Ammettiamo che Silvio Berlusconi abbia ragione. La maggioranza di governo, che già non esiste più, implode e gli italiani sono chiamati alle urne nella primavera del 2008, con largo anticipo rispetto alla scadenza naturale della legislatura. Ammettiamo che l’ex Casa delle Libertà vinca le elezioni. I sondaggi segnalano uno scarto, a suo favore, attorno ai dieci punti, e anche l’effetto positivo, per il centrosinistra, della discesa in campo di Walter Veltroni sembra ormai archiviato. Ammettiamo, insomma, che il centrodestra torni a palazzo Chigi prima, molto prima di quanto previsto. E domandiamoci: sarebbe in grado di governare? La risposta è no. E non per mancanza di consensi e di classe dirigente, ma per il fatto che una maggioranza algebrica non è sufficiente a reggere l’urto di un cambiamento necessario per il Paese. Mettere insieme pezzi grandi e piccoli di una coalizione, dalle oligarchie di Forza Italia ai circoli di Michela Brambilla, dai dissidenti guidati da Francesco Storace a quelli (eventuali) del gruppo di Lamberto Dini è un necessario esercizio di assemblaggio con un sistema elettorale nel quale la partita può decidersi per qualche migliaia di voti di differenza. Ma non basta. Perché alla fine, senza una regìa politica condivisa, ogni frammento dell’alleanza diventa un possibile veto, o ricatto, all’azione di governo. E paradossalmente il Berlusconi di domani rischierebbe di fare la stessa fine del Prodi di oggi. D’altra parte, il film del centrodestra sfarinato lo abbiamo già visto con il precedente governo, che pure alcune riforme forti, nel mercato del lavoro e nella scuola, le ha fatte.
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, in questo caso sono d'accordo con Te. Non basta vincere le elezioni, anche perchè in questo bipolarismo tutto italiano in cui i partiti hanno più poteri del premier, chiunque si sieda a Palazzo Chigi, ha molte difficoltà ad attuare un programma di governo lineare. Si va sempre avanti a spizzichi e bocconi, accontentando un pò questo e un pò quell'altro.