Stato di emergenza
di Francesca Marino
Il secondo colpo di Stato di Musharraf in Pakistan. Lo scontro tra il presidente-generale e la magistratura. Le diverse chiavi di lettura. La visita del generale americano Fallon e il doppio volto della posizione Usa. Le sconfitte dell'esercito regolare nella guerra "al terrorismo". La debolezza del presidente.
“Non posso permettere a questo paese di suicidarsi”: così il generale Musharraf ha giustificato nel suo discorso alla nazione quello che la stampa pakistana ha definito il suo ‘secondo colpo di Stato’.
Il primo, e molti lo hanno dimenticato facendosi fuorviare dalla facciata di ‘dittatore illuminato’ tenuta dal generale in tutti questi anni, è datato 1999: quando Musharraf, con l’appoggio dell’esercito, imprigionò l’allora premier Nawaz Sharif (democraticamente eletto) prendendo il potere “per il bene del Pakistan”. Copione che si è puntualmente ripetuto nei giorni scorsi: la polizia ha circondato le sedi della Corte suprema, della televisione e della radio di stato. Le televisioni private sono state oscurate e le linee dei telefoni cellulari tagliate nelle maggiori città. Le vie di accesso alle maggiori sedi istituzionali sono state bloccate.
Alla dichiarazione è seguita immediatamente un’ondata di arresti: più di cinquecento tra oppositori politici, attivisti, avvocati e giudici non disposti a sostenere il governo sono agli arresti domiciliari o in prigione, anche se il leader dell’opposizione Imran Khan, famoso ex-campione di cricket, è riuscito a scappare dopo qualche ora.
La novità vera, rispetto al 1999, è lo scontro in atto tra il presidente-generale e la magistratura. La Corte Suprema ha definito “nulla e illegale” la proclamazione dello stato di emergenza. Sessanta dei novantasette giudici che compongono la Corte si sono rifiutati di prestare giuramento in base alle nuove norme. Otto giudici, tra cui il giudice Iftikhar Chaudry, sono di fatto agli arresti per essersi rifiutati di ratificare l’emergenza. Chaudry, capo della sezione che avrebbe dovuto effettuare la ratifica, è stato prontamente ‘dimesso’ e dopo poche ore è stato nominato al suo posto Abdul Dogar, uno dei fedelissimi di Musharraf.
Il braccio di ferro tra il presidente e i magistrati va avanti ormai da mesi. Da marzo, per essere precisi. Da quando, cioè, Musharraf aveva rimosso Chaudry dal suo incarico e lo aveva arrestato con accuse di corruzione e peculato. Le immagini di Chaudry - un eroe dei media per le sue battaglie a favore dei diritti umani - che lasciava il palazzo di Giustizia scortato dalla polizia avevano fatto il giro del paese. E scatenato una violentissima ondata di proteste culminate nel massacro di Karachi in maggio: trenta morti secondo le fonti ufficiali, e un numero imprecisato di feriti.
Il giudice era stato reintegrato a furor di popolo, e le proteste erano più o meno cessate. Non così le istanze, da parte della società civile e della magistratura stessa, di democrazia e libertà nel paese. Le peripezie di Musharraf erano poi proseguite al momento delle discusse (e discutibili) elezioni presidenziali.
Il presidente e i suoi fedelissimi avevano operato sostanziali (e illegali) cambiamenti all’ordinamento elettorale perché fosse consentito a Musharraf di candidarsi alle elezioni. Elezioni che si sono regolarmente svolte nonostante molti parlamentari si fossero dimessi per protesta, e che il presidente ha stravinto. Sul risultato pendeva però, e pende tuttora, l’incognita del pronunciamento della Corte Suprema sull’ammissibilità della candidatura di Musharraf. Il risultato era atteso da un giorno all’altro.
La dichiarazione di emergenza è stata quindi letta in questa chiave, come ultima ratio di un presidente ormai alle corde spaventato dal possibile annullamento della sua vittoria elettorale. E’ ovviamente una buona chiave di lettura, ma non è l’unica. Specialmente se si parte dal presupposto che Musharraf, per conservare il potere e, soprattutto, per conservarsi in vita, non aveva alcuna intenzione di abdicare dal suo doppio (e incostituzionale) ruolo di capo dell’esercito e presidente. Sono in molti a credere che tutti gli avvenimenti degli ultimi mesi, inclusi i clamorosi autogol in politica interna (primo fra tutti l’affare Lal Masjid) siano stati in qualche modo orchestrati dal governo.
Una sorta di strategia della tensione, tesa a creare un clima di ingovernabilità e di incertezza nel paese tale da giustificare il ricorso all’emergenza e, quindi, la sospensione di ogni tentativo di riportare in Pakistan almeno l’apparenza della democrazia. E da accreditare ancora una volta, agli occhi dell’opinione pubblica interna ma soprattutto del resto del mondo, l’immagine di Musharraf come salvatore della patria e unico baluardo contro il dilagare dell’estremismo islamico e del terrorismo internazionale.
Il gioco, a quanto pare, è riuscito magnificamente. Soprattutto se si prende in esame una circostanza abbastanza singolare: l’emergenza è stata dichiarata subito dopo una serie di colloqui tra il generale Musharraf e il generale americano William J. Fallon, che si trovava in Pakistan per discutere la guerra al terrorismo. Gli Stati Uniti sono evidentemente preoccupati per la mancanza di democrazia in Pakistan, ma sono molto più preoccupati per la guerra al terrorismo che segna ormai da tempo, per usare un eufemismo, una battuta d’arresto.
Sembra piuttosto chiaro che Musharraf, vista la serie di attentati compiuti negli ultimi mesi in territorio pakistano dagli integralisti, deve aver avuto gioco abbastanza facile nel convincere Washington, ancora una volta, dell’assoluta necessità di un uomo forte al governo. E, soprattutto, di un uomo fedele alla causa. Lo spettro della bomba atomica in mano agli integralisti islamici funziona, ormai da anni, a meraviglia. Così, mentre Fallon si trovava ancora nel paese, Musharraf è ricorso all’unica carta che gli consentiva di rafforzare il suo traballante potere: l’emergenza. Certo, Condoleeza Rice ha rilasciato dichiarazioni molto dure, Washington ha dichiarato che “dovrà ripensare” gli aiuti economici garantiti al Pakistan e che Musharraf “dovrebbe fare ciò che ha promesso e dimettersi da generale”. Ma nessuno, neanche per un momento, ha pensato di tagliare gli aiuti militari a Islamabad. Anzi.
L’emergenza è stata dipinta da Musharraf come “provvedimento a breve termine” necessario a “rimuovere ogni ostacolo alla guerra al terrorismo combattuta dagli Stati Uniti” e a fare piazza pulita degli integralisti pakistani. Il premier Shaukat Aziz ha dichiarato che il governo è ancora intenzionato a permettere lo svolgimento di elezioni democratiche, ma che “ci sarà probabilmente un ritardo” di un anno circa nel loro svolgimento. E che lo scopo di Musharraf, il dittatore più democratico della storia, rimane quello di traghettare il Pakistan verso la democrazia. Come se il Pakistan, prima del suo colpo di Stato, non fosse almeno formalmente un paese democratico.
Nei prossimi mesi, quindi, c’è da aspettarsi un intensificarsi dei combattimenti nella North-West Frontier Province (Nwfp) e in Waziristan. E, in particolare, di raid aerei indiscriminati sulle zone in questione. Islamabad ha avuto dagli Stati Uniti, e ancora ne riceverà, un certo numero di bombe ‘intelligenti’, di missili e di sofisticatissimi equipaggiamenti di controllo a distanza da adoperare nella guerra al terrorismo. Visti i precedenti, è più probabile che la campagna contro gli estremisti nelle zone di frontiera si risolva nell’ennesimo genocidio. E che abbia risvolti inquietanti.
Secondo fonti vicine all’intelligence, difatti, gli scontri tra l’esercito pakistano e gli estremisti islamici si risolvono ormai da tempo in vere e proprie disfatte per le truppe regolari. E non pochi soldati, stanchi di essere adoperati come carne da macello per combattere i propri concittadini, e come bersagli privilegiati per gli attentatori, cominciano a disertare. Si parla di centosessanta diserzioni nel giro di cinque giorni, per esempio.
La perdita di controllo sull’esercito -e un probabile effetto valanga delle proteste di giudici e avvocati- potrebbe avere conseguenze inaspettate e difficilmente prevedibili. Soprattutto se si tiene conto delle strane voci circolate, e prontamente smentite, nelle ultime ore secondo le quali Musharraf sarebbe stato di fatto agli arresti domiciliari. A opera di chi e per quale motivo non è stato reso noto, e la voce si è rivelata infondata. La dice lunga, però, su un paio di cose: sull’estrema instabilità del paese, e sulla debolezza del presidente. Che rimarrà in carica, dicono in molti, soltanto fino a quando tornerà utile ai servizi segreti. Secondo gli analisti, tutto può succedere nelle prossime ore. Ma una cosa è certa: l’attuale situazione pakistana è frutto in gran parte delle miopi politiche estere dell’Occidente e soprattutto della politica del ‘male minore’ testardamente perseguita.
http://limes.espresso.repubblica.it/...ergenza/?p=319
Prevedibilmente ancora strategia della tensione....Pianificata a dovere con gli Usa.Il timore maggiore è quello cinese a mio avviso oltre alla polveriera fondamentalista...




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