Volevo per prima cosa salutare Leo-one che, dopo parecchio tempo, si fa risentire. E lo fa, come sempre del resto, in modo appropriato. Lo dico non tanto sotto il profilo mercantile, perché è un aspetto, non essendo un commerciante, che conosco di riflesso, ma principalmente sotto il profilo tecnico. Per aggiungere qualcosa sui Cintamani, o Chintamani, a favore di chi sente parlare solo ora di questa produzione, volevo segnalare che si tratta di una rarissima tipologia Anatolica, probabilmente Ushak, apparsa tra il XVI° e il XVII° secolo. Il disegno, quasi certamente di origine buddista, apparve già nel IX° secolo come decorazione di alcune ceramiche prodotte nell’odierno Iraq. Nel XIV° secolo, nell’Asia centro orientale, divenne il simbolo dello stato Timuride, e come tale portato poi in Asia minore. Il disegno, disseminato a tutto campo su fondo bianco, è formato da tre palle policrome che sormontano due righe ondulate, mentre la cornice è quasi sempre a collare di nubi. Il nome pare derivi da “tuono e fulmine”, in lingua originale “tsin tamani”, anche se comunemente viene anche definito “tappeto a pelle di animale”. Personalmente, tralasciando tre o quattro esemplari pubblicati, ne ricordo uno bellissimo al museo Bardini di Firenze ed un altro, ma forse mi confondo, al museo del tessuto di Lione. Poi, una quindicina d’anni fa circa, assistetti alla trattativa, giunta a buon fine, tra un collezionista piemontese, industriale e uomo politico che si avvaleva a volte del mio consiglio, per l’acquisto di un esemplare di 2,80m per 1,80m circa. L’esemplare, venduto da un commerciante svizzero, era in condizioni buone ma non ottimali e fu pagato alcune decine di milioni delle vecchie lire. Fu restaurato, con materiali d’epoca, e consolidato con dei teli portanti da una ditta tedesca per, mi pare di ricordare, dieci milioni di lire. Se qualcuno vende oggi un esemplare a tre milioni…….mmmm.





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