Quando, qualche settimana fa, andai a vedere "Le vite degli altri", fui
testimone di un episodio singolare di cui vorrei mettervi a parte.
Chi ha visto il film ne ricorderà il tratto essenziale: il peso
insostenibile del controllo poliziesco sulla vita degli artisti della DDR.
All'uscita del cinema, fatto piuttosto insolito, s'era formato un
capannello di ragazzi sui vent'anni che discutevano animatamente. I
principali contendenti erano due ragazzi, uno aveva l'aria più azzimata,
l'altro era un caratteristico personaggio della fauna sanlorenzina, con
piercing, tattoo e un cervellino frizzante.
Il capanello era costituito da un tipico gruppetto universitario, sei o
sette persone.
Ebbene, qual'era l'argomento del contendere ? Quello che il giovane
scapestrato sosteneva una tesi assai controintuitiva: quella che tra la
situazione della DDR all'epoca del film e la situazione dell'Italia attuale
non correvano differenze di sostanza.
Argomento improponibile ? Vediamo. Nel film il problema degli artisti era
il lavoro. La vera questione non era la persecuzione nei confronti della
dissidenza, ma l'esclusione sistematica dal lavoro di quanti non erano
allineati alle direttive del regime.
Emblematico, a tale riguardo, il suicidio del celebre sceneggiatore, dopo
vari tentativi degli amici per farlo "riabilitare".
Si dovrà pure ammettere che la figura del "ministro della cultura", il
"porco" che abusava dell'attrice compagna del protagonista è per certi
versi simile a quella di alcuni personaggi della politica italiana.
Tant'è che il sanlorenzino insisteva: "e perché la Gregoraci ? L'avete
dimenticata la Gregoraci ?"
Il paragone tra il ministro della cultura della DDR e alcune eminenze grige
della produzione artistica come Sgarbi o Costanzo venne più volte ripreso
nel corso della discussione.
E nel bel mezzo del tormentone romano sulla faccenda del teatro Brancaccio,
Costanzo finiva con l'assumere i tratti sinistri di un funzionario della DDR.
Alla fine il sanlorenzino sbotta: «il suicidio! Già, il suicidio ! Mi
volete spiegare com'è mai la chiave del film è il documento che testimonia
l'aumento dei suicidi nella DDR, mentre qui i suicidi aumentano da anni e
nessuno pensa di trarne uno scottante documento politico ?».
Il ragazzo azzimato ha un ritorno che ha il sapore della conclusione
perentoria: «Ma qui si vota ! Se la situazione è quella che è dipende dal
fatto che le persone scelgono questo tipo di classe politica, non dal fatto
che c'è un regime di polizia. Ammetterai che la differenza è sostanziale !»
Devo dire che questa conclusione mi ha fatto riflettere non poco.
Quali sono i margini del dolore e dell'indifferenza ?
In tempi di discussioni su politica e antipolitica sento crescere il
disagio per la mancanza di una sensibilità paragonabile a quella che faceva
dire al protagonista del film alla sua compagna attrice: «Tu sei una grande
artista. Tu non hai bisogno di lui (del ministro).»
E' la regola aurea dell'autonomia: il nomos, la regola propria. L'unica
forma di autentica resistenza alle perversioni del potere.
Nel corso dell'Agosto ho avuto due o tre incontri importanti nell'ambito di
questi temi. Uno con un vecchio amico che non vedevo da anni. Lui mi ha
detto senza mezzi termini che è stato "a spasso" per tre o quattro anni.
Quando è riuscito ad ottenere un contratto a tempo determinato, s'è subito
chiesto come avrebbe potuto farselo passare a tempo indeterminato. E' s'è
dato una risposta semplice semplice: pedalare politicamente. M'ha descritto
punto per punto la grande conferenza che ha dovuto organizzare con pochi
altri e di come, esattamente il giorno seguente l'evento, gli è stato messo
sotto il naso il contratto a tempo indeterminato.
Un altro incontro toccante è stato quello con un mio vecchio "maestro" di
grafica tridimensionale.
Era il fiore all'occhiello di una delle grandi organizzazioni che facevano
didattica per disoccupati con finanziamenti europei.
L'ho trovato per caso in un negozio di antiquariato. Sorridente come al
solito. «Il negozio di papà» mi dice strizzando l'occhio. Per me è un
piccolo trauma. «Diavolo Giorgio, eri il migliore !». Esclamo sconcertato.
E lui mi spiega, pazientemente, di come il contesto lo abbia logorato al
punto da esaurire la vena artistica e il talento didattico di cui era dotato.
Ho incontrato altra gente: un amico della "pantera" attualmente insegnante
a contratto presso l'università, alle prese con una contestazione
studentesca contro di lui; un sindacalista delle professioni psicologiche
(compagno) che ha recentemente condizionato positivamente l'iter di una
legge con l'aiuto di AN; un dipendente di una holding informatica in via di
smembramento (e di licenziamenti di massa) che mi ha spiegato la pratica
della "cessione di un ramo aziendale" e il suo uso strategico per mettere
alla porta i lavoratori.
Non fornisco dettagli su questi ultimi "incontri", che sono stati
altrettanto illuminanti. Dico solo che al fondo non riesco a trovare
risposte credibili a queste situazioni nel contesto della politica. C'è
veramente qualcosa che sfugge alla politica e che ha a che fare con
questioni che mi sembrano più profonde. Ho l'impressione che sia sotto il
profilo dell'economia, sia sotto quello dell'analisi delle motivazioni
individuali, dobbiamo cercare nuove strade.
Per dirla tutta (e per concludere), confesso che quando tuffo le mani nella
merda (quella vera) per cinque euro l'ora c'è qualcosa che mi garantisce
un'idea di libertà. E' un rovesciamento, come se il disgusto diretto,
incoercibile, avesse un che di salvifico: il piacere perverso di un
"esonero" dalla realtà, conquistato proprio attraversando la realtà.
autorizzato da Rattus
liste RK




Rispondi Citando