I conti della Chiesa


02/10/2007


Un lettore segnala l’articolo uscito su La Repubblica (1), esigendo giustamente da parte nostra una presa di posizione utile a smontare le argomentazioni presentate a sostegno della tesi di fondo che domina l’intero pezzo: la Chiesa, nonostante stia sparendo, è più che mai vivo parassita delle tasche degli italiani, che, badate bene, neppure hanno consapevolezza di ciò!
Insomma, oltre al danno, la beffa.
Il lettore suggerisce anche alcuni spunti di riflessione che vanno certamente presi in considerazione e che non possono essere tralasciati ad un esame oggettivo dei fatti.
L’analogia ostentata sul quale gioca l’autore del pezzo consiste nell’accostamento continuo e parallelo tra due differenti realtà: quella della oramai nota «casta» politica e quella dell’apparato ecclesiastico.
Si sostiene a più riprese che il costo complessivo di queste pesanti burocrazie sia pressoché identico.
Procediamo con ordine.
In primo luogo notiamo come l’inchiesta null’altro sembri essere se non la ripresa di dati reperibili in rete (2) e risalenti al 2005; ci auguriamo, per esigenze di oggettività, che la ricerca sia stata un po’ più estesa.
Ma entriamo «in re».
Esaminiamo il caso «8 per mille».
Si sostiene, velatamente, che si tratti di una vera e propria ingiustizia: dare tanti soldi al «Vaticano», senza avere il minimo della contezza sul loro destino, determinazione politica seguita, tra l’altro, allo scandalo del Banco Ambrosiano di Calvi, a causa del quale i conti dell’amministrazione vaticana sarebbero stati devastati.
Una Chiesa che fa «poco» in opere di carità (si dice solo circa il 12% dell’incasso) e spende molto in opinabili (secondo l’inchiesta) attività di culto e varie ed eventuali, non meglio definibili.
Prima obiezione scontata: l’8 per mille è un costo eliminabile?
Dove finirebbero questi soldi (anche se - è noto- non gravano «direttamente», ma solo «indirettamente» sul portafogli del cittadino) se non fossero destinati alla Chiesa cattolica?
Nelle tasche degli italiani?
Lasciateci dubitare e fortemente.
Volgiamo lo sguardo a trecentosessanta gradi e cerchiamo di vedere le cose un po’ più a fondo.

Prendiamo ad esempio i finanziamenti per il Giubileo (3.500 miliardi di lire); scandaloso, sembra urlare l’autore del pezzo!
E’ vero, sono tanti soldi!
Ma quanti «ne sono entrati» a seguito del massiccio andirivieni di turisti, che per un anno intero ha affollato la capitale e la nazione intera?
In fin dei conti, nella fattispecie, si tratta di un vero investimento: lo Stato (imprenditore) scommette sulla capacità di attrazione mondiale della Chiesa; investe!
Ma poi recupera; eccome!
L’alea dell’operazione?
Quasi nulla!
Non si può tacere che molto del turismo del Bel Paese sia proprio legato alla presenza di tante e tali chiese!
Lo vogliamo dimenticare?
Basta girare per la città di Roma e rendersi conto del fatto che ogni chiesa (di quelle preconciliari, si intende) sia un museo; splendido centro di tesori più o meno nascosti ed accessibili a chiunque; ricchezze che attirano turisti da tutto il mondo, forse grazie anche proprio a quell’8 per mille!
Ci domandiamo perché in Italia vi sia - secondo l’UNESCO e non Effedieffe - oltre il 50% delle opere d’arte?
Dipenderà forse dalle opere pubbliche di valore artistico del governo Prodi o dal sua antecedente Berlusconi?
Non dipenderà forse dalla bellezza estrema del cristianesimo che rivela la sua salutare influenza sull’uomo e sulla civiltà proprio anche attraverso la produzione innumerevole di capolavori dell’arte!?
Si potrebbe obiettare: questo è un dato di fatto relativo a risultanze del passato, adesso le cose sono un po’ diverse: i soldi o se li mangiano o li sprecano.
Forse è anche vero, in parte.
Ma non del tutto.
Il fatto che comunque in Italia esista una realtà sociale, monumentale, artistica, culturale, archeologica e storica siffatta comporta comunque dei costi legati al mantenimento dello status quo, se non al suo miglioramento, che ha indubbiamente dei «ritorni» economici per la collettività tutta (3).
Non è appropriato, quindi, l’accostamento con gli sperperi della classe politica, perché qui i «rientri», è davvero cosa ardua individuarli!

Parliamo poi delle opere di carità.
E chi sostiene che esse siano soltanto di ordine materiale?
Quantificare in materia l’attività della Chiesa è assolutamente inadeguato; come misurare l’aiuto spirituale, morale e psicologico che è in grado di fornire un bravo sacerdote?
Vogliamo scriverlo a bilancio?
Non si pagano forse gli specialisti delle ASL?
Quanti consigli preziosi per stare e vivere bene ricevuti «gratis» dai sacerdoti o dai religiosi.
C’è un equivoco sottile: ed è quello di pensare di poter soppesare la realtà spirituale (ed è un fatto che lo sia) della Chiesa, calcolandola economicamente come fosse un «estratto conto».
Aggiungiamo tuttavia che queste critiche mosse alla gerarchia potrebbero essere per lo meno attenuate di fronte ad una maggiore coerenza di povertà evangelicamente intesa, conseguente ad una vita cristiana creduta e vissuta fino in fondo.
Se i prelati, tutti, mostrassero davvero un Vangelo vivente nelle loro case e cose, allora sarebbe davvero arduo trovare appigli per criticare (anche se avverrebbe lo stesso; ne siamo certi).
Lo stuolo di anime consacrate, speriamo e preghiamo che si decida una buona volta ad essere come il poverello d’Assisi - senza mancare mai del necessario e del dignitoso, come insegna San Paolo - imparando a confidare più nella Provvidenza che negli appoggi di partito.

Al contempo, però, i fedeli non dimentichino mai che è loro obbligo mantenere e sostentare i pastori; l’operaio ha diritto al suo cibo; chi lavora per il Regno, ha diritto di non mancare di nulla di essenziale; si ricordi che l’elemosina espia i peccati e che la Chiesa ci fornisce molte occasioni in tal senso.

Stefano Maria Chiari

1) Vedi http://www.repubblica.it/2007/09/sez...la-chiesa.html
2) Si confronti l’articolo con http://it.wikipedia.org/wiki/Otto_per_mille#_note-1
3) Pensate a quanto lavoro di gente comune si muova dietro operazioni del genere.




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