Risultati da 1 a 4 di 4
  1. #1
    denty
    Ospite

    Predefinito Pensioni, chi le tocca rischia grosso

    “Touch it and you die”: toccale e muori. Questo è il sentimento diffuso nel mondo politico quando si parla di pensioni. La ragione? Quasi banale: prima che gli effetti a lungo termine di una riforma si facciano sentire il governo che l’ha varata probabilmente non sarà più in carica e non potrà certo raccoglierne i frutti (ovvero i voti). Per fortuna ci sono casi, tanti per la verità, in cui la razionalità prevale sulla visione miope della politica e sulla logica del ritorno immediato. Il rapporto Oecd (Pensions reform – Early birds and laggards; www.oecd.org) che esamina 30 paesi nel mondo ha individuato ben 16 paesi in cui, a partire dai primi anni Novanta, sono state introdotte riforme. Tra i dieci paesi che più spendono in previdenza sociale rispetto al Pil (tra questi l’Italia), sei hanno avviato riforme sostanziali; tra queste c’è l’Italia (insieme a Austria, Francia, Germania, Svezia e Finlandia) che alla data di stesura del rapporto, però, aveva appena varato la riforma Maroni, le cui sorti, come ben sappiamo, sono state trasformate dall’attuale governo Prodi.
    Nel rapporto Ocse si segnala un altro fenomeno interessante: nel panorama delle pensioni si dimostrano vitali anche i paesi che già oggi meno spendono in pensioni, ovvero Australia, Giappone, Corea, Messico e Turchia. Un caso su tutti: il Giappone, che ha un profilo demografico molto simile a quello dell’Italia, con una vita media di 80,6 anni contro i nostri 80,4, la spesa pensionistica è passata dal 5% del Pil nel 1990 al 9,3% nel 2003. Nel mondo ci sono in atto sia riforme parametriche (concentrate cioè sulla modifica di alcuni parametri, lasciando però l’impianto originario del sistema pensionistico) che riforme sistemiche (focalizzate sulla sostituzione integrale di un modello). I cambiamenti più frequenti coinvolgono l’età: con la rapida crescita dell’aspettativa di vita a partire dagli anni Sessanta, si è assistito invece a un fenomeno inverso, il taglio dell’età della pensione. I dati Ocse indicano che mediamente l’età del ritiro dalla vita produttiva è passata dai 64,5 anni del 1958 ai 62,2 del 1993 per gli uomini e dai 61,8 ai 60,7 per le donne.
    L’obiettivo della maggior parte delle riforme è che l’età standard per la pensione si assesti a 65 anni, con l’eccezione di Danimarca, Germania, Islanda, Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti che prevedono i 67 anni. Ci sono poi Francia, Ungheria, Italia, Repubblica Ceca e Slovacchia con un’età al di sotto dei 65. In soli quattro paesi, tra cui l’Italia, le donne possono godere di pieni benefici al di sotto dei 65 anni. Come hanno osservato Nicholas Eberstadt e Hans Groth in “Una sana, vecchia Europa” (Occasional Paper, n° 42, Istituto Bruno Leoni, www.brunoleoni.it) l’invecchiamento della popolazione mondiale, europea in particolare, può e deve trasformarsi in una risorsa. Concentrando l’attenzione sull’Europa, gli autori osservano che l’invecchiamento è accompagnato complessivamente da una salute ottima che non impedisce certo agli anziani di proseguire la propria esperienza produttiva; valorizzare la terza e quarta età potrebbe essere la strada per evitare il declino e la stagnazione economica. Altro che ridurre l’età della pensione!
    In futuro, a meno di un’inversione della tendenza demografica (che la storia insegna, è difficilmente realizzabile nell’arco di una generazione) dovremo lavorare tutti più a lungo se intendiamo almeno conservare gli attuali standard di vita. Ecco perché riformare il sistema pensionistico è indispensabile. Tra i paesi impegnati in questo senso c’è anche il Cile che per primo, grazie all’allora ministro del lavoro e della sicurezza sociale Josè Piñera, introdusse il sistema a capitalizzazione, con il Decreto legge n° 3, 500 del 1980. Si trattò della prima, completa privatizzazione del sistema pensionistico, implementata a partire dal 1 gennaio 1981. Il sistema si basa sui fondi pensioni privati, a cui i cittadini e i datori di lavorano versano una percentuale del salario. Sono gli amministratori dei fondi (Administradoras de Fondos de Pensiones AFP) a occuparsi delle somme versate, controllati da una struttura governativa super partes, la Superintendencia de Afp (raccomando a questo proposito la visita del sito www.safp.cl per approfondire i pilastri della riforma ma anche per toccare con mano il dettaglio di informazioni e studi liberamente disponibili al cittadino).
    Lo Stato, infatti, vigila sulla composizione del portafoglio titoli e sulle Afp. Al cittadino, al quale è consentito passare da una Afp all’altra (con un limite massimo di 4 volte in un anno) è lasciata la libertà (e la responsabilità) di scegliere il proprio percorso di avvicinamento alla pensione, in termini di versamenti (in aggiunta al 10% del salario versato obbligatoriamente) e di età. I contributi sono deducibili dalle tasse e i rendimenti del fondo sono esentasse. L’età pensionabile (65 per gli uomini, 60 per le donne) è necessaria solo se si vuole accedere alla pensione minima statale e nel caso in cui il capitale maturato non garantisca una rendita almeno pari all’ultimo salario; chi dovesse raggiungere una simile performance prima della fatidica età può optare per la pensione, scegliendo di pensionarsi relativamente giovane. A 25 anni dalla privatizzazione, l’attuale governo sta studiando una nuova riforma che, come si legge nei documenti informativi a disposizione su www.gobiernodechile.cl , “permetta alle persone di disporre di una pensione più sicura, che consenta di vivere degnamente”.
    Comunque la si voglia interpretare, la riforma in atto è di grande interesse: riconosciuti e misurati i limiti del sistema a capitalizzazione, l’attuale governo, lungi dal distruggere l’attuale sistema, cerca piuttosto una strada per l’ottimizzazione. Si prevede innanzitutto un sistema di pensioni di solidarietà (65 anni per uomini e donne) a integrazione dell’odierna capitalizzazione individuale, destinato a rimpiazzare gradualmente l’attuale sistema di pensioni assistenziali e il programma di pensioni minime garantite. Si prevede la creazione della Superintendencia de Pensiones per controllarne la fiscalizzazione.

    http://www.brunoleoni.it/nextpage.aspx?codice=5644

  2. #2
    Gioa
    Ospite

    Predefinito

    Per me sarebbe meglio che si deciderebbero a lavorare per abolire queste pensioni come far pagare i contributi, creando un sistema efficace di assistenza sociale, ma evitiamo gli sprechi.
    Dico c'è chi ha un reddito di 6o.ooo e poi perche ha versato per anni xxx tanto di contributi ne prende di pensione il triplo.
    Basta secondo me questo sistema và corretto e l'aiuto và dato a chi realmente ne ha di bisogno.
    Un saluto

  3. #3
    Forumista senior
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    Citazione Originariamente Scritto da Percaso Visualizza Messaggio
    Per me sarebbe meglio che si deciderebbero a lavorare per abolire queste pensioni come far pagare i contributi, creando un sistema efficace di assistenza sociale, ma evitiamo gli sprechi.
    Dico c'è chi ha un reddito di 6o.ooo e poi perche ha versato per anni xxx tanto di contributi ne prende di pensione il triplo.
    Basta secondo me questo sistema và corretto e l'aiuto và dato a chi realmente ne ha di bisogno.
    Un saluto
    Esatto: ai cassaintegrati a vita, ai parlamentari, etc

  4. #4
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    Predefinito L´INPS e´ un ente inutile

    Quanto costa l´INPS in realta´ agli italiani??? Perche´ gli impiegati (e i “dirigenti”) dell´INPS e di altri istituti (im-)previdenziali devono guadagnare in media il 40% di piu´ degli altri impiegati pubblici??? Perche´ l´INPS non e´ in grado di gestire in modo trasparente ed efficiente un sistema di ammortizzatori sociali che sia degno del nome e gestire in modo altrettanto trasparente ed efficiente gli aiuti sociali a chi non ce la fa da solo/a???
    Quanto si potrebbe risparmiare in termini di costi e di eliminazione di inefficienze burosauriche liquidando l´INPS???
    A chi mi dice che ci sono milioni di pensioni da pagare, non rispondo che lo so anch´io, ma che lo sappiamo tutti. Ma dobbiamo uscire da certi circoli viziosi, di cui milioni di cittadini spesso neanche si accorgono in quanto non sanno che esistono.
    Questo e´ uno pseudo-problema, in quanto l´INPS puo´ essere liquidata totalmente (e bisognerebbe farlo in tempi brevissimi, nel giro di giorni se non di mesi, un dolore forte, ma breve e´ piu´ facilmente sopportabile di una “liquidazione di ente inutile” alla romana) creando un istituto previdenziale dallo zero assoluto sotto forma di una serie di SPA “public companies” a livello regionale/locale, in cui l´essere azionisti e´ obbligatorio, me nessun cittadino puo´ possedere piu´ di una azione (e un voto). Ogni cittadino dovrebbe avere il diritto di associarsi alla SPA previdenziale che gli aggrada di piu´ con un “conto previdenziale portatile” per mettere e mantenere gli istituti previdenziali in concorrenza tra loro.
    Gli addetti del settore pubblico allargato dovrebbero continuare ad avere diritto a pensioni “pubbliche” di questo tipo? Ovviamente no, ma dovrebbero avere stipendi tali da potersi permettere di finanziarsi da soli una previdenza esclusivamente privata.
    Il tema lavori “usuranti”/”non usuranti” e´ solo polvere demagogica negli occhi del popolo … il tema di cui si dovrebbe discutere dovrebbero essere “lavori produttivi” e “lavori improduttivi” nel settore pubblico allargato … i conti previdenziali privati sono pressoche´ in equilbrio … e´ logico che chi fa un lavoro per la societa´ civile improduttivo (ad es. il politico di professione, il sindacalista, il funzionario di camera di commercio ecc.), non dovrebbe avere alcun dirittto a pensioni di tipo pubblico, cioe´ a spese totali del contribuente … dovrebbe esserci un divieto costituzionale in tal senso … mentre chi fa un lavoro pubblico PRODUTTIVO (lo spazzino, ad esempio, l´infermiera ecc.), dovrebbe AVERE UNA LIBERA POSSIBILITA´ DI SCELTA (o pubblico o privato o un mix) … ovviamente in un sistema previdenziale di tale tipo non c´e´ posto ne´ per sindacalisti in posizioni direzionali ne´ per i sindacati che amministrano a lor piacere fondi pensione riempiendosi la panza di provvigioni dalle banche a cui mediano soldi dei loro “associati” …
    Questo perche´, mentre la “sinistra” deruba i lavoratori produttivi del TFR in quanto lo stato non ce la fa piu´ a rattoppare i buchi di bilancio degli enti previdenziali pubblici a causa delle fortissime pressioni di politica economica provenienti dal FMI e dalla UE, il “debito pensionistico implicito” in Italia ha raggiunto (le stime variano) tra il 200% e il 300% del PIL, soprattutto grazie al dimensionamento esagerato degli addetti al settore pubblico allargato improduttivi, che tutti hanno e maturano diritti pensionistici infinanziabili … a cui dovete aggiungere lo stock di debito pubblico, le cui statistiche pubblicate sono tutte false …
    Il mio programma di igiene istituzionale non si ferma qui.
    Cordialmente
    Luca Zampetti

 

 

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