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Discussione: Paolo VI

  1. #51
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    http://www.genitoricattolici.org/chi...assoneria.html
    CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE
    DICHIARAZIONE SULLA MASSONERIA


    È stato chiesto se sia mutato il giudizio del Chiesa nei confronti della massoneria per il fatto che nel nuovo Codice di Diritto Canonico essa non viene espressamente menzionata come nel Codice anteriore.

    Questa Congregazione è in grado di rispondere che tale circostanza è dovuta a un criterio redazionale seguito anche per altre associazioni ugualmente non menzionate in quanto comprese in categorie più ampie.

    Rimane pertanto immutato il giudizio negativo della Chiesa nei riguardi delle associazioni massoniche, poiché i loro principi sono stati sempre considerati inconciliabili con la dottrina della Chiesa e perciò l’iscrizione a esse rimane proibita. I fedeli che appartengono alle associazioni massoniche sono in stato di peccato grave e non possono accedere alla Santa Comunione.

    Non compete alle autorità ecclesiastiche locali di pronunciarsi sulla natura delle associazioni massoniche con un giudizio che implichi deroga a quanto sopra stabilito, e ciò in linea con la Dichiarazione di questa S. Congregazione del 17 febbraio 1981 (Cf. AAS 73, 1981, p. 240-241).

    Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, nel corso dell’Udienza concessa al sottoscritto Cardinale Prefetto, ha approvato la presente Dichiarazione, decisa nella riunione ordinaria di questa S. Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

    Roma, dalla Sede della S. Congregazione per la Dottrina della Fede, il 26 novembre 1983.

    Joseph Card. RATZINGER
    Prefetto

    + Fr. Jérôme Hamer, O.P.
    Arcivescovo tit. di Lorium
    Segretario

    http://www.vatican.va/roman_curia/co...asonic_it.html

  2. #52
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    Da “L’Italia dei due Giovanni” di Indro Montanelli-Mario Cervi, 1987 Rizzoli.




    Paolo VI affrontò la sua missione di Papa, che sarebbe durata quindici travagliati anni, sentendo gravare su di sé il peso del passato e il peso del futuro. Del passato, perché riceveva in eredità da Pio XII e da Giovanni XXIII due modi diversi di essere Papa e d’essere credente. Ha osservato Francesco d’Andrea: “Se (Montini) avesse seguito, senza intermediari, Pacelli, ne sarebbe stato con ogni probabilità la copia conforme, forse anche superandolo. Dopo Giovanni XXIII si è trovato a competere con un modello che non avrebbe potuto essergli più estraneo e lontano e che, per altro, lo ha sempre affascinato profondamente. Non aver saputo resistere a questa magnifica invidia gli ha certo nuociuto… Si è detto che in lui sono state costrette a coesistere due anime, quella progressista giovannea, quella integralista pacelliana. Due anime che hanno lottato a lungo nel suo intimo, senza mai separarsi completamente”. Dal punto di vista comportamentale, non riusciva ad essere né solennemente ieratico come Pio XII, né affabile e popolare come Giovanni XXIII. “Gesti – citiamo ancora d’Andrea – come quello di presentarsi quand’era ancora Arcivescovo della città, al vecchio velodromo Vigorelli di Milano con un berretto da ciclista, o l’altro nell’udienza ai pellirosse in Vaticano in cui si lasciò fotografare con un copricapo da capo indiano, parlano piuttosto di un bisogno di simpatia ricercato con slancio ed inettitudine addirittura patetici.”
    Questo Papa istintivamente schivo, amante delle letture, dello studio, del raccoglimento, scelse di viaggiare come nessun altro aveva fatto prima di lui. Questo grande borghese si accanì contro la pompa vaticana, sopprimendo la guardia nobile e la guardia palatina, i camerieri segreti di cappa e spada, i sediari e così via: unica eccezione la guardia svizzera. Questo progressista disse no alla pillola, all’abolizione del celibato obbligatorio per i preti, al divorzio, all’aborto. Questo Pontefice cauto decretò tuttavia la fine della messa in latino e l’introduzione del nuovo messale nelle lingue nazionali. Con lui i cardinali e vescovi ebbero un limite di età, dopo il quale andavano in pensione. Gli strascichi dei cardinali furono ridotti da sette a tre metri, e poi aboliti. Ma ancora con lui il dogma dell’Infallibilità Papale fu difeso, e preservato.
    Ebbe, all’inizio del suo pontificato, un impegno che lo assorbì: la conclusione del Concilio. Della seconda fase dell’assemblea – che ne generò poi una terza – riassunse così gli scopi, il 29 settembre 1963: il chiarimento dottrinale e il rinnovamento interiore della Chiesa, la ricomposizione dell’unità dei cristiani, il dialogo con il mondo contemporaneo. Per i “fratelli separati”, presenti al Concilio come osservatori, fu largo di aperture. “Se alcuna colpa fosse a noi imputata per tale separazione – disse – noi ne chiediamo umilmente perdono e domandiamo venia altresì ai fratelli che si sentissero offesi. E siamo pronti, per quanto ci riguarda, a condonare le offese, di cui la Chiesa cattolica è stata oggetto, e a dimenticare il dolore che le è stato recato nella lunga serie di dissensi e separazioni.” Un atto di contrizione con sfumature da atto d’accusa.
    Paolo VI seguì e orientò i lavori del Concilio Vaticano II con maggior assiduità di Giovanni XXIII, che pur ne era stato il promotore: forse perché, meno fiducioso e meno sereno di Papa Roncalli, discerneva le crepe che quell’alto dibattito aveva aperto nelle monolitiche certezze della fede.
    Il Concilio si chiuse alla fine del 1965, e il 7 dicembre nelle cattedrali di San Pietro a Roma e del Fanàr a Costantinopoli Paolo VI e il Patriarca ortodosso Atenagora I lessero simultaneamente una dichiarazione comune con la quale erano revocate le reciproche scomuniche tra cristiani d’Oriente e d’Occidente: così sanandosi, o almeno rimarginandosi, una ferita aperta novecento anni prima. La Chiesa volle solennemente rappacificarsi anche con il popolo ebraico, e cancellare l’accusa di deicidio con cui era stato bollato. Il documento che sancì questa storica svolta ebbe un iter tormentato, e passò attraverso sette diverse redazioni. I padri conciliari (e il Vaticano) subivano le pressioni dei governi arabi, che vedevano in questa assoluzione un implicito appoggio a Israele, e temevano rappresaglie islamiche contro le comunità cattoliche in Medio Oriente. Per di più una minoranza di partecipanti al Concilio insisteva sulla validità dell’antica maledizione contro il popolo di Giacobbe.
    La stesura finale fu meno esplicita e calorosa di quanto molti avessero auspicato. Basta, per rendersene conto, mettere a confronto il testo originario del cardinale Bea: “Benché una gran parte del popolo eletto rimanga ancora lontana da Cristo, ingiustamente verrebbe chiamato popolo maledetto perché rimane a Dio carissimo a motivo dei Padri e per i doni ad esso largiti; ingiustamente anche verrebbe chiamato deicida perché con la sua passione e morte il Signore lavò i peccati di tutti gli uomini, causa della passione e morte di Gesù Cristo. La morte di Cristo tuttavia non fu voluta da tutto il popolo di allora, e molto meno da quello di oggi”. Ecco invece il testo approvato: “Se autorità ebraiche con i loro seguaci si sono adoperate per la morte di Cristo, tuttavia quanto è stato commesso durante la Passione non può essere imputato indistintamente a tutti gli ebrei allora viventi né agli ebrei del nostro tempo… Se è vero che la Chiesa è il nuovo popolo di Dio, gli ebrei tuttavia non devono essere presentati come rigettati da Dio né come maledetti”. Come si noterà mancava il deicidio, con la sua ripulsa. Vi furono, per questa significativa omissione, proteste: ma Bea difese l’operato del Concilio. La sostanza, spiegò, era rimasta immutata.
    Queste luci e ombre dei sedici documenti conciliari, queste audacie e queste irresolutezze, erano il prodotto delle lotte di fazione che nel Concilio s’erano scatenate. Ma erano anche lo specchio della personale tormentata indecisione di Papa Montini.

  3. #53
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    Da “L’Italia degli anni di fango” di I.Montanelli-M.Cervi, 1993, 1995 R.C.S. Libri & Grandi Opere S.p.A., Milano

    La sera del 6 agosto 1978, una domenica, Paolo VI spirava a Castel Gandolfo, la residenza estiva dei Pontefici.



    Aveva così lasciato la scena terrena un grande protagonista: grande, anche nella sua complessità e problematicità. Un Amleto della Chiesa, penetrante ed esitante, intellettualmente aristocratico e smanioso di popolarità, molto attento alle vicende italiane, ma risoluto ad accrescere la sensibilità e presenza internazionale della Santa Sede. Fu il primo pontefice assiduamente volante e itinerante.



    Fu un uomo dilaniato dai dubbi e profondamente colpito dalle tragedie e dalle dissidenze che punteggiarono il suo papato. Ultima, fra le tragedie, la strage di via Fani, e poi l’assassinio di Aldo Moro, un politico che gli era particolarmente vicino. I dilemmi che dovette affrontare furono resi più assillanti dalla composita eredità che Paolo VI sentiva incombere su di sé: quella dell’autoritario, ieratico, regale Pio XII e quella del pastorale e innovatore Giovanni XXIII.



    Poiché era intelligente, colto, fine, è probabile abbia avvertito acutamente quella che gli sembrava una duplice insufficienza: e che era in realtà un’attitudine alla mediazione ragionevole. Attitudine maturata e perfezionata nei lunghi anni alla Segreteria di Stato.
    Nel diluvio di commenti e celebrazioni che seguì la sua scomparsa, affiorò con chiarezza quest’impressione di sofferta ambiguità, che in altra chiave poteva essere letta come alto senso dei limiti imposti anche al successore di Pietro. Valga per tutti l’interpretazione data, a cadavere ancora caldo, da Sergio Quinzio. “Il suo (di Paolo VI – N.d.A.) pontificato può essere interpretato come la sostanziale continuazione della linea giovannea. Molti fatti giustificano questa interpretazione, che trova conferma del resto nelle giovanili predilezioni di Montini per Maritain e la “nuova teologia”… Ma un’altra possibile immagine è quella che indica piuttosto un ritorno verso la Chiesa di Pio XII: ne tracciano i contorni documenti come la Sacerdotalis Coelibatus (riaffermante l’obbligo di castità per i preti – N.d.A.), il Credo del popolo di Dio e la Humanae vitae – che ha ribadito la condanna della contraccezione suscitando perplessità in una parte non trascurabile dell’episcopato mondiale – nonché i ripetuti richiami all’esistenza del diavolo come persona. Si tenta di superare il contrasto disegnando una terza immagine, quella di un Papa di centro, equidistante, emblematicamente espresso dalla contemporanea promozione delle cause di beatificazione di entrambi i suoi predecessori.” Con queste premesse Quinzio sembrava voler negare la medianità compromissoria della via montiniana. Ma verso la conclusione dell’articolo, attribuendo al pontificato di Paolo VI i caratteri dell’ottimismo e del progressismo, la confermava: “Il presupposto, appunto ottimista e progressista, è che si possa conciliare tra loro la Chiesa di Papa Pacelli e la Chiesa di Papa Roncalli”.
    Questo Papa prudente, addirittura conservatore quando si trattava dei Principi di fede, ebbe per altri aspetti ardimenti rivoluzionari. Sostituì la Messa in latino con quella in volgare, e introdusse un nuovo messale in luogo di quello “tridentino”. Suscitando così lo “scisma” del vescovo francese Lefebvre “disubbidiente – questa la sua tesi – per fedeltà alla vera Chiesa”. Lefebvre fu sospeso a divinis, mai però scomunicato. Vi fu chi rimproverò a Paolo VI un’eccessiva indulgenza: che non fu tuttavia a senso unico. Allo stesso modo egli si comportò verso i ribelli di sinistra, i “cristiani per il socialismo” o i sacerdoti alla dom Franzoni. Profonde furono le riforme che egli attuò nelle strutture della Santa Sede: ne internazionalizzò la burocrazia – ponendo un freno al monopolio italiano -, cambiò nome al Sant’Uffizio ribattezzandolo Congregazione per la Dottrina della Fede, abolì i corpi armati pontifici (…) e concluse il Concilio Vaticano II.
    Un bilancio “modernizzatore” di tutto rispetto. Al quale va associata in campo internazionale la Ostpolitik, che indusse il Papa a dialogare con i regimi comunisti. Molte critiche gli furono mosse, per queste aperture, dai dissidenti che nei Paesi schiacciati dal tallone di Mosca lottavano, rischiavano, e pagavano duramente. La Ostpolitik parve a molti, allora, illuminata e saggia: essendo impensabile un crollo del comunismo, tanto valeva cercare di convivere con esso, e di ammorbidirlo. Era una visione pessimistica, parallela a quella che, tra i politici italiani, aveva Aldo Moro. Sappiamo che i fatti l’hanno poi clamorosamente smentita.
    Nessun cedimento, invece, per quanto riguardava i pilastri dogmatici. Giovanni Battista Montini combatté queste battaglie con risolutezza, forse con la consapevolezza che erano battaglie di retroguardia, non accettate – almeno non accettate con un consenso maggioritario – da una società in rapida evoluzione. Forse s’illuse che la Chiesa – e la DC – potessero vincere nel referendum sul divorzio: che segnò invece la loro disfatta. Non s’illuse più per l’aborto. Ma non ebbe esitazioni. Per la Chiesa le verità assolute sono indiscutibili, non modificabili da maggioranze per quanto ampie possano essere. La verità è la verità.


  4. #54
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  5. #55
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    bravo frescobaldi, tieni viva la memoria di paolo VI

  6. #56
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    Citazione Originariamente Scritto da Alexeievic Visualizza Messaggio
    Quoto senza commentare... non vorrei infierire..
    ti sono vicino...soffro anche io per l'umanità quando leggo cose come quelle del collega che hai quotato

  7. #57
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    Citazione Originariamente Scritto da Serendipity Visualizza Messaggio
    I massoni hanno sempre lavorato per distruggere la Chiesa e sono stati sempre condannati dalla Chiesa stessa.


    Non diciamo asurdità alla Dan Brown per favore.

  8. #58
    Monarchico da sempre !
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    Citazione Originariamente Scritto da MaxRed Visualizza Messaggio
    C'è da dire che nessuno dei papi recenti ha vissuto momenti storici più difficili di quelli di Paolo VI, nessuno ha dovuto fare i conti con i cambiamenti della società come lui...

    Quoto Max Red... contestualizzando, un grande grandissimo Pontefice !

  9. #59
    Io sto con il Papa
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    Citazione Originariamente Scritto da Serendipity Visualizza Messaggio
    Tutto sommato è un giudizio... I massoni hanno sempre lavorato per distruggere la Chiesa e sono stati sempre condannati dalla Chiesa stessa. Tutte le azioni di Paolo VI hanno seguito il filo conduttore del distacco totale dalla tradizione bimillenaria della Chiesa di Cristo.
    Paolo VI non solo ha reso la Messa protestante, ma ha interrotto il plurisecolare magistero dei Papi.
    Non insegnò nulla, non ordinò nessuno, non consacrò nulla.
    Non lo conosci proprio Paolo VI! Non era affatto massone, anzi...E' stao uno dei più grasadi Papi, per la sua purezza di dottrina...ha scritto delle pagine memorabile nella storia della Chiesa, sempre nella nillemnaria tradizione cattolica...

  10. #60
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    Citazione Originariamente Scritto da Sturmtruppen Visualizza Messaggio
    bravo frescobaldi, tieni viva la memoria di paolo VI




 

 
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