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Discussione: Pakistan

  1. #1
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    Predefinito Pakistan

    Pakistan,generale Musharraf pronto a diventare presidente civile
    lunedì, 17 settembre 2007 12.01
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    di Zeeshan Haider
    ISLAMABAD (Reuters) - Il presidente del Pakistan Pervez Musharraf pensa di lasciare la divisa militare per diventare un leader civile, in vista di una sua possibile rielezione a ottobre.
    "Ci aspettiamo che dopo la sua rielezione il mese prossimo, a Dio piacendo, il generale Musharraf presterà giuramento come presidente civile prima del 15 novembre", ha dichiarato a Reuters il senatore Mushahid Hussain Sayed, segretario generale della Lega musulmana del Pakistan, partito di governo.
    Musharraf, alleato degli Usa, è capo dell'esercito da quando ha preso il potere in un colpo militare nel 1999, nonostante gli appelli dell'opposizione a lasciare una delle due cariche.
    La mossa potrebbe essere considerata una vittoria di Benazir Bhutto, l'ex primo ministro che si accinge a fare ritorno in Pakistan, dopo oltre otto anni di esilio volontario, il prossimo 18 ottobre. Bhutto, già due volte primo ministro, ha condizionato la possibilità di un accordo su una coabitazione al governo con Musharraf, tra gli altri punti, al suo diventare un presidente civile.
    Il Pakistan ha alle spalle oltre 60 anni di governo in mano militare.
    Il senatore Sayed ha fatto sapere che Musharraf giurerà sulla costituzione e lascerà l'esercito prima della fine di quest'anno. Il suo mandato di presidente scade il 15 novembre.
    "Non ho dubbi cheil presidente manterrà il suo impegno", ha aggiunto Sayed, che di recente ha incontrato Musharraf.
    Prima di lasciare l'esercito, Musharraf intende farsi eleggere dal Parlamento per un altro mandato quinquennale il 15 ottobre, mentre le elezioni generali sono attese entro la fine dell'anno.
    Un'ombra sui piani di Musharraf viene dalla Corte suprema, alla quale si sono rivolti i partiti di opposizione per bloccare la candidatura del generale. Se la corte fermerà la rielezione di Musharraf, questi potrebbe sciogliere le assemblee e puntare a un mandato dal Parlamento dopo le elezioni o più drasticamente, potrebbe optare per un governo di emergenza o per la legge marziale.


    © Reuters 2007. Tutti i diritti assegna a Reuters.

    http://www.borsaitaliana.reuters.it/...-MUSHARRAF.XML

    Cosa accadrebbe nel Pakistan "nucleare" dell'ambiguo uomo forte Musharraf dovesse ribaltarsi la situazione in un prossimo futuro?Credo che i maggiori timori dell'opinione pubblica andrebbero riversati in quell'area e non nell'Iran....

  2. #2
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    E' di vitale importanza sottrarre l'arsenale nucleare al Pakistan, un paese eccessivamente instabile e che al suo interno cova un fondamentalismo elevatissimo (intere regioni sono in mano alle tribù che sostengono i talebani).

    In proposito gli Stati Uniti hanno un piano, da attuare nel caso in cui Islamabad cadesse in mano a persone poco gradite, per sottrarre, con un blitz, le testate nucleari e distruggere le postazioni di lancio missilistiche.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Lucas86 Visualizza Messaggio
    E' di vitale importanza sottrarre l'arsenale nucleare al Pakistan, un paese eccessivamente instabile e che al suo interno cova un fondamentalismo elevatissimo (intere regioni sono in mano alle tribù che sostengono i talebani).

    In proposito gli Stati Uniti hanno un piano, da attuare nel caso in cui Islamabad cadesse in mano a persone poco gradite, per sottrarre, con un blitz, le testate nucleari e distruggere le postazioni di lancio missilistiche.
    Sulla cui fattibilità però sono piuttosto incerto.

  4. #4
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    Penso che due ore dopo l'eventuale presa di potere da parte delle maggioranze mussulmane in Pakistan il suddetto paese "tornerebbe all'età della pietra", come già chiaramente indicato dagli americani a ridosso dell'invasione dell'Afganistan.

  5. #5
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    Dubito molto che, se mai lascerà la guida delle FFAA, Musharaff non si coprirà le spalle con un leader militare a lui fedele.
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

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  6. #6
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    In Pakistan gli Stati Uniti possono utilizzare anche l'arma del "dividi et impera" tra le varie entità tribali del paese....Una potenziale polveriera resta pur sempre il Balochistan....E Musharaff non è più un fidato interlocutore per gli Stati Uniti, sia per quanto riguarda la sua ambiguità nella questione afghana, sia per i rapporti con la Cina.Ma ho i miei dubbi che Benazir Bhutto possa ristabilire facilmente l'ordine in una situazione così delicata.

  7. #7
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    http://limes.espresso.repubblica.it/?p=228&h=1


    Settembre 21, 2007 Musharraf alle corde

    di Francesca Marino

    La premiata ditta Musharraf & C. in difficoltà in Pakistan. Gli Stati Uniti cercano alternative al dittatore 'buono'. Le prossime elezioni e i tentativi di accordo con la Bhutto e gli islamici. Il breve ritorno dell'ex premier Nawaz Sharif. Gli equilibrismi del presidente nel "paese più pericoloso del mondo".


    “Una significativa minoranza di jihadisti che possiede armi nucleari”. Così la Commissione sulle relazioni estere del Senato degli Stati Uniti ha stigmatizzato il Pakistan. Aggiungendo che si tratta potenzialmente del “paese più pericoloso del mondo”, e accusando inoltre il presidente Bush di non avere alcuna strategia o “politica estera verso il Pakistan, ma soltanto verso il generale Musharraf”. Che dal 2001 in poi gode di un trattamento di riguardo e di una sostanziale immunità da parte degli Stati Uniti in cambio di un discusso e discutibile sostegno alla guerra in Afghanistan e alla più generica lotta al terrorismo globale.

    Pur essendo di fatto un dittatore, salito al potere con un colpo di stato, pur avendo alle spalle una lunga storia di connivenza con i servizi segreti e con i campioni della jihad. Le ultime vicende interne del Pakistan, in effetti, più ancora del suo atteggiamento quantomeno ambiguo in politica internazionale, stanno dando ultimamente a Washington più di un mal di testa.
    Tanto da spingere gli Stati Uniti a cercare alleanze alternative all’interno del paese, per tentare di mantenere un alleato chiave nel conflitto afghano, e a dichiarare cautamente che “il generale Musharraf dovrebbe cercare di guadagnare più consensi tra i suoi”. In effetti, la luna di miele tra il presidente americano e il suo alleato pakistano sembra davvero finita e, come in ogni matrimonio d’interesse, i nodi sembrano venire ormai al pettine. Sempre più giganteschi e inestricabili.

    Gli Stati Uniti guardano, così come il resto del mondo, con preoccupazione crescente agli avvenimenti di politica interna di un paese che, per ragioni strategiche, si dovrebbe continuare a considerare un alleato ma che, di fatto, alleato non è. A meno che non si pensi che il generale Musharraf o il suo parlamento siano in qualche modo rappresentativi della volontà popolare.
    Il generale si trova, in effetti, in una situazione che sarebbe eufemistico definire difficile. E’ ai minimi storici di popolarità, attaccato ormai praticamente da tutti ma soprattutto dalla cosiddetta società civile, che richiede a gran voce elezioni libere e il ritorno di una parvenza di democrazia nel paese. Soprattutto, Musharraf si trova a dover affrontare a brevissima scadenza le elezioni presidenziali e politiche.
    Il suo problema, in sostanza, è uno solo: essere rieletto e, possibilmente, continuare a mantenere la sua carica di capo dell’esercito. Posizione vitale, in un paese che è stato quasi sempre governato, più o meno dichiaratamente, dalle alte gerarchie militari e dai servizi segreti più che dai rappresentati della classe politica.
    Ricoprire entrambe le cariche è, per la legge pakistana, contrario alla Costituzione. Fino a questo momento, il generale si è fatto rieleggere con elezioni “addomesticate” e ha mantenuto i suoi gradi appellandosi a superiori ragioni di sicurezza nazionale. Motivazione che, in questo momento, non avrebbe alcuna giustificazione valida: Musharraf non gode più del sostegno di buona parte della popolazione di cui godeva ai tempi del suo colpo di stato, quando più o meno tutti, per reazione ad alcuni decenni di scandali politici e corruzione imperante, avevano visto con occhio benevolo la presa di potere di un ‘dittatore democratico’.

    L’appoggio degli Stati Uniti, che gli aveva consentito di indire elezioni-farsa e di continuare a rivestire il suo doppio incarico, è inoltre, da qualche tempo a questa parte, molto più cauto. Anni di equilibrismi politici, e di rapporti di analisti ed esperti che puntavano il dito contro il doppio gioco pakistano in materia di terrorismo islamico e di Taliban, hanno lasciato il segno. Stavolta, Musharraf è costretto ad affrontare delle vere elezioni: il suo incarico come capo dell’esercito scade in novembre, in gennaio dovrebbero esserci le elezioni politiche.
    In principio, il generale ha cercato di aggirare l’ostacolo cercando di assicurarsi la rielezione con un giochetto semplice semplice: farsi rieleggere da un parlamento che gli è completamente favorevole, prima che il parlamento termini il suo mandato. La Corte Suprema potrebbe però eccepire che, per legge, i dipendenti statali non possono candidarsi a nessuna carica politica per due anni dopo la scadenza del loro mandato.

    Il contrasto con il potere legislativo, in realtà, è uno dei punti dolenti dell’attuale posizione di Musharraf. Che in febbraio aveva sospeso da ogni incarico e arrestato il giudice della Corte Supema Iftikhar Mohammad Chaudhry, un eroe dei mass-media per le sue campagne contro le violazioni dei diritti umani e lo strapotere della polizia e dei servizi segreti, accusandolo di corruzione e di peculato.
    Le immagini del giudice scortato dalla polizia e messo praticamente agli arresti domiciliari, avevano scatenato un’ondata di proteste nel paese. Proteste di piazza, ma soprattutto proteste di avvocati e giudici in segno di solidarietà con Chaudhry. La polizia era intervenuta contro i ‘rivoltosi’ (anziani giudici della Corte Suprema, giovani avvocati e professionisti) con lacrimogeni e bastonate, caricando su una camionetta anche il rispettatissimo ex presidente della Corte di Giustizia, Rafiq Tarar ed entrando poi sede nella sede dell’emittente Tv Geo, distruggendo apparecchiature e mobili e picchiando i giornalisti.
    Clamoroso autogol, per cui Musharraf si era affrettato a chiedere pubblicamente scusa e a spedire in galera sedici poliziotti: Geo, difatti, è una delle televisioni più autorevoli del paese, proprietà di quell’Hamid Mir che è stato l’unico giornalista a intervistare bin Laden. Le proteste a favore di Chaudry, diventato una specie di eroe nazionale, si sono susseguite per mesi culminando in un violento scontro tra dimostranti e polizia che, a Karachi, aveva provocato trenta morti e un numero imprecisato di feriti.
    Chaudry è stato in seguito trionfalmente reintegrato al suo incarico, ed è, come è ovvio, intenzionato a dare del filo da torcere al presidente. A turbare i sonni già turbati di Musharraf, si sono aggiunte in seguito le dimostrazioni e le proteste degli integralisti islamici, in particolare degli studenti della Lal Masjid di Islamabad: in compagnia, secondo il governo, di almeno un paio di comandanti dell’Harkat-ul-Jihadi-i-Islami, l’organizzazione terrorista legata ad Al Qaida colpevole, a quanto pare, dell’omicidio di Daniel Pearl e di svariati membri della Jaish-i-Mohammed, un’altra organizzazione terroristica.
    La battaglia tra gli studenti e le forze dell’ordine ha causato praticamente una strage: tra i cinquanta e gli ottanta morti secondo i dati dell’esercito, e tra le vittime non c’erano donne o bambini. Ma il maulana Ghazi, uno dei due religiosi che gestivano la moschea, aveva invece dichiarato prima di morire che trentacinque ragazze erano rimaste uccise all’inizio dei combattimenti e sepolte in una fossa comune e che trecentodieci erano rimaste uccise in seguito. Più venticinque ragazzi, sempre nello stesso giorno. Ai giornalisti è stato vietato l’ingresso negli ospedali in cui sono stati trasportati i corpi delle vittime: rivelarne il numero, in realtà, non sarebbe affatto stato conveniente né per il presidente né per il suo governo.

    Sul tappeto sono rimaste soltanto una serie di domande. Perché il governo ha continuato a finanziare un covo di terroristi, come e perché è stato possibile nascondere un vero e proprio arsenale nella Lal Masjid? Come e perché i militanti, secondo il governo asserragliati nella moschea, sono arrivati indisturbati nel centro di Islamabad? Perché in Pakistan gli aiuti umanitari e l’istruzione vengono gestiti e distribuiti da organizzazioni legate a gruppi terroristici, come è successo anche durante il terremoto? Perché, infine, lo spettro dell’Islam integralista viene puntualmente agitato davanti agli occhi della popolazione e dell’occidente a scadenze fisse, abitualmente quando il presidente è alle corde per i salti mortali compiuti in politica estera o, in questo caso, per la situazione politica interna?
    Qualcuno ha anche notato che a guidare le proteste popolari a favore del giudice Chaudry era comparso Hamid Gul, famoso ex comandante dell’Isi, il famigerato servizio segreto che costituirebbe, secondo rapporti informali del ministero degli Esteri britannico, una sorta di ‘governo ombra’ del Pakistan. Musharraf, con l’affare Lal Masjid, aveva riguadagnato un momentaneo credito agli occhi della comunità internazionale e degli Usa, facendo dimenticare la costruzione di una nuova centrale nucleare finanziata dalla Cina, il suo doppio gioco in politica estera, l’uccisione di civili in Baluchistan e dei dimostranti a favore del giudice Chaudry. Ma ha definitivamente distrutto, agli occhi della popolazione, la sua già appannata immagine di ‘dittatore buono’.

    Sono stati in molti, in realtà, a pensare che gli avvenimenti della primavera, e la serie di attentati a opera degli integralisti islamici (veri o presunti che siano) che ne sono seguiti – per vendicare, sostiene il governo- i caduti della Lal Masjid, fossero in realtà una sapiente orchestrazione di un gioco teso a dimostrare agli occhi dei pakistani e della comunità internazionale la completa ingovernabilità del paese. E a ‘costringere’ Musharraf, suo malgrado, a dichiarare lo stato di emergenza. Che, tradotto in pillole, significa la sospensione di ogni competizione elettorale.
    Qualcosa però, o qualcuno, deve aver convinto il presidente a cambiare strategia e ad adoperare mezzi più o meno legali per rimanere al suo posto. Si è così andata delineando, negli ultimi tempi, un’ipotesi di ‘democrazia alla pakistana’ guardata con favore sia dagli Stati Uniti che dalla Gran Bretagna che, come si è detto, vogliono continuare a “dare una possibilità” a Musharraf assicurandosi, al tempo stesso, un nuovo alleato. Sulla scena è ricomparsa quindi, nei panni di paladina dei diritti umani e della democrazia, Benazir Bhutto.
    La Bhutto, figlia di uno dei padri nobili del Pakistan, ha tutto per piacere all’occidente e, soprattutto, ai media occidentali: è donna, è bella, è elegante, ha studiato all’estero. Come se non bastasse, è stata in prigione per cinque anni dopo la condanna a morte di suo padre per mano del generale Zia, e i suoi due fratelli, i violenti Murtaza e Shahnawaz, sono entrambi morti assassinati per motivi più o meno politici. E vive in esilio ormai da anni, struggendosi per il suo paese.
    Proprio la Bhutto, esiliata da Musharraf, è stata una delle sostenitrici della teoria dei disordini provocati ad arte per far dichiarare l’emergenza, e la stessa Bhutto accusa da anni il generale di connivenza con l’Isi e con i Taliban. Benazir, che è ancora il leader del Pakistan Peoples Party (PPP), ha deciso, dopo aver stretto mesi fa a Londra un patto anti-Musharraf con l’ex-premier Nawaz Sharif, di discutere l’offerta di alleanza propostale dal generale Musharraf in cerca di sostenitori. Al generale serve, per sgombrare la via da ogni ostacolo giuridico alla sua elezione, una maggioranza di due terzi in parlamento che possa modificare la Costituzione. In cambio, cadrebbero le accuse di corruzione che tengono la Bhutto lontana dal suo paese e, soprattutto, il generale assicurerebbe a Benazir un’altra modifica costituzionale: l’abolizione, cioè, dell’articolo che impedisce a un premier di candidarsi per la terza volta.
    L’appoggio del Ppp assicurerebbe a Musharraf la rielezione anche in una competizione elettorale non truccata, e la Bhutto potrebbe ricandidarsi a premier. Benazir Bhutto, difatti, è stata premier per ben due volte: dall’1988 al 1990 e dal 1993 al 1996. E nessuno la ricorda come modello di buona politica. Sulle sue spalle pendono difatti accuse di corruzione, concussione e traffico di valuta. Suo marito Asif Zardari, meglio noto in patria come Mister Ten per cent, ha rivestito importanti cariche amministrative in entrambi i governi sottraendo alle casse dello stato milioni di dollari che sono stati, secondo le accuse, trasferiti in conti esteri.
    Durante i due governi Bhutto, l’economia pakistana è stata messa in ginocchio. Sempre durante il governo di Benazir le attività illegali dello scienziato nucleare A.Q. Khan hanno raggiunto il massimo storico, ed è stata proprio la Bhutto, con la mediazone dei cinesi, a convincere la Corea del Nord a vendere al Pakistan missili di media e lunga gittata in cambio di tecnologia nucleare.
    A Washington probabilmente non ricordano, inoltre, quando caldeggiano la candidatura della Bhutto, che l’ultima volta che Benazir e Musharraf (allora direttore generale delle operazioni militari) si sono trovati a spartire il potere il Pakistan, con la benedizione degli Stati Uniti d’America, finanziava, armava e metteva al potere in Afghanistan, per assicurarsi la famosa ‘profondità strategica’, un gruppo di studenti allevati e cresciuti nelle madrasa sorte nel paese per alimentare la resistenza afghana contro i russi: i taliban.
    Per il momento, tra i due non è stato raggiunto nessun accordo perché Musharraf si rifiuta di dimettersi, come vorrebbe la Bhutto, dalla carica di capo dell’esercito. A rendere ancora più fragile la già precaria posizione di Musharraf, è intervenuto di recente un altro ex-premier: Nawaz Sharif. Sharif, deposto dal colpo di Stato di Musharraf e costretto a scegliere tra l’esilio e la prigione per corruzione e dirottamento aereo, era volato nel 1999 in Arabia Saudita promettendo di non intervenire nella vita politica del Pakistan per dieci anni. Rientrato di recente nel paese, è stato rispedito in Arabia dopo sole quattro ore. Nei giorni precedenti al suo arrivo, erano stati arrestati circa quattromila attivisti del suo partito il cui segretario ha dichiarato: “In Pakistan vige ormai di fatto la legge marziale e Musharraf ne è l’unico responsabile”. Per completezza di informazione, va riportata anche l’offerta di alleanza fatta da Musharraf ai partiti islamici: che hanno, per varie ragioni, rifiutato.

    La posizione di Musharraf diventa ogni giorno più difficile, e qualcuno parla di un “dittatore messo all’angolo”. Due giorni fa però, e la notizia è passata in sordina, la Commissione elettorale ha annunciato di avere abolito l’articolo del regolamento che impedisce agli impiegati pubblici di candidarsi. Il Ppp ha definito il provvedimento “incostituzionale e illegale” e i deputati del partito di Sharif si sono dichiarati pronti a dimettersi in massa il giorno in cui il generale presenterà la propria candidatura.
    Il patto con Benazir sembra ormai naufragato, anche se la Bhutto ha annunciato il suo ritorno nel paese per il diciotto ottobre. Musharraf è solo ma non ha alcuna intenzione “per il bene del Pakistan” di abdicare dal suo doppio ruolo né tantomeno, come domanda la Bhutto, di limitare i suoi poteri di capo dello stato. O, malignano in molti, di rischiare proprio adesso di indire una competizione elettorale libera e democratica. L’intensificarsi degli attacchi contro le postazioni dell’esercito pakistano e lo spettro sempre più pressante dei taliban e degli integralisti islamici andrebbero, secondo gli analisti, letti proprio in questa chiave: guadagnare almeno il sostegno dell’occidente, che dipende dal ruolo svolto dal Pakistan nella lotta al terrorismo e dalla percezione di Musharraf come unico baluardo contro l’integralismo, che svolge in questa partita un ruolo fondamentale.

    --------------------------------------------------------------------------

    In effetti una "pasionaria" come la Bhutto stona in un contesto talmente caotico ed esplosivo come il Pakistan, che solo di un uomo forte può necessitare.

  8. #8
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    Citazione Originariamente Scritto da Lucas86 Visualizza Messaggio
    E' di vitale importanza sottrarre l'arsenale nucleare al Pakistan, un paese eccessivamente instabile e che al suo interno cova un fondamentalismo elevatissimo (intere regioni sono in mano alle tribù che sostengono i talebani).

    In proposito gli Stati Uniti hanno un piano, da attuare nel caso in cui Islamabad cadesse in mano a persone poco gradite, per sottrarre, con un blitz, le testate nucleari e distruggere le postazioni di lancio missilistiche.
    è assolutamente necessario che a Capo dello stato sieda un Sovrano che tragga la sua legittimità dalla stabilità offerta da una dinastia, e non il primo venuto in testa ad un colonnna di carri armati !

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Lucas86 Visualizza Messaggio
    E' di vitale importanza sottrarre l'arsenale nucleare al Pakistan, un paese eccessivamente instabile e che al suo interno cova un fondamentalismo elevatissimo (intere regioni sono in mano alle tribù che sostengono i talebani).

    In proposito gli Stati Uniti hanno un piano, da attuare nel caso in cui Islamabad cadesse in mano a persone poco gradite, per sottrarre, con un blitz, le testate nucleari e distruggere le postazioni di lancio missilistiche.
    Distruggere le postazioni di lancio non lo vedo fattibile, xche mi pare che usino postazioni di lancio mobili su autocarri. penso cmq a una cosa combinata, gli USA si occupano delle testate, e l'INDIA smantella le forze convenzionali, xche non scordiamo che un Pakistan in preda all'estremismo islamico e una minacci mortale x l'India

  10. #10
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    Attentati contro la ex premier Bhutto
    Inferno in Pakistan: oltre 120 morti
    Due esplosioni a Karachi contro
    il corteo dell'ex premier tornata
    in patria dopo otto anni di esilio
    KARACHI
    È di almeno 126 morti e 150 feriti il bilancio della duplice esplosione avvenuta a Karachi, nel sud del Pakistan, vicino al convoglio di Benazir Bhutto, tornata ieri nel Paese dopo otto anni di esilio. La polizia pachistana ha chiarito che l’ex premier è sana e salva.

    Benazir salva
    Il convoglio del corteo della Bhutto è stato colpito da due kamikaze, ha riferito il ministro degli Interni Aftab Sherpao. «Ci sono state due esplosioni, una sul lato destro e l’altra sul lato sinistro del corteo», ha spiegato. «Sembra che si tratti di attentati kamikaze, ma non è confermato. Benazir Bhutto è sana e salva», ha indicato un portavoce del ministero degli Interni, Javed Cheema. «Era un atto di terrorismo contro Benazir Bhutto, destinato a sabotare il processo democratico », ha dichiarato il ministro. «Sospettiamo che si tratti di attacchi kamikaze perché qualsiasi ordigno esplosivo collocato in anticipo o qualunque bomba a scoppio ritardato sarebbero stati neutralizzati da apparecchiature elettroniche installate sui veicoli di sicurezza». »Ma queste apparecchiature non possono impedire comandi manuali da parte di kamikaze», ha proseguito Sherpao.

    Nel mirino degli estremisti
    La Bhutto, rientrata proprio ieri in Pakistan dopo otto anni di esilio, è uscita illesa dalla duplice esplosione. Almeno 150 altre persone sono rimaste ferite in questo doppio attentato, commesso da attentatori suicidi, uno dei quali al volante di un’automobile, secondo la stessa fonte. La Casa Bianca ha condannato l’attentato mortale compiuto a Karachi, nel sud del Pakistan, vicino al convoglio dell’ex primo ministro Benazir Bhutto, e ha assicurato che gli estremisti non faranno fallire le future elezioni. Gli Stati Uniti condannano il brutale attentato commesso in Pakistan e piangono «la morte di innocenti», ha detto un portavoce della Casa Bianca, Gordon Johndroe. «Gli estremisti non riusciranno a impedire ai pachistani di scegliere i loro rappresentanti attraverso un processo democratico ed aperto». Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha prontamente condannato l’attentato di ieri in Pakistan contro Benazir Bhutto. Il duplice attentato di ieri a Karachi è un «complotto contro la democrazia». Lo ha ritenuto il presidente del Pakistan, Pervez Musharraf.

    La condanna dell'Ue
    «L’Unione europea condanna fortemente l’attacco terroristico al convoglio di Benhazir Bhutto», e «fa le sue sincere condoglianze alle famiglie delle vittime innocenti di questo attacco». Lo ha dichiarato la presidenza di turno portoghese della Unione europea in un comunicato diffuso a Lisbona. «In vista delle elezioni in Pakistan, atti simili mettono in grande pericolo il processo elettorale» e «l’Unione europea quindi fa appello alle autorità pakistane e a tutte le forze politiche di quel paese affinché facciano il massimo per assicurare che le elezioni siano preparate e si tengano in un clima propizio per la libera espressione della volontà dei cittadini».

    http://www.lastampa.it/redazione/cms...6796girata.asp

    Grande strategia della tensione da parte di Musharraf...Non cè altra risposta plausibile...

 

 
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