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Discussione: Il male americano

  1. #1
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  2. #2
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    Cool Rif: Il male americano

    IL MALE AMERICANO

    di Giorgio Locchi e Alain de Benoist

    L'America di oggi é un cadavere in buona salute. Con la sua immensa potenza
    materiale, con la sua estensione geografica, col suo gusto del gigantic, e con la
    fruttificazione del suo capitale, l'America (proprio come l'Unione Sovietica) ha
    potuto creare delle illusioni. Ponendo l'accento sui fattori materiali, sugli elementi.
    quantificabili, ha imposto al mondo l'ideale della superproduzione. Ma questo e
    sufficiente a garantirne l'eternità? Prigionieri del desiderio di «vivere alla
    svelta», gli Stati Uniti scompariranno brutalmente come sono sorti; più presto di
    quanto non si creda, forse, poiché all'interno del l'universo americano non esistono
    possibilità di salvezza, a destra come a sinistra, al nord come al sud.
    Il male americano e una malattia sottile, indolore; una malattia dello spirito
    che ormai ha attaccato anche i corpi ma di cui continuiamo a non accorgerci..
    Come difenderci? Come ci si difende da tutte le malattie: comprendendone i
    meccanismi di azione e le cause, De Benoist e Locchi hanno voluto fare
    proprio questo: il loro libro è un'analisi serrata ma precisa e spietata del male
    americano, e la spiegazione di questo male nella sua genesi e nelle sue
    manifestazioni.

  3. #3
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    Exclamation L a c a p i t a l e d e l n e o m a r x i s m o

    L a c a p i t a l e d e l n e o m a r x i s m o

    È difficile pronunciarsi sull'avvenire della «contestazione». A priori, può apparire
    ricco di nuovi sviluppi, nella misura in cui la società americana, toccata per la prima
    volta nella sua buona coscienza, attraversa una crisi delle più serie. Si avrebbe torto
    tuttavia a sottovalutare le possibilità di «integrazione» e di «recupero» di tale movimento.
    D'altra parte appare evidente come le possibilità di successo siano connesse - lo
    vogliano o meno gli interessati - alla buona salute della società alle spese della quale
    costoro vivono: ci sarà un futuro per le sette e le «comunità» solo fintanto che la
    società americana rimarrà ricca a sufficienza da poterle mantenere. (Paradossalmente,
    un successo sarebbe fatale per i contestatori: se tutti gli individui divenissero dei
    parassiti, chi potrebbero più sfruttale?). Non bisogna infine dimenticare che gli stessi
    avvenimenti non hanno necessariamente, sulle due sponde dell'Atlantico, i medesimi
    effetti. L'America, per sua natura, può trarre beneficio e corroborarsi di quello che in
    Europa si rivelerebbe (e già si rivela) intrinsecamente distruttivo. L'Europa, si potrebbe
    dire, si è costruita attraverso affermazioni che sono state realizzate nei domini più
    diversi. L'America, dal canto suo, è la terra del «no eterno» (das ewige Nein) di cui
    parlava Goethe. Si nutre di quello che ucciderebbe le altre nazioni. «Assorbe quasi tutto e
    "si alimenta di ciò che la conesta" - scrive Stanley Hoffman - Non è così che, da tre
    secoli, dozzine di milioni di immigrati sono stati a loro volta assimilati e hanno fatto
    l'America?» (33).
    All'intelligentsia europea l'american scene offre uno spettacolo attraente: quello di un
    nuovo mondo in cui il vangelo egalitario potrebbe realizzarsi «dolcemente», sotto
    forme (non coattive) non ancora immaginate, senza doversi accompagnare alla
    disciplina tedesco-orientale, alla burocrazia russa o alla massificazione cinese. Se, come
    ha scritto Pierre Thiller, «per molti giovani, il problema reale consiste, per esempio nel
    (33) Il modo in cui in America l'ordine costituito si rafforza in perpetuo con quello
    che, in una società normale, dovrebbe indebolirlo, è stato intuito con esattezza da
    Jean-Marie Domenach, che – di ritorno qualche anno fa dagli Stati Uniti – faceva
    queste disingannate riflessioni: «Una volta di più, l'America é la piú forte. Quello che gli
    hippies ritrovano senza saperlo é il primo contatto dei loro antenati con questa Terra
    Promessa: l'ebrezza della natura vergine, la tenerezza religiosa, la diluizione delle sette, il
    paradiso ricominciato. Tra la fiera ecumenica che vedevo raggiungere l'apice nel campus e
    le folle estasiate che ascoltano l'imbonimento di Billy Ghaham, questo play-boy di Dio, non
    c'è una grande differenza. Per un attimo mi sono detto che questa gioventù bardala
    all'indiana e vivente in "wigwams" sulle montagna era la rivincita dei pellerossa. Ora mi
    accorgo che i pellerossa diffidano di questi imitatori e li cacciano quando si avvicinano troppo
    alle riserve. Hanno la stessa innocenza crudele di chi colonizzò i loro
    antenati, la stessa “buona coscienza”. Sono, certo,, infinitamente tolleranti, ma il
    fatto è che in fondo, da buoni americani, cercano di soddisfare un'esigenza di felicità
    individuale (to enjoy) più intensamente, più puramente degli altri (...). Qui si vede bene in
    che modo il culto americano della felicità sfocia nel panteismo indù. Quel grande amore per
    il genere umano che li induce alla rivolta li ha trasformati: ma non al punto da renderli capaci
    di incarnarlo in un'azione liberatrice. Lo assaporano fra di loro, lo celebrano nei grandi
    raduni senza domani in cui l'isteria è così savia. Ma non fanno nulla che metta davvero in
    pericolo il sistema che rinnegano. Com'era perspicace la guardia campestre di Woodstrock,
    quando dichiarava alla telecamera: "Se ne attendevano 100.000. Sono venuti in più di
    400.000 e non ci sono stati incidenti. Sono davvero buoni americani". Quattrocentomila
    che cantavano in coro: the next stop is the Vietnam. Quattrocentomila: un esercito, tanti
    quasi quanti sono i soldati americani in Vietnam; quattrocentomila che si sono separati
    gridando peace e alla prossima volta» («Esprit», ottobre 1970).
    conciliare idee maoiste con la musica pop anglosassone» (Socrate fonctionnaire, Laffont,
    Paris, 1970), è rivelatore che su .questa sponda dell'Atlantico una certa
    «contestazione», per altro all'apparenza ostile alla società dei consumi e
    all'imperialismo, non possa impedirsi di cercare continuamente fonti d'ispirazione nelle
    forme eternamente rinnovate defila «contro-cultura» amena. Perché proprio dall'America,
    e in forma che non e in nulla debitrice alle ideologie tradizionali nate e cresciute in
    Europa, provengono tutte le mode che costituiscono oggi altrettanti fattori di decadenza,
    altrettanti epifenomeni di un declino. La «nuova sinistra» (New Left) è nata in qualche
    luogo a mezza strada fra la Columbia University e il campus di Berkeley. Gli hippies, le
    «comuni», il catastrofismo ecologico, l'educazione «antiautoritaria», il neofemminismo,
    il behaviourismo, etc.: tutto l'arsenale contestatore è ormai made in USA. La capitale del
    comunismo sino a ieri era Mosca. La capitale del neomarxismo (il «marxismo cocacola
    ») è oggi a Washington. Bisogna stupirsene? L'utopia che rinasce senza posa, la
    fioritura di un parassitismo sempre messo a carico dalla società che denunzia,
    l'esplosione della «contro-società» in una miriade di gruppuscoli, la costituzione di
    una «classe intellettuale» incaricata di tener desta la cattiva coscienza dei «borghesi», la
    droga e l'imbastardimento del linguaggio, i liberi deliri, la proliferazione delle sétte: tutto
    questo rigoglio non poteva che sedurre quanti, in fondo, sognano soprattutto una
    rivoluzione senza fatica.
    Alcune opere recenti attestano questa incontenibile attrazione. Nel suo Journal de
    Californie (Seuil, Paris, 1970) Edgar Morin ammette che nel corso di un viaggio nel
    paese degli hippies era «costantemente high». Della California della contestazione questo
    autore ricorda sei tratti pricipali che sono ai suoi occhi altrettanti pregi: «neorousseauvianesimo,
    bisogno di purezza cristiana, calore infantile, tradizione libertaria,
    comunismo utopistico, rifiuto "katmandiano" dell'Occidente». Ecco, a suo giudizio,
    «una forma di cultura che offre un ideale di vita». «Quello che é rivoluzionario - continua
    Morin - è la comune e nuova rete di relazioni umane, sociali, addirittura economiche, sono il
    rock festival ed il love in». Dal canto suo Jean François Revel, in Né Cristo né Marx,
    assicura che solo negli Stati Uniti la rivoluzione non sarà una ripetizione. «La rivoluzione
    del XX secolo avrà luogo negli Stati Uniti. Non può avere luogo altrove. Ha già incominciato
    a svolgersi. Si manifesterà nel resto del mondo solo se prima avrà successo nell'America del
    Nord» (J. F. Revel, pseud. di J. F. Ricard, Né Cristo né Marx. Dalla seconda rivoluzione
    americana alla seconda rivoluzione mondiale, Rizzoli 1971).
    Commenti come questi segnano il compimento di un processo innescato molto prima. Lo
    si può far risalire all'indomani immediato dell'ultima guerra. Con la Liberazione, si
    sviluppa l'esistenzialismo sartriano, nei fumi del Tabou, al suono della jazz band
    americana. Saint-Germain des Prés, nel 1946, non aspira che a diventare una succursale
    di Greenwich Villaggi Tutta una generazione di bohémiens, efficacemente descritta da
    Boris Vian, si atteggia ad epigona dei maestri della beat generation, i Kerouac, i
    Ginsberg e i Borroughs. «A distanza di tempo - come osserva Michel Crozier - ci si
    dimentica eccessivamente sino a che punto la generazione intellettuale della Liberazione sia
    stata nutrita (comunisti compresi) di jazz, di romanzi e di cinema americani, e le riviste di
    studi appassionati sugli scrittori americani degli anni Trenta» (La révolution culturelle, in
    «Preuves», gennaio-febbraio 1966). Era l'epoca in cui, dopo la firma degli accordi Blum
    Byrnes, Léon Blum si faceva trattare da «social-americano», mentre Marceau Pivert,
    Pierre Monatte, Roger Hagnauer, Alfred Rosmer ed altri rimproveravano a Daniel
    Guérin la «severità eccessiva» di cui aveva fatto mostra in un libro intitolato Oh va
    le peuple américain? (Julliard, Paris 1950). A partire da allora la causa era decisa ed il
    resto sarebbe venuto di conseguenza. Dalla «serie gialla» al «furore di vivere», da
    Blackboard Jungle a Wilhelm Reich, l'intelligentsia era matura per ogni sorta di
    importazione. Negli anni Cinquanta né l'affare Rosenberg né il regno del maccarthismo
    riuscirono a cambiare sul serio questo stato d'animo. Una certa ultrasinistra restava
    americanofila nell'animo. In seguito, il processo di decolonizzazione doveva dare
    occasione, all'insegna del «kennedismo» e della «New Society», all'intelligentsia del
    dopoguerra ed all'eterna America di ritrovarsi mutuamente: l'America seppe allora
    ricordarsi di essere stata una colonia. (Lo dimenticò, tuttavia, quando la Rhodesia
    proclamò unilateralmente la sua indipendenza). Da allora, niente ha più potuto
    sradicare questa fascination per l'universo cosmopolita americano in cui l'intelligentsia
    europea si è sempre riconosciuta, in cui ha sempre trovato le proprie ispirazioni e le
    proprie giustificazioni. Ancor oggi, mentre condanna furiosamente l'imperialismo e fa
    CIA, la stessa intelligentsia si arresta davanti all'America come di fronte alla propria
    patria. Una sorta di riflesso interno la spinge verso quel paese che dà tanto spazio agli
    intellettuali é così poco alla cultura (niente per l'anima, tutto per lo spirito), in cui la
    vita quotidiana le sembra così attraente, con le sue «donne fatali» e i suoi misfits, il suo
    «inferno urbano», il suo ideale del melting pot, i suoi asociali scervellati, i suoi
    emarginati e i suoi «bruciati». Ieri si appassionava per Humphrey Bogart, per James
    Dean e per Marilyn Monroe: i tre eroi vittime del sogno americano. Oggi celebra la
    «metafisica» dei Peanuts e l'«universo magico» dei Serials. Robert Desnos esclama:
    «Hollywood! Città del sogno e del miracolo. Hollywood! Hollywood! Città libera in un
    popolo asservito, città libera e volontariamente incatenata alle sole catene che lo spirito
    consente di portare!» (Cinéma, Gallimard, Paris 1966). Jean-Marie Domenach afferma:
    «Gli Stati Uniti sono il più grande paese comunista del mondo» (in «Esprit», ottobre
    1970). Gli stessi comunisti, «a modo loro, amano l'America - spiega Annie Kriegel -
    (perché) si sentono d'accordo con le aspirazioni, i bisogni, le attese che presiedono all'uso
    della metafora del Nuovo Mondo» (Communismes au miroir français, Gallimard, Paris
    1974). «Che l'ingresso nella terra promessa avvenga attraverso da migrazione o la
    conversione - aggiunge la Kriegel - in entrambi i casi è stato necessario scegliere di
    persona, eleggere un nuovo modo di essere al mondo. L'emigrante e il comunista
    hanno in comune una medesima esperienza brutale che è quella della frattura»
    (ibidem). Washington è proprio la capitale del «marxismo coca cola».

  4. #4
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  5. #5
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    Predefinito Rif: Dal sito dell'uomo libero

    Ho iniziato a leggerlo proprio ieri. Grazie della segnalazione.

 

 

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