Vorrei recuperare quanto è possibile dell'MD CODE dal vecchio archivio di POL ed eventualmente aggiungervi altri estratti. Questa volta gli estratti compariranno per rilevanza e non per ordine in relazione agli eventi che hanno, a mio avviso, confermato l'attendibilità di sostanza dell'MD CODE. Partirei dalla metodologia della ricerca, visto che mi ha procurato (non a caso) non pochi danni e reazioni "accademiche".
METODOLOGIA DELLA RICERCA 1
(in origine secondo capitolo)
In un commento di Einstein a un testo di Born contro Arthur S. Eddington (tacciato di hegelismo) compaiono i maggiori problemi per la messa a punto di un metodo di ricerca che riesca a stabilire un rapporto scientifico tra la realtà fisica e quella che la tradizione filosofica indica come metafisica: “Ho letto con molto interesse la tua conferenza contro gli hegeliani, che per noi fisici teorici assumono un aspetto donchisciottesco (o addirittura la veste di seduttori?). Il fatto è che dove questo male o questo vizio vengono a mancare del tutto, si fa subito avanti l’inguaribile filisteo. Confido perciò che la fisica giudaica non debba scomparire.”1
Nella risposta Born rimprovera a Einstein la sottovalutazione della fisica quantistica, la pretesa di attendersi troppo dalla sua speculazione alla giudaica e di cercare una legge che unifichi il mondo fisico e quello spirituale, ossia l’omogeneità spinoziana tra res e ideae.2 Born non sembra però escludere che l’esigenza teorica di un modello scientifico applicabile sia allo studio della realtà fisica che a quella spirituale sia da biasimare o da escludere, nonostante egli la neghi per sé e per gli altri: “Innanzi tutto - scrive a Einstein - credo che tu sottovaluti le basi empiriche della teoria dei quanti..., in secondo luogo, la tua filosofia concilierebbe in qualche modo l’automatismo delle cose inanimate con l’esistenza della responsabilità e della coscienza, cosa che io non riesco a fare... In ogni caso penso che abbia diritto alla riflessione speculativa uno come te, ma non gli altri, me compreso... Ho sempre avuto molta stima per la tua fisica giudaica e ne ho tratto molte gioie; ma personalmente l’ho praticata una volta sola, con la mia elettrodinamica non lineare, e non è stato certo un gran successo...”3
Non importa qui decidere se Einstein fosse ateo o credente, o se egli interpretasse Dio come razionalità maimonidea. E’ l’idea di “trovare una legge che unifichi il mondo fisico e quello spirituale” che suscita interesse e si presenta ricca di conseguenze, indicandoci quale sia il campo di ricerca più centrale per l’elaborazione di categorie filosofiche in grado di permettere alla scienza di superare l’aporia metafisica, inglobandone l’oggetto di studio. Ciò dovrebbe significare l’ammissione che le entità dalla metafisica ritenute eteree, immateriali, incorporee, trascendenti e opposte alla realtà fisica, siano teoricamente sperimentali e omogenee con le leggi e l’energia a fondamento del mondo materiale. In tal caso l’aporia non riguarderebbe più la sostanza, tradizionalmente oggetto di studio della metafisica, bensì il grado di evoluzione scientifica, e dunque il livello degli strumenti di ricerca per la verifica o la confutazione di ipotetiche sostanze spirituali. Il problema non consiste nelle sostanze spirituali ipoteticamente esistenti, ma nella capacità dell’uomo di accedervi con le sue attuali capacità e i suoi mezzi.
Essendo per lo scienziato l’ipotesi più straordinaria e difficile da esaminare, Dio è la grande possibilità e l’oggetto di studio più elevato, il quale dovrebbe piuttosto animare e ampliare la ricerca, anziché limitarla allo studio delle cose immediatamente sensibili.
Per questa ragione Dio è in Descartes il garante metafisico della scienza,4 essendo che Egli interviene per “il primo dei suoi attributi, cioè ch’Egli è verissimo ed è la fonte di ogni luce, sì che è impossibile che c’inganni.”5 E’ garante, (secondo quanto scrive il 15 aprile 1630 Descartes a Mersenne) “in quanto è criterio e principio per la conoscenza del mondo: non trascurerò di toccare, nella mia fisica, parecchie questioni metafisiche, e in particolare questa: che le verità matematiche, che voi chiamate eterne, sono state stabilite da Dio e interamente ne dipendono, così come tutto il resto delle creature. In effetti è parlare di Dio come un Giove o di un Saturno, e assoggettarlo allo Stige e al fato, il dire che queste verità sono indipendenti da lui. Non temete affatto, ve ne prego, di affermare e di render pubblico ovunque che è Dio che ha stabilito queste leggi nella natura, così come un Re stabilisce delle leggi nel suo Regno... Vi si dirà che se Dio avesse stabilito queste verità, egli potrebbe cambiarle, come un Re fa con le sue leggi; al che bisogna rispondere che, sì, se la sua volontà può cambiare -. Ma io le comprendo come eterne e immutabili. - E io giudico lo stesso di Dio. - Ma la sua volontà è libera. - Sì, ma la sua potenza è incomprensibile; e generalmente noi possiamo ben assicurare che Dio può far tutto ciò che noi possiamo comprendere, ma non che egli non possa fare ciò che noi non possiamo comprendere; poiché sarebbe temerarietà supporre che la nostra immaginazione s’estenda quanto la sua potenza.”6
Le pagine dedicate da Elena Bein Ricco e Giovanna Pons alle tappe che condussero alla formulazione delle leggi della meccanica, e quindi alla fondazione della fisica moderna, chiariscono brillantemente come gran parte delle discussioni tra i fisici del Sei e del Settecento riguardassero intrinsecamente Dio. La disputa tra Leibniz e Newton sul moto, il tempo e lo spazio assoluti coinvolse anche il teologo Clarke, i cui risultati per la meccanica newtoniana nei Principia procedono di pari passo con affermazioni di carattere teologico: “Come i moti veri siano da dedurre dalle loro cause, dagli effetti e dalle differenze apparenti, e per contro come dai moti sia veri sia apparenti si deducano le loro cause ed effetti, verrà insegnato largamente in seguito. A questo fine è stato infatti composto il seguente trattato... Egli regge tutte le cose non come anima del mondo, ma come Signore dell’universo... dura sempre ed è presente ovunque, ed esistendo sempre e ovunque, fonda la durata e lo spazio. Poiché ogni particella dello spazio è sempre, e ogni momento indivisibile della durata è ovunque, certamente l’Artefice e il Signore di tutte le cose sarà sempre e ovunque”.7
Le osservazioni con le quali Leibniz contesta la concezione newtoniana del moto assoluto, la quale riconosceva a Dio un costante intervento per la correzione delle resistenze dovute all’attrazione dei corpi celesti, alla rivoluzione intorno al Sole e alla rotazione della Terra sul suo asse, implica pur sempre un ricorso alla teologia, fondandosi sull’affermazione che nulla può limitare l’onnipotenza di Dio, e che dunque il concetto di moto, spazio e tempo assoluti è blasfemo: “Se lo spazio è una realtà assoluta..., sarà più sussistente delle sostanze: Dio non potrebbe né distruggerlo, né mutarlo per nulla. Esso sarebbe non soltanto immenso nella sua totalità, ma anche immutabile ed eterno in ogni sua parte, e vi sarebbe un’infinità di cose, eterne, fuori di Dio.”8
A proposito della teoria secondo la quale Dio correggerebbe di tanto in tanto le perturbazioni del creato, Leibniz afferma: “Newton e i suoi seguaci hanno un’idea molto ridicola dell’opera di Dio. Secondo loro, Dio ha bisogno di caricare di tanto in tanto il suo orologio, che altrimenti cesserebbe di agire. Egli non ha avuto tanto accorgimento da imprimergli un moto perpetuo. Inoltre la macchina di Dio è, secondo loro, così imperfetta, che Dio è costretto, di tempo in tempo, a ripulirla con un lavoro straordinario, e anche ad aggiustarla, come fa un orologiaio con la sua opera; ma un operaio è un artefice tanto più inesperto quanto più spesso è obbligato a ritoccarla e a correggerla.”9 Per Leibniz l’attività miracolosa di Dio nel mondo “non è per sostenere i bisogni della natura, ma quelli della grazia”, tanto che “giudicare diversamente, sarebbe avere un’idea molto bassa della saggezza e della potenza di Dio.”10
La disputa tra Leibniz, Newton e Clarke, dimostra che sia l’intuizione di base (l’a priori: Dio reggitore del mondo), che la tesi di Leibniz o l’idea newtoniana del moto assoluto e dell’intervento correttivo di Dio sulle resistenze, rappresentano delle ipotesi, nonostante esse si siano dimostrate generalmente feconde per la scienza. La validità dell’approccio teistico della scienza è ipotetico, allo stesso modo di quello naturalistico. La scienza dovrebbe contemplare ogni ipotesi che regge ai tentativi di confutazione e aderisce allo spirito della tolleranza e del pluralismo.
Supporre che il libro di E. B. Ricco e G. Pons rappresenti il tentativo di rendere confessionale la scienza dimostrandone la dipendenza dal teismo dei padri fondatori del XVII e XVIII secolo, sarebbe un errore, perché esso è pervaso dall’attitudine a considerare l’importanza che ogni ipotesi e scuola di pensiero riveste per la ricerca. Enrico Rambaldi a questo riguardo afferma: “Ciò che ritengo è che qualsiasi ricerca che generalizzi, metta in luce connessioni e dunque sensibilizzi alla complessità, all’ineliminabile aporeticità, alle implicazioni filosofiche, politiche, morali ecc., che qualsiasi ricerca di tal fatta sia un contributo a una concezione intrinsecamente pluralistica, e quindi tollerante, della cultura e del vivere civile.”11 Ciò non toglie che in esso si rifletta il disagio e il disappunto per l’emarginazione a cui certo naturalismo crede di poter relegare le minoranze teistiche.
L’introduzione del volume di Ricco e Pons è caratterizzata da tale attitudine pluralistica e tollerante, benché si faccia denuncia dei comportamenti monopolistici (se non del tutto faziosi) di certa ricerca ateistica. Enrico Rambaldi scrive: “Non la confessionalità è scomparsa dai laboratori scientifici, pendendo in tutti il crocefisso ed essendo in stragrande maggioranza i ricercatori scientifici italiani atei - si fa per dire -, ma battezzati, comunicati, cresimati, sposati in chiesa e usi a far battezzare, comunicare e cresimare i figli, rarissimamente richiedendone anche solo l’esonero dall’insegnamento della religione nelle scuole; esonero che vien richiesto in modo massiccio non da questi sedicenti atei, ma dalle minoranze religiose: ebrei, protestanti, testimoni di Geova, ecc. Ciò che nei laboratori, nei dibattiti e nei libri (anche di divulgazione) manca è la spinta a interpretazioni filosofiche generali della scienza. Dio è scomparso, e sia, ma trascinando con sé un aspetto irrinunciabile della riflessione scientifica, lasciata impoverita di considerazioni generali: domina, vero, un ateismo tacito, ma connesso a un ancor più radicale agnosticismo filosofico, sicché gli atei militanti dei nostri giorni, pronti a bollare come oscurantista o fiacco chiunque avverta la profonda eco implicita anche in tematiche di fede, si trovano da un lato a esultare per l’ateismo dei fisici, e dall’altro a maledirli perché docili strumenti del potere economico e militare. Avessero, questi fisici, problemi etici e filosofici reali, pur da credenti, anziché il protagonismo che, anno dopo anno, esibiscono - per esempio a Erice -, sarebbe meglio per tutti.”12
Ciò che si mette in questione è uno dei cardini ideologici della nostra società: “che la scienza in quanto tale sia, come dire, il foro privilegiato e il monumento inscalfibile di un conformismo ateo, il regno di apodittiche certezze.”13
A. Inadeguatezza delle tradizionali definizioni metafisiche
Sarà pure che la scienza contemporanea possa in genere considerarsi autonoma e indipendente dalle premesse teistiche dei padri fondatori, ma il carattere ipotetico delle tesi metafisiche di quest’ultimi non può essere ignorato.
A ben guardare il teismo di Newton, si scoprono nuovi atteggiamenti che mostrano il pregio di una maggiore concretezza nel considerare le realtà metafisiche in relazione coerente con il mondo fisico: “Dio avrebbe quindi immesso l’intera massa del mondo in questo spazio assoluto, e le forze centrifughe sarebbero la manifestazione dinamica dell’esistenza di moti assoluti entro questo spazio. Così lo spazio e la durata assoluti diventano per Newton la realtà dell’onnipresenza e onnipotenza di Dio.”14 L’occasione era propizia per la riformulazione teorica delle sostanze metafisiche quali entità energetiche omogenee con l’energia dei corpi fisici, ma Newton dinanzi al dogma tradizionale dell’immaterialità di Dio (su cui si conviene, pur esigendone una esplicitazione adeguata) forse non ha neppure pensato a procedere ulteriormente nell’idea del coinvolgimento di Dio nella spiegazione del reggimento di tutte le cose, non solo come Signore dell’universo, ma come energia che determina le leggi e il movimento dei corpi: “C’è un Essere incorporeo, vivente, intelligente, onnipresente, che nello spazio infinito, come fosse nel proprio sensorio, vede le cose nella loro stessa interiorità e le percepisce e le comprende interamente per la loro immediata presenza in lui... un Agente potente ed eterno che, essendo in ogni luogo, è in grado di muovere con la sua volontà i corpi nel suo infinito e uniforme sensorio.”15 Si è insistito per secoli sull’incorporeità di Dio e dello spirito, senza adoperarsi nel precisare che tale affermazione implica sì una diversità nei confronti della precaria materialità del mondo, ma non la necessità che lo Spirito non disponga di una consistenza, di una energia, nonché di una sostanza, intelligibilmente, coerentemente e omogeneamente correlate alla fisicità del mondo visibile. L’etericità di Dio non può corrispondere a una fluidità senza consistenza ed energia e la ragione per la quale le stesse Sacre Scritture impediscono l’attribuzione a Dio della materialità e della corporeità è determinata dall’elevatezza della sua essenza, e dunque dall’inadeguatezza dei termini tradizionali a esprimerla.
La necessità di trasferire la discussione delle sostanze metafisiche entro ambiti e categorie che siano nello stesso tempo compatibili con le sostanze fisiche (onde superare l’impossibilità per la scienza di concepire e ammettere teorie e ipotesi che non si riferiscano a sostanze consistenti e a fenomeni almeno teoricamente sperimentali) dovrebbe prevedere termini e concetti adatti a spiegare una trascendenza che può essere proposta come un diverso livello di fisicità, il quale è detto tradizionalmente metafisico. La formulazione di tali termini e concetti rientra tra le prerogative che le Sacre Scritture attribuiscono a se stesse, nonché tra i compiti di competenza della teologia e della filosofia, la cui vocazione consiste anche nel valutare criticamente l’attendibilità e la logica dei propri procedimenti. Senza compiere una tale operazione non si può che rinunciare all’elaborazione scientifica di una ricerca relativa alla letteratura biblica, a meno che questa non venga compiuta secondo le categorie e i criteri del naturalismo e sacrificando ogni prospettiva sovrannaturale e perciò Dio stesso, lo Spirito, e l’idea di miracolo e rivelazione.
Nel caso della trattazione dell’argomento del presente volume, sarebbe inevitabile giungere alle medesime conclusioni degli studiosi che affrontano il libro di Daniele come un’opera mitologica e pseudoepigrafica, a dimostrazione del fatto che i risultati della ricerca biblica sono influenzati dai principi del metodo sperimentale inteso nei termini del naturalismo. Non riconoscere la necessità di stabilire una relazione coerente tra il mondo visibile e quello spirituale, tra finito e infinito, significa dichiararsi alieni alla scienza e rinchiudersi entro gli schemi esclusivamente edificazionali del biblismo pietistico, rinunciando a ogni credibile progetto etico e teocratico. L’idea di una scienza a misura di una metafisica religiosa che riduce i suoi contenuti a un’assoluta etericità dello Spirito, e che nello stesso tempo riguardi l’insieme delle discipline umanistiche, non può essere riconosciuta dalla comunità scientifica, per la semplice ragione che ogni ipotesi relativa allo studio dei fenomeni deve riferirsi a sostanze dotate di una concreta energia e consistenza, e dunque reali.
Se però la metafisica potesse assumere le connotazioni di una disciplina che si occupa di un’ipotetica realtà, la cui dimensione, pur non essendo ancora definita, è pur sempre compatibile con una qualche forma di fisicità, allora potremmo intenderla quale ultrafisica, evitando quella implicita tensione tra fisica e metafisica. Per ultrafisico o metafisico non si dovrebbe far riferimento necessariamente a una realtà spazialmente lontana, bensì ai livelli subatomici ai quali è collegata la spiegazione ultima della materia e delle sue leggi, nonché al centro motore dell’universo e alla relativa energia, dovunque essa sia, oltre che alle entità intelligenti eventualmente esistenti in una tale dimensione pur sempre reale, benché a livelli differenti, superiori o più profondi della fisicità ordinariamente sensibile, e perciò ultrafisiche. La distinzione tra realtà fisica e ultrafisica si pone specialmente a motivo dei limiti strumentali della ricerca e della sensibilità umana, altrimenti non si porrebbe teoricamente necessaria, perché l’intera realtà sarebbe talmente conoscibile che risulterebbe essenzialmente conosciuta.
B. Limiti della fisica classica
Per la fisica classica tutto ciò potrebbe suonare come un’assurdità, ma dovremmo ricordare che le relazioni espresse dalle leggi di quest’ultima concernono operazioni tra numeri reali, e che proprio lo studio dei fenomeni atomici agli inizi del secolo è risultato problematico. Interpretando però le leggi della fisica (quantistica) come l’indicazione di operazioni tra enti matematici (matrici) diversi dai numeri reali, la rappresentazione corretta dei processi atomici può essere ottenuta.16
La fisica classica si è già trovata, dunque, di fronte alla necessità di affrontare i fenomeni atomici adottando modelli ipotetici e probabilistici, giacché “in questo modo la previsione del risultato di un esperimento, a partire dai dati di osservazione (ognuno dei quali è rappresentato da un numero), risulta espressa da un insieme di numeri (reali), ciascuno con una certa probabilità.”17
La legittimità dell’ipotesi di una dimensione spirituale che interagisca e spieghi la realtà fisica, è suggerita da leggi fisiche codificate al seguito “delle regolarità osservate nel succedersi degli eventi, espresse mediante operazioni su enti o simboli matematici (numeri o scalari, vettori, tensori, matrici...), le quali ci consentono di prevedere il risultato di esperimenti od osservazioni precedenti.”18 Si tratta di entità matematiche che permettono una conoscenza e una previsione di fenomeni fisici, la cui essenza però pur sempre sfugge. In altre parole le leggi fisiche convenzionali sono il risultato delle osservazioni statistiche di fenomeni che non hanno ancora raggiunto i livelli subatomici più avanzati, ragion per cui l’affermazione popperiana secondo cui non esistono leggi fisiche vere, “se a questo aggettivo si attribuisce un significato assoluto e universale, quasi si trattasse di norme assegnate all’Universo dal suo Creatore, norme che noi andiamo via via scoprendo,” è fondata.19
Il metodo sperimentale si adegua e si perfeziona nella misura in cui la scienza impara il linguaggio in cui l’universo è costruito, perciò il limite nella verifica dell’ipotesi di una dimensione ultrafisica o spirituale concerne lo scienziato e i suoi metodi sperimentali e non necessariamente l’ipotetico oggetto di studio, purché quest’ultimo riguardi sostanze effettivamente reali e dotate di energia. Le leggi fisiche convenzionali non hanno una validità assoluta pur essendo confermate nella realtà ordinaria: “Ne segue che le leggi fisiche hanno una validità limitata a un certo ambito e a una certa precisione degli esperimenti che sono chiamate a descrivere. Se per vere si intende la loro validità entro quei limiti e non oltre, esse sono indubbiamente vere, cioè verificate. Esiste però un’utilità delle leggi fisiche che ha un’enorme importanza metodologica per la ricerca scientifica: spesso le leggi fisiche sono impiegate per effettuare previsioni che eccedono l’ambito entro cui sono state verificate. In questo senso esse hanno la funzione di ipotesi di lavoro, perché ci permettono di non procedere alla cieca nell’esplorazione del mondo; ciò significa che dobbiamo essere preparati tanto alla loro verificazione in questo ambito più vasto, quanto alla loro falsificazione.”20
Il limite delle leggi fisiche risulta più evidente quando se ne considera l’aspetto euristico-predittivo delle teorie cosmologiche. Per quanto concerne la teoria del Big Bang, la teoria generale della relatività (la quale descrive il comportamento dei grandi aggregati di materia costitutivi dell’Universo) e la teoria quantistica dei campi e delle particelle elementari, sulle cui leggi il modello (rivelato dalle osservazioni astronomiche) è stato costruito, risultano essere compatibili solo entro certi limiti. Il cosiddetto limite di Planck concerne densità, temperature del sistema e dunque l’energia massima delle particelle, al di là delle quali le due leggi non sono più applicabili, e quindi non si è più in grado di descrivere il comportamento dell’Universo reale. Il Big Bang è in sostanza un modello cosmologico con un suo centro motore che si presta inevitabilmente a riflessioni metafisiche, giacché ipotizzare la nascita dell’Universo equivale a porsi sulla linea del Creazionismo. La teoria della relatività e quella dei campi non hanno subito una verifica fino al limite di Plank “e pertanto si potrebbe scoprire che l’una o l’altra (o tutte e due) cessano di essere valide ancora prima di raggiungerlo.”21 Vi sono tutti gli ingredienti di un modello metafisico, perché nonostante lo sperimentalismo, lo studio di ciò che vien detto finito si dissolve inevitabilmente nell’infinito, allo stesso modo in cui il fisico si traduce in metafisico, e viceversa. Perché dunque escludere la possibilità che la profondità e i fondamenti dei fenomeni fisici siano proprio laddove la tradizione metafisica ha creduto d’individuare una realtà spirituale incorporea e immateriale?
La scientificità di una teoria non è determinata soltanto dal carattere sperimentale del fenomeno, bensì anche da un elevato contenuto ipotetico capace di spiegare la realtà senza soluzione di continuità tra fisico e metafisico, per cui anche le entità spirituali rientrerebbero ipoteticamente in una relazione coerente, anche se differenziata, col mondo fisico, la sua struttura e le sue leggi. La metafisica non è dunque necessariamente mitologia, tanto più che nell’epistemologia contemporanea prevale “la tesi che la scienza non sia in grado di attingere la vera natura delle cose, e che, di conseguenza, le teorie scientifiche non pretendono più di rispecchiare l’assetto ordinato del mondo, ma al contrario si configurano come costruzioni in parte convenzionali che valgono come strumenti utili a fornire spiegazioni, sempre provvisorie e modificabili, di certi raggruppamenti di fenomeni.”22
C. L’origine aristotelica dell’aporia metafisica
La storia della filosofia e delle religioni appare segnata da due opposte concezioni della divinità: l’una estremamente naturalistica (panenteismo e panteismo), l’altra estremamente spiritualistica, al punto che la divinità tende a ridursi ad atto puro e a intelligenza incorporea, benché, a differenza di Anassagora, Aristotele sembra attribuire una certa consistenza alla sostanza divina, ma sempre non sensibile e senza grandezza, (e pertanto inconcepibile per la scienza sperimentale) giacché egli assume che tale debba risultare necessariamente un’entità eterna e infinita: “Che dunque ci sia una sostanza eterna, immobile e separata dalle sostanze sensibili è evidente da ciò che abbiamo detto. Si è mostrato anche che questa sostanza non può avere nessuna grandezza, ma è senza parti e indivisibile. Infatti essa muove per un tempo infinito, ma nulla che sia limitato può avere una potenza infinita. Poiché ogni grandezza o è infinita o è finita, quel principio non può avere, per la ragione che abbiamo detto, una grandezza finita; ma non può neppure avere una grandezza infinita, perché in generale non esiste nessuna grandezza infinita. è abbiamo mostrato anche che è impassibile e immutabile, perché tutti gli altri movimenti sono successivi al movimento locale.”23
Da una parte l’affermazione secondo cui Dio non può avere una grandezza infinita, perché in generale ciò non può essere, e la necessità d’interpretare la dimensione spirituale facendo riferimento a comuni categorie scientifiche, dall’altra, hanno contribuito all’elaborazione di concezioni teistiche quali quelle di Stuart Mill, Peirce e James. Mill sostiene che un dio finito, ossia limitato nella potenza dalla materia e dalla forma, è tutto ciò che l’esperienza del mondo permette di concludere circa un creatore del mondo.24 Pierce si rifiuta perciò di considerare Dio onnisciente e onnipotente in senso proprio e dunque James lo riconduce a un sistema imperfetto e temporale: “Dio non è l’assoluto ma è esso stesso la parte di un sistema, e la sua funzione è non interamente dissimile da quella delle altre parti più piccole e perciò dalla nostra. Avendo un ambiente, esistendo nel tempo e operando nella storia come noi stessi, egli sfugge all’estraneità da tutto ciò che è umano, alla statica intemporalità del perfetto assoluto.”25 James formula in tale maniera un’ipotesi teistica credibile per la scienza, ma smarrisce taluni contenuti proprio di quella fede che intende rendere verosimile. Il metodo scientifico di James è in linea con l’obiettivo di salvaguardare i contenuti della fede finché non se ne dimostri l’inconsistenza o la falsità, però non riesce a conciliare il complesso degli attributi divini della teologia biblica con l’esigenza dell’adozione di categorie comuni sia allo studio delle entità fisiche che a quelle spirituali. Il metodo che egli ha proposto risulta in sintonia con le indicazioni del Popper, giacché “occorre che l’ipotesi prospettata dalla credenza sia di quelle che non è possibile dimostrare né vera né falsa; occorre pure che sia un’ipotesi viva cioè che faccia un reale appello allo spirito di chi se la prospetta; e occorre infine che essa sia importante, cioè decisiva per la vita dell’individuo e non si riferisca a questioni banali.”26
La tesi fondamentale della volontà di credere di James “è che, dal momento che la funzione del pensiero è quella di servire all’azione, il pensiero non ha il diritto di inibire o bloccare credenze utili o necessarie a un’azione efficace nel mondo. Ciò non implica certo il diritto di credere a tutto ciò che si vuole.”27
Il rischio di andare incontro all’errore non riguarda soltanto coloro i quali sostengono ipotesi teistiche per la spiegazione della realtà, bensì anche i naturalisti e tutti gli altri, perché trattandosi pur sempre di ipotesi, il rischio teorico di non risultare alla fine veritieri per la scienza riguarda tutti: “James fa appello a questo proposito alla scommessa di Pascal e la interpreta nel senso del rischio inevitabile che la fede, come la non-fede, comporta. Ma mentre la rinuncia alla fede è rinuncia a tutti i vantaggi eventuali che da essa possono derivare, la fede invece ha questo vantaggio: può provocare la sua propria verificazione.”28 Se però un’ipotesi non può essere dimostrata né come vera né come falsa, se è viva e importante, allora “l’uomo ha il diritto di credere, senza aspettare che essa diventi un’ipotesi dimostrata.”29
Il criterio del può essere conduce alla necessità del pluralismo sia scientifico che sociale. E’ la libertà di coscienza che rappresenta la condizione essenziale per ogni autentico e complessivo progresso. Un’ideologia, un popolo, una religione che pretendono o si aspettano libertà democratiche e privilegi accademici, ma che non sono disponibili quando si tratta di concedere altrettanto, non costruiscono in favore della verità, ponendosi anzi nella condizione di dover imporre o subire ogni opportuna forma di colonialismo e oppressione, dovendosi la civiltà cautelare nei loro riguardi per non soccombere, oppure patirne l’imbarbarimento: sia che si tratti di rapporti accademici (tra individui o scuole di pensiero) che di relazioni culturali, sociali, politiche o religiose, sia in ambiti territoriali circoscritti che internazionali, la dinamica e la strategia sono le stesse. La scienza non teme la formulazione delle ipotesi vive, importanti e non confutate, perché la verità è come la luce, giacché come le tenebre fuggono all’apparire della luce, così la falsità e la menzogna fuggono dinanzi al vero, nonostante ogni sorta di pretesto nel nome stesso di ciò che vi è di sacro possa essere tentato e si possa propagandare una parvenza di ortodossia, denunciando i patimenti subiti, ma tacendo il proprio fanatismo e le violenze inflitte non sempre soltanto psicologiche e sociali.
La visione spiritualistica di James esige un universo pluralistico, “cioè un universo in cui la molteplicità e l’indipendenza relativa degli esseri e delle coscienze renda possibile l’indeterminazione, il caso, la libertà e in cui il progresso sia perciò la risultante della cooperazione degli sforzi.”30 L’errore credo sia però nel voler estendere il pluralismo da un universo in via di formazione e alla ricerca della propria identità, alla divinità. Pluralismo e ipoteticità riguardano indubbiamente l’esistenza storica dell’uomo, perlomeno fino a quando i problemi dell’identità umana e della scienza non verranno risolti: “L’universo progressista è concepito secondo un’analogia sociale, come una molteplicità, un pluralismo di forze indipendenti; esso riuscirà esattamente nella misura in cui il più gran numero delle sue stesse forze lavoreranno al suo successo. Se nessuna d’esse vi lavora, esso fallirà; se ciascuna farà del suo meglio, esso riuscirà. Così i suoi destini sono sospesi a un se o piuttosto a una serie di se - ciò che torna a dire, nel linguaggio proprio della logica, che, essendo il mondo fino a oggi incompiuto, il suo carattere totale non può che essere espresso che per ipotesi e non certo con proposizioni categoriche.”31
Non condivido l’idea di coinvolgere Dio come parte di un sistema perfettibile, motivati (come credo sia James) dalla necessità teoretica di assimilare la dimensione spirituale alle categorie della fisica classica, credendo con ciò di superare la negazione (in generale) aristotelica di una qualche fisicità divina che rientri nell’idea di grandezza. Il risultato consiste in una riduzione, giacché in un universo di questo genere, Dio stesso non può essere concepito né come onnisciente né come onnipotente: esso è un Dio finito: “Nel sistema pluralistico, Dio, non essendo più l’assoluto, ha funzioni che possono essere considerate non del tutto dissimili da quelle delle altre parti minori, e perciò simili alle nostre stesse funzioni. Avendo un ambiente a lui esterno, esistendo nel tempo e creando la sua storia proprio come noi stessi, egli sfugge a quella estraneità rispetto a tutto ciò che è umano, la quale è propria dello statico, intemporale e perfetto Assoluto.”32
Il superamento dell’aporia metafisica (ereditata dai presocratici e resa sistematica da Aristotele) non implica necessariamente la riduzione degli attributi divini, perché potremmo ipotizzare categorie di grandezza adatte alla divinità se riuscissimo a sfuggire alla generalità del loro uso ordinario. Quando generalmente pensiamo alle grandezze dei corpi celesti e della materia dovunque essa sia, pensiamo immediatamente allo spazio, alla massa, al tempo, oltre che all’energia, tradendo la dipendenza del pensiero dalle comuni esperienze dei fenomeni sensibili. La teoria della relatività e la teoria quantistica dei campi indicano la possibilità di un incremento dell’energia e dunque della densità delle particelle che costituiscono i grandi aggregati di materia fino al limite di Plank, dopodiché esse non sono più tra loro compatibili. Se tale limite non potesse essere superato e se la teoria del Big Bang fosse fondata, l’esplosione che ha determinato l’origine dell’Universo risulterebbe la conseguenza di una massa aventi un’energia e una densità limitate, per cui sarebbe arduo ipotizzare l’esistenza di entità le cui grandezze sono infinite. L’ipotesi è che non soltanto possa essere superato il limite di Plank, ma che l’incremento di densità ed energia delle particelle possa essere tale da determinare la dissoluzione o la transizione della materia in una dimensione fisica che non può essere descritta neppure dalle recenti teorie, le quali si presenterebbero in tal caso superate alla pari della fisica quantistica.
I tentativi di spiegare l’origine dell’Universo entro i limiti di Plank si ritrovano nella situazione di dover individuare la causa di una presunta causa prima (a meno che non si faccia ricorso all’eternità della materia dell’Universo), perciò l’esigenza di una teoria superunificata che possa spiegare sia il campo gravitazionale che gli altri campi fondamentali non può facilmente agevolarsi di una teoria che non riconduca tempo, spazio e materia a un punto radicalmente iniziale, che non sia il ritorno ciclico alla compressione del Big Bang. E’ chiaro che una visione panteistica dell’Universo non può essere del tutto filosoficamente esclusa, ma il tentativo di superunificare le leggi fisiche in relazione a tale teoria non si presenta attualmente più probabile di quanto non sia in relazione a premesse metafisiche creazioniste. E’ prevedibile che possa esservi una notevole simpatia da parte degli scienziati naturalisti per il Panteismo, ma è altrettanto prevedibile che una tale simbiosi non possa prospettare una soluzione positiva all’esigenza di conoscenza assoluta e al desiderio di eternità dell’umanità, che non sia la dissoluzione dell’identità spirituale nel brodo universale: approdo finale di turbolente reincarnazioni. E’ anche una questione di gusti e aspirazioni, ma dubito che una visione panteistica sia in grado di confutare il principio di causa prima, eterna e assoluta che caratterizza le scuole di pensiero di tipo creazionista.
All’ipotesi naturalistico-panteista (apparentemente abile nel conciliare fede e scienza), si vuol rispondere delineando in alternativa un’ipotesi naturalistica che sconfini in una concezione metafisica riformata: un naturalistismo monoteistico-giudeocristiano, che tenga in dovuto conto il pensiero biblico e la sua prospettiva sovrannaturale, epurata dell’aporia metafisica che l’aristotelismo e il neoplatonismo hanno trasmesso al Cristianesimo in occasione delle operazioni di traduzione culturale che la Patristica e la Scolastica hanno compiuto (nel bene e nel male) nei confronti delle Sacre Scritture, allo stesso modo di quanto è accaduto in seno all’Islam e all’Ebraismo, attraverso i filosofi medievali arabi ed ebrei.
Il suggerimento è che un centro motore dell’Universo corrisponda anche al suo ombelico, oltre il quale è la causa e la spiegazione definitiva della realtà. Tale ipotesi rende possibile l’esistenza di un’entità infinita e concreta, ma nondimeno non materiale e corporea nei termini a cui in generale facciamo ricorso, e perciò la definizione di Dio quale Spirito non risulterebbe per la scienza così folle, inconcepibile e impossibile come si vuol far credere, perché materialità e spiritualità potrebbero risultare ultrafisicamente in armonia.
L’ipotesi dunque di una realtà spirituale e di una divinità i cui attributi siano quelli biblici è scientifica, nel senso che è viva, importante e non confutata, benché non ne sia dimostrata la fondatezza. L’ipotesi scientifica di una tale divinità è necessaria onde poter avvicinare la letteratura apocalittica e il libro di Daniele, senza negarne il principale riferimento: un Dio Sovrano e Onnipotente, Signore dei tempi e degli eventi, che depone i re o li innalza, il cui dominio non ha fine, il cui regno dura per sempre, e che ha il potere di umiliare i superbi.33
La divinità che però è scontata per il ricercatore teista o monoteista deve però rappresentare un’ipotesi nel momento scientifico della sua applicazione: penso che i credenti e gli scettici che si oppongono a tale affermazione, per il fatto che i primi non ammettono che Colui che è venga esposto ipoteticamente, e gli altri non tollerano, né tanto meno concepiscono quel che essi hanno deciso che non debba essere, ostacolano sia la religione che la scienza. Nel nostro caso è sufficiente l’ammissione di un come se, in quanto ipotesi sufficiente e indispensabile per la trattazione del nostro soggetto.
D. La filosofia della storiografia
E’ un luogo comune che le filosofie della storia non dovrebbero influenzare l’indagine storiografica, a partire dall’affermazione che esse non determinano e anzi ostacolano l’oggettività della ricerca scientifica. Hegel e Marx hanno trattato la filosofia della storia quale teorizzazione arbitraria e non garantita, mentre il filosofo C. D. Broad l’ha definita come filosofia speculativa della storia.34 A quest’ultima (considerata alla stregua di anacronistico retaggio della superstizione metafisica) si è creduto bene di sostituire la filosofia critica della storia, ovvero la filosofia della storiografia, il cui criticismo nell’analisi del processo di composizione della storia non è necessariamente esclusivo dominio dei naturalisti: “Writers in this field usually appear to be making dispassionate analyses, uninfluenced by other theorists. Yet their statements are largerly formed by two contrasting ways of looking at the subject - two ways which themselves have a history. Their ideas can be recognized as growing to a surprising extent out of the two traditions... The two schools of thought about historiography are rooted in the alternative worldviews which emerged in the eighteenth and early nineteenth centuries, one being associated with the Enlightenment and the other being thrown up in the romantic era. Contemporary philosophy of historiography shows traces either of the positivism that was so clearly related to the idea of progress or of the idealism in whose atmosphere historicism was born and sustained.”35
Se consideriamo che l’idealismo è fortemente caratterizzato dal pensiero metafisico si potrà avere un’idea di quanto la filosofia critica della storia non sia esclusivo patrimonio dei positivisti sperimentalisti, la cui pretesa di non essere influenzati da alcuna filosofia che non sia l’oggettiva scienza sperimentale risulta infondata: “... when they philosophize about historical method without an appreciation of the background of their views, it does not mean that they are relatively free from influences deeply embedded in the past... Whether they realize it or not, contemporary philosophers of historiography display traits inherited from earlier schools of thought.”36
In altre parole la filosofia speculativa di natura metafisica non è facilmente escludibile dall’orizzonte critico della filosofia storiografica, e dunque per studioso storico-critico non si dovrebbe intendere esclusivamente il naturalista che si occupa di discipline storiche: “It follows that C. D. Broad’s division of the philosophy of history into speculative on the one hand and critical on the other is not as sharp as it may at first sight appear. The critical is an offshoot of the speculative.”37 Inevitabilmente la filosofia storiografica si ricolloca nella prospettiva metafisica che gli è propria, allo stesso modo di quanto avviene per le scienze esatte, per la semplice e tradizionale ragione che lo studio di qualsivoglia sostanza esige la formulazione di teorie che trascendono l’osservazione fenomenologica e le categorie della fisica quantistica.
Trattando delle vicende umane e del destino dell’uomo, l’indagine storiografica presenta con maggiore problematicità l’esigenza di una tale collocazione.




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