato il pupillo, cercò di organizzare i giovani d’A.C. in forma estremistica e di lotta aperta al comunismo; ormai in Vaticano egli era “Montini il progressista”.
    Con 16 ore di lavoro al giorno organizzò l’Anno Santo del 1950; fondò le ACLI e la Pontificia Opera di Assistenza. Fu il braccio destro del papa, ricevé ogni tipo di personalità; era primo ministro e insieme ministro degli esteri, eppure Pio XII non lo elevò dal semplice grado gerarchico di monsignore; rimase pur essendo il numero due del Vaticano, un uomo modesto, sobrio, viveva in un semplice appartamento.
    Nel Concistoro del 1953, il primo dopo molti anni, i nomi di Montini e Tardini non comparvero, pur essendo i più qualificati alla promozione cardinalizia e rimasero monsignori. La lotta fra ‘conservatori’ e ‘progressisti’ aveva avuto i suoi effetti; ma Montini impose il suo appoggio a De Gasperi nelle elezioni amministrative del 1952, il quale era allora inviso al Vaticano; i conservatori della Curia e lo stesso Pio XII, non perdonarono la sua scelta e il 3 novembre 1953 Montini fu allontanato, perché di questo si trattò, promovendolo nel contempo arcivescovo di Milano.

    Arcivescovo di Milano
    La consacrazione a vescovo fu celebrata dal decano dei Cardinali Tisserant, il papa ammalato, fece sentire la sua voce con un collegamento radiofonico nella Basilica di S. Pietro, che benediceva il “diletto figlio”, che era stato suo diretto collaboratore per tanti anni.
    Il nuovo arcivescovo partì da Roma il 6 gennaio 1954 dopo 30 anni, per intraprendere nella grande diocesi ambrosiana, la sua nuova esperienza pastorale, qualità che mancava alla sua formazione di alto uomo di Chiesa, quindi anche se fu considerato da molti un esilio, alla fine fu un disegno della Provvidenza Divina.
    Nella diocesi di S. Ambrogio, Montini trovò una situazione socio-politica in piena evoluzione, si era nel periodo della ricostruzione civile e industriale post-bellica e ogni giorno arrivavano treni carichi di immigrati dal Sud. L’angoscia di vedere una società che convulsamente, era tutta impegnata alla costruzione di un mondo profano e materiale, lo sconvolse al punto di essere tentato di abbandonare tutto.
    Ma nel discorso d’insediamento, presenti tutte le componenti della società milanese, egli si dichiarò il pastore alla ricerca delle pecore smarrite, deludendo chi si aspettava di sentire il politico raffinato qual’era. In poco tempo riformò tutta la diocesi con piglio e metodi manageriali, ristrutturò il palazzo arcivescovile in abbandono; il suo attivismo attirò l’attenzione di tutto il mondo cattolico, che vide Milano come contraltare della Santa Sede.
    In breve lasciò le vecchie abitudini della Curia romana, per assumere il ritmo di lavoro ed efficienza dei milanesi; girò da una fabbrica all’altra incontro al mondo del lavoro; convinse l’alta finanza della città a sostenere la costruzione di nuove chiese. Restò a Milano per otto anni e fino alla morte di Pio XII avvenuta il 9 ottobre 1958 a Castelgandolfo, rimase arcivescovo senza ricevere la dignità cardinalizia, com’era privilegio della diocesi di Milano.

    Cardinale con Giovanni XXIII, diventa papa Paolo VI, il suo tormentato pontificato
    Nel Conclave che seguì si avvertì l’ombra del grande assente, venne eletto papa Giovanni XXIII, l’anziano Angelo Roncalli, patriarca di Venezia, il quale come suo primo scritto inviò una lettera all’arcivescovo di Milano per comunicargli la sua intenzione di nominarlo cardinale. In altre occasioni Giovanni XXIII disse: “Quel nostro caro figlio che sta a Milano, noi siamo qui a tenergli il posto” e lo mandò in giro per il mondo a rappresentarlo, gli fece conoscere ed approfondire non solo il mondo cristiano ma anche quello di altre religioni; proprio come un tirocinio per ogni futuro papa.
    E così dopo il breve pontificato di papa Giovanni, il papa che aveva indetto il Concilio Ecumenico Vaticano II, alla sua morte avvenuta fra il compianto generale il 3 giugno 1963, nel successivo conclave il 21 giugno 1963, veniva eletto 265° successore di S. Pietro, Giovan Battista Montini, il gracile pretino di Brescia, con il nome di Paolo VI, aveva 66 anni.
    Un compito pesantissimo per chiunque dopo il rivoluzionario pontificato di papa Giovanni, che aveva scosso dalle fondamenta la Chiesa, e che aveva cercato ciò che ci unisce, non ciò che ci divide. Toccò a lui di continuare il Concilio e portarlo a termine, ma il compito più immane fu quello di promulgare e attuare i decreti rivoluzionari per la Chiesa, che ne scaturirono, anche se per alcuni il suo pensiero capovolse alcuni dettati conciliari, come quello sul celibato dei preti.
    Scrisse encicliche basilari per la dottrina della Chiesa, come l’”Ecclesiam suam”, la “Misterium fidei”, la “Populorum progressio”, l’”Humanae vitae”, quest’ultima sul controllo delle nascite e sulla ‘paternità responsabile’, che tante polemiche suscitò e che costrinse per la prima volta un papa a difendersi pubblicamente.
    Dopo secoli fu il primo papa ad uscire dall’Italia e ad usare l’aereo; come prima tappa dei suoi futuri viaggi apostolici si recò in Palestina il 4 gennaio 1964, suscitando un delirio di entusiasmo nelle strette vie di Gerusalemme, rischiando di rimanere soffocato dalla folla. Incontrò il patriarca ortodosso Atenagora, dopo 14 secoli un papa e un patriarca si incontravano dopo lo scisma; nel 1967 andò ad Istanbul andando così incontro umilmente alla Chiesa d’Oriente.
    Abolì stemmi, baldacchini, la tiara pontificia, i flabelli bizantini delle fastose cerimonie pontificie, la sedia gestatoria, le guardie nobili, i cortei di armigeri, il trono fu sostituito da una poltrona, la Guardia Palatina; con suo decreto stabilì che i cardinali dopo gli 80 anni non potevano entrare in conclave; fece costruire la grandiosa aula delle udienze, che oggi porta il suo nome.
    Rimodernò uffici e strutture del Vaticano, il modo di vestire, l’uso della lingua inglese al posto della latina; vennero introdotti computers e telescriventi collegati con tutto il mondo. Riformò le cariche e i dicasteri della Curia, ridimensionò il Sant’Uffizio; invece dei soliti romani, chiamò da tutto il mondo uomini nuovi internazionalizzando il Vaticano; furono inserite le prime segretarie.
    Dovette affrontare e contestare le novità del ‘Nuovo Catechismo olandese’, la disubbidienza dilagante di fedeli e sacerdoti, cosa che l’angustiava oltremodo; il dissenso di vescovi e conferenze episcopali, la contestazione anche violenta come a Cagliari.
    Andò in India, all’ONU, a Fatima in Portogallo, in Colombia, a Ginevra, in Uganda, nelle Filippine, dove scampò ad un attentato, nelle Isole Samoa, l’Australia, l’Indonesia, Hong Kong e naturalmente in tante città italiane e parrocchie romane.
    Combatté contro il divorzio che veniva introdotto in Italia, più lacerante fu la lotta contro l’aborto, ambedue perse con suo grande dolore. Gli ultimi anni oltre la decadenza fisica, con l’artrosi che l’affliggeva, una operazione chirurgica alla prostata, furono amareggiati dalla ribellione del vescovo tradizionalista francese Marcel Léfèbvre, che suscitò quasi uno scisma e poi il dolore della morte del suo antico amico Aldo Moro, ucciso in pieno periodo di terrorismo, dalle Brigate Rosse nel maggio 1978, nonostante il suo toccante appello a rilasciarlo vivo.
    Pochi mesi prima della sua morte, avvenuta a Castelgandolfo il 6 agosto 1978, aveva scritto una intensa preghiera per il funerale dell’on. Moro, che aveva personalmente officiato in Laterano e che presagiva la fine del suo pontificato, durato 15 intensi e tormentati anni e della sua vita durata 81 anni, nonostante che sarebbe dovuto morire il giorno dopo la nascita: “Fa o Dio, Padre di misericordia, che non sia interrotta la comunione che, pur nelle tenebre della morte, ancora intercede tra i defunti da questa esistenza temporale e noi tuttora viventi in questa giornata di un sole che inesorabilmente tramonta…”.

  8. #48
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    Citazione Originariamente Scritto da MaxRed Visualizza Messaggio
    C'è da dire che nessuno dei papi recenti ha vissuto momenti storici più difficili di quelli di Paolo VI, nessuno ha dovuto fare i conti con i cambiamenti della società come lui...
    condivido.
    Comunque almeno votò Monarchia nel 1946,come tutti gli allora futuri papi di nazionalità italiana.
    NOI SIAMO LA VERA ITALIA !
    RICOSTRUIAMO LA NOSTRA PATRIA !

  9. #49
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    Citazione Originariamente Scritto da Franzele Visualizza Messaggio
    A questo mondo è stato scritto tutto e il contrario di tutto.
    Non mi avete ancora convinto.
    Non mi interessa convincerti, i fatti parlando da soli.
    E' lo stesso Licio Gelli, in quel libro di cui ho riportato il titolo, a dire che fra l'entourage di papa Paolo VI e la P2 vi erano buoni rapporti. Inoltre, quando morì Paolo VI fu la prima volta nella storia che i massoni resero omaggio ad un papa.

    "Col tempo instaurai molti contatti in ambiente vaticano. Tanto che, una volta entrato in massoneria, mi sarei occupato delle trattative per l'abolizione della scomunica ai massoni.[...]"
    così Licio Gelli risponde ad una domanda postagli da Sandro Neri relativamente ai suoi rapporti col Vaticano durante il pontificato di Paolo VI.
    Ho tralasciato il resto della risposta, dove semplicemente Gelli parla del suo incontro con il Papa, che chiese a Gelli come avrebbe potuto contattarlo in futuro.

    Non è un caso che Paolo VI tolse la scomunica ai massoni, pur lasciando il divieto ai sacerdoti di iscriversi alle logge.

  10. #50
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    Citazione Originariamente Scritto da Giò91 Visualizza Messaggio
    Non mi interessa convincerti, i fatti parlando da soli.
    E' lo stesso Licio Gelli, in quel libro di cui ho riportato il titolo, a dire che fra l'entourage di papa Paolo VI e la P2 vi erano buoni rapporti. Inoltre, quando morì Paolo VI fu la prima volta nella storia che i massoni resero omaggio ad un papa.

    "Col tempo instaurai molti contatti in ambiente vaticano. Tanto che, una volta entrato in massoneria, mi sarei occupato delle trattative per l'abolizione della scomunica ai massoni.[...]"
    così Licio Gelli risponde ad una domanda postagli da Sandro Neri relativamente ai suoi rapporti col Vaticano durante il pontificato di Paolo VI.
    Ho tralasciato il resto della risposta, dove semplicemente Gelli parla del suo incontro con il Papa, che chiese a Gelli come avrebbe potuto contattarlo in futuro.

    Non è un caso che Paolo VI tolse la scomunica ai massoni, pur lasciando il divieto ai sacerdoti di iscriversi alle logge.
    Su "Cattolici romani" avevo che la scomunica è ancora in vigore

 

 
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