OMNIA SUNT COMMUNIA
Omaggio ad André Gorz
Per ricordare l'intellettuale teorico dell'ecologia e spietato analista
del capitalismo, scomparso assieme alla compagna di una vita. Due
articoli da il manifesto, 25 settembre 2007 (m.p.g.)
La presa di congedo dal regno del lavoro
Marco Bascetta
«Bisogna imparare a discernere le possibilità non realizzate che
sonnecchiano nelle pieghe del presente. Bisogna voler affermare queste
possibilità, afferrare ciò che cambia. Bisogna osare rompere con questa
società che muore e che non rinascerà più. Bisogna osare l'Esodo».
Questo, con le sue stesse sintetiche parole, il programma politico di
André Gorz, l'oggetto del suo instancabile impegno di ricercatore, dagli
anni Sessanta ad oggi. Da quando la rivoluzione tecnologica, le nuove
pervasive forme dello sfruttamento e la globalizzazione ci hanno
costretto a dire «addio al proletariato» industriale, almeno nelle
società opulente dell' occidente, non possiamo firmare alcun armistizio
con la realtà e accettare quel ricatto del lavoro salariato, divenuto
tanto più feroce e costrittivo, quanto più il lavoro stesso è stato reso
un bene scarso, quasi un premio o una concessione. Ma neanche nutrire
nostalgia per condizioni ormai irrimediabilmente tramontate, per il
lavoro industriale dell'epoca fordista, e quella commistione di vita
impoverita e di potenza collettiva che ne scaturivano, per una «piena
occupazione» secondo i modi e le regole dettate dall'accumulazione del
capitale. Questa la scommessa.
Noi viviamo in un mondo, ci diceva Gorz al termine della sua ricerca, in
cui le regole vigenti non sono più vere, in cui tutto resta misurato
dalle leggi di una forma del lavoro sempre meno disponibile, sempre più
aleatoria quando non superflua. Disoccupazione cui fa da beffardo
contraltare l'incremento degli straordinari, allungamento della vita
lavorativa e giovani senza occupazione, la vita intera messa al lavoro,
ma senza alcun riconoscimento, senza reddito certo, senza garanzie. È a
questa finzione che bisogna volgere le spalle, è dalla natura sempre più
arbitraria e parassitaria del capitalismo contemporaneo che dobbiamo
intraprendere la via dell'esodo. Tuttavia, imboccare questa via implica
l'abbandono di schemi e figure usurate, sperimentare nuove forme di
cooperazione, diversi strumenti di conflitto, rovesciare di segno
l'economia della conoscenza. «Occorre che il lavoro - scrive Gorz -
perda la sua centralità nella coscienza, nel pensiero,
nell'immaginazione di tutti». E che una diversa idea, antropologica,
filosofica, dell'attività umana prenda il suo posto. Occorre che il
nostro fare si contrapponga a un fare che ci viene imposto ed elargito
(con crescente parsimonia) al tempo stesso.
Certo, in questa sua visione dell'attività umana liberata, lo studioso
francese, si fa a volte prescrittivo, predicatore di un modello astratto
di «buona vita», purificato dalle contraddizioni e dai paradossi che
attraversano i soggetti reali. Molti glielo hanno rimproverato e non a
torto. Ma Gorz non è un ingenuo, sa bene che la «destandardizzazione e
demassificazione» del lavoro nell'economia postfordista, non hanno
prodotto il mondo nuovo, riesumato semmai forme di lavoro servile e
feroci dispositivi di autosfruttamento, piegato tutto alle «leggi del
mercato» e ai rapporti di forza che in esse prosperano. Non è tuttavia
tornando tra le braccia dello «Stato-provvidenza» o all'antica stabilità
della classe che lo sfruttamento potrà essere sconfitto. L'esperienza
del socialismo reale e il fallimento di tanti riformismi stanno lì a
ricordarcelo. Il movimento non può più essere semplicemente «operaio».
Così egli volge il suo sguardo verso una dimensione pubblica diversa da
quella statale, verso nuove dimensioni dell'agire in comune, del legame
sociale e della realizzazione dei singoli. Resta, questa, una
interrogazione aperta oltre che impervia. Ma a partire da una chiara
premessa. Non possiamo più accettare la finzione che continua a «fare
del lavoro la base dell'appartenenza e dei diritti sociali, la strada
obbligata per la stima di sé e degli altri».
Oltre la miseria del presente in nome della ricchezza del possibile
Benedetto Vecchi
La laurea in ingegneria chimica ha fornito quella competenze tecnico e
scientifiche che sono tornate utili a André Gorz quando scriveva di
automazione del lavoro, crisi ecologica, tecnologie digitali, i temi
cioè che hanno caratterizzato la sua produzione intellettuale di questi
ultimi trent'anni. Nei libri facevano capolino tra una pagina e l'altra
e fornivano sempre una solida base argomentativa alle sue analisi quando
sosteneva, ad esempio, che la riduzione del lavoro a 35 ore era solo il
primo passo, perché la produttività individuale e collettiva era così
cresciuta che occorrevano ormai solo 20 ore a settimana per produrre gli
stessi beni. A patto, però, che il lavoro fosse ridistribuito.
«Les temps modernes»
La sua battaglia a favore della riduzione dell'orario di lavoro lo aveva
condotto, sul crinale tra gli anni Ottanta e Novanta, a un vivace e
fecondo rapporto con il sindacato francese della Cfdt e con quelli
metalmeccanici tedeschi e italiani. Vivace, perché invitava le
organizzazioni sindacali a prendere atto che la fabbrica stava cambiando
con la sostituzione degli uomini e delle donne con le macchine. Fecondo,
perché André Gorz si poneva sempre in ascolto delle argomentazioni di
chi la fabbrica la subiva. Un intellettuale militante, questo è stato
André Gorz.
Nato nel 1923 a Vienna conseguirà, nel 1945, la laurea in ingegneria
chimica a Losanna, in Svizzera, dove la sua famiglia si era rifugiata
dopo l'Anschluss dell'Austria alla Germania. Con l'Austria e la Germania
André Gorz ha avuto sempre un rapporto travagliato, al punto di cambiare
nome (il nome di battesimo era Gerard Horst) e decidere di non recarsi
in Germania a causa della politica di sterminio del regime nazista, fino
a quando, alla fine degli anni Ottanta, sarà invitato dal sindacato
metalmeccanico tedesco per un ciclo di conferenze su come stava
cambiando il lavoro e la proposta di una sua riduzione. Scrisse, anche,
che cambiare il nome era un atto pubblico di denuncia politica di quella
denazificazione della Germania e dell'Austria che non avevamo fatto i
conti con il recente passato E in Francia, il paese dove si era
trasferito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, prese dunque il
nome di Michel Bousquet, che poi abbandonerà per quel André Gorz che
sarà la firma dei suoi primi scritti, fino a diventare una firma nota
della rivista «Les temps modernes», dove lavorerà con Jean-Paul Sartre.
Sono gli anni in cui, assieme a tanti altri, pone le basi di un
rinnovamento del marxismo, imboccando la via dell'analisi, piena di
insidie, del neocapitalismo che lo conduce, assieme a altri, a fondare
«Le Nouvel Observateur». Per chi scrive, l'incontro con André Gorz
avviene al crepuscolo degli anni Ottanta con la pubblicazione di Addio
al proletariato (Edizioni lavoro). Gorz è convinto che l'automazione del
lavoro industriale (manufatturiero per Marx) porterà a una diminuzione
radicale dell'occupazione industriale, ma tale esito è una chance che va
colta dalla sinistra marxista eterodossa: l'automazione non va
contrastata, bensì accelerata, accompagnandola con una riduzione
radicale dell'orario di lavoro: «Lavorare meno, lavorare tutti» è
l'orizzonte politico che Gorz in cui si pone e al quale rimarrà sempre
fedele.
Il rovello dell'ecologia
C'è poi l'ecologia, tema che viene affrontato alla luce dell'auspicabile
incontro tra il movimento operaio e l'ambientalismo - Ecologia e
politica, La strada del Paradiso (Edizioni Lavoro) Capitalismo,
socialismo, ecologia (manifestolibri) -. Il suo tentativo di coniugare
marxismo e ambientalismo sarà infatti l'altro rovello su cui si
concentrerà la sua produzione per tutti gli anni Novanta. Gorz guarda
con interesse a quel filone di ricerca antiutilitarista che ha il suo
centro in Francia. Da qui il testo La strada del paradiso (edizioni
lavoro). I lavori più fecondi di questo decennio sono tuttavia La
miseria del presente, la ricchezza del possibile (manifestolibri) e
Metamorfosi del lavoro (Bollati Boringhieri), una critica alle culture
politiche della sinistra a partire da quella controrivoluzione che
talvolta è stata chiamata postfordismo.
Quasi in sordina, alcuni anni fa Andrè Gorz mandò alle stampe un altro
libro - L'immateriale, Bollati Boringhieri - in cui il mostro da
guardare in faccia e combattere era la vulgata neoliberista della
tecnologie digitale. Anche lì pagine che meriterebbero di essere lette e
discusse a fondo. Gorz è per il reddito di cittadinanza, ma invita a
guardarsi le spalle da un nemico insidioso, cioò che sia un proposta che
più che ricomporre il lavoro eterodiretto (nozione che preferiva a
quella di lavoro dipendente o lavoro salariato) poteva ulteriormente
frammentarlo. Poi il silenzio, anche se le voci di un suo nuovo lavoro
rimbalzavano da un sito Internet e l'altro. Il duro mestiere di vivere
deve essere però diventato insopportabile. Mancherà quel suo argomentare
dove la ricchezza del possibile deve comunque fare i conti con le
miserie del presente.
ARDITI NON GENDARMI




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