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Discussione: MD CODE (Estratti)

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    Christianity Under Fire
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    Predefinito MD CODE (Estratti)

    Vorrei recuperare quanto è possibile dell'MD CODE dal vecchio archivio di POL ed eventualmente aggiungervi altri estratti. Questa volta gli estratti compariranno per rilevanza e non per ordine in relazione agli eventi che hanno, a mio avviso, confermato l'attendibilità di sostanza dell'MD CODE. Partirei dalla metodologia della ricerca, visto che mi ha procurato (non a caso) non pochi danni e reazioni "accademiche".

    METODOLOGIA DELLA RICERCA 1
    (in origine secondo capitolo)

    In un commento di Einstein a un testo di Born contro Arthur S. Eddington (tacciato di hegelismo) compaiono i maggiori problemi per la messa a punto di un metodo di ricerca che riesca a stabilire un rapporto scientifico tra la realtà fisica e quella che la tradizione filosofica indica come metafisica: “Ho letto con molto interesse la tua conferenza contro gli hegeliani, che per noi fisici teorici assumono un aspetto donchisciottesco (o addirittura la veste di seduttori?). Il fatto è che dove questo male o questo vizio vengono a mancare del tutto, si fa subito avanti l’inguaribile filisteo. Confido perciò che la fisica giudaica non debba scomparire.”1
    Nella risposta Born rimprovera a Einstein la sottovalutazione della fisica quantistica, la pretesa di attendersi troppo dalla sua speculazione alla giudaica e di cercare una legge che unifichi il mondo fisico e quello spirituale, ossia l’omogeneità spinoziana tra res e ideae.2 Born non sembra però escludere che l’esigenza teorica di un modello scientifico applicabile sia allo studio della realtà fisica che a quella spirituale sia da biasimare o da escludere, nonostante egli la neghi per sé e per gli altri: “Innanzi tutto - scrive a Einstein - credo che tu sottovaluti le basi empiriche della teoria dei quanti..., in secondo luogo, la tua filosofia concilierebbe in qualche modo l’automatismo delle cose inanimate con l’esistenza della responsabilità e della coscienza, cosa che io non riesco a fare... In ogni caso penso che abbia diritto alla riflessione speculativa uno come te, ma non gli altri, me compreso... Ho sempre avuto molta stima per la tua fisica giudaica e ne ho tratto molte gioie; ma personalmente l’ho praticata una volta sola, con la mia elettrodinamica non lineare, e non è stato certo un gran successo...”3
    Non importa qui decidere se Einstein fosse ateo o credente, o se egli interpretasse Dio come razionalità maimonidea. E’ l’idea di “trovare una legge che unifichi il mondo fisico e quello spirituale” che suscita interesse e si presenta ricca di conseguenze, indicandoci quale sia il campo di ricerca più centrale per l’elaborazione di categorie filosofiche in grado di permettere alla scienza di superare l’aporia metafisica, inglobandone l’oggetto di studio. Ciò dovrebbe significare l’ammissione che le entità dalla metafisica ritenute eteree, immateriali, incorporee, trascendenti e opposte alla realtà fisica, siano teoricamente sperimentali e omogenee con le leggi e l’energia a fondamento del mondo materiale. In tal caso l’aporia non riguarderebbe più la sostanza, tradizionalmente oggetto di studio della metafisica, bensì il grado di evoluzione scientifica, e dunque il livello degli strumenti di ricerca per la verifica o la confutazione di ipotetiche sostanze spirituali. Il problema non consiste nelle sostanze spirituali ipoteticamente esistenti, ma nella capacità dell’uomo di accedervi con le sue attuali capacità e i suoi mezzi.
    Essendo per lo scienziato l’ipotesi più straordinaria e difficile da esaminare, Dio è la grande possibilità e l’oggetto di studio più elevato, il quale dovrebbe piuttosto animare e ampliare la ricerca, anziché limitarla allo studio delle cose immediatamente sensibili.
    Per questa ragione Dio è in Descartes il garante metafisico della scienza,4 essendo che Egli interviene per “il primo dei suoi attributi, cioè ch’Egli è verissimo ed è la fonte di ogni luce, sì che è impossibile che c’inganni.”5 E’ garante, (secondo quanto scrive il 15 aprile 1630 Descartes a Mersenne) “in quanto è criterio e principio per la conoscenza del mondo: non trascurerò di toccare, nella mia fisica, parecchie questioni metafisiche, e in particolare questa: che le verità matematiche, che voi chiamate eterne, sono state stabilite da Dio e interamente ne dipendono, così come tutto il resto delle creature. In effetti è parlare di Dio come un Giove o di un Saturno, e assoggettarlo allo Stige e al fato, il dire che queste verità sono indipendenti da lui. Non temete affatto, ve ne prego, di affermare e di render pubblico ovunque che è Dio che ha stabilito queste leggi nella natura, così come un Re stabilisce delle leggi nel suo Regno... Vi si dirà che se Dio avesse stabilito queste verità, egli potrebbe cambiarle, come un Re fa con le sue leggi; al che bisogna rispondere che, sì, se la sua volontà può cambiare -. Ma io le comprendo come eterne e immutabili. - E io giudico lo stesso di Dio. - Ma la sua volontà è libera. - Sì, ma la sua potenza è incomprensibile; e generalmente noi possiamo ben assicurare che Dio può far tutto ciò che noi possiamo comprendere, ma non che egli non possa fare ciò che noi non possiamo comprendere; poiché sarebbe temerarietà supporre che la nostra immaginazione s’estenda quanto la sua potenza.”6
    Le pagine dedicate da Elena Bein Ricco e Giovanna Pons alle tappe che condussero alla formulazione delle leggi della meccanica, e quindi alla fondazione della fisica moderna, chiariscono brillantemente come gran parte delle discussioni tra i fisici del Sei e del Settecento riguardassero intrinsecamente Dio. La disputa tra Leibniz e Newton sul moto, il tempo e lo spazio assoluti coinvolse anche il teologo Clarke, i cui risultati per la meccanica newtoniana nei Principia procedono di pari passo con affermazioni di carattere teologico: “Come i moti veri siano da dedurre dalle loro cause, dagli effetti e dalle differenze apparenti, e per contro come dai moti sia veri sia apparenti si deducano le loro cause ed effetti, verrà insegnato largamente in seguito. A questo fine è stato infatti composto il seguente trattato... Egli regge tutte le cose non come anima del mondo, ma come Signore dell’universo... dura sempre ed è presente ovunque, ed esistendo sempre e ovunque, fonda la durata e lo spazio. Poiché ogni particella dello spazio è sempre, e ogni momento indivisibile della durata è ovunque, certamente l’Artefice e il Signore di tutte le cose sarà sempre e ovunque”.7
    Le osservazioni con le quali Leibniz contesta la concezione newtoniana del moto assoluto, la quale riconosceva a Dio un costante intervento per la correzione delle resistenze dovute all’attrazione dei corpi celesti, alla rivoluzione intorno al Sole e alla rotazione della Terra sul suo asse, implica pur sempre un ricorso alla teologia, fondandosi sull’affermazione che nulla può limitare l’onnipotenza di Dio, e che dunque il concetto di moto, spazio e tempo assoluti è blasfemo: “Se lo spazio è una realtà assoluta..., sarà più sussistente delle sostanze: Dio non potrebbe né distruggerlo, né mutarlo per nulla. Esso sarebbe non soltanto immenso nella sua totalità, ma anche immutabile ed eterno in ogni sua parte, e vi sarebbe un’infinità di cose, eterne, fuori di Dio.”8
    A proposito della teoria secondo la quale Dio correggerebbe di tanto in tanto le perturbazioni del creato, Leibniz afferma: “Newton e i suoi seguaci hanno un’idea molto ridicola dell’opera di Dio. Secondo loro, Dio ha bisogno di caricare di tanto in tanto il suo orologio, che altrimenti cesserebbe di agire. Egli non ha avuto tanto accorgimento da imprimergli un moto perpetuo. Inoltre la macchina di Dio è, secondo loro, così imperfetta, che Dio è costretto, di tempo in tempo, a ripulirla con un lavoro straordinario, e anche ad aggiustarla, come fa un orologiaio con la sua opera; ma un operaio è un artefice tanto più inesperto quanto più spesso è obbligato a ritoccarla e a correggerla.”9 Per Leibniz l’attività miracolosa di Dio nel mondo “non è per sostenere i bisogni della natura, ma quelli della grazia”, tanto che “giudicare diversamente, sarebbe avere un’idea molto bassa della saggezza e della potenza di Dio.”10
    La disputa tra Leibniz, Newton e Clarke, dimostra che sia l’intuizione di base (l’a priori: Dio reggitore del mondo), che la tesi di Leibniz o l’idea newtoniana del moto assoluto e dell’intervento correttivo di Dio sulle resistenze, rappresentano delle ipotesi, nonostante esse si siano dimostrate generalmente feconde per la scienza. La validità dell’approccio teistico della scienza è ipotetico, allo stesso modo di quello naturalistico. La scienza dovrebbe contemplare ogni ipotesi che regge ai tentativi di confutazione e aderisce allo spirito della tolleranza e del pluralismo.
    Supporre che il libro di E. B. Ricco e G. Pons rappresenti il tentativo di rendere confessionale la scienza dimostrandone la dipendenza dal teismo dei padri fondatori del XVII e XVIII secolo, sarebbe un errore, perché esso è pervaso dall’attitudine a considerare l’importanza che ogni ipotesi e scuola di pensiero riveste per la ricerca. Enrico Rambaldi a questo riguardo afferma: “Ciò che ritengo è che qualsiasi ricerca che generalizzi, metta in luce connessioni e dunque sensibilizzi alla complessità, all’ineliminabile aporeticità, alle implicazioni filosofiche, politiche, morali ecc., che qualsiasi ricerca di tal fatta sia un contributo a una concezione intrinsecamente pluralistica, e quindi tollerante, della cultura e del vivere civile.”11 Ciò non toglie che in esso si rifletta il disagio e il disappunto per l’emarginazione a cui certo naturalismo crede di poter relegare le minoranze teistiche.
    L’introduzione del volume di Ricco e Pons è caratterizzata da tale attitudine pluralistica e tollerante, benché si faccia denuncia dei comportamenti monopolistici (se non del tutto faziosi) di certa ricerca ateistica. Enrico Rambaldi scrive: “Non la confessionalità è scomparsa dai laboratori scientifici, pendendo in tutti il crocefisso ed essendo in stragrande maggioranza i ricercatori scientifici italiani atei - si fa per dire -, ma battezzati, comunicati, cresimati, sposati in chiesa e usi a far battezzare, comunicare e cresimare i figli, rarissimamente richiedendone anche solo l’esonero dall’insegnamento della religione nelle scuole; esonero che vien richiesto in modo massiccio non da questi sedicenti atei, ma dalle minoranze religiose: ebrei, protestanti, testimoni di Geova, ecc. Ciò che nei laboratori, nei dibattiti e nei libri (anche di divulgazione) manca è la spinta a interpretazioni filosofiche generali della scienza. Dio è scomparso, e sia, ma trascinando con sé un aspetto irrinunciabile della riflessione scientifica, lasciata impoverita di considerazioni generali: domina, vero, un ateismo tacito, ma connesso a un ancor più radicale agnosticismo filosofico, sicché gli atei militanti dei nostri giorni, pronti a bollare come oscurantista o fiacco chiunque avverta la profonda eco implicita anche in tematiche di fede, si trovano da un lato a esultare per l’ateismo dei fisici, e dall’altro a maledirli perché docili strumenti del potere economico e militare. Avessero, questi fisici, problemi etici e filosofici reali, pur da credenti, anziché il protagonismo che, anno dopo anno, esibiscono - per esempio a Erice -, sarebbe meglio per tutti.”12
    Ciò che si mette in questione è uno dei cardini ideologici della nostra società: “che la scienza in quanto tale sia, come dire, il foro privilegiato e il monumento inscalfibile di un conformismo ateo, il regno di apodittiche certezze.”13


    A. Inadeguatezza delle tradizionali definizioni metafisiche

    Sarà pure che la scienza contemporanea possa in genere considerarsi autonoma e indipendente dalle premesse teistiche dei padri fondatori, ma il carattere ipotetico delle tesi metafisiche di quest’ultimi non può essere ignorato.
    A ben guardare il teismo di Newton, si scoprono nuovi atteggiamenti che mostrano il pregio di una maggiore concretezza nel considerare le realtà metafisiche in relazione coerente con il mondo fisico: “Dio avrebbe quindi immesso l’intera massa del mondo in questo spazio assoluto, e le forze centrifughe sarebbero la manifestazione dinamica dell’esistenza di moti assoluti entro questo spazio. Così lo spazio e la durata assoluti diventano per Newton la realtà dell’onnipresenza e onnipotenza di Dio.”14 L’occasione era propizia per la riformulazione teorica delle sostanze metafisiche quali entità energetiche omogenee con l’energia dei corpi fisici, ma Newton dinanzi al dogma tradizionale dell’immaterialità di Dio (su cui si conviene, pur esigendone una esplicitazione adeguata) forse non ha neppure pensato a procedere ulteriormente nell’idea del coinvolgimento di Dio nella spiegazione del reggimento di tutte le cose, non solo come Signore dell’universo, ma come energia che determina le leggi e il movimento dei corpi: “C’è un Essere incorporeo, vivente, intelligente, onnipresente, che nello spazio infinito, come fosse nel proprio sensorio, vede le cose nella loro stessa interiorità e le percepisce e le comprende interamente per la loro immediata presenza in lui... un Agente potente ed eterno che, essendo in ogni luogo, è in grado di muovere con la sua volontà i corpi nel suo infinito e uniforme sensorio.”15 Si è insistito per secoli sull’incorporeità di Dio e dello spirito, senza adoperarsi nel precisare che tale affermazione implica sì una diversità nei confronti della precaria materialità del mondo, ma non la necessità che lo Spirito non disponga di una consistenza, di una energia, nonché di una sostanza, intelligibilmente, coerentemente e omogeneamente correlate alla fisicità del mondo visibile. L’etericità di Dio non può corrispondere a una fluidità senza consistenza ed energia e la ragione per la quale le stesse Sacre Scritture impediscono l’attribuzione a Dio della materialità e della corporeità è determinata dall’elevatezza della sua essenza, e dunque dall’inadeguatezza dei termini tradizionali a esprimerla.
    La necessità di trasferire la discussione delle sostanze metafisiche entro ambiti e categorie che siano nello stesso tempo compatibili con le sostanze fisiche (onde superare l’impossibilità per la scienza di concepire e ammettere teorie e ipotesi che non si riferiscano a sostanze consistenti e a fenomeni almeno teoricamente sperimentali) dovrebbe prevedere termini e concetti adatti a spiegare una trascendenza che può essere proposta come un diverso livello di fisicità, il quale è detto tradizionalmente metafisico. La formulazione di tali termini e concetti rientra tra le prerogative che le Sacre Scritture attribuiscono a se stesse, nonché tra i compiti di competenza della teologia e della filosofia, la cui vocazione consiste anche nel valutare criticamente l’attendibilità e la logica dei propri procedimenti. Senza compiere una tale operazione non si può che rinunciare all’elaborazione scientifica di una ricerca relativa alla letteratura biblica, a meno che questa non venga compiuta secondo le categorie e i criteri del naturalismo e sacrificando ogni prospettiva sovrannaturale e perciò Dio stesso, lo Spirito, e l’idea di miracolo e rivelazione.
    Nel caso della trattazione dell’argomento del presente volume, sarebbe inevitabile giungere alle medesime conclusioni degli studiosi che affrontano il libro di Daniele come un’opera mitologica e pseudoepigrafica, a dimostrazione del fatto che i risultati della ricerca biblica sono influenzati dai principi del metodo sperimentale inteso nei termini del naturalismo. Non riconoscere la necessità di stabilire una relazione coerente tra il mondo visibile e quello spirituale, tra finito e infinito, significa dichiararsi alieni alla scienza e rinchiudersi entro gli schemi esclusivamente edificazionali del biblismo pietistico, rinunciando a ogni credibile progetto etico e teocratico. L’idea di una scienza a misura di una metafisica religiosa che riduce i suoi contenuti a un’assoluta etericità dello Spirito, e che nello stesso tempo riguardi l’insieme delle discipline umanistiche, non può essere riconosciuta dalla comunità scientifica, per la semplice ragione che ogni ipotesi relativa allo studio dei fenomeni deve riferirsi a sostanze dotate di una concreta energia e consistenza, e dunque reali.
    Se però la metafisica potesse assumere le connotazioni di una disciplina che si occupa di un’ipotetica realtà, la cui dimensione, pur non essendo ancora definita, è pur sempre compatibile con una qualche forma di fisicità, allora potremmo intenderla quale ultrafisica, evitando quella implicita tensione tra fisica e metafisica. Per ultrafisico o metafisico non si dovrebbe far riferimento necessariamente a una realtà spazialmente lontana, bensì ai livelli subatomici ai quali è collegata la spiegazione ultima della materia e delle sue leggi, nonché al centro motore dell’universo e alla relativa energia, dovunque essa sia, oltre che alle entità intelligenti eventualmente esistenti in una tale dimensione pur sempre reale, benché a livelli differenti, superiori o più profondi della fisicità ordinariamente sensibile, e perciò ultrafisiche. La distinzione tra realtà fisica e ultrafisica si pone specialmente a motivo dei limiti strumentali della ricerca e della sensibilità umana, altrimenti non si porrebbe teoricamente necessaria, perché l’intera realtà sarebbe talmente conoscibile che risulterebbe essenzialmente conosciuta.


    B. Limiti della fisica classica

    Per la fisica classica tutto ciò potrebbe suonare come un’assurdità, ma dovremmo ricordare che le relazioni espresse dalle leggi di quest’ultima concernono operazioni tra numeri reali, e che proprio lo studio dei fenomeni atomici agli inizi del secolo è risultato problematico. Interpretando però le leggi della fisica (quantistica) come l’indicazione di operazioni tra enti matematici (matrici) diversi dai numeri reali, la rappresentazione corretta dei processi atomici può essere ottenuta.16
    La fisica classica si è già trovata, dunque, di fronte alla necessità di affrontare i fenomeni atomici adottando modelli ipotetici e probabilistici, giacché “in questo modo la previsione del risultato di un esperimento, a partire dai dati di osservazione (ognuno dei quali è rappresentato da un numero), risulta espressa da un insieme di numeri (reali), ciascuno con una certa probabilità.”17
    La legittimità dell’ipotesi di una dimensione spirituale che interagisca e spieghi la realtà fisica, è suggerita da leggi fisiche codificate al seguito “delle regolarità osservate nel succedersi degli eventi, espresse mediante operazioni su enti o simboli matematici (numeri o scalari, vettori, tensori, matrici...), le quali ci consentono di prevedere il risultato di esperimenti od osservazioni precedenti.”18 Si tratta di entità matematiche che permettono una conoscenza e una previsione di fenomeni fisici, la cui essenza però pur sempre sfugge. In altre parole le leggi fisiche convenzionali sono il risultato delle osservazioni statistiche di fenomeni che non hanno ancora raggiunto i livelli subatomici più avanzati, ragion per cui l’affermazione popperiana secondo cui non esistono leggi fisiche vere, “se a questo aggettivo si attribuisce un significato assoluto e universale, quasi si trattasse di norme assegnate all’Universo dal suo Creatore, norme che noi andiamo via via scoprendo,” è fondata.19
    Il metodo sperimentale si adegua e si perfeziona nella misura in cui la scienza impara il linguaggio in cui l’universo è costruito, perciò il limite nella verifica dell’ipotesi di una dimensione ultrafisica o spirituale concerne lo scienziato e i suoi metodi sperimentali e non necessariamente l’ipotetico oggetto di studio, purché quest’ultimo riguardi sostanze effettivamente reali e dotate di energia. Le leggi fisiche convenzionali non hanno una validità assoluta pur essendo confermate nella realtà ordinaria: “Ne segue che le leggi fisiche hanno una validità limitata a un certo ambito e a una certa precisione degli esperimenti che sono chiamate a descrivere. Se per vere si intende la loro validità entro quei limiti e non oltre, esse sono indubbiamente vere, cioè verificate. Esiste però un’utilità delle leggi fisiche che ha un’enorme importanza metodologica per la ricerca scientifica: spesso le leggi fisiche sono impiegate per effettuare previsioni che eccedono l’ambito entro cui sono state verificate. In questo senso esse hanno la funzione di ipotesi di lavoro, perché ci permettono di non procedere alla cieca nell’esplorazione del mondo; ciò significa che dobbiamo essere preparati tanto alla loro verificazione in questo ambito più vasto, quanto alla loro falsificazione.”20
    Il limite delle leggi fisiche risulta più evidente quando se ne considera l’aspetto euristico-predittivo delle teorie cosmologiche. Per quanto concerne la teoria del Big Bang, la teoria generale della relatività (la quale descrive il comportamento dei grandi aggregati di materia costitutivi dell’Universo) e la teoria quantistica dei campi e delle particelle elementari, sulle cui leggi il modello (rivelato dalle osservazioni astronomiche) è stato costruito, risultano essere compatibili solo entro certi limiti. Il cosiddetto limite di Planck concerne densità, temperature del sistema e dunque l’energia massima delle particelle, al di là delle quali le due leggi non sono più applicabili, e quindi non si è più in grado di descrivere il comportamento dell’Universo reale. Il Big Bang è in sostanza un modello cosmologico con un suo centro motore che si presta inevitabilmente a riflessioni metafisiche, giacché ipotizzare la nascita dell’Universo equivale a porsi sulla linea del Creazionismo. La teoria della relatività e quella dei campi non hanno subito una verifica fino al limite di Plank “e pertanto si potrebbe scoprire che l’una o l’altra (o tutte e due) cessano di essere valide ancora prima di raggiungerlo.”21 Vi sono tutti gli ingredienti di un modello metafisico, perché nonostante lo sperimentalismo, lo studio di ciò che vien detto finito si dissolve inevitabilmente nell’infinito, allo stesso modo in cui il fisico si traduce in metafisico, e viceversa. Perché dunque escludere la possibilità che la profondità e i fondamenti dei fenomeni fisici siano proprio laddove la tradizione metafisica ha creduto d’individuare una realtà spirituale incorporea e immateriale?
    La scientificità di una teoria non è determinata soltanto dal carattere sperimentale del fenomeno, bensì anche da un elevato contenuto ipotetico capace di spiegare la realtà senza soluzione di continuità tra fisico e metafisico, per cui anche le entità spirituali rientrerebbero ipoteticamente in una relazione coerente, anche se differenziata, col mondo fisico, la sua struttura e le sue leggi. La metafisica non è dunque necessariamente mitologia, tanto più che nell’epistemologia contemporanea prevale “la tesi che la scienza non sia in grado di attingere la vera natura delle cose, e che, di conseguenza, le teorie scientifiche non pretendono più di rispecchiare l’assetto ordinato del mondo, ma al contrario si configurano come costruzioni in parte convenzionali che valgono come strumenti utili a fornire spiegazioni, sempre provvisorie e modificabili, di certi raggruppamenti di fenomeni.”22


    C. L’origine aristotelica dell’aporia metafisica

    La storia della filosofia e delle religioni appare segnata da due opposte concezioni della divinità: l’una estremamente naturalistica (panenteismo e panteismo), l’altra estremamente spiritualistica, al punto che la divinità tende a ridursi ad atto puro e a intelligenza incorporea, benché, a differenza di Anassagora, Aristotele sembra attribuire una certa consistenza alla sostanza divina, ma sempre non sensibile e senza grandezza, (e pertanto inconcepibile per la scienza sperimentale) giacché egli assume che tale debba risultare necessariamente un’entità eterna e infinita: “Che dunque ci sia una sostanza eterna, immobile e separata dalle sostanze sensibili è evidente da ciò che abbiamo detto. Si è mostrato anche che questa sostanza non può avere nessuna grandezza, ma è senza parti e indivisibile. Infatti essa muove per un tempo infinito, ma nulla che sia limitato può avere una potenza infinita. Poiché ogni grandezza o è infinita o è finita, quel principio non può avere, per la ragione che abbiamo detto, una grandezza finita; ma non può neppure avere una grandezza infinita, perché in generale non esiste nessuna grandezza infinita. è abbiamo mostrato anche che è impassibile e immutabile, perché tutti gli altri movimenti sono successivi al movimento locale.”23
    Da una parte l’affermazione secondo cui Dio non può avere una grandezza infinita, perché in generale ciò non può essere, e la necessità d’interpretare la dimensione spirituale facendo riferimento a comuni categorie scientifiche, dall’altra, hanno contribuito all’elaborazione di concezioni teistiche quali quelle di Stuart Mill, Peirce e James. Mill sostiene che un dio finito, ossia limitato nella potenza dalla materia e dalla forma, è tutto ciò che l’esperienza del mondo permette di concludere circa un creatore del mondo.24 Pierce si rifiuta perciò di considerare Dio onnisciente e onnipotente in senso proprio e dunque James lo riconduce a un sistema imperfetto e temporale: “Dio non è l’assoluto ma è esso stesso la parte di un sistema, e la sua funzione è non interamente dissimile da quella delle altre parti più piccole e perciò dalla nostra. Avendo un ambiente, esistendo nel tempo e operando nella storia come noi stessi, egli sfugge all’estraneità da tutto ciò che è umano, alla statica intemporalità del perfetto assoluto.”25 James formula in tale maniera un’ipotesi teistica credibile per la scienza, ma smarrisce taluni contenuti proprio di quella fede che intende rendere verosimile. Il metodo scientifico di James è in linea con l’obiettivo di salvaguardare i contenuti della fede finché non se ne dimostri l’inconsistenza o la falsità, però non riesce a conciliare il complesso degli attributi divini della teologia biblica con l’esigenza dell’adozione di categorie comuni sia allo studio delle entità fisiche che a quelle spirituali. Il metodo che egli ha proposto risulta in sintonia con le indicazioni del Popper, giacché “occorre che l’ipotesi prospettata dalla credenza sia di quelle che non è possibile dimostrare né vera né falsa; occorre pure che sia un’ipotesi viva cioè che faccia un reale appello allo spirito di chi se la prospetta; e occorre infine che essa sia importante, cioè decisiva per la vita dell’individuo e non si riferisca a questioni banali.”26
    La tesi fondamentale della volontà di credere di James “è che, dal momento che la funzione del pensiero è quella di servire all’azione, il pensiero non ha il diritto di inibire o bloccare credenze utili o necessarie a un’azione efficace nel mondo. Ciò non implica certo il diritto di credere a tutto ciò che si vuole.”27
    Il rischio di andare incontro all’errore non riguarda soltanto coloro i quali sostengono ipotesi teistiche per la spiegazione della realtà, bensì anche i naturalisti e tutti gli altri, perché trattandosi pur sempre di ipotesi, il rischio teorico di non risultare alla fine veritieri per la scienza riguarda tutti: “James fa appello a questo proposito alla scommessa di Pascal e la interpreta nel senso del rischio inevitabile che la fede, come la non-fede, comporta. Ma mentre la rinuncia alla fede è rinuncia a tutti i vantaggi eventuali che da essa possono derivare, la fede invece ha questo vantaggio: può provocare la sua propria verificazione.”28 Se però un’ipotesi non può essere dimostrata né come vera né come falsa, se è viva e importante, allora “l’uomo ha il diritto di credere, senza aspettare che essa diventi un’ipotesi dimostrata.”29
    Il criterio del può essere conduce alla necessità del pluralismo sia scientifico che sociale. E’ la libertà di coscienza che rappresenta la condizione essenziale per ogni autentico e complessivo progresso. Un’ideologia, un popolo, una religione che pretendono o si aspettano libertà democratiche e privilegi accademici, ma che non sono disponibili quando si tratta di concedere altrettanto, non costruiscono in favore della verità, ponendosi anzi nella condizione di dover imporre o subire ogni opportuna forma di colonialismo e oppressione, dovendosi la civiltà cautelare nei loro riguardi per non soccombere, oppure patirne l’imbarbarimento: sia che si tratti di rapporti accademici (tra individui o scuole di pensiero) che di relazioni culturali, sociali, politiche o religiose, sia in ambiti territoriali circoscritti che internazionali, la dinamica e la strategia sono le stesse. La scienza non teme la formulazione delle ipotesi vive, importanti e non confutate, perché la verità è come la luce, giacché come le tenebre fuggono all’apparire della luce, così la falsità e la menzogna fuggono dinanzi al vero, nonostante ogni sorta di pretesto nel nome stesso di ciò che vi è di sacro possa essere tentato e si possa propagandare una parvenza di ortodossia, denunciando i patimenti subiti, ma tacendo il proprio fanatismo e le violenze inflitte non sempre soltanto psicologiche e sociali.
    La visione spiritualistica di James esige un universo pluralistico, “cioè un universo in cui la molteplicità e l’indipendenza relativa degli esseri e delle coscienze renda possibile l’indeterminazione, il caso, la libertà e in cui il progresso sia perciò la risultante della cooperazione degli sforzi.”30 L’errore credo sia però nel voler estendere il pluralismo da un universo in via di formazione e alla ricerca della propria identità, alla divinità. Pluralismo e ipoteticità riguardano indubbiamente l’esistenza storica dell’uomo, perlomeno fino a quando i problemi dell’identità umana e della scienza non verranno risolti: “L’universo progressista è concepito secondo un’analogia sociale, come una molteplicità, un pluralismo di forze indipendenti; esso riuscirà esattamente nella misura in cui il più gran numero delle sue stesse forze lavoreranno al suo successo. Se nessuna d’esse vi lavora, esso fallirà; se ciascuna farà del suo meglio, esso riuscirà. Così i suoi destini sono sospesi a un se o piuttosto a una serie di se - ciò che torna a dire, nel linguaggio proprio della logica, che, essendo il mondo fino a oggi incompiuto, il suo carattere totale non può che essere espresso che per ipotesi e non certo con proposizioni categoriche.”31
    Non condivido l’idea di coinvolgere Dio come parte di un sistema perfettibile, motivati (come credo sia James) dalla necessità teoretica di assimilare la dimensione spirituale alle categorie della fisica classica, credendo con ciò di superare la negazione (in generale) aristotelica di una qualche fisicità divina che rientri nell’idea di grandezza. Il risultato consiste in una riduzione, giacché in un universo di questo genere, Dio stesso non può essere concepito né come onnisciente né come onnipotente: esso è un Dio finito: “Nel sistema pluralistico, Dio, non essendo più l’assoluto, ha funzioni che possono essere considerate non del tutto dissimili da quelle delle altre parti minori, e perciò simili alle nostre stesse funzioni. Avendo un ambiente a lui esterno, esistendo nel tempo e creando la sua storia proprio come noi stessi, egli sfugge a quella estraneità rispetto a tutto ciò che è umano, la quale è propria dello statico, intemporale e perfetto Assoluto.”32
    Il superamento dell’aporia metafisica (ereditata dai presocratici e resa sistematica da Aristotele) non implica necessariamente la riduzione degli attributi divini, perché potremmo ipotizzare categorie di grandezza adatte alla divinità se riuscissimo a sfuggire alla generalità del loro uso ordinario. Quando generalmente pensiamo alle grandezze dei corpi celesti e della materia dovunque essa sia, pensiamo immediatamente allo spazio, alla massa, al tempo, oltre che all’energia, tradendo la dipendenza del pensiero dalle comuni esperienze dei fenomeni sensibili. La teoria della relatività e la teoria quantistica dei campi indicano la possibilità di un incremento dell’energia e dunque della densità delle particelle che costituiscono i grandi aggregati di materia fino al limite di Plank, dopodiché esse non sono più tra loro compatibili. Se tale limite non potesse essere superato e se la teoria del Big Bang fosse fondata, l’esplosione che ha determinato l’origine dell’Universo risulterebbe la conseguenza di una massa aventi un’energia e una densità limitate, per cui sarebbe arduo ipotizzare l’esistenza di entità le cui grandezze sono infinite. L’ipotesi è che non soltanto possa essere superato il limite di Plank, ma che l’incremento di densità ed energia delle particelle possa essere tale da determinare la dissoluzione o la transizione della materia in una dimensione fisica che non può essere descritta neppure dalle recenti teorie, le quali si presenterebbero in tal caso superate alla pari della fisica quantistica.
    I tentativi di spiegare l’origine dell’Universo entro i limiti di Plank si ritrovano nella situazione di dover individuare la causa di una presunta causa prima (a meno che non si faccia ricorso all’eternità della materia dell’Universo), perciò l’esigenza di una teoria superunificata che possa spiegare sia il campo gravitazionale che gli altri campi fondamentali non può facilmente agevolarsi di una teoria che non riconduca tempo, spazio e materia a un punto radicalmente iniziale, che non sia il ritorno ciclico alla compressione del Big Bang. E’ chiaro che una visione panteistica dell’Universo non può essere del tutto filosoficamente esclusa, ma il tentativo di superunificare le leggi fisiche in relazione a tale teoria non si presenta attualmente più probabile di quanto non sia in relazione a premesse metafisiche creazioniste. E’ prevedibile che possa esservi una notevole simpatia da parte degli scienziati naturalisti per il Panteismo, ma è altrettanto prevedibile che una tale simbiosi non possa prospettare una soluzione positiva all’esigenza di conoscenza assoluta e al desiderio di eternità dell’umanità, che non sia la dissoluzione dell’identità spirituale nel brodo universale: approdo finale di turbolente reincarnazioni. E’ anche una questione di gusti e aspirazioni, ma dubito che una visione panteistica sia in grado di confutare il principio di causa prima, eterna e assoluta che caratterizza le scuole di pensiero di tipo creazionista.
    All’ipotesi naturalistico-panteista (apparentemente abile nel conciliare fede e scienza), si vuol rispondere delineando in alternativa un’ipotesi naturalistica che sconfini in una concezione metafisica riformata: un naturalistismo monoteistico-giudeocristiano, che tenga in dovuto conto il pensiero biblico e la sua prospettiva sovrannaturale, epurata dell’aporia metafisica che l’aristotelismo e il neoplatonismo hanno trasmesso al Cristianesimo in occasione delle operazioni di traduzione culturale che la Patristica e la Scolastica hanno compiuto (nel bene e nel male) nei confronti delle Sacre Scritture, allo stesso modo di quanto è accaduto in seno all’Islam e all’Ebraismo, attraverso i filosofi medievali arabi ed ebrei.
    Il suggerimento è che un centro motore dell’Universo corrisponda anche al suo ombelico, oltre il quale è la causa e la spiegazione definitiva della realtà. Tale ipotesi rende possibile l’esistenza di un’entità infinita e concreta, ma nondimeno non materiale e corporea nei termini a cui in generale facciamo ricorso, e perciò la definizione di Dio quale Spirito non risulterebbe per la scienza così folle, inconcepibile e impossibile come si vuol far credere, perché materialità e spiritualità potrebbero risultare ultrafisicamente in armonia.
    L’ipotesi dunque di una realtà spirituale e di una divinità i cui attributi siano quelli biblici è scientifica, nel senso che è viva, importante e non confutata, benché non ne sia dimostrata la fondatezza. L’ipotesi scientifica di una tale divinità è necessaria onde poter avvicinare la letteratura apocalittica e il libro di Daniele, senza negarne il principale riferimento: un Dio Sovrano e Onnipotente, Signore dei tempi e degli eventi, che depone i re o li innalza, il cui dominio non ha fine, il cui regno dura per sempre, e che ha il potere di umiliare i superbi.33
    La divinità che però è scontata per il ricercatore teista o monoteista deve però rappresentare un’ipotesi nel momento scientifico della sua applicazione: penso che i credenti e gli scettici che si oppongono a tale affermazione, per il fatto che i primi non ammettono che Colui che è venga esposto ipoteticamente, e gli altri non tollerano, né tanto meno concepiscono quel che essi hanno deciso che non debba essere, ostacolano sia la religione che la scienza. Nel nostro caso è sufficiente l’ammissione di un come se, in quanto ipotesi sufficiente e indispensabile per la trattazione del nostro soggetto.


    D. La filosofia della storiografia

    E’ un luogo comune che le filosofie della storia non dovrebbero influenzare l’indagine storiografica, a partire dall’affermazione che esse non determinano e anzi ostacolano l’oggettività della ricerca scientifica. Hegel e Marx hanno trattato la filosofia della storia quale teorizzazione arbitraria e non garantita, mentre il filosofo C. D. Broad l’ha definita come filosofia speculativa della storia.34 A quest’ultima (considerata alla stregua di anacronistico retaggio della superstizione metafisica) si è creduto bene di sostituire la filosofia critica della storia, ovvero la filosofia della storiografia, il cui criticismo nell’analisi del processo di composizione della storia non è necessariamente esclusivo dominio dei naturalisti: “Writers in this field usually appear to be making dispassionate analyses, uninfluenced by other theorists. Yet their statements are largerly formed by two contrasting ways of looking at the subject - two ways which themselves have a history. Their ideas can be recognized as growing to a surprising extent out of the two traditions... The two schools of thought about historiography are rooted in the alternative worldviews which emerged in the eighteenth and early nineteenth centuries, one being associated with the Enlightenment and the other being thrown up in the romantic era. Contemporary philosophy of historiography shows traces either of the positivism that was so clearly related to the idea of progress or of the idealism in whose atmosphere historicism was born and sustained.”35
    Se consideriamo che l’idealismo è fortemente caratterizzato dal pensiero metafisico si potrà avere un’idea di quanto la filosofia critica della storia non sia esclusivo patrimonio dei positivisti sperimentalisti, la cui pretesa di non essere influenzati da alcuna filosofia che non sia l’oggettiva scienza sperimentale risulta infondata: “... when they philosophize about historical method without an appreciation of the background of their views, it does not mean that they are relatively free from influences deeply embedded in the past... Whether they realize it or not, contemporary philosophers of historiography display traits inherited from earlier schools of thought.”36
    In altre parole la filosofia speculativa di natura metafisica non è facilmente escludibile dall’orizzonte critico della filosofia storiografica, e dunque per studioso storico-critico non si dovrebbe intendere esclusivamente il naturalista che si occupa di discipline storiche: “It follows that C. D. Broad’s division of the philosophy of history into speculative on the one hand and critical on the other is not as sharp as it may at first sight appear. The critical is an offshoot of the speculative.”37 Inevitabilmente la filosofia storiografica si ricolloca nella prospettiva metafisica che gli è propria, allo stesso modo di quanto avviene per le scienze esatte, per la semplice e tradizionale ragione che lo studio di qualsivoglia sostanza esige la formulazione di teorie che trascendono l’osservazione fenomenologica e le categorie della fisica quantistica.

    Trattando delle vicende umane e del destino dell’uomo, l’indagine storiografica presenta con maggiore problematicità l’esigenza di una tale collocazione.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 19-03-10 alle 00:51

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    Vedo che non si possono inserire più di 50.000 caratteri alla volta. Ecco la seconda parte della Metodologia della Ricerca.

    a. Interferenze antropologiche nelle divergenze storiografiche

    David Bebbington ha sostenuto che “the starting-point of any analysis of historiography is its estimate of human beings, the subject-matter of history.”38 La formazione e i riferimenti antropologici dello storico caratterizzano pesantemente i risultati dell’indagine storiografica, a seconda dell’incidenza e della portata della precomprensione filosofica dei reperti e delle fonti.
    Quel che avviene per lo studio del libro di Daniele è esattamente la stessa cosa, perché se l’uomo è inteso naturalisticamente, la sua prospettiva apocalittica e il suo carattere sovrannaturale rappresentano un mito necessario al programma patriottico dei Maccabei. Viceversa, lo stesso libro dischiuderebbe l’ipotesi di una spiegazione spirituale e metafisica della storia e dell’uomo.
    Il positivismo tratta l’uomo come esclusiva componente della natura, riducendolo a oggetto, mentre l’idealismo lo considera come separato da essa, elevandolo a uno status unico.
    Il vero scontro non è tanto tra fisici e metafisici, quanto piuttosto tra positivisti e idealisti, e ciò che è in discussione non è il metodo sperimentale quanto piuttosto l’estensione delle realtà a cui la ricerca dovrebbe far riferimento, nonché l’origine e la natura dell’uomo: “It is upon the incompatibility of these estimates that the stark contrast between the two schools rests.”39 Alla medesima conclusione giunge Raymond Aron, il quale si propone di confrontare comprensione e cause.40 In primo questi esplora il metodo di comprensione, con speciale riferimento a Dilthey, ed esamina la metodologia delle scienze sociali basata sul concetto di causa. Dopodiché, dopo aver tentato la sintesi dei diversi punti di vista, ne trova ardua la combinazione, a tal punto da concludere che la complessità del mondo della storia corrisponde a una antropologia pluralista.41
    La divergenza tra i due punti di vista storiografici è la conseguenza di un disaccordo sulla natura dell’uomo, perciò “Aron pursues the quest no further”.42 A questo punto David Bebbington suggerisce che l’essenza naturalistica dell’approccio antropologico del positivismo possa conciliarsi con quello dell’idealismo sulla base di un’antropologia d’ispirazione cristiana che a sentir lui supplirebbe a una lacuna: “a way of integrating the alternative anthropologies...”43 Vediamone le sue ragioni: “Human beings, on the Christian view, are strangely ambivalent. On the one hand man is an insignificant part of the created world: When I look at thy heavens, the work of thy fingers, the moon and the stars which thou hast established; what is man that thou art mindful of him, and the son of man that thou dost care for him? 44 On the other hand, as the psalmist hastens to say in the next verses, man is singled out for greatness: Yet thou hast made him little less than God, and dost crown him with glory and honour. Thou has given him dominion over the works of thy hands; thou hast put all things under his feet.45 Human beings are both made of dust and created in the image of God.46 There is continuity with nature and yet discontinuity as well. The fissure within man is even sharper because, despite his similarity to a holy God, he is inextricably bound up in sin. He is part and parcel of a world gone wrong as well as enjoying an affinity with a God who embodies the right.”47
    La sintesi che ne deriva rappresenta una base di confronto, forse accettabile per l’idealismo ma poco probabilmente per il positivismo, il cui obiettivo è quello di fondare l’illuministico-baconiano regnum hominis, a opera della scienza e della tecnica, e presso il quale, non essendovi posto per una divinità trascendente della fase teologica o metafisica, è il culto dell’umanità a rappresentare la religione positiva. Il nuovo culto non ammettendo la divinità trascendente, neppure ne può concepire l’origine o la componente spirituale dell’uomo.
    Anche qualora si riuscisse nel tentativo di riformulazione dei termini metafisici, onde ricondurre spirito e materia a comuni categorie per lo studio della realtà, e interpretando la trascendenza come entità attualmente fuori della portata dell’uomo (benché teoricamente scientifiche), permane l’idolatrica attitudine all’antropocentrismo che rende incompatibile il positivismo con l’antropologia cristiana. Nella misura in cui il positivismo in senso largo tende a coincidere con il naturalismo è però possibile il dialogo, perché la prospettiva ultrafisica della metafisica, propone quest’ultima come naturalismo spiritualistico, nonostante l’apparente eterogeneità di tale combinazione. Talune tendenze positivistiche verso il materialismo metafisico si sono verificate con J. Moleschott, L. Büchner, K. Vogt, E. Haeckel.
    La mia opinione è che le sintesi e le conciliazioni dell’antropologia cristiana vanno sì realizzate nei confronti delle entità naturalistiche disponibili, ma la reazione antipositivistica della filosofia europea tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo, andrebbe aggiornata e ricostituita, rileggendo con maggiore cura e attenzione i contributi dell’idealismo e del neoidealismo italiano, il quale essendosi imposto forse come la maggiore reazione al positivismo, permetterebbe a pieno titolo la riaffermazione della filosofia metafisica per un proficuo e accademico confronto col naturalismo (anche positivistico), a meno che non sia l’affronto più che il confronto a farsi strada.
    Spiacevoli ed eventuali contrapposizioni nei confronti del positivismo non indicherebbero necessariamente avversione per i laburisti o in genere per la Sinistra, perché la medesima filosofia può rappresentare il fondamento più congeniale di ogni tipo di autarchia, spesso introdotto da credenziali idealistiche, ma celando le più perniciose finalità innescate (anche se involontariamente) dal positivismo: il regnum hominis può anche essere (come sempre finisce per essere) la dittatura di un sol uomo, a destra, al centro o a sinistra.
    Tutte le illusioni della Città dell’Uomo conducono all’autarchia!


    b. Reversibilità della crisi dell’idealismo

    Croce esalta in Hegel “l’odio contro l’astratto e immobile, contro il dover essere che non è, contro l’ideale che non è reale”. Egli sostiene che “con Hegel Dio era disceso definitivamente dal cielo in terra e non era più da cercare fuori del mondo, dove non si sarebbe trovato di esso che una povera astrazione, foggiata dallo stesso spirito dell’uomo in certi momenti e per certi suoi intenti. Con Hegel si era acquistata la coscienza che l’uomo è la sua storia, la storia unica realtà, la storia che si fa come libertà e si pensa come necessità, e non è più la sequela capricciosa degli eventi contro la coerenza della ragione, ma è l’attuazione della ragione, la quale è da dire irragionevole sol quando dispregia e disconosce nella storia se stessa.”48
    L’dentificazione della storia con la filosofia nella Logica del 1908, rappresenta il tema fondamentale della filosofia crociana. In tale identificazione esistono dei rischi, in quanto non si può dimostrare che la filosofia non si ritrovi a occuparsi di realtà apparenti, perciò emenderei l’affermazione nel senso che divenire storico e pensiero interagiscono, ma è solo la realtà a cui si riferisce l’autentica filosofia a determinare il senso e la destinazione della storia. Molti fatti concernono il divenire storico, ma non rappresentano sostanze reali della filosofia, perché non tutti i fatti e non tutti i pensieri sopravvivono alla storia e alla verifica della scienza. Quel dover essere che il divenire storico spesso non contempla e non rispecchia, è la misura delle reali sostanze e dello spirito che plasmano la storia per condurla laddove è inevitabile che giunga.
    Se discutibile è l’identificazione di storia e filosofia, è razionale la dinamica del divenire storico e dunque la relazione tra i fatti e i pensieri dell’umanità, perciò il contrasto a cui Croce mette capo negli ultimi suoi scritti non è disperatamente privo di soluzione, benchè gli eventi storici non siano regolarmente la produzione dell’autentico pensiero filosofico. Penso che da un punto di vista biblico, la concezione della storia come visione divina del mondo non escluda il divenire storico incompatibile con la giustizia e la verità divina, perché le responsabilità, le scelte, le convinzioni e il pensiero degli uomini dovranno alla fine dei tempi uniformarsi alla volontà di Dio.
    Anche in questo caso l’antropologia interferisce con la filosofia della storia: infatti credere che la storia sia una dinamica spirituale che proceda da un’umanità in grado di realizzare un assetto del mondo secondo giustizia e verità, equivale al riconoscimento del libero arbitrio e alla compromissione del principio teologico della grazia assoluta, oltre che delle profezie escatologiche concernenti la rivelazione del Regno di Dio in seguito a un impatto apocalittico con la Città dell’Uomo.
    Ritengo che filosofia quale logica della verità e storia quale essenza dinamica della giustizia finale degli eventi e dell’assetto del mondo possono essere relativamente coincidenti in quanto correlate al medesimo spirito, il quale è allo stesso tempo spirito di logica, di verità e di giustizia, per cui il mondo non potrà che divenire ciò che lo spirito della storia vuole. Spirito della storia e spirito dell’uomo non sono essenzialmente la stessa cosa, perciò la diversità tra storia in divenire e storia ontologica non può risolversi nell’alterno operare del pensiero e dell’azione, della teoria e della prassi, di due categorie dello spirito e della realtà, che sono l’una per l’altra, e nel loro distinguersi o porsi si risolvono in quella sola unità concepibile che è l’eterno unificarsi,49 bensì in un definitivo atto puro e attivo dello spirito della storia che è fondamentalmente altro e oltre gli eventi ordinari, nonostante questi siano del continuo supervisionati e influenzati dallo Spirito che anima la storia e illumina (nonostante le sempre più pervicaci resistenze di una pretesa autonomia e lucidità intellettuale) le menti degli uomini: in ciò consiste essenzialmente la mia interpretazione metafisica della storia da una prospettiva biblica.
    L’idealismo che si presentava in Hegel e Gentile come identità tra finito e infinito, entra in una fase di crisi perché, anziché estendere coerentemente il primo nel secondo, si è voluto ridurre quest’ultimo a un’idea semplicemente fenomenica del precedente. La ricostituzione critica del principio di unità dell’infinito col finito, quale tematica fondamentale dell’hegelismo, nel senso che il primo è affermativo e solo il secondo è superato, è necessaria al superamento della crisi in cui versa l’idealismo.
    Troppo spesso l’affermazione di Hegel secondo cui “ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale”, viene deformata per sostenere l’esclusiva identità tra fenomenologia sperimentale e razionalità convenzionale, trascurando o ignorando il fatto che Hegel intendeva piuttosto affermare l’infinitudine strutturale del finito e la sua intrinseca e oggettiva razionalità.
    Lo schema dualistico di finito e infinito, fisico e metafisico, tradisce il limite della ragione umana e il suo tentativo di delimitare la realtà alla misura della sua fenomenologia, e perciò andrebbe superato in seno a categorie che interpretino la realtà come un complesso fisico (ma non per questo meno ultrafisico), le cui leggi sono da unificare. La formulazione e la verifica delle ipotesi e delle teorie scientifiche dovrebbero ispirarsi a un atteggiamento di cooperazione e ricomposizione critica dei sistemi filosofici.
    La formula hegeliana “non esprime infatti la possibilità che la realtà sia penetrata o intesa dalla ragione, ma la necessaria, totale e sostanziale identità della realtà e della ragione”, essendo quest’ultima “principio infinito autocosciente”, ed esprimendo “l’identità assoluta della realtà con la ragione... la risoluzione assoluta del finito nell’infinito.”50
    Hegel si è opposto al tentativo di Kant di costruire una filosofia del finito.


    c. Criticismo e ricerca interdisciplinare

    La critica dovrebbe riferirsi, secondo Kant, non a quella “dei libri e dei sistemi filosofici”, bensì alla “facoltà della ragione in generale riguardo a tutte le conoscenze alle quali essa può aspirare indipendentemente dall’esperienza”.51
    La formazione wolffiana deve aver indotto Kant a riflettere sugli assunti sovrannaturali del pietismo, il quale tradizionalmente non tollera né promuove alcuna riflessione critico-filosofica circa le proprie affermazioni. La ricerca kantiana inizierebbe, dunque, pensando alla legittimità degli a priori metafisici, proponendo la critica quale “decisione della possibilità o impossibilità di una metafisica in generale e la determinazione così delle fonti come dell’ambito e dei limiti di essa.”52 La critica così intesa appariva come uno dei compiti dell’età moderna, onde consentire alla ragione l’uso legittimo dei suoi diritti. Seguì l’impostazione critica del problema e la condanna della metafisica come sfera di problemi oltre le possibilità della ragione umana, nonché una conseguente caratterizzazione epistemologica della riflessione scientifica. Tale decisione dovette comportare il sacrificio di una descrizione completa e oggettiva dei fenomeni in favore del carattere convenzionale, economico e operativo dei concetti e dei procedimenti scientifici. La tesi di Kant secondo la quale le idee della ragione spingono la ricerca scientifica all’infinito, si realizzava appieno proprio a partire dalla decisione di escludere la metafisica dall’orizzonte filosofico. L’epistemologia nell’accezione italiana, piuttosto che in quella anglosassone di teoria generale della conoscenza, fa riferimento specialmente alla matematica e alla fisica. Ed è proprio nell’ambito di quest’ultime discipline che si sta dimostrando fondata la previsione dell’incapacità di giungere alla formulazione di leggi fondamentali e unificate che spieghino la realtà. Tutto ciò avviene perché liberandosi di una prospettiva metafisica, il fondamento dell’oggettività del sapere scientifico non può che individuarsi nel soggetto della ricerca e non nell’identità hegeliana di realtà e razionalità.
    Lo scienziato è senza dubbio un soggetto della ricerca, ma escludere che l’oggettività razionale possa essere prerogativa di un soggetto creante oltre che pensante, è il frutto di quel decisionismo tecnocratico a cui siamo sempre più passivamente abituati e che non ha nulla da spartire con la vera scienza, al punto che ogni complesso d’inferiorità nei confronti delle elaborate e istituzionalizzate entità positivistiche, è in odore di codardia piuttosto che di effettiva debolezza.
    L’operazione kantiana, all’origine di comportamenti scientifici e accademici diffusi, sembra rendere attuale l’ammonizione di Platone: “Io penso che se lo studio di tutte queste scienze che abbiamo passato in rassegna è fatto in modo da condurci a intendere la loro comunanza e parentela reciproca e si colgono le ragioni per le quali sono intimamente connesse, la loro trattazione ci porterà alla meta cui ci indirizziamo e la nostra fatica non sarà vana; in caso contrario sarà proprio vana.”53 Nella metafisica Platone riconosceva la dialettica, il cui compito fondamentale è quello di sottoporre a critica le ipotesi che le particolari scienze assumono a proprio fondamento ma che “non osano toccare perché non sono in grado di darne ragione”.54
    Lo smembramento contemporaneo delle discipline scientifiche e gli squilibri che ne derivano, si presentano come la conseguenza del ripudio di una scienza prima che stabilisca relazioni e collegamenti. La teorizzazione di una scienza che si occupi delle cause prime, delle sostanze non sensibili, corrisponde al progetto di una filosofia prima di una “scienza di cui andiamo in cerca” che stabilisca le relazioni tra le varie discipline e gli oggetti di ricerca.55
    La scelta di un modello metafisico è una necessità per il progresso stesso delle discipline scientifiche e il raggiungimento di quella meta che corrisponde alla conoscenza assoluta delle sostanze di cui si occupano. Kant ne riconosce l’importanza ma la riduce a “una scienza di concetti puri”, relativa a conoscenze che possono essere ottenute indipendentemente dall’esperienza e sulla base delle sole strutture razionali della mente umana. Il noumeno kantiano si riferisce a un discorso relativo alla realtà in sé, quale può essere conosciuta mediante un’intuizione intellettuale. Si tratterebbe non di una conoscenza effettiva ma di un pensiero di qualcosa in genere, nel quale si fa astrazione da ogni forma di intuizione sensibile.
    Il complesso delle idee metafisiche viene trattato nella Dialettica Trascendentale quale espressione di un assoluto che è inadatto a costituirsi quale oggetto scientifico, facendo riferimento, nella Critica della Ragion Pratica, all’ordine della vita morale.
    Il pietismo riemerge nell’esigenza di ricollocare filosoficamente l’esistenza di Dio, e in una nuova metafisica che si forma durante l’indagine critica kantiana, ma che, proprio quando potrebbe ricostituire un rapporto coerente tra sostanze spirituali e materiali, ripiega sul sentimentalismo eticizzante della Critica del Giudizio, all’origine di una contrapposizione tra cuore e ragione, fede e scienza, riscontrabile presso le istituzioni moderne, sia civico-religiose, sia accademico-scientifiche, e che risulta aver determinato l’adeguamento sistematico delle prime ai modelli etico-sociali del liberismo economico consolidatosi a partire dallo sviluppo imposto dalle seconde, sicché ci si ritrova oggi a dover far riferimento all’etica del capitale e delle leggi di mercato.
    La mancanza di categorie filosofiche unificanti avrebbe prodotto da una parte lo smembramento delle discipline scientifiche, e dall’altra la mistificazione dei valori metafisici in un sentimentalismo religioso, schizofrenico e individualistico. La schizofrenia consiste nel patto alienante di non interferenza tra eticismo metafisico-religioso e pensiero logico-scientifico, che si vorrebbe risolvere sentimentalmente: “Da un certo punto di vista il mondo dei fenomeni e quello costituito dalle coscienze morali autonome sembrano privi di ogni comunicazione e destinati a non interferire mai l’uno con l’altro. Tuttavia nella vita etica è implicita l’esigenza che si realizzi in qualche modo un ordine morale nel mondo: l’idea di una totale indifferenza dell’universo fisico alla tensione dell’azione morale, che pure in esso finisce sempre per scaricarsi, è per lo meno disperante. Non è verosimile invece che il mondo dei fenomeni sia in qualche modo già predisposto per accogliere la volontà morale? E in ogni caso possiede l’uomo un organo capace di percepire questa riposta dimensione dell’universo fisico? Secondo Kant un tale organo esiste ed è il sentimento, come principio dei giudizi riflettenti.”56
    L’ontologia fenomenologica di Husserl risulta in linea con la metafisica kantiana, per il fatto che “l’ontologia generale o formale non è che la logica pura che è la scienza eidetica dell’oggetto in generale”57 ma questa volta l’interesse converge specialmente sui principi che costituiscono il fondamento di determinati campi del sapere, detti anche materiali, anziché sui principi generali: “Ogni oggetto empirico concreto si inserisce con la sua essenza materiale in una specie materiale superiore, in una regione di oggetti empirici. All’essenza regionale corrisponde poi una scienza eidetica regionale o, come possiamo anche dire, una ontologia regionale.”58
    L’interpretazione della metafisica quale problematica relativa ai significati di esistenza nel linguaggio delle diverse scienze, alle relazioni fra le diverse scienze e alle indagini su oggetti che cadono nei punti d’intersezioni o di incontro fra di esse,59 così come la riduzione della sostanza o della causa prima, a idea pura, non è sufficiente ai fini dell’ipotesi di procedimenti scientifici che permettano il riconoscimento dell’attendibilità e dell’autorevolezza delle categorie bibliche, alla base della tradizione apocalittica e del libro di Daniele. E’ inevitabile la formulazione di una teoria scientifica che supponga una relazione coerente tra l’ordine fisico o fenomenologico e quello metafisico o ultrafisico.
    La riduzione dell’ordine spirituale a vaga e generica idea pura, priva di conseguenze filosofiche sistematiche, comprometterebbe la possibilità di un sistema filosofico globale e unitario, e inevitabilmente implicherebbe l’interpretazione dell’apocalittica in chiave mitologica e fantastica.


    e. Enunciazione del metodo scientifico in uso

    Che il mondo non sia quale lo vediamo è stato suggerito fin dai tempi dell’iperuranio di Platone, e che “il semplice fatto di vedere è in realtà un’impresa carica di teoria” è formalmente noto alla scienza fin dal sopraggiungere della crisi in cui versa tuttora la fisica classica dagli inizi del Novecento.60
    L’affermazione di Hanson secondo cui l’osservazione di x è condizionata dall’anteriore conoscenza di x, starebbe a “indicare che non esistono fatti che si impongono come tali a tutti gli osservatori, perché l’osservazione di un oggetto è condizionata dallo stato di tutte le nostre conoscenze anteriori e dunque varia secondo la prospettiva teorica in cui si pone.”61 L’osservazione pura e neutra può riferirsi al fenomeno, ma nel momento in cui essa risale alla realtà dalla quale quest’ultimo è determinato, la neutralità deve per forza di cose lasciare lo spazio alla precomprensione ipotetica, la quale talvolta viene spacciata quale prolungamento dell’obiettiva e sperimentale osservazione. Il fatto però che le ipotesi prevedano una certa lettura dei fenomeni, non significa che questi ultimi non influiscano a loro volta nella formulazione delle teorie, perciò la ricerca dovrebbe conservare un carattere sia induttivo che deduttivo, benché non si possa con ciò affermare che l’osservazione dei fenomeni induca necessariamente alla formulazione della teoria più attendibile. E’ soltanto nel momento in cui l’ipotesi viene applicata al fenomeno che si può parlare di deduzione, per poi regolarmente autoverificarsi induttivamente al seguito della riflessione sui risultati ottenuti.
    Il momento deduttivo della ricerca non dovrebbe giustificare un radicale antiinduttivismo e l’assoluta indipendenza dell’osservazione empirica dalle ipotesi scientifiche. I modelli teorici sono indispensabili all’orientamento della ricerca, alla raccolta e all’organizzazione dei dati, giacché l’esperienza immediata e diretta del fenomeno non è traducibile in un linguaggio neutrale dei fatti.62 Karl Popper è stato uno dei primi ad avanzare la tesi del ruolo centrale e prioritario svolto dalla teoria nella ricerca scientifica, esercitando una grande influenza nell’elaborazione di una nuova filosofia della scienza.63
    Che l’ipotesi scientifica sia comunque almeno formalmente induttiva, (giacché ogni visione della realtà, per quanto innata o predeterminata dal patrimonio genetico individuale, è sempre la conseguenza dell’esserci dell’uomo nel mondo) è confermato dalla convinzione del Popper, secondo la quale alla teoria si giunge raccogliendo dati e osservazioni da rielaborare in leggi che ne diano la spiegazione, in sintonia con la posizione del Circolo di Vienna, con il quale, tuttavia, Popper stabilì relazioni polemiche.
    Risulta che Popper abbia polemizzato contro il progetto di far dipendere la conoscenza dai dati di esperienza. E’ certamente l’idea di una dipendenza dai soli dati dell’esperienza che egli contesta, perché il linguaggio scientifico plasma il fatto a secondo della prospettiva di una particolare teoria preconcetta.64 La mente umana non è un secchio vuoto e una tabula rasa come l’empirismo vorrebbe, ma è, secondo una metafora del Popper, un faro che illumina e conferisce senso ai fatti.
    I riferimenti ideologici e filosofici del ricercatore sono un indizio di precomprensione dei fenomeni, ma interagendo il contesto esistenziale del ricercatore con l’elaborazione e la verifica delle sue teorie, è prevedibile che l’esperienza determini modificazioni e cambiamenti, sia dei modelli teorici che degli stessi riferimenti di pensiero: infatti è sì vero che “ogni osservazione è preceduta da un problema, un’ipotesi (o comunque vogliamo chiamarla); a ogni buon conto da qualcosa che ci interessa, da qualcosa di teorico o speculativo”,65 ma è altrettanto vero che, volenti o nolenti, le teorie sono costantemente soggette alla portata teorica di altri modelli e alla verifica sperimentale, nella misura in cui quest’ultima è possibile, fino a determinarne la validità, o la confutazione. La dinamica di un modello o di un’ipotesi scientifica è caratterizzata, sia alternativamente che contemporaneamente, dal momento sia deduttivo che induttivo, però è quest’ultimo che precede formalmente e cronologicamente i disegni cosmologici e cosmogonici, e le fondamentali proposizioni teoriche per la comprensione della realtà. Popper sostiene che “non ci sono cose come percezioni o dati di senso che non siano costruiti su delle teorie”,66 ma questo avviene nella misura in cui la teoria è consolidata e definitiva, oltre che nel momento applicativo piuttosto che in quello di verifica e di autocritica. Popper propende per una ricerca che procede per via deduttiva, ma ciò che è fondamentale nel riconnettersi al pensiero di Popper è l’affermazione del carattere teorico e ipotetico dei modelli scientifici.
    Gli esempi di ricerca che il Popper menziona per contestare il carattere induttivo delle teorie scientifiche sono soggetti a lettura alternativa. Popper riconosce che “le osservazioni non furono all’origine” dell’idea di Copernico e che quest’ultima “venne prima, e fu indispensabile per l’interpretazione delle osservazioni”,67 ma egli non prende adeguatamente atto delle innumerevoli esperienze di Copernico, in quel gran laboratorio che può essere lo scenario del mondo, nell’assistere allo spuntare e al calar del sole, e delle riflessioni cosmologiche che un tale regolare spettacolo possa aver determinato. Newton non avrebbe ricavato, a detta di Popper, la legge della gravitazione universale per via induttiva.68 A prescindere dalla loro origine le teorie sarebbero dei veri e propri “tentativi di indovinare” e delle “congetture liberamente inventate, perciò tali teorie per essere autorevoli dovrebbero risultare vive, importanti e collocabili tra le ipotesi non ancora confutate o definitivamente confermate, perché in tal caso s’imporrebbero come leggi scientifiche e definitive. Esse possono sì intendersi quali “libere creazioni della nostra mente, risultato di una intuizione quasi poetica”,69 ma è necessario ch’esse siano non vaghe ma precisate, ragionevoli e non fantasiose, compatibili con le categorie filosofiche e scientifiche anziché oscure elucubrazioni e licenze poetiche, anche se il materiale poetico potrebbe in alcuni casi dar luogo alla formulazione di nuove ipotesi, così come si potrebbe suggerire per l’infinito di Leopardi. Nel caso della letteratura apocalittica si tratterebbe di verificare se i contenuti e i relativi simbolismi, poeticamente, esprimano la potenzialità e la coerenza interna necessaria alla traduzione in categorie ipotetico-scientifiche del suo messaggio.
    Il metodo della ricerca è ipotetico, ma è tanto deduttivo che induttivo, perciò potremmo definirlo soltanto ipotetico, perché l’ulteriore precisazione farebbe riferimento a uno dei momenti dinamici di una particolare teoria. Il metodo può anche essere definito ipotetico-deduttivo, perché tutto sommato è deduttiva la fase di applicazione dell’ipotesi allo studio del fenomeno.
    Chiarito il limite e l’uso della definizione in questione, facciamo pure riferimento al metodo ipotetico-deduttivo del Popper, nella consapevolezza che l’ipotesi scientifica è scienza soltanto in quanto aspetto e momento della ricerca scientifica, e non quale dato sperimentale.


    a. Doxa ed episteme

    La vocazione della scienza è sempre stata l’identificazione con la conoscenza vera dell’essere. Nella Repubblica Platone non riconosce alla doxa (opinione) uno status scientifico, trattandosi di una condizione in divenire tra essere e non essere, tra conoscenza e ignoranza. La doxa avrebbe come suo dominio la conoscenza sensibile, mentre la scienza la conoscenza razionale, ed entrambi, dividendosi in due parti, darebbero luogo ai seguenti gradi del conoscere:
    I. La supposizione o congettura (eikasìa) che ha per oggetto ombre e immagini.

    II. L’opinione creduta, ma non verificata (pistis), che ha per oggetto le cose naturali, gli esseri viventi, gli oggetti dell’arte, ecc.

    III. La ragione scientifica (diànoia), che procede per via d’ipotesi partendo dal mondo sensibile. Essa avrebbe per oggetto gli enti matematici.

    IV. L’intelligenza filosofica (nòesis), che procede secondo dialettica e ha per oggetto il mondo dell’essere.70

    Il terzo grado informa che la ragione scientifica implica l’ipotesi, ma nello stesso tempo quest’ultima è anche assimilabile all’opinione, la quale si riferisce a sua volta al dominio della conoscenza sensibile e non a quella razionale. Il terzo grado però è anche in relazione col quarto perché l’intelligenza filosofica è quella che fornisce alla scienza le ipotesi più autenticamente plausibili, perché teoriche e importanti.
    Gli strumentalisti della scienza, da Berkeley a Mach, a Duhem e Poincaré, asseriscono unanimemente “che la spiegazione non è lo scopo della scienza fisica, dal momento che la scienza fisica non può scoprire le essenze occulte delle cose.”71 La conseguenza di tale affermazione consiste in una inevitabile prospettiva filosofica e metafisica della ricerca scientifica, oppure nella riduzione della fisicità a fenomeno, quale esclusiva realtà conoscibile. Mach e Berkeley, escludono “che esista qualcosa come l’essenza di alcunché di fisico: Mach, perché non crede affatto alle essenze; Berkeley, perché crede solo alle essenze spirituali e crede che la sola spiegazione essenziale del mondo è Dio.”72 Duhem sembra propendere per una spiegazione kantiana, la quale ammetterebbe sì le essenze, ma esse non sarebbero accessibili alla ricerca scientifica, anche se questa può protendervi.73 Entrambi, Duhem e Berkeley sostengono che le essenze possano essere rivelate dalla religione, ma “tutti questi filosofi sono d’accordo nel ritenere che la spiegazione scientifica (ultima) è impossibile, e dal fatto che non c’è un’essenza occulta, che le teorie scientifiche possano descrivere, concludono che queste teorie (che chiaramente non descrivono il mondo ordinario della nostra esperienza comune) non descrivono nulla affatto. Dunque, sono puri e semplici strumenti, e ciò che può sembrare accrescimento della conoscenza, non è altro che il miglioramento di certi strumenti.”74 La scienza si ridurrebbe così a un insieme di ipotesi verosimili, capaci di spiegare in una certa misura i fenomeni, riuscendo anche a servirsene a fini sociali e tecnologici, benché la ragione ultima del perché un prodotto della tecnica funzioni sia un mistero.
    Non è da escludere che la scienza contemporanea possa ritrovarsi nella stessa condizione in cui la filosofia greca è venuta a trovarsi al termine di quel processo che, attraverso il periodo antropologico, caratterizzato da Socrate e dai sofisti, aveva condotto il pensiero classico dalle scuole cosmologiche (dominato dalla problematica relativa all’ordine del mondo e alla possibilità della conoscenza umana), al periodo ontologico di Platone e Aristotele, caratterizzato, oltre che dalle precedenti tematiche, dalla ricerca della relazione tra l’uomo e l’essere, quale condizione e possibilità del valore dell’uomo e dell’essere in quanto tali.75 Il periodo etico, relativo allo stoicismo, all’epicureismo, allo scetticismo, all’eclettismo, che seguì quello ontologico, era infatti dominato dal problema della condotta umana e caratterizzato dalla diminuita consapevolezza del valore teoretico della ricerca.76 La crisi del metodo teoretico per la realizzazione di quella conoscenza, a cui i periodi precedenti avevano aspirato, determinò l’interesse per la religione e la rivelazione cristiana, quale via di ricongiungimento dell’uomo a Dio e dunque a quella conoscenza che il pensiero speculativo non era riuscito a realizzare, pur avendo permesso l’acquisizione delle categorie e del linguaggio filosofico, che fin d’allora sono in vigore a vantaggio anche del monoteismo, il quale seppe cogliere l’opportunità per strutturarsi dottrinalmente, a partire dai criteri sistematici della metafisica aristotelica, ma conservando contenuti e originalità propria.
    La ricerca scientifica contemporanea e il pensiero filosofico sembrano essere giunti a una similare fase cruciale: similare ma complessa a motivo delle numerose scuole di pensiero, tra le quali si distingue, per dominio e monopolio, quella che direi risultato della mistura di tutto ciò che nella tradizione scientifica e filosofica è in sintonia con scetticismo, sperimentalismo, materialismo, pragmatismo, naturalismo, positivismo, ateismo. Gli scienziati e i filosofi delle scuole predominanti, pur ponendosi concreti problemi teorici (anche di carattere etico), finiscono in realtà per fare da supporto a programmi di altra natura, i quali procedono da altrettanto concreti obiettivi economici e politici, e che riguardano nuovi assetti di governo internazionale in odor d’autarchia e violazione della medesima libertà di pensiero e di espressione, di cui a chiacchiere si dipinge paladino, ostentando la fama, l’indubbio talento, il virile impatto e la ferrariana retorica dei propri cervelli. Non si vuol dire che le scuole dominanti non abbiano valore, o che non caratterizzino in qualche misura quelle di minoranza. A essere biasimato è il tentativo di trasferire il confronto tra scuole di pensiero da opportune sedi e appropriati procedimenti e categorie culturali e accademiche, ad ambiti dove sono i soldi, i trusts e i mass media di parte a decidere in realtà quale sia la verità antropologica o filosofica o (prima o poi) anche quella religiosa.
    Lo sperimentalismo si è dimostrato efficace nel condurci fin nelle viscere dell’atomo e ben oltre la nostra galassia, ma non per questo si può escludere l’autenticità di altre scuole. Il fatto che la scienza sperimentale non possa spiegare tutto, profondamente e definitivamente, non significa ch’essa non possa spiegare, almeno entro certi limiti, qualcosa. Proprio per tale limite è necessario che la scienza si proponga anche epistemologicamente, sia come riflessione dei procedimenti e delle finalità metodologiche, che quale complesso delle ipotesi e dei modelli teorici.
    Perché un modello metafisico possa proporsi autorevolmente è necessario ch’esso si costruisca, teoricamente, prevedendo applicazioni a sostanze concrete: ossia dotate di energia, e dunque, almeno virtualmente, sperimentalmente conoscibili, nel senso che, pur teoricamente concrete, tali sostanze possono essere conosciute facendo ricorso (quando ciò sarà possibile) a evoluti e adeguati strumenti e metodologie di ricerca. E’ come dire: la metafisica è sperimentale, ma sono gli scienziati, oltre che gli strumenti di cui dispongono, impreparati a farne l’esperienza!
    Comprendo che a uno sperimentalista di tendenze materialistiche, l’affermazione possa risultare risibile. A costui chiederei se i suoi esperimenti abbiano appurato fenomeni o sostanze fisiche. La sua risposta è scontata, perché delle sostanze fisiche la scienza sperimentale può al presente soltanto osservare e codificare fenomeni. Che le sostanze fisiche - ovvero ultrafisiche - non possono che ritenersi reali e concrete, è legittimato dalla ragione più elementare, perché dietro il fenomeno non può esservi il nulla. Si può esser certi che alla base della realtà apparente vi sono sostanze concrete e che la loro essenza costituisce l’oggetto di una disciplina metafisica, specialmente, ma non soltanto filosofica e teologica, bensì interdisciplinare, perché relativa a tutte le sostanze.
    Metafisica: nell’uso del termine dovremmo innanzitutto evitare d’interpretare meta come altro, oppure in contrasto con, o anche tutt’altro che, piuttosto che come ultra, ossia nell’essenza al grado più elevato e per eccellenza. Inoltre, trattando della dimensione metafisica di una determinata disciplina che non sia la fisica, pur usando il termine metafisica, sarà chiaro che non è della fisica che si parla. Per evitare confusioni, forse si dovrebbe utilizzare il termine appropriato alle particolari discipline, (ad esempio metachimica, metasociologia, metastoria, ecc.), i cui aggettivi vengono talvolta usati (metastorico ad esempio). Non credo sia però logico dire metafilosofico, oppure metateologico, perché nei casi in cui una disciplina già si occupa specificamente di una o più sostanze metafisiche, penso sia inutile ogni ulteriore precisazione.
    La menzione di una particolare disciplina (la chimica, ad esempio), per le ragioni già sopra descritte, sarebbe sufficiente a indicare la relazione sia ai fenomeni che alla sostanza metafisica di cui la disciplina si occupa. Siccome però la menzione contemporanea delle discipline non evoca più il riferimento alle sostanze interdisciplinari della Metafisica di Aristotele, allora siamo costretti, con termini alternativi, a ricordare che sara molto difficile privare, accademicamente, le discipline della loro natura (l’autentico confronto è sempre benvenuto), a meno che non si uccida la cultura a suon di soldoni e prepotenze.
    Chi però riuscisse in tale ardua impresa, resterebbe stritolato dallo svelamento della verità storica, ricavandone tanta infamia quanto in lui sarà stata la superbia, la presunzione, la menzogna, la falsità e la provocazione di cui neppure il più bastardo tra gli uomini sarebbe capace, se non venisse mutato in una vile bestia indemoniata, destinata, per attitudine e vocazione, a realizzare tutte le imprese apocalittiche attribuite al Piccolo Corno. Che tale bestia s’intenda a suo modo di cultura, oltre che di politica, economia e religione, può essere inteso dalle profezie bibliche: il suo hobby preferito (non a caso) è quello di comprare e vendere gli uomini.
    In conclusione, lo scibile umano è in attesa dello svelamento della sua vocazione, il quale coincide anche con lo svelamento della realtà, della storia, dell’essenza e del destino dell’uomo, oltre che, da una prospettiva biblica, con la sconfitta apocalittica di potentati, sistemi ed entità che sono di ostacolo al Regno di Dio, il quale, per l’appunto (in tale contesto di svelamento), è rivelazione metafisica per eccellenza.


    b. Il complesso delle ipotesi e dei modelli teorici quale accrescimento e condizione della ricerca scientifica

    Una conferenza preparata dal Popper per il Congresso internazionale di filosofia della scienza tenutosi a Stanford nell’agosto del 1960, prese, tra l’altro, in considerazione le condizioni per l’accrescimento della conoscenza scientifica.77 Popper non intendeva riferirsi all’accumulazione delle osservazioni, ma alla “ripetuta demolizione delle teorie scientifiche” e alla “loro sostituzione per mezzo di teorie migliori e più soddisfacenti”.78
    L’accrescimento dei dati e delle osservazioni è una conseguenza dell’applicazione dei principi di verificazione delle ipotesi, perciò “anche coloro per i quali l’aspetto più importante dell’accrescimento della conoscenza scientifica consiste in nuovi esperimenti e in nuove osservazioni, potranno trovare degno di attenzione” il procedimento popperiano.79
    I problemi nuovi che Popper desidera discutere sono connessi per lo più con le nozioni di verità oggettiva, e di avvicinamento alla verità. La prima tesi è che “nel campo della scienza abbiamo un criterio di progresso: anche prima di averla sottoposta a un controllo empirico, siamo in grado di dire, purché passi certi controlli specifici, se una certa teoria costituisca un miglioramento in confronto di altre teorie con le quali siamo già familiarizzati.”80 Popper asserisce che sappiamo intuitivamente quale teoria preferire, perché tendiamo a preferire “la teoria che ci dice di più, ossia la teoria che contiene la maggiore quantità di informazioni empiriche, o che ha il maggior contenuto empirico, che è logicamente più forte, che ha il maggiore potere esplicativo e predittivo, e che perciò può essere sottoposta a controlli più severi, confrontando i fatti previsti con le osservazioni. In breve, preferiamo una teoria interessante, audace e altamente informativa, a una teoria banale.”81 Tutte queste proprietà che si desiderano in una teoria si ridurrebbero all’esigenza del grado più alto di contenuto empirico o di controllabilità.82 Con estrema semplicità si dimostra che la probabilità di una teoria diminuisce al crescere dei suoi contenuti, perché “scrivendo Ct(a) per il contenuto dell’asserzione a, e Ct(ab) per il contenuto della congiunzione di a e di b, abbiamo

    1. Ct(a) <Ct(ab) <Ct(b)
    che contrasta con la legge corrispondente del calcolo delle probabilità:

    2. p(a) > p(ab) < p(b)
    dove i segni di disuguaglianza della 1 sono invertiti.”83 La conclusione è inevitabile: “... se ci proponiamo come scopo il progresso o l’accrescersi della conoscenza, non possiamo proporci ugualmente di ottenere un’alta probabilità (nel senso del calcolo della probabilità): questi due scopi sono incompatibili.84 Teorie che potrebbero dimostrarsi in prospettiva utili e risolutive, vengono scartate, oltre che per ragioni ideologiche e confessionali, anche per il pregiudizio “che un’alta probabilità sia qualcosa di altamente desiderabile.”85 A questo riguardo, l’idea del Popper venne da taluni considerata paradossale, tra i quali è J. C. Harsanyi.86
    Dal momento che il Popper riconosce che la teoria con maggiore contenuto informativo corrisponde a un maggiore contenuto logico, si potrebbe forse risolvere l’apparente paradosso, distinguendo la probabilità ordinaria o conforme al senso comune, dalla probabilità oggettiva, determinata dall’intrinseca logicità di una particolare teoria e dalla razionalità della sostanza a cui essa si riferisce. La probabilità che emerge dai suggerimenti del Popper è equazionale, ma essa non è effettiva nella misura in cui le singole asserzioni, a o b, sono ipotesi fittizie, inverosimili e non ragionevoli, o comunque non corrispondenti alle entità reali, le quali, per quanto complesse e relative a teorie di notevole contenuto, sono a tal punto probabili che sono esistenti.
    Siccome però si può soltanto approssimativamente decidere quale sia il contenuto razionale di un modello scientifico, ci si ritrova vincolati alle equazioni del Popper, nella misura in cui il modello stesso non supera gli esami e le verifiche previste. E’ soltanto procedendo alla verificazione che gradualmente si può decidere quale sia l’effettiva probabilità del contenuto di una teoria, a prescindere dalla sua complessità.
    Il fatto che una spiegazione naturalistica della realtà sia in genere più probabile di un’altra di tipo metafisico, non significa che quest’ultima non possa usufruire di un grado effettivo di probabilità più elevato. Affermare che la realtà è determinata dall’eterno ricostituirsi della materia può essere verosimile, ma ipotizzare che essa invece è il prodotto di una creazione divina e intelligente, potrebbe dimostrarsi inconfutabile e razionale, a tal punto che a ogni tappa di superamento epistemologico, relativo a prove e verifiche teoriche e sperimentali, l’incremento di probabilità potrebbe dimostrarsi costante.
    E’ indispensabile che la cosmogonia e la teologia, bibliche, alla base di una descrizione coerente dei fenomeni apocalittici del libro di Daniele, vengano riproposte in termini ipotetico-scientifici, a meno che non si voglia confermarne la lettura mitologica e fantastica.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 19-03-10 alle 01:13

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    Terza parte della Metodologia della Ricerca.

    c. Ultrafisicità della materia e conseguente ragionevolezza delle sostanze spirituali

    Il concetto di materia è astratto, potendo giungervi soltanto attraverso considerazioni di ordine filosofico, le quali in un secondo momento operano da supporto teorico per la scienza.
    L’idea popolare che l’atomo sia effettivamente solido è un residuo di una mentalità ormai superata dalla scienza fin dal tempo delle ricerche fisiche di Heisenberg e Schrödinger. L’intrusione di quella genericità che ha indotto la generalità degli studiosi a credere nella materialità del mondo è stata attribuita all’inclinazione a valutare i fenomeni facendo ricorso ai sensi. Bertrand Russel ha sostenuto che principalmente a causa delle idee derivate dal senso della vista, i fisici sono stati indotti a pensare l’atomo come un centro dal quale partono radiazioni.87 Allo stesso modo l’idea che in tale centro vi sia una particella solida che chiamiamo elettrone o protone, è un’intrusione illegittima delle nozioni del senso comune derivate dal tatto.88
    Nel tentativo di definire la materia, Russel ha menzionato la tesi di Heisenberg, secondo cui l’atomo è un centro dal quale emanano radiazioni, e quella di De Broglie-Schrödinger, la quale sosteneva invece il carattere ondulatorio della materia. La materia cessa così di essere una cosa per convertirsi in una caratteristica matematica relativa ai rapporti tra strutture logiche complesse e caratterizzate da successi. La materia viene a disfarsi nel mondo e si converte “in una abbreviazione utile a esprimere certe leggi causali concernenti gli eventi.”89 La materia sembra aver perso la permanenza che sia i fisici che i filosofi solevano attribuirle, oltre che la presunta solidezza e la capacità di riempire lo spazio.90 L’interessante collezione di citazioni riportata da M. Buonfiglio si conclude come segue: “... il materialismo è oggi da considerarsi come una teoria filosofica superata. Già non ha più senso parlare di materia inerte, solida, indistruttibile, eterna. Per continuare a credere nel materialismo, bisogna rifarsi alle nozioni scientifiche di secoli passati e fermarsi ostinatamente a esse. Gli stessi scienziati affermano che la filosofia meccanicistica è ormai tramontata e una nuova filosofia è apparsa.”91
    Le dichiarazioni di A. C. Crombie e di altri studiosi in occasione di alcune conferenze tenutesi presso l’Università di Oxford, risultano il linea con la tesi che sostiene la necessità di una spiegazione della realtà che è sempre meno materiale, fino a suggerire la possibilità dell’abbattimento delle tradizionali barriere tra fisico e metafisico: “Nei primi anni del secolo diciannovesimo divenne chiaro che vi era un numero di fenomeni che non potevano essere descritti adeguatamente per mezzo dei semplici postulati della teoria meccanicistica: a questo punto cominciò il tramonto della filosofia meccanicistica. Divenne sempre più difficile trovare una descrizione meccanicistica convincente e soddisfacente. Per questa ragione ci rivolgemmo all’interpretazione dei fenomeni per mezzo di campi. Inizialmente la descrizione dei fenomeni attraverso il concetto di campo fu introdotta come un mezzo per comprendere la descrizione meccanicistica della natura. Tuttavia, quando divenne evidente che era una descrizione del campo piuttosto che delle sue sorgenti l’essenziale per una completa comprensione del comportamento delle sorgenti, ci si rese conto che stava sorgendo una nuova concezione per la quale non c’era posto nella vecchia filosofia meccanicistica.”92
    Le nuove esigenze per lo studio dei fenomeni atomici, in bilico tra vecchie categorie fisiche e metafisiche, si riflettono nella titubanza del doversi servire di un linguaggio scientifico che pur non essendo adeguato, sovviene in qualche modo alla necessità di una versatile spiegazione dei fenomeni: “.. Il linguaggio è una invenzione familiare e noi non dobbiamo aspettarci che esso sia applicabile molto oltre i confini dell’esperienza familiare... La nostra esperienza quotidiana non ci ha fornito nessun termine oltre a onda e corpuscolo per descrivere la costituzione della materia, e per detta esperienza quotidiana è sempre evidente se una data entità è onda o è corpuscolo... ma troviamo che abbiamo bisogno non dell’uno o dell’altro di essi, ma piuttosto di ambedue insieme. Non dobbiamo perciò spingere il nostro uso del linguaggio oltre l’analogia. Non ci dovremmo porre la domanda: Ma è un’onda o un corpuscolo? Il nostro linguaggio non può dirci che cos’è, perché la nostra esperienza su cui il linguaggio è basato non può arrivare fin lì... Vi è sì una tendenza a considerare i costituenti della materia come corpuscoli e i costituenti di una radiazione elettro-magnetica come onde, ma la diffrazione dei corpuscoli dimostra il loro aspetto di tipo ondulatorio e gli urti dei fotoni, o particelle di luce, dimostrano il loro aspetto di tipo corpuscolare...”93
    Facente parte di un’ipotesi ultrafisica è l’idea della reversibilità delle particelle corpuscolari in ondulatorie, e la traducibilità della materia in antimateria, e viceversa, anche perché questo potrebbe forse spiegare i fenomeni di sparizione/apparizione, invisibilità, materializzazione di varie entità spirituali in relazione alla letteratura apocalittica.
    E’ stato dimostrato che irradiando materia con fotoni di grande energia (raggi gamma), è possibile osservare che il fotone incidente, nelle immediate vicinanze dell’atomo, scompare e si forma una coppia di elettroni, uno positivo e l’altro negativo, coerentemente con la famosa equivalenza di Einstein: E = mc². In teoria dovrebbe anche essere possibile il fenomeno inverso, e infatti, nelle vicinanze di un nucleo, è possibile annichilire una coppia elettrone-positrone per la creazione di due o tre quanti gamma. Per poter scomparire, le particelle sub-atomiche (quali il protone, il neutrone, e lo stesso elettrone), devono incontrarsi con particelle che abbiano uguali caratteristiche, ma di segno contrario. I fotoni prodottosi dalla reazione non presentano alcuna carica elettrica. Il protone non può però annichilirsi incontrando un elettrone, perché la trasformazione in energia implicherebbe la perdita della carica barionica senza ragioni matematiche. Per particolari ragioni, per potersi annichilire, un protone dovrebbe incontrare una particella che abbia una carica barionica come quella dell’anti-protone.
    Marie Curie definì gli elettroni e i positroni che si producono dall’energia fotonica, elettroni di materializzazione e il fenomeno opposto, dematerializzazione di particelle. Si delinea a questo punto la possibilità di una similare trasformazione della materia in antimateria, e viceversa, perché si è pensato che ogni particella debba avere una sua anti-particella, vale a dire una particella che abbia le stesse caratteristiche, ma di segno contrario: “Oggi si ritiene, dunque, che per ogni particella esista la corrispondente anti-particella se la particella ha carica elettrica o barionica nulla. lo stesso accade per la sua anti-particella; se la particella ha carica elettrica e/o carica barionica non nulla, la corrispondente anti-particella ha carica dello stesso valore, ma di segno opposto. Così il protone ha carica elettrica positiva e carica barionica positiva; l’anti-protone ha carica elettrica dello stesso valore ma negativa e carica barionica negativa. L’elettrone ha carica negativa e carica barionica nulla; il positrone ha carica elettrica positiva e carica barionica nulla. Il neutrone ha carica barionica positiva ma non ha carica elettrica; l’anti-neutrone ha carica barionica negativa e carica nulla. In verità, fino a che non è stata dimostrata sperimentalmente l’esistenza dell’anti-protone, qualcuno pensava che questa nozione di carica barionica, per quanto acuta e suggestiva, fosse in realtà priva di senso fisico. Ma la scoperta sperimentale dell’anti-protone e poi dell’anti-neutrone, ha mostrato quanto le previsioni teoriche fossero fondate, previsioni che sono state ulteriormente confermate dalle scoperte sperimentali di altre anti-particelle.”94
    L’antimateria potrebbe rappresentare proprio la destinazione della dissoluzione o della transizione delle particelle a cui abbiamo fatto precedentemente cenno, ma non si può necessariamente teorizzarla come la dimensione ultrafisica dello spirito. Che la materia non risulti tanto materiale quanto i fisici classici hanno ritenuto, non risolve il problema dell’esistenza spirituale, ma è perlomeno la sua ragionevolezza a presentare quelle credenziali che ne rendono la sua ipotesi, scientifica. La divinità biblica si presenta, in seno a tale ipotesi, compatibile con i concetti di energia che caratterizzano la realtà materiale, non mancando i riferimenti scritturali alla forza, alla luce, alla potenza, alla vita.
    E’ interessante e convincente la traduzione che T.N.M. offre dell’ eb. koah e ‘onim in Is. 40: 26: “Alzate gli occhi in alto e vedete. Chi ha creato queste cose? Colui... che tutte chiama... per nome. A motivo dell’abbondanza di energia dinamica,essendo egli anche vigoroso in potenza, non [ne] manca nessuna.” L’idea di radiazioni che partono da un centro di potenza è tutt’altro che estranea alle Sacre Scritture: “Il suo splendore è pari alla luce; dei raggi - eb. qarnaim - partono dalla sua mano; ivi si nasconde la sua potenza.”95 Yad - mano concerne figurativamente nella lingua ebraica anche la forza, la potenza, e può significare anche luogo, direzione, parte, il che, considerato l’uso antropomorfico del termine, può significare che la potenza sia un aspetto della divinità e non la sua impersonale totalità, quasi che Dio debba consistere in energia, mancante di ogni altro attributo personale.
    Un modello fisico o ultrafisico che interpreti sì teisticamente i fenomeni e le sostanze, ma riconducendole al Panteismo, non è adatto a uno studio del libro di Daniele e della letteratura apocalittica, affine ai principi ermeneutici che emergono dai medesimi testi biblici. Perciò, è inteso, quale componente essenziale del metodo storiografico in uso, l’insieme degli attributi divini menzionati nelle Sacre Scritture. Che la potenza possa non definire globalmente la divinità, non significa che Dio non sia complessa, eterna e perfetta organizzazione di energia. La relazione che intercorre tra energia e divinità risulterebbe quindi simile a quella esistente tra corpo e anima, fisicità e personalità dell’uomo. E come l’energia corporea è alla base dell’attività cerebrale dell’uomo durante la sua esistenza terrena, così l’energia ultrafisica è essenziale per la sussistenza delle entità spirituali e di Dio stesso.
    Per illustrare l’unità di anima e corpo, il Talmud menziona la seguente parabola: “Il proprietario di una vigna incaricò uno zoppo e un cieco affinché gli guardassero la sua vigna, pensando che a motivo dei difetti, ciascuno di essi sarebbe stato incapace di qualsiasi torto. Comunque i due guardiani trovarono il modo, sedendosi lo storpio sulle spalle del cieco, di rubare e mangiare il frutto. Quando vennero accusati, ciascuno di essi protestarono la propria innocenza, l’uno puntualizzando l’incapacità di vedere, l’altro l’impossibilità di camminare. Il proprietario della vigna sistemò lo zoppo sulle spalle del cieco, e in tal modo li giudicò.”96
    Suggerisco che quando si menziona l’anima come immortale, è allo spirito che si stia facendo riferimento, perché l’anima vera e propria altro non è che il disegno logico, teorico e funzionale, in virtù del quale il corpo esiste e si conserva. Similmente lo spirito dell’uomo, di Dio, o di altre creature, può sussistere soltanto in relazione a un corpo spirituale che sia adatto alla situazione ultrafisica di una dimensione eterna, la quale esige sì il superamento di una fisicità precaria, ma non di quelle leggi, dei principi e delle categorie che spiegano le energie ultrafisiche eterne e la realtà attuale nel suo complesso.
    Di conseguenza, quando uno spirito si diparte alla morte di un uomo, una sostanza dotata di un’energia concreta ed eterna, pur separandosi da un corpo ordinario, sopravvive in virtù di un suo corpo coessenziale, ultrafisico ed eterno. Per ultrafisico si deve intendere non ciò che è oltre la realtà fisica, bensì quest’ultima nella sua essenza, di cui, la parte fenomenica di essa, la quale generalmente noi assimiliamo a materia fisica e concreta, potrebbe anche venire a cessare di esistere, senza con ciò pregiudicarne l’essenza ultrafisica, la quale invece è eterna.
    In tal senso andrebbe interpretato 1Cor. 15: 35-45. La gloria dei corpi celesti è anche quella di coloro che risplenderanno come le stelle in sempiterno.97


    d. Il carattere filosofico della storiografia

    Non ci si può avvicinare agli studi storici sforniti di un sistema filosofico, in quanto ci si dovrebbe limitare alla collazione dei documenti, alla raccolta di reperti, e tutt’al più, all’esposizione e alla comparazione dei relativi contenuti. Avvicinarsi allo studio di una qualsivoglia disciplina con un metodo di semplice registrazione e classificazione dei dati, adottando un criterio d’interpretazione che consiste nello stesso metodo di classificazione, è come confondere l’ermeneutica col documento, la docenza con la biblioteconomia, la storia con il suo archivio. La storia è tale in quanto esige una visione di se stessa e un’interpretazione dei dati, senza i quali essa si riduce a un vocabolario di fatti che non insegnano nulla.


    - La tradizione ontologista

    Si è ritenuto che l’ontologismo rientra nella sistematica che fa capo ad Agostino, ma che concerne Boezio, Anselmo d’Aosta, la scuola dei Vittorini, e nel XIII secolo Guillaume d’Auvergne, Roger Bacon, Bonaventura, Jean Peckham, Matteo d’Acquasparta e Pierre Olieu.98 L’ontologia sosterrebbe il diritto di una conoscenza in Dio e “i titoli di una certezza assoluta, la scelta primordiale di un punto di partenza assoluto in filosofia, in grado di dare al pensiero una visione di totalità”,99 contro la filosofia aristotelizzata delle opere di Alberto di Colonia e di Tommaso d’Aquino del XIII secolo. Si comprende come numerosi filosofi moderni si ritrovino a insegnare secondo la tradizione luterana o riformata, appellandosi al “sistema agostiniano-anselmiano, come ad esempio August Lecerf in Francia nella prima metà del XX secolo, e di Abraham Kuyper in Olanda.
    Il punto di partenza assoluto in filosofia, riflette un ontologismo assoluto e non ipotetico e che sappia proporsi senza imporsi, che sappia coesistere e non solo resistere. Le Sacre Scritture possono ritenere a priori tutto ciò che vogliono, ma rimane il fatto che esse devono essere intese, comprese, distinte da altri testi religiosi, affinché se ne accetti il suo contenuto, a preferenza di altri.
    Conelius Van Til vorrebbe escludere tali prerogative, partendo dalla convinzione che l’uomo non rigenerato sia necessariamente incapace di pensare rettamente, pregiudicando la possibilità stessa della filosofia, ma ponendosi comunque entro il suo ambito: “Van Til sees the history of secular philosophy as a massive commentary on the apostle Paul’s observations to the Corinthian Christians: Where is the wise? where is the scribe? where is the disputer of this world? hath not God made foolish the wisdom of this world? For after that in the wisdom of God the world by wisdom knew not God, it pleased God by the foolishness of preaching to save them that believe.100 In other words, men have been looking for God in the wrong place and in the wrong way.”101 Van Til nega da una parte la consistenza o la possibilità della filosofia secolare, dall’altra riconosce che “The eternal power and Godhead of Paul’s gospel are clearly visible to all men everywhere.102 It is not as though the evidence shows that a god exists or that God probably exists. If such were the case then there would be some excuse for man if he did not bow before his Maker. Paul makes bold to claim that all men know deep down in their hearts that they are creatures of God and have sinned against God their Creator and their Judge.”103
    La filosofia secolare non è un massiccio blocco di pensieri omogenei contro Dio. Proprio il fatto che l’eterna potenza di Dio è dovunque chiaramente visibile, dovrebbe affermare la possibilità della filosofia e non la sua negazione, benché vi sia un punto oltre il quale la ricerca non può procedere senza la fede e la rivelazione. Non si può negare che la filosofia abbia contribuito allo sviluppo del pensiero scientifico, del suo linguaggio e dei suoi procedimenti, se vogliamo discutibili e perfettibili, ma all’origine delle invenzioni e delle scoperte in ogni campo dello scibile umano. Certo non si può dire che ogni Premio Nobel sia stato cristiano o teista quale Newton, Pascal, Leibniz o Galileo.
    Il semplice fatto che i filosofi della Riforma non sembrano digerire (non è chiaro se soltanto per ragioni teologiche, - quali la predestinazione di Calvino - per attitudini psicologiche e caratteriali che si sposano perfettamente a inclinazioni al comando, antropologicamente attestate presso ogni gruppo etnico, ovvero per ambedue le ragioni) è l’evidenza, sia biblica che storica, dell’azione dello Spirito Santo sugli uomini, prima ancora della conversione cristiana e della rigenerazione spirituale, detta anche nuova nascita. L’uomo naturale è considerato come spiritualmente morto,104 ma Dio non ha tralasciato di occuparsi di lui fin dal primo istante della nuova situazione nel mondo, determinatasi a causa del peccato originale,105 per cui l’antropologia non deve considerare l’uomo come se fosse già all’inferno.
    Una corretta antropologia cristiana deve prendere atto di una forma di spiritualità accessibile all’uomo non rigenerato, le cui conseguenze non sono da trascurare. L’uomo morto nei falli e nei peccati e ottenebrato nella propria mente a causa del peccato, non è (grazie a Dio) un reperto umano ordinario, a eccezione dei casi in cui lo Spirito Santo si è già da questi totalmente e definitivamente ritratto. Non ci si deve fare illusioni circa i propri simili, ma l’uomo non rigenerato e nondimeno illuminato dallo Spirito è capace di logica scientifica e filosofica, oltre che di dialogo, coesistenza, pluralismo (spesso più degli stessi cristiani), benché la prudenza sia da consigliare, alla pari della conoscenza dei riferimenti antropologici e della tipologia spirituale dei propri interlocutori, sia rigenerati che illuminati, tra i quali v’è una buona percentuale di falsi e opportunisti, a cui in realtà interessa la Città dell’Uomo e non la verità filosofica e il Regno di Dio.
    Il brano citato da Van Til argomenta la prima delle due rivelazioni universali (la coscienza e la natura) e la possibilità di giungere, per suo tramite e in virtù della fede e dell’azione illuminatrice dello Spirito, a formulazioni filosofiche e scientifiche. A rigore, la possibilità della speculazione filosofica non riguarda l’uomo naturale, ma soltanto questi in relazione alla rivelazione e all’illuminazione spirituale, anche se in assenza di adeguata consapevolezza. Ciò che però non è possibile, se non attraverso la rivelazione speciale, è una conoscenza più elevata della divinità, per la quale è necessaria la fede e la rivelazione speciale.
    Se leggessimo il primo capitolo dell’epistola ai Romani secondo quest’ottica, ci libereremmo facilmente di quelle generalizzazioni, che, tra l’altro, non sono in grado di spiegare talune affermazioni della stessa epistola, quale, ad esempio, la seguente: “Infatti, quando i Gentili che non hanno legge, adempiono per natura le cose della legge, essi, che non hanno legge, son legge a se stessi; essi mostrano che quel che la legge comanda è scritto nei loro cuori per la testimonianza che rende loro la coscienza, e perché i loro pensieri si accusano o anche si scusano a vicenda.”106
    La posizione di René Pache a questo riguardo dimostra che è possibile un’autorevole consenso evangelico alla tesi secondo la quale Dio assiste l’uomo inconvertito nella conoscenza della verità, però entro i limiti della rivelazione naturale, oltre che la possibilità di un rifiuto dell’azione dello Spirito, la quale si traduce in una irrefrenabile e radicale operatività della naturalità umana: “Abbiamo visto che le rivelazioni della natura e della coscienza sono sufficienti per produrre da una parte l’adorazione e il pentimento, e dall’altra per rendere i pagani pienamente responsabili. Tuttavia Dio, che è giusto e onnisciente sa perfettamente se un uomo sincero ma ignorante, messo davanti all’offerta della salvezza, l’accetterà o no... Idealmente, ogni uomo che accetti le due rivelazioni, della natura e della coscienza, dovrebbe essere pronto a ricevere la salvezza: rendendosi conto della sua piccolezza e della grandezza dell’universo, egli adora l’invisibile Creatore... Più o meno direttamente, egli cerca una redenzione. Se è lui stesso che vuole compierla, aderirà a una delle innumerevoli religioni umane che in fondo propongono la salvezza dell’uomo mediante l’uomo stesso. Se, convinto dallo Spirito di Dio, egli riconosce la sua totale incapacità di cancellare il male commesso e di compiere il bene ordinato, riceverà con sollievo e riconoscenza l’annunzio del Salvatore, di cui è piena tutta la Bibbia, la rivelazione scritta. Abbiamo l’esempio di un tale atteggiamento presso alcuni pagani, quali l’eunuco etiopo (Atti 8: 27-38) e il centurione Cornelio (Atti 10: 1-48). In tutti i campi di missione si sono riscontrate a volte delle disposizioni simili, in certe persone, quando udivano l’Evangelo per la prima volta. Purtroppo non si tratta che di eccezioni, infatti la stragrande maggioranza degli uomini non presta l’attenzione che dovrebbe alle chiare voci della natura e della coscienza. I pagani cosiddetti primitivi abbandonarono il Creatore per delle false divinità, degli idoli, dei feticci e addirittura degli animali. I pagani moderni e civilizzati, adorano se stessi ed esaltano orgogliosamente l’uomo sotto tutti gli aspetti, in attesa di acclamare il super-uomo, l’anticristo.”107
    E’ interessante e congeniale la convinzione di Pache, secondo cui il rifiuto della rivelazione naturale implichi l’idolatria, e in particolare (per l’uomo contemporaneo e specialmente occidentale) l’acclamazione del superuomo (in sostanza il Piccolo Corno). Il rifiuto definitivo della rivelazione naturale implicherebbe, dunque, la perdita delle autentiche facoltà razionali e la contemporanea compromissione di una corretta speculazione filosofica, in contrasto con le convinzioni di un gran numenro di noti e riconosciuti intellettuali, del tutto vaccinati nei confronti delle superstizioni del monoteismo, eppure eruditi, complessi e sereni (almeno in apparenza) nel muoversi con padronanza in seno agli ambienti accademici, dove spesso professionalità implica materialismo naturalistico, così come in economia e politica l’assenza di liberismo incondizionato è (sempre più) odiosa manifestazione d’incompetenza, al punto tale che istituzioni e imprenditori interessati alla valutazione del quoziente d’intelligenza dei propri candidati non hanno che da limitarsi a fare quattro chiacchiere, allo scopo di verificare il consenso circa i validi criteri scientifici e il fatto che il mercato è regola etica a se stesso: le altre cose sono bazzacole se il candidato è veramente affine, perché nulla potrà fermare un uomo che si è liberato del fagotto della cultura dello spirito e di quella gran quantità di simili in via di radiazione dalla selezione della specie. A chiacchiere, tali candidati (buon sangue non mente) saranno la crema della filantropia, ma i fatti indicheranno che si vorrà rilanciare cultura e impresa lasciando che cultura, mercato e autarchia facciano adeguata selezione.
    L’idea di Van Til, secondo cui il punto di contatto tra il messaggio cristiano e il mondo non cristiano debba essere necessariamente definito quale “head-on collision”, esemplifica eccessivamente le cose e non risponde all’oggettiva e inevitabile necessità di presentare il teismo biblico in termini ipotetico-scientifici. Lo stile sembra essere quello dei più radicali fondamentalismi, sia religiosi che politici e culturali. Il carattere ontologico e sovrannaturale del libro di Daniele è un fatto per la fede, ma, nel nostro caso, trattandosi di una ricerca che deve motivare i propri procedimenti in un contesto scientifico, esso viene soltanto proposto quale ipotesi.
    Ai credenti, cristiani e non, a cui tale ipotesi dispiace, suggerisco che sia salutare per la stessa fede che non tutte le riflessioni bibliche siano prediche, non di rado tali, soltanto perché sciorinate dal pulpito.
    L’Apologetica del Cristianesimo ragionevole da Tommaso a Locke, da Wolf a Warfield, concepisce la ragione umana come una facoltà capace di sondare le verità bibliche, di provarle e di proporne una dimostrazione almeno probabile.108
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 19-03-10 alle 01:22

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    Ultimo pezzo di Metodologia della Ricerca. Prima di procedere con altri estratti, mi soffermerò a fare qualche riflessione e commento nel prossimo post.

    - Attendibilità e precomprensione delle fonti bibliche

    Floyd E. Hamilton non sembra procedere, in apparenza, secondo l’ontologismo della Riforma, quando dichiara che la Bibbia come libro storico “deve essere sottoposto alle stesse prove di altri libri storici.”109 Hamilton afferma che sia “dovere della scienza... osservare, catalogare, e trarre corrette deduzioni dei fatti osservati, ma quando essa si avventura nel campo della causa da cui sono provocati i fatti e comincia a formulare teorie circa quelle deduzioni, non ha alcun diritto di esigere che si accettino le sue teorie alla stregua di fatti provati.”110
    Abbiamo considerato come sia inevitabile formulare teorie e ipotesi scientifiche, e connaturato negli stessi ricercatori, i quali volenti o nolenti, comunque precomprendono i dati scientifici, ma non senza la possibilità di revisioni e confronti con le diverse teorie attestate dalla scienza.
    Provare la falsità di un insieme di documenti ritenuti veritieri da millenni e sacro patrimonio di tre religioni, è l’onere che incombe specialmente su coloro che contestano la storicità e il carattere sovrannaturale della Bibbia: “Né il fatto che la Bibbia contenga racconti di miracoli e di profezie che sembrano contraddire all’uniformità della natura è sufficiente a discreditare il documento che contiene tali cose, a meno che non si possa provare l’impossibilità di miracoli e profezie.”111 Eppure, proprio quella scienza che si dichiara critica e oggettiva, esclusivamente sperimentale e non teorica, non indugia ad affermare l’impossibilità di eventi prodigiosi, ammesso che si possa parlare tomisticamente di miracoli come “sovrannaturali”, dal momento che la Scrittura non parlerebbe “di una trasgressione di questi ordinamenti da parte di avvenimenti straordinari come per esempio i segni e i prodigi dei profeti e degli apostoli.”112 Tale negazione, la quale è incline a strutturarsi nell’uso strumentale del metodo storico-critico, non sorprende, perché proprio il sedicente ricercatore critico e neutrale, benché ordinariamente egli stesso non lo ammetti, è animato da un religioso atteggiamento naturalistico, il quale attraverso vie praticistico-culturali, familiari a un pragmatismo che passa dalla filosofia alla generalità dell’esistenza e dei fenomeni e viceversa, con disarmante disinvoltura, viene a coincidere con una presunta oggettività convenzionale di una scuola scientifica dominante.
    La scienza, praticisticamente, viene ad ascriversi entro le categorie filosofiche del naturalismo, ma ciò deve essere taciuto, pur essendo implicito, perché una tale ammissione tradirebbe il carattere teorico e ipotetico della scuola scientifica dominante, chiamando in causa la responsabilità delle scelte ideologiche praticate nell’elaborazione di un particolare modello scientifico: “Oggi è poco prudente per un uomo di scienza inserire il termine filosofia, sia pur naturale, nel titolo o nel sottotitolo di un’opera: è il modo migliore per farla accogliere con diffidenza dagli scienziati e, per bene che vada, con condiscendenza dai filosofi. Ho un’unica scusante, che però ritengo legittima, ed è il dovere che si impone agli uomini di scienza, oggi più che mai, di pensare la propria disciplina nel quadro generale della cultura moderna per arricchirlo non solo di nozioni importanti dal punto di vista tecnico, ma anche di quelle idee, provenienti dal loro particolare campo di indagine, che essi ritengano significative dal punto di vista umano. Il candore di uno sguardo nuovo (quello della scienza lo è sempre) può talvolta illuminare di luce nuova antichi problemi.”113
    Monod sembra riflettere (non senza titubanze) il pensiero popperiano, essendo consapevole, sia del carattere teorico della ricerca (nonostante si tratti di biologia) che della responsabilità delle proprie scelte teoriche: “Resta da evitare, beninteso, ogni confusione tra le idee suggerite dalla scienza e la scienza stessa: d’altra parte è necessario spingere all’estremo, senza esitare, le conclusioni che essa autorizza al fine di svelarne il pieno significato. Operazione difficile. Io non pretendo di uscirne senza errori. Diciamo pure che la parte strettamente biologica di questo saggio non è affatto originale: ho solo riassunto nozioni ormai affermate in campo scientifico. L’importanza relativa attribuita a diversi sviluppi, come la scelta degli esempi proposti, riflette, in verità, tendenze personali... Naturalmente sono responsabile delle generalizzazioni ideologiche che ho ritenuto di poter dedurre, ma non credo di ingannarmi affermando che tali interpretazioni, finché non escono dall’ambito dell’epistemologia, incontreranno l’approvazione della maggior parte dei biologi contemporanei. Mi assumo anche la piena responsabilità degli sviluppi di ordine etico, se non politico, che non ho voluto evitare, per quanto pericolosi o ingenui o presuntuosi possano sembrare mio malgrado: la modestia si addice allo scienziato, ma non alle idee che sono in lui e che egli ha il dovere di difendere.”114
    Una buona parte degli studiosi storico-critici di letteratura biblica dovrebbero ammettere che le loro opere sono saggi circa la filosofia naturale della storiografia contemporanea, inserendosi nella ricerca al fianco di altre scuole di pensiero, le quali, similmente e umilmente, dovrebbero ammettere la propria identità filosofica e il carattere teorico e ipotetico dei propri modelli. Quando si riconosce la propria precomprensione di natura filosofica, evitando di accusare gli altri studiosi di mancare di quella neutralità, di cui si crede di possederne il monopolio, il confronto viene dislocato entro un’area comune sia all’osservazione sperimentale che alla catalogazione dei dati e alla riflessione filosofica ed epistemologica.
    Anche se trovassimo nelle cronache dei re assiro-babilonesi, in Erodoto e Senofonte, la menzione di Daniele, quale profeta e saggio alla corte di Nebuchadnetzar, è prevedibile che gli storici della filosofia naturale applicata non potrebbero ammetterne il carattere sovrannaturale del libro, semplicemente perché la loro precomprensione filosofica non lo concede. Si eviti dunque l’ipocrisia su vari fronti di attribuire le proprie conclusioni storiografiche semplicemente alle fonti. Quanto detto spiega la necessità di una lunga introduzione di carattere filosofico e metodologico allo studio della letteratura apocalittica.
    Per le medesime ragioni Hamilton dichiara che è possibile “affermare attualmente senza timore di contraddizione che non v’è nessun fatto scientifico provato che sia in contraddizione reale con la Bibbia su qualsiasi onesta interpretazione del testo biblico.”115 Nel 1956 Nelson Glueck, (difficilmente assimilabile dagli storico-critici a M. G. Kyle in The Deciding Voice of the Monuments e Moses and the monuments, a J. P. Free in Archeology and Bible History, a J. A. Thompson in Archeology, e a W. Keller in La Bibbia aveva ragione) affermò in un articolo del New York Times del 28 Ottobre: “... non è stata fatta nessuna scoperta archeologica che contraddica e sia in opposizione alle affermazioni storiche contenute nella Scrittura...”
    Citare W. Keller è divenuto, non soltanto in Italia, sinonimo di confessionalismo giudeocristiano, ma è probabile che la sua opera sia da intendersi sì quale tentativo di supporto dell’attendibilità biblica, ma non fino al punto di sconfinare negli a priori filosofici e nei dogmi della teologia, nonostante ciò possa considerarsi legittimo se dichiarato in partenza.
    Altri studiosi, sul versante opposto, si cimentano nel tentativo di dimostrare che la Bibbia non aveva ragione, ma in questo caso si tratterebbe esclusivamente di un’operazione assolutamente neutrale, compiuta per amore della vera scienza. Ragionevole induzione: gli studiosi storico-critici del naturalismo sono neutrali, sperimentalisti, oggettivi, attendibili, storico-critici, scientifici. Tutti gli altri (e in primo luogo gli ontologisti, i confessionalisti, i fondamentalisti, e non per ultimi i metafisici di ogni ordine e grado) non lo sono affatto, benché a tratti dimostrino qualche segno di lucidità e senso critico. Non c’è dubbio e possiamo star tranquilli: la scienza, la cultura e le accademie sono proprio in buone mani, così come le sue conseguenze antropologiche, sociali, economiche e politiche. Tutto funziona a meraviglia!


    - Epistemologia e storiografia: alcune riflessioni

    Dario Antiseri, il quale si è laureato in filosofia a Perugia nel 1963, per poi proseguire i suoi studi presso le università di Vienna, Münster e Oxford, ha pubblicato un volume, che tra tutti gli altri, suscita particolare interesse per le considerazioni storiografiche in corso: Epistemologia contemporanea e didattica della storia.116
    Antiseri pone i seguenti interrogativi. I discorsi degli storici sono discorsi scientifici così come lo sono quelli della fisica e della biologia? E se non lo sono, in che cosa, perché e sotto quali aspetti differiscono da questi ultimi? Quale è mai lo statuto delle asserzioni degli storici? Quali sono i limiti della verifica nelle scienze storiche? In base a quali criteri lo storico seleziona le cause di un evento storico? E cos’è, poi, un fatto storico? La storia è una scienza con leggi sue proprie ovvero lo storico è un consumatore piuttosto che un produttore di leggi? E se lo storico è un consumatore di leggi, quali leggi e teorie consuma? E ancora: la storia è oggettiva? In che modo e in quale misura le valutazioni etico-politiche dello storiografo entrano nei suoi scritti? Antiseri risponde a tali interrogativi a partire dalla prospettiva delle teorie di K. R. Popper e dell’odierna epistemologia, trasformando le risposte in regole di controllo del discorso degli storici.
    Menzionando il Popper e la sua teoria dell’ipoteticità dei modelli scientifici, “a dimostrazione del fatto che la scienza avanzi sul sentiero delle congetture e delle smentite” l’Antiseri riporta una delle più belle pagine di storia della scienza e cioè il lavoro di Semmelweis sulla febbre del parto: “Ignaz Semmelweis, un medico ungherese di nascita, portò a termine questa ricerca all’Ospedale Generale di Vienna negli anni dal 1844 al 1848. Come membro del corpo medico del primo reparto della Maternità dell’ospedale, Semmelweis era preoccupato nel riscontrare che una larga percentuale delle donne che partorivano i loro figli nel suo reparto contraevano una grave e spesso fatale malattia, nota come febbre puerperale o febbre del parto. Nel 1844, ben 260 delle 3157 madri che partorirono nel primo reparto, cioè l’8,2%, morirono per malattia; per il 1845 il tasso di mortalità fu del 6,8%, e per il 1846 fu dell’11,4%. Questi dati erano tanto più allarmanti, in quanto nel secondo reparto della Maternità dello stesso ospedale, adiacente al primo, il pedaggio di morti da febbre da parto che veniva pagato in quegli stessi anni era molto più basso: rispettivamente del 2,3, del 2,0 e del 2,7 %. In un libro da lui scritto in seguito, sulle cause e la prevenzione della febbre da parto, Semmelweis descrive i suoi sforzi per risolvere il terribile enigma. Egli incominciò col prendere in esame diverse spiegazioni correnti in quel tempo; ne respinse alcune, perché erano incompatibili con fatti stabiliti in modo certo; ne sottopose altre a esami specifici. Un punto di vista largamente condiviso attribuiva le stragi operate dalla febbre puerperale a influenze epidemiche che venivano vagamente descritte come cambiamenti atmosferico-cosmico-tellurici propagantisi sopra intere regioni e che causavano la febbre da parto nelle donne in puerperio. Ma, pensava Semmelweis, come potevano queste influenze avere infestato per anni il primo reparto risparmiando però il secondo? E come si sarebbe potuto conciliare un tale punto di vista con il fatto che, mentre la febbre infieriva nell’ospedale, difficilmente si verificavano casi nella città di Vienna o nei dintorni? Una vera e propria epidemia, come potrebbe essere un colera, non avrebbe potuto essere così selettiva. Infine, Semmelweis notò che alcune delle donne ammesse al primo reparto, le quali vivevano lontano dall’ospedale, erano state sopraffatte dalle doglie durante il loro trasporto all’ospedale e avevano partorito nella strada; nonostante queste condizioni avverse, la percentuale di morti per febbre da parto in questi casi di nascite stradali era più bassa della media raggiunta dal primo reparto. Secondo un altro punto di vista, il sovraffollamento sarebbe stato una causa della mortalità nel primo reparto. Ma Sommelweis mise in evidenza che di fatto l’affollamento era maggiore nel secondo reparto, in parte anche come risultato degli sforzi disperati delle pazienti per non venire assegnate al tristemente noto primo reparto. Respinse anche due congetture analoghe che erano correnti, notando che non esistevano differenze tra i due reparti né per quanto riguarda il cibo, né per la cura generale delle pazienti. Nel 1846, una commissione, che era stata nominata per esaminare il caso, attribuì la prevalenza della malattia manifestatasi nel primo reparto a lesioni provocate da visite malamente condotte dagli studenti di medicina, che passavano tutti il loro periodo di tirocinio in ostetricia nel primo reparto. Semmelweis notò, a confutazione di questa teoria, quanto segue:

    a. le lesioni risultanti naturalmente dal processo della nascita erano molto più estese di quelle che mai potrebbe procurare una visita mal condotta;

    b. che le levatrici che passavano il proprio tirocinio nel secondo reparto esaminavano le loro pazienti esattamente nello stesso modo, ma senza esser causa degli stessi dannosi effetti;

    c. che quando, in seguito al rapporto della commissione, il numero degli studenti di medicina fu dimezzato e le loro visite alle donne furono ridotte al minimo, la mortalità, dopo una breve diminuzione, salì a livelli mai raggiunti prima.

    Furono tentate varie spiegazioni psicologiche. Una di esse notava che il primo reparto era messo in modo tale che un sacerdote che portasse gli ultimi sacramenti a una morente doveva passare attraverso cinque corsie prima di raggiungere la camera; si pensò che l’apparizione del sacerdote, preceduto da un inserviente che suonava una campanella, avesse un effetto terrificante e debilitante sulle pazienti delle corsie, tanto da renderle più facilmente vittime della febbre da parto. Nel secondo reparto, questo fattore avverso non esisteva poiché il sacerdote aveva diretto accesso alle diverse camere. Semmelweis decise di sottoporre a verifica questa congettura; persuase il sacerdote ad arrivare mediante un cammino indiretto e senza farsi precedere dal suono della campanella, in modo da raggiungere la camera dell’ammalata silenziosamente e senza attirare l’attenzione. Ma la mortalità del primo reparto non diminuì per questo. Una nuova idea fu suggerita a Semmelweis dall’osservazione che nel primo reparto le donne, mentre erano assistite venivano fatte giacere sul dorso; nel secondo reparto, invece, venivano poste su un fianco. Sebbene ritenesse l’idea improbabile, egli tuttavia decise, “come un uomo che, stando per annegare, si aggrappa a un fuscello”, di sperimentare se tale differenza di prassi potesse avere qualche importanza. Introdusse perciò l’uso della posizione laterale nel primo reparto, ma di nuovo, la mortalità rimase inalterata. Infine, all’inizio del 1847, un incidente fornì a Semmelweis l’indicazione decisiva ai fini della soluzione del problema. Un suo collega, Kolletschka, ricevette un taglio tutto intorno a un dito dal bisturi di uno studente, con cui stava facendo un’autopsia, e morì dopo una lunga malattia tormentosa, durante la quale manifestò gli stessi sintomi che Semmelweis aveva riscontrato nelle vittime della febbre da parto. Per quanto il ruolo dei microorganismi in queste infezioni non fosse stato ancora, a quel tempo, riconosciuto, Semmelweis capì che la sostanza cadaverica, che il bisturi dello studente aveva introdotto nella circolazione sanguigna di Kolletschka aveva causato la fatale malattia del suo collega. è la somiglianza fra il decorso della malattia di Kolleztschka e quello dei pazienti della sua clinica indusse Semmelweis a concludere che le sue pazienti erano morte del medesimo genere di avvelenamento del sangue; egli stesso, i suoi colleghi e gli studenti di medicina erano stati i portatori del materiale infettivo, in quanto sia lui, sia i suoi collaboratori erano soliti venire nelle corsie direttamente dopo aver fatto dissezione nella stanza delle autopsie, e esaminare le donne in travaglio dopo essersi lavate le mani soltanto superficialmente, tanto che spesso queste conservavano un caratteristico odore di sporco. Ancora una volta, Semmelweis sottopose a verifica la sua idea. Egli pensò che, se era nel giusto, sarebbe risultato possibile prevenire la febbre da parto distruggendo chimicamente i materiali infettivi che restano aderenti alle mani. Egli, perciò, emise un ordine che faceva obbligo a tutti gli studenti di medicina di lavarsi le mani in una soluzione di ipoclorito di calcio prima di procedere a una visita. La mortalità per febbre da parto cominciò prontamente a diminuire e per il 1848 calò all’1,27% nel primo reparto, rispetto all’1,33% del secondo. A ulteriore sostegno di quest’idea, o di quest’ipotesi, come anche diremo, Semmelweis nota come essa spieghi il fatto che la mortalità nel secondo reparto era regolarmente tanto più bassa: le pazienti, infatti, vi erano assistite da levatrici, il cui tirocinio non prevedeva una istruzione anatomica mediante dissezione di cadaveri. L’ipotesi spiegava anche la più bassa mortalità registrata fra le nascite stradali, poiché le donne che arrivavano con i bambini in braccio difficilmente venivano visitate dopo la loro ammissione e quindi avevano una maggior probabilità di sfuggire all’infezione. Analogamente, l’ipotesi spiegava il fatto che le vittime della febbre da parto fra i neonati fossero tutte fra quelli le cui madri avevano contratto la malattia durante il travaglio; perché allora l’infezione poteva venire trasmessa al bambino prima della nascita, attraverso la circolazione del sangue comune tra madre e figlio mentre questo era impossibile quando la madre restava sana. Esperimenti clinici successivi portarono presto Semmelweis ad allargare la sua ipotesi. In una certa occasione, per esempio, egli e i suoi assistenti, dopo essersi accuratamente disinfettate le mani, visitarono dapprima una donna in travaglio che stava soffrendo per un cancro cervicale in suppurazione; quindi, passarono a visitare altre venti donne che si trovavano nella stessa stanza, dopo essersi lavati le mani soltanto come d’abitudine, senza rinnovare la disinfezione. Ebbene, undici delle venti pazienti morirono di febbre puerperale. Semmelweis ne concluse che la febbre da parto può venir causata non soltanto da materiale cadaverico, ma anche da materia putrida derivata da organismi viventi.”117
    Il racconto di Semmelweis presenta degli aspetti truculenti che non credo abbiano riguardato la moglie dell’illustre primario: almeno le ultime undici vittime potevano essere risparmiate, perché Semmelweis aveva già intuito i risultati del suo ultimo esperimento. Ad ogni modo, questa fulgida pagina di storia della scienza illustrerebbe in maniera esemplare il lavoro dello scienziato. Lo scopo di Antiseri è quello di dimostrare che “una teoria, per essere scientifica, deve essere provata. Ma perché noi possiamo effettivamente provare una teoria, occorre che questa sia provabile, cioè che essa possa venir in collisione con la realtà. Pertanto, una teoria che non è falsificabile di principio non può avanzare la sua candidatura al regno delle scienze empiriche.”118
    Semmelweis avrebbe “dimostrato che per osservare occorre avere in mente una ipotesi, da cui poter osservare”, perché la natura risponde solo se le poniamo domande... e risposte interessanti verranno unicamente a patto che noi le poniamo domande interessanti, domande temerarie e azzardate.”119 A coloro che pensano “che il problema deve per forza essere il risultato di esperimenti e osservazioni”, Antiseri (tra l’altro citando Popper), vuole dimostrare che la nostra mente non è una tabula rasa, e che la scienza procede formulando teorie critiche.
    I filosofi naturalisti della storia hanno perfettamente ragione nel voler adeguare i contenuti dell’indagine storiografica alle leggi universalmente valide per ogni disciplina scientifica, e non solo per la fisica o la biologia. Perché ciò sia possibile è necessario che tali leggi universali, oltre che statisticamente, siano assolutamente valide. La storia è perciò affine alle scienze teoriche, teoretiche, ovvero generalizzanti (come la fisica, la biologia, la sociologia, ecc.) essendo interessata da ipotesi e leggi universali: “E queste leggi, lo scienziato puro cerca di provarle, sottoponendole alla critica falsificazionista degli esperimenti cruciali. Il suo interesse agli esperimenti, descritti da predizioni e da condizioni iniziali, è, in un certo qual modo, limitato: egli si occupa di essi come di mezzi per raggiungere determinati fini, mezzi attraverso i quali poter provare le leggi universali, interessanti sia di per se stesse sia come mezzi per l’unificazione del nostro sapere. Lo scienziato puro è colui che inventa le leggi delle scienze teoriche e cerca di provarle, tentando seriamente di falsificarle.”120
    La storia stabilisce una relazione tra le leggi o asserzioni universali (L), relative alle ipotesi che hanno il carattere di leggi di natura, e le asserzioni singolari, che valgono per l’evento specifico in questione, e che il Popper indica come condizioni iniziali ©. Leggi generali e condizioni iniziali costituiscono gli explicans, i quali a loro volta determinano la deduzione logica (E) per la descrizione di un fenomeno empirico da spiegare (explicandum): “... le scienze teoriche sono quelle che intendono provare le varie L¹, L², L³, ..., Lr delle diverse teorie; le scienze applicate sono le scienze che focalizzano il loro interesse sulla previsione degli explananda; e quelle storiche, in senso lato, sono le scienze occupate nella ricognizione delle varie C¹, C², C³, ..., Ck, che, opportunamente connesse con delle leggi universali, spiegano gli explananda in questione.”121
    Le ipotesi che hanno il carattere di leggi di natura dovrebbero però essere concepite come aventi il carattere di leggi assolute in armonia con i fenomeni naturali. La discussione di una metodologia storiografica entro un contesto scientifico di carattere generale non sorprende, giacché “il metodo scientifico è unico; le scienze si diversificano sulla base dell’interesse che, rispettivamente, si porta, di volta in volta, alla prova delle leggi, alla spiegazione dei fatti, o alla loro previsione.122
    Il metodo scientifico unico non è indispensabile che coincida con lo sperimentalismo materialistico (il quale tara la ricerca a danno dell’intera e legittima problematica ultrafisica). Lo stesso metodo unico può essere poliedrico e atto a visionare i fenomeni naturali ordinari secondo quello sperimentalismo ordinario che è relativo alle leggi statistiche naturali, il quale preveda allo stesso tempo un campo d’indagine ultrafisico, indispensabile alla teorizzazione e alla ricerca di leggi realmente assolute e fondamentali, che rendano realmente possibile lo studio delle sostanze interdisciplinari.
    Considerata perciò la riflessione epistemologica in atto nel pensiero scientifico; l’inadeguatezza della fisica classica alla spiegazione delle energie fisiche fondamentali e dei fenomeni subatomici e degli aggregati di materia cosmica; la ragionevolezza di un modello ipotetico-scientifico detto ultrafisico, soggetto a verifica e prove di falsificazione, si ritengono utili al progresso della ricerca storiografica, oltre che teoricamente legittimi, i procedimenti d’analisi, esplicazione e previsione della storia, quali dichiarati e deducibili da una lettura del libro di Daniele che sia conforme (anche se per vie solo ipotetiche), al carattere sovrannaturale dell’origine ch’esso dichiara di se stesso.


    - Le previsioni storiografiche nel libro di Daniele

    Le previsioni economico-politiche e le implicazioni sociologiche relative all’assetto internazionale e all’ordine autarchico che precedono l’avvento del Regno di Dio, quali emergono dalla tradizione apocalittica in relazione alle profezie del libro di Daniele, rappresentano un importante riferimento del presente lavoro.
    Tra le previsioni che potrebbero farsi risalire al libro di Daniele, e a cui si dedicherà maggiore spazio nelle pagine seguenti, è l’organizzazione di un ordine internazionale del pianeta, la cui realizzazione esige il sacrificio di tutte quelle religioni, sistemi e correnti di pensiero e ideologie che perseguono ideali di tipo teocratico e monoteistico, e in genere di disegni politici, il cui contenuto sociale è tale da escludere il principio dell’autarchia.
    A partire dall’ipotesi di tale previsione, qualunque fondamentalismo teocratico non ha nessuna speranza di globalizzazione del governo planetario, prima che l’autarchia del Piccolo Corno venga sconfitta senza opera di mano d’uomo. Che il Regno di Dio potrà coincidere con uno dei fondamentalismi teocratici noti è molto improbabile, anche se non teoricamente escludibile. L’ipotesi di una soluzione delle ingiustizie, delle oppressioni e dell’instaurazione di un ordine mondiale confessionale, che preceda i tempi dell’avvento del Regno di Dio menzionati da Daniele, e che proceda dalla forza di una delle grandi religioni monoteistiche, è esclusa. E’ verosimile che l’Islam e il Cattolicesimo, più che altri, si cimenteranno eroicamente nell’opposizione all’autarchia, con un esito che si preannuncia però funesto. Quanto alle ideologie politiche laiche, sociali e democratiche, prive però di riferimenti spirituali, è prevedibile una massiccia assimilazione autarchica, da una parte, e la decisa resistenza di quelle entità, le cui convinzioni non sono animate da esclusivi interessi economici.
    E’ inevitabile il graduale passaggio dal laicismo democratico delle più avanzate società occidentali, all’autarchia. Perciò è anche prevedibile che ogni programma militare di liberazione teocratico-fondamentalista si traduca in un distruttivo e straziante fallimento, contribuendo anzi ad aggravare le oppressioni alla vigilia o anche dopo l’avvento del Piccolo Corno, perché ogni nuova occasione di guerra o di grande dispendio di risorse, si dimostrano puntualmente quali alibi, sia per gli statalismi sociali che per i poteri privati, per opprimere, licenziare, rubare, tassare, arricchirsi e perfezionare la strategia per l’internazionalizzazione del sistema vincente. Nella misura in cui i popoli, le ideologie e le religioni verranno fittiziamente e strategicamente acquisite al pluralismo e alla democrazia, si potrà contribuire a determinare quelle condizioni di confusione, commistione e abuso che sono necessarie al progetto autarchico.
    Vi sarà modo di riprendere l’argomento, ma per il momento vorrei far notare che la bestia che sale dal mare di Ap. 13, (la quale è l’equivalente del Piccolo Corno di Dan. 7) possiede alcune caratteristiche delle tre bestie precedenti. Il fatto che la quarta bestia sia di origine occidentale non significa che il potere di quest’ultima non possa dislocarsi e implicare il coinvolgimento, l’assimilazione e la parziale e vigilata ricostituzione dei poteri delle precedenti tre bestie. Ciò non potrà però verificarsi sulla base d’ideologie che non siano compatibili con il programma autarchico, e tanto meno in relazione a qualsivoglia dei fondamentalismi attestati attualmente in seno al monoteismo. Le azioni rivoluzionarie dei fondamentalismi sono sempre un’occasione per snaturare la vocazione della democrazia e dell’autentico pluralismo, per rendere ancor più esasperata la capacità del Piccolo Corno di divorare, calpestare e frantumare la terra. Ogni azione rivoluzionaria dovrebbe oggi rendersi conto che l’Occidente non può essere messo in discussione, ma per i testardi, esperti apparenti di messianismo, le sofferenze non sono mai abbastanza. Se i testardi guardassero più addentro alle profezie, essi potrebbero scorgere altre soluzioni per la salvezza dei popoli che rappresentano, e che rivestono, malgrado ogni tentativo di esplicazione, carattere esoterico e strategico, quale è ad esempio l’attesa messianica nel deserto dei profeti e del popolo di Dio.123
    Per il fondamentalismo, non solo cristiano, è indispensabile lo studio della letteratura apocalittica, onde evitare inutili avventure belliche e adeguarsi ai principi della coesistenza democratica, lasciando alla storia ogni decisione sull’esito del confronto tra i modelli teocratici del monoteismo e il sistema autarchico verso il quale le ideologie umane sembrano convergere. L’ordine internazionale autarchico sembra riferirsi a una confederazione di 10 blocchi, di cui tre destinati a cadere, probabilmente per fondersi e rappresentare un undicesimo blocco, capeggiato da un re detto l’ottavo, ovvero il Piccolo Corno. Se la fusione di tre blocchi riguardasse l’Occidente, i prossimi sviluppi della politica internazionale saranno sorprendenti.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 19-03-10 alle 01:31

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    Predefinito MD CODE: Riforme ed antitrust (1)

    Circa le ultime questioni a proposito di Riforma Costituzionale, Antitrust e Autarchia, ho fatto un prelievo dall'MD CODE limitandolo a sole due fonti, nel loro contesto originario. Quando la data non è specificata le fonti risalgono alla prima versione del 1988, ma ovviamente avevano già preso corpo anni prima a partire dal 1983.


    "Non è escluso che per pagare il debito pubblico si farà ricorso alle solite mistificazioni, e quando più o meno i soliti avranno versato per l'ennesima volta i denari per pagari i debiti dello Stato, si saranno probabilmente prodotti nel frattempo nuovi buchi a motivo dei milioni di ratti presenti nel Belpaese e si chiederà la svendita del patrimonio pubblico, la privatizzazione dei servizi e infine la riforma costituzionale in un senso autarchico. E' scontato dove si vuole arrivare e quando ci si cimenterà di fatto a riformare la Costituzione mancherà un tempo limitato all'instaurazione di una dittatura supercapitalistica. Forse si otterranno alcuni successi contro la Mafia, ma le forze schierate in campo sembrano teoricamente destinate a creare molte altre vittime illustri specialmente in campo cattolico, ma anche tra i laici che si opporranno all'avanzata delle forze oscure dell'autarchia."

    "Il fatto che il primitivo trust sia cresciuto a dismisura e sia divenuto Impresa Globale "vale a dire una Cosa polivalente, onnicomprensiva, multinazionale, che fa di tutto",256 rende ancor più verosimile l'ipotesi di un regime autarchico del tipo indicato nel settimo capitolo del libro di Daniele. I grandi gruppi in cui possono ravvisarsi le connotazioni monopolistiche rappresentano il fenomeno economico contemporaneo più interessante da confrontarsi con i dati della previsione sociologica derivati dallo studio del libro di Daniele, tanto da suggerire l'ipotesi di un ruolo decisivo del sistema occidentale negli avvenimenti escatologici e apocalittici. In Italia i gruppi monopolistici sono stati individuati nella Fiat-Agnelli, nella Montedison-Ferruzzi, nella Olivetti-De Benedetti, nell'Iri (più Eni), oltre che in altri gruppi minori che si danno da fare per diventare maggiori, o che si sono allineati e alleati coi maggiori, o anche che crescono in silenzio, fuori dalla mischia:

    1. Nella prima categoria metteremmo Silvio Berlusconi, indubbiamente il più importante imprenditore dei mezzi di comunicazione di massa, e Salvatore Ligresti, considerato a sua volta il più importante e "misterioso" immobiliarista del Paese. Il mistero, ed è ormai voce comune nel mondo degli affari, riguarda l'origine delle sue ricchezze."




    Il "consiglio" del libro di Daniele a questo riguardo è inequivocabile: la ragion di stato e lo sviluppo economico devono procedere contemporaneamente al ravvedimento, alla giustizia e alla misericordia verso i poveri.232 L'arte della politica deve consistere nel realizzare quei valori e quegli atteggiamenti che normalmente il politico scadente e il monarca dispotico separano per dedicarsi al lusso del palazzo e dei suoi ministri, alla forza dei cavalli e all'efficienza dei carri, dimenticando la destinazione del proprio mandato (la preservazione della vita e della dignità dei sudditi, dei poveri, dei forestieri accolti entro i confini dello stato, degli orfani e delle vedove), sfruttando e in molti casi uccidendo gente innocente.233 L'idea della forza e del benessere a scapito della legge divina e dell'azione sociale conduce alla rovina: "Potranno andare e venire attraverso le porte di questo palazzo sui carri o a cavallo, insieme ai loro ministri e ai loro sudditi. Ma se non ubbidirete ai miei comandi, quant'è vero che io sono Dio, il Signore, giuro che questo palazzo diventerà un mucchio di rovine."234 Il carattere preventivo della sociologia contribuisce ad ampliare i compiti e i termini della storiografia, esigendo che la ricerca storica non sia soltanto mero accumulo di dati, fonti, collazioni di documenti. Il Popper ha fatto notare che la sorta di storia con cui gli storicisti desiderano identificare la sociologia non volge lo sguardo solo al passato, bensì anche al futuro, trattandosi dello studio delle forze e delle leggi dello sviluppo sociale. Gli storici come i sociologi, facendo riferimento alle leggi del divenire storico hanno il compito di servirsi dei dati storici per ricavarne "un'idea generale delle grandi tendenze, secondo le quali le strutture sociali mutano", tentando così di comprendere le cause e la dinamica delle forze responsabili dei mutamenti stessi.235 La vocazione storicistica alla formulazione e alla valutazione prudente di teorie e contributi per la previsione sociologica è espressa dal Popper come segue: "... dovrebbero (storicisti e sociologi) cercare di formulare ipotesi che spieghino le tendenze generali inerenti allo sviluppo storico, in modo che potremmo prepararci ai mutamenti imminenti, col trarre profezie da queste leggi".236 L'interpretazione della storia è alla base di ogni azione sociale meditata, e perciò dovrebbe divenire centro del pensiero storicista. La speranza di un futuro positivo per l'umanità esige, secondo il Popper, una visione ottimistica dello sviluppo sociale, giudicandolo razionale. Croce ha insistito sul concetto della storia come visione divina del mondo, esauriente, totale e nel suo complesso immediata,237 ma nello stesso tempo ha posto l'accento sulla libertà e la responsabilità individuale di fronte agli obblighi morali, risolvendone il contrasto nell'alterno operare del pensiero e dell'azione, della teoria e della prassi, di due categorie dello spirito e della realtà, che sono l'una per l'altra, e nel loro distinguersi o porsi si risolvono in quella sola unità concepibile che è l'eterno unificarsi.238 L'idea che il motore della storia non sia rappresentato dal progresso dell'uomo, "giacché il progresso può riguardare soltanto il nostro concetto delle categorie e non le categorie stesse",239 dall'opera impotente... a ogni istante interrotta, dell'empirico e irreale individuo, bensì dall'opera "di quell'individuo veramente reale, che è lo spirito eternamente individuantesi",240 dovrebbe però recuperare "l'idea antiquata della filosofia" come studio dei "problemi universali ed eterni",241 e non ridurre la filosofia a semplice "metodologia della storiografia".242 Se la filosofia si riducesse a questo non potrebbe accedere alla conoscenza della forza motrice della realtà, (che la storia sia manifestazione dello spirito eternamente individuantesi e visione divina del mondo, o che sia il prodotto di forze intrinseche all'uomo la situazione non cambia) la quale, pur non essendo fuori della storia, risulta trascendere le possibilità della ricerca storica e scientifica condotta secondo i criteri del naturalismo, ragion per cui la storiografia non può che riproporsi come riflessione e ricerca dei fatti storici, ricostruibili o ipotizzabili sulla base dei modelli metafisici e non, che non siano stati precedentemente e incontestabilmente confutati.243 Le indicazioni sociologiche che derivano dallo studio storiografico del libro di Daniele e della letteratura profetico-apocalittica in genere, condotto secondo questi ultimi criteri, esigono l'applicazione dei principi etici biblici alla condotta politica e dunque il riconoscimento della natura teocratica della spiritualità giudeocristiana, la cui negazione conduce la religione a un atteggiamento pietistico che si traduce in sostanziale opposizione al regno di Dio e disgustoso strumento di pseudolegittimazione di quei sistemi economici avidi di un alibi propagandistico e di un'etica fittizia per realizzare i disegni del monopolio laico servendosi del confessionalismo religioso, ragion per cui gli esponenti della religione sono talvolta ai vertici del monopolio laico, e viceversa, assicurando il controllo e l'incolumità di ambedue le istituzioni. Giulio Andreotti ha dimostrato di possedere la lucida consapevolezza del rischio che il capitalismo laico fagociti l'etica sociale cristiana, il quale egli ha probabilmente ravvisato in seno al suo stesso partito, pur senza potere per il momento intervenire. La "teoria critica nei confronti dello sviluppo senza condizioni del capitale in Italia"244 consiste infatti nel delicato tentativo di Andreotti di opporsi ai grandi monopoli ricorrendo all'insegnamento etico-sociale del Cristianesimo, senza però compromettere l'idea di una sobria economia di tipo occidentale che corrisponda allo sviluppo dell'intera società. Andreotti denuncia la "caduta della tensione morale, del primato di valori non esclusivamente materiali", prestando attenzione "a non demonizzare il consumismo in termini generali".245 Alla domanda se ci sia contraddizione "fra la mancanza di regole del nuovo liberismo e gli interessi di tutta la società", Andreotti risponde: "La semplicizzazione che le persone colte chiamano deregulation è salutare anche per evitare che la complessità delle procedure amministrative non induca ad abituali violazioni. Viceversa trova ostacoli, palesi e occulti, la normativa anti monopolio (nazionale e comunitaria). Va corretta la tendenza, affidando per il resto alla giustizia fiscale la conciliazione, la libertà economica e le esigenze generali. La Costituzione della Repubblica è molto precisa in materia di spazi da riservarsi - obbligatoriamente o per opportunità - alla mano pubblica."246 Il timore di una trasformazione delle democrazie occidentali in un regime totalitario è implicito nella seguente domanda posta ad Andreotti, e nella risposta lungimirante di quest'ultimo: "Ma di che cosa c'è d'aver paura? Fino a che punto cioè il potere economico può influenzare l'opinione pubblica? Le concentrazioni tendono a estendere il potere dell'economico al politico (in senso largo) e questo urta contro il suffragio universale. Il profitto come tale è ineccepibile, salvo per alcuni servizi pubblici che devono tener conto di altri fattori. E' importante però che non si incassino gli utili e si scarichino le perdite sulla collettività - vedi una parte della cassa d'integrazione, ad esempio..."247 Andreotti considera necessaria una legge antitrust "a tutela dell'attuazione piena del Mec (1992)" e, quasi a voler prevenire la determinazione delle multinazionali a fare dell'Europa la piattaforma ideale per la scalata, tramite il controllo dei mercati internazionali, al potere politico, le cui conseguenze sociali sono prevedibili, dichiara: "... già il rispetto della normativa Cee offre garanzie idonee. L'iniziativa privata non è modificata da chiare regole antimonopolio. E' forse vero il contrario, se non si vuol fare l'elogio della legge della giungla."248 Il riferimento di un'attività economica libera ma moderata, privata e sociale nello stesso tempo è intravisto in una sociologia cristiana dalle chiare connotazioni giudaiche: "La sociologia cristiana condanna l'usura e condanna l'inerzia del capitale. Ricordiamo che il Vangelo definisce servo buono e fedele chi con sagaci investimenti ha arricchito il capitale affidatogli."249 Le concentrazioni editoriali sia nella stampa che nella televisione rientrano anch'esse nell'ambito delle entità potenzialmente lesive del sistema democratico e del tessuto sociale, e pertanto andrebbero limitate nell'ambito di una legge antitrust: "Esiste già una legge in tal senso per i giornali e credo che sia giusta anche una normativa per le televisioni; tenendo però conto che nella carta stampata non esiste un giornale di Stato, che fruisce di un canone obbligatorio."250 La relazione fra la crisi delle istituzioni politiche italiane e il potere dei più forti gruppi economici non viene ritenuta necessaria, ma la forte influenza di quest'ultimi potrebbe tradursi in superpotere, e in quanto tale non dovrebbe essere ammissibile.251 Andreotti, sorprendentemente, è un esempio d'impegno politico che si oppone a quelle componenti del potere laico che cercano di corrompere i fondamenti etico-messianici che animano l'apocalittica giudeocristiana e affermare la tendenza al consolidamento di valori compatibili con l'ideologia e le strategie del Piccolo Corno.252 Se Giulio Andreotti ha "abbandonato la sua tradizionale prudenza" e "ha lanciato un pesante siluro contro i concentramenti industrial-finanziari", in occasione di un Consiglio nazionale della Dc253, era per sollecitare "regole di trasparenza e norme per il contenimento delle concentrazioni, a tutela dei risparmiatori e della libertà di mercato... a tutela della libertà in generale".254 I personaggi a cui Andreotti fa riferimento quando denuncia l'esistenza di una "combattiva tendenza laicista e antipopolare", sembrano essere, per il fatto che sono a capo di grandi gruppi monopolistici, Giovanni Agnelli, Carlo De Benedetti, Silvio Berlusconi e Raul Gardini.255 Il fatto che il primitivo trust sia cresciuto a dismisura e sia divenuto Impresa Globale "vale a dire una Cosa polivalente, onnicomprensiva, multinazionale, che fa di tutto",256 rende ancor più verosimile l'ipotesi di un regime autarchico del tipo indicato nel settimo capitolo del libro di Daniele. I grandi gruppi in cui possono ravvisarsi le connotazioni monopolistiche rappresentano il fenomeno economico contemporaneo più interessante da confrontarsi con i dati della previsione sociologica derivati dallo studio del libro di Daniele, tanto da suggerire l'ipotesi di un ruolo decisivo del sistema occidentale negli avvenimenti escatologici e apocalittici. In Italia i gruppi monopolistici sono stati individuati nella Fiat-Agnelli, nella Montedison-Ferruzzi, nella Olivetti-De Benedetti, nell'Iri (più Eni), oltre che in altri gruppi minori che si danno da fare per diventare maggiori, o che si sono allineati e alleati coi maggiori, o anche che crescono in silenzio, fuori dalla mischia:

    1. Nella prima categoria metteremmo Silvio Berlusconi, indubbiamente il più importante imprenditore dei mezzi di comunicazione di massa, e Salvatore Ligresti, considerato a sua volta il più importante e "misterioso" immobiliarista del Paese. Il mistero, ed è ormai voce comune nel mondo degli affari, riguarda l'origine delle sue ricchezze.

    2. Nelle seconda categoria entrano i Pirelli, alleati degli Agnelli, e le Generali, una società assicurativa che certamente è più ricca di Berlusconi e dei Ligresti, ma se ne sta in un suo "enclave", anche geocrafico, a farsi gli affari suoi.

    Il carattere globale e autarchico dei grandi gruppi è stato in verità già stato ammesso, a dimostrazione che siamo in una fase avanzata del processo che conduce, secondo la letteratura apocalittica biblica, alle vicende escatologiche, e in prossimità dell'apice della funzione relativa alle corruzioni etiche del Piccolo Corno: "... quale è il potere o l'influenza che i Grandi Gruppi esplicano nel Paese, esercitano sul Governo e le pubbliche istituzioni? In una parola, in che senso e in che modo sono, o possono diventare, padroni della nostra vita? Padroni del mondo economico lo sono già, e in toto. Come si dice in gergo, fanno il mercato, e non solo in Borsa, dove dominano in modo incontrastato, ma anche nel campo industriale e finanziario... Si possono considerare anche padroni, almeno in parte, attraverso le varie lobbies e gli intrecci politica-affari, di un certo mondo politico che opera nelle pubbliche istituzioni, in Parlamento, al Governo. Il pericolo vero, già attuale, e che potrebbe in prospettiva compromettere le nostre libertà... è dato dalla progressiva, inarrestabile acquisizione o occupazione dei mezzi di comunicazione di massa - editoria, stampa, audiovisivi - da parte dei Grandi Gruppi... In questo campo, dove il grande Fratello Indarico, per dirla in termini orvelliani, può affacciarsi col suo occhio ipnotico, onnipresente, e condizionare tutta la nostra vita, si gioca, in certo senso, il nostro futuro." (257/a) Andreotti è indotto a prendere posizione contro i grandi gruppi monopolistici, al seguito, evidentemente, della dottrina sociale del magistero cattolico, dalla Rerum novarum di Leone XIII (15 maggio 1891) alla Sollicitudo Rei Socialis di Giovanni Paolo II, e dunque, almeno nell'essenza, (considerate le credenziali) di quella visione (anch'essa necessariamente conseguenza di quel delicato sistema etico e antropologico che interagisce con l'intero complesso teologico giudeocristiano e altera il suo equilibrio in presenza di ogni pur minimo elemento estraneo) dello sviluppo e del governo, deducibile dal libro di Daniele.

    Inserimenti:

    Al 14 Marzo, 1992

    La partecipazione italiana alla guerra nel Golfo è stata considerata troppo tiepida. I responsabili della tiepidezza sembrano essere stati individuati specialmente nelle forze cattoliche e democristiane, oltre che in alcune forze di sinistra. L'esito della guerra, il consolidamento delle concentrazioni economiche e finanziarie che Andreotti si riprometteva di ridimensionare e i suoi più recenti suggerimenti riguardo all'attentato a Giovanni Paolo II, il crollo del sistema sovietico e il conseguente rilancio della globalizzazione del potere occidentale nelle forme più congeniali, rappresentano per la DC e il Cattolicesimo i segnali dell'imminenza di gravissime tensioni. Penso che le entità che si ripropongono un regime autarchico in Italia, operino in collaborazione con altri governi occidentali, i quali hanno deciso di fare a meno di tradizionali collaboratori (utili fino al crollo dell'U.R.S.S.) per allearsi a entità che risultano ora più compatibili con i progetti in cantiere per il mondo nei prossimi anni. I fatti di sangue degli ultimi giorni potrebbero indicare la volontà di ostacolare la DC nel suo più tipico processo d'acquisizione delle preferenze elettorali, colpendo i suoi maggiori procacciatori regionali. Esiste però una spiegazione ipotetica che procede ben oltre la contingenza elettorale oppure l'eventuale e ordinaria lotta tra cosche mafiose autoctone. La vera collusione con la criminalità organizzata potrebbe riguardare le forze interessate a creare un clima di tensione e confusione, in modo da procedere alla instaurazione di un regime totalitario. La DC può aver creato una fitta rete di relazioni clientelari, rendendo possibile una situazione di sfascio e vulnerabilità dello Stato nei confronti di poteri occulti che sono cresciuti a dismisura, ma non posso credere ch'essa sia giunta al punto di collusione strutturale con la Mafia, secondo quanto recentemente si è voluto far credere. Anche se fosse giunto il tempo di un ricambio di potere, la DC ha permesso (nel bene e nel male e nonostante la faziosità di certe sue posizioni) uno sviluppo agli italiani, forse disuguale e condizionale, ma tale da garantire un benessere più o meno diffuso e la collocazione della Nazione tra i maggiori partners europei. Chi mirasse alla salvaguardia della libertà e della democrazia e volesse prendere le distanze dai partiti che si vogliono responsabili di corruzioni, lottizzazioni, abusi fiscali, sfascio e disfunzioni dello Stato, dovrebbe assicurarsi che le nuove preferenze riguardino forze politiche che non siano più malate, nocive e oscure di quelle che si vuole punire. Se per cambiare ciò che è perfettibile nella Costituzione, si deve rischiare di sfasciarla del tutto, forse sarebbe meglio consolidare e risanare le forze della conservazione. Il problema è che la conservazione centralista non sembra molto distante dal suo capolinea, nonostante la determinazione a realizzare, finalmente, qualche significativo mutamento. Le scelte laiche sono ideali nella misura in cui esse non rappresentano una minaccia per la socialità del progresso e i principi teocratici. V'è certo laicismo che rappresenta un pericolo per la libertà e attacca con ogni mezzo la dottrina sociale del magistero cattolico, così come attaccherebbe qualunque ideologia etico-sociale che tendesse a limitare gli eccessi del liberismo economico: non è questo il laicismo da difendere e promuovere, pensando in tal modo di risolvere le diatribe interconfessionali e attenuare l'atmosfera di pregiudizio e di persecuzione psicologica e socio-culturale che caratterizza le minoranze più vulnerabili. E' prevedibile che siano quei protestanti privi di categorie teologiche organiche - e incapaci di formulazioni etico-messianiche - a risultare gradevoli all'oligarchia vestita provvisoriamente di laicismo: non mancheranno i premi e le promozioni, e ai predicatori più accesi ed esemplificati non si farà mancare beni e benignità. Le varie contestazioni da avanzare nei confronti del potere democattolico dovrebbero ispirarsi ai valori della coesistenza e del rispetto delle regole di civiltà, anziché confondersi ai disegni oscuri di quelle entità che perseguono l'annichilimento di tutte le forze ideologiche e religiose impegnate nell'opera di ricostruzione etico-sociale della politica, della finanza e dell'economia. Certi protestanti dovrebbero chiedersi se nell'attuale situazione sia più saggio e autentico schierarsi a fianco delle forze cattoliche, (risolvendo parallelamente i problemi di coesistenza) o se sia il caso di rafforzare il carattere laico della propria strategia politica, badando però a non combattere i contenuti etici della dottrina sociale del Magistero, e a non compromettersi con quelle forze politiche, le quali pur partendo da taluni aspetti della teologia biblica, (a quanto pare i più versatili dal punto di vista propagandistico e retorico, e diplomaticamente efficaci e strategici) rischiano di costruire un impero su basi programmatiche che non riflettono le aspirazioni, gli interessi e il pensiero teologico del messianismo giudeocristiano: si tratta di un dilemma che corrisponde a un aut aut, tale da poter pregiudicare il carattere messianico della fede cristiana, oppure la sua immagine etico-sociale. Il dilemma sembra derivare da un certo ritardo della parte sostanziale delle denominazioni protestanti nel proprio processo di teologizzazione biblica, realizzato sistematicamente e organicamente, in maniera tale da condurre la Chiesa alla capacità d'interpretare e plasmare la realtà in sintonia con i principi etico-messianici del Regno di Dio. Il praticismo che induce specialmente il fondamentalismo protestante a concentrarsi su poche dottrine basilari (pensando in tal maniera di rendere giustizia alla semplicità evangelica), facilita l'accapigliarsi interdenominazionale su questioni periferiche della dottrina biblica che non rappresentano il punto focale della radicale confrontazione in atto tra la città di Dio e la città dell'uomo. Una delle polarità del Protestantesimo italiano è rappresentata dall'identità valdo-metodista e riformata in genere (anche rigorosamente fondamentalista). Dall'altra parte vi sono forze capaci di acuire il carattere pietista del fondamentalismo, radicando una spiritualità fortemente emozionale, esclusivista e immediatamente edificazionale, ma si tratta di entità potenzialmente vulnerabili e soggette alle strumentalizzazioni degli strateghi dell'autarchia, i quali sono fortemente interessati alla possibilità di garantire un alibi storico-religioso alle proprie manovre, destinate al disinnesco, altrettanto retorico e propagandistico, delle operazioni etico-sociali della cristianità. Cosa ha a che fare tutto ciò con Andreotti? La risposta è che una buona parte della cristianità, l'Islam fondamentalista e alcune componenti del Giudaismo, rappresentano per alcune importanti forze economico-finanziare dell'Occidente, un prolungamento spiritualistico dell'ideologia marxista. Tutti i leaders politici (laici o confessionali, giudei, cattolici, protestanti, sunniti o sciiti, non importa) che rappresentano formalmente un tale prolungamento, sono potenzialmente in pericolo, benché ciascuna delle confessioni religiose in questione disponga di un'identità esclusiva, tale da non poterla assimilare alle altre. Da qualche tempo Andreotti è sotto mira per quel che riguarda la Dc, ma non è escluso che personalità di altre forze politiche, assimilate sotto il profilo etico-sociale al precedente, non siano anch'esse sotto stretta sorveglianza in Europa. Su altri fronti che non siano strettamente laici non mancano forti aspirazioni etico-sociali, ma quel che non convince sono le strategie economiche e internazionali, le quali risentono ancora di filtri che tuttora pregiudicano la comprensione delle dinamiche spirituali che hanno interagito con la cultura borghese dell'Occidente laico e liberistico, e che quasi certamente indurrebbero a schieramenti errati nel caso di conflitti bellici. Forse può esservi una soluzione che combini laicismo, socialità, riforme, democrazia e progresso, ma essa dovrebbe accompagnarsi a una prudente riflessione circa l'ipotesi di una superpresidenza, il cui eventuale snaturamento comprometterebbe, alla pari di altre nefaste alternative politiche, ogni autentico valore civile per ritrovarci comunque sul terreno delle restaurazioni dei regimi a carattere totalitario. Alle elezioni di Aprile, gli italiani dovrebbero chiedersi se i candidati prescelti sarebbero disponibili a rinunciare agli incarichi politici nel caso in cui il loro mandato non venisse rinnovato. Le opposizioni alla democrazia in Italia tendono alla restaurazione della dittatura, e nella misura in cui se ne individueranno i protagonisti si comprenderà, in parte, l'origine delle opposizioni stesse. Penso che la comprensione sarebbe parziale perché vi sono altri motivi che si riferiscono allo scontro d'interessi tra paesi in competizione, pur facendo parte del sistema occidentale e in linea con le nuove tendenze autarchiche. La tendenza dei paesi occidentali a spostarsi politicamente a destra, è dovuta anche all'imminenza di un crisi di leadership degli U.S.A., (il cui avvento non permetterà più il controllo della competizione per il dominio militare e economico nel mondo) in parte a causa di un'ingiusta penalizzazione dei prodotti americani sul mercato giapponese ed europeo. Esiste il rischio che tra gli stessi paesi occidentali si verifichino gravi e reciproche interferenze, la cui gravità potrebbe giungere a tal punto da ritenere di dover essere affrontata da servizi segreti gestiti da governi nazionalisti e totalitari, ma formalmente tra loro alleati e facenti parte del medesimo sistema di mercato, fino al superamento della crisi da parte di una delle sue componenti, la quale si aggiudicherebbe il primato nel governo federale del pianeta. L'acuirsi del clima di sfascio in Italia contribuirebbe, da tale punto di vista, a ostacolare l'avvento di un'Europa effettivamente federale, colpendo forse la maggiore tra le sue entità ispiratrici, la quale ha pure rappresentato il forziere di risorse e capitali per tutti quei faccendieri, lottizzatori e criminali che hanno sempre avuto tutto l'interesse di collaborare con i nemici interni ed esterni della democrazia italiana. Se una simile interpretazione degli eventi contemporanei è fondata, il recente assassinio dell'onorevole Lima in Sicilia riveste un significato che non si limiterebbe alla politica interna, nonostante la tendenza a spiegarlo in relazione ai nuovi provvedimenti contro la Mafia e all'imminenza delle elezioni. Durante gli anni settanta si tendeva a spiegare il terrorismo in relazione alla politica interna. Sandro Pertini era convinto che i fatti italiani andavano spiegati in un contesto internazionale, così come si è potuto dimostrare all'indomani della caduta del muro di Berlino. E' indiscusso, intanto, che la Mafia sia un fenomeno internazionale e che in Occidente vi siano forze avverse alla democrazia italiana ed europea collegata al magistero cattolico e ispirata alle encicliche sociali di Giovanni Paolo II, oppure di sinistra in genere, benché oggi si guardi con avversione più ai fondamentalismi religiosi che ai residui di marxismo. Forse colpendo nella maniera in cui si è fatto, si è voluto punire Andreotti per il suo protagonismo europeo, per certe sue affermazioni contrarie anche agli interessi di vecchi amici, per la sua adesione attiva alla dottrina etico-sociale del magistero cattolico, per la tiepidezza dell'adesione italiana alla guerra nel golfo, per il suo tentativo di facilitare l'obiezione di coscienza in vista di altri conflitti, e per il fatto ch'egli rappresenta, in definitiva, un grave ostacolo all'avanzata delle forze autarchiche, le quali invece sembrano oggi preferibili agli occhi di coloro che concepiscono la democrazia solo in quanto consenziente con i propri progetti di dominio. Se ciò è vero, le vicende e le sorprese non sono finite, perché, se i potentati occidentali, palesi e occulti, sono agguerriti, determinati e sofisticati, non si pensi che il Cattolicesimo non sappia come affrontare coraggiosamente le sfide e le calamità della storia. E' stata prevista la caduta di tutti i fondamentalismi religiosi che esprimano un comportamento politico contrario ai progetti autarchici, ma la lotta sarà molto dura su tutti i fronti, perché è noto che per ambedue le forze è determinante vincere sia sul versante dei sistemi di produzione che nella battaglia dei mass media per assicurarsi il favore dell'opinione pubblica (si spiega la promulgazione di uno specifico documento del Magistero dedicato all'uso dei mass media). Quel che si teme infatti è l'eticizzazione dei processi logici dell'intelligenza europea, perché in tal caso si dovrebbe rinunciare sia all'autarchicizzazione dell'Europa che alla supremazia e alla automaticità delle leggi di mercato del liberismo. Liberismo e autarchia potrebbero allearsi strategicamente, per rimandare a un secondo tempo le reciproche diffidenze, e tale alleanza determinerebbe prima la sconfitta dell'intera cristianità e una nuova persecuzione d'Israele, e in un secondo momento la traduzione in autarchia del liberismo, il quale cesserebbe di apparire come laico. Nel frattempo, l'europeismo di Andreotti potrebbe ottenere risultati e adesioni (dovunque e in particolare in Medio Oriente) che gli U.S.A. potrebbero non ottenere neppure con una seconda guerra nel golfo. Una recente dichiarazione della C.I.A., (il cui tempismo incuriosisce) ha fatto intendere la determinazione a difendere la supremazia degli U.S.A. su qualunque altra potenza mondiale e perfino sull'O.N.U. Certe dichiarazioni, dal carattere indubbiamente funesto e inquietante, potrebbero però nascondere la paura di una crisi irreversibile, determinata dall'imminenza della federazione europea e dalla centralità dei paesi europei nell'area più strategica del mondo. Non si dovrebbe sottovalutare l'abilità andreottiana di combinare una risposta mista alle sfide subite, caratterizzata da simpatie e collaborazioni che vanno dall'Eufrate a Mosca, da Tripoli a Dublino, e ancora oltre presso i vari continenti, procurando intese, progetti e distensioni tra popoli e culture che potrebbero favorire l'esportazione dell'europeismo, fino alla sua eventuale e futura riconversione in autarchia. La strategia cattolica per la caratterizzazione dell'Occidente e il governo del mondo è estremamente sofisticata, utilizzando tutti gli strumenti diplomatici, strategici, culturali e religiosi di cui dispone. L'Europa è il campo di battaglia principale, perché è ormai chiaro che l'assetto del mondo e lo stesso destino degli U.S.A. dipendono dall'esito dei progetti di unità politica dei paesi europei e dal tipo di prevalenza ideologica che s'imporra sui relativi territori. Unità e cattolicità europea rappresentano il binomio fondamentale della strategia cattolica. Un simile capolavoro di diplomazia europea ridurrebbe gli U.S.A. a una provincia ed edificherebbe il mercato più grande del mondo. Se certe previsioni sociologiche formulate sono attendibili, l'Europa federale non potrà essere fermata da nessuno. Al contrario essa dovrebbe poter unificare l'intero Occidente e produrre una leadership capace di governare sull'intero pianeta. Certi tentativi violenti di fermare un tale processo politico in Europa, non soltanto sono decodificabili e perseguiti secondo uno stile e una tecnica inconfondibili, ma rischiano (questa volta) di ricadere sulle entità che li hanno promossi, versando altro sangue e rendendo più celere e irreversibile la provincializzazione del potere ch'essi rappresentano. Per l'ennesima volta non si è trattato di una lezione di democrazia, bensì di un atto di notificazione dell'intenzione di fermare quei processi che, stranamente dispiacciono contemporaneamente sia a varie forze occulte e criminali che a taluni governatorati. Penso che Andreotti stia ricostruendo la dinamica dei fatti verificatisi recentemente, ai quali non mancherà di rispondere al momento opportuno, secondo moderazione ed efficacia: se si è voluto attaccare l'Europa, la risposta sarà sicuramente anche europea e non soltanto democristiana. L'assassinio di Lima è avvenuto a breve distanza dalla visita di Andreotti in Canada. Qual'è il significato di tale visita? Forse l'italianità all'estero rappresenta un cemento per disegni europeistici oltre che italiani? La coincidenza di tale visita con le campagne elettorali in Italia e negli U.S.A. può aver disturbato il sonno di qualcuno? Cosa implicherebbe la provincializzazione degli Stati Uniti e l'ascesa al potere di un Europa che nel frattempo sembra transitare dalla democrazia all'autarchia? Sarebbe eventualmente lecito, in gravi circostanze di crisi politica, coinvolgere i servizi segreti in tentativi brutali di conservazione del potere? Ammesso che l'Europa possa tradursi in un impero mostruoso e negativo, è lecito e utile opporvisi? Andreotti forse potrà e vorrà rispondere soltanto ai primi tre interrogativi, su cui egli sta quasi certamente riflettendo, disponendo di maggiori dettagli, di impressioni e della conoscenza di circostanze, le quali nel contesto della sua esperienza, della sua prudenza e della sua sensibilità, spero possano condurre a risposte e soluzioni equilibrate. Forse i governi occidentali giungeranno alla conclusione che l'unica maniera per evitare contrapposizioni, consisterà nella creazione di una superfederazione di tipo occidentale che includa, oltre i paesi tradizionalmente occidentali, anche la Russia, i paesi europei facenti prima parte dell'U.R.S.S. il Giappone, Israele e alcuni paesi arabi, adempiendo in tal modo quelle previsioni sociologiche che ho creduto di far scaturire dalle profezie apocalittiche, nelle quali non mi sembra di ravvisare la possibilità di una resistenza militare al Piccolo Corno: si tratterebbe di una situazione apparentemente ideale per la stipulazione di un patto di sicurezza e di pace con Israele. Penso che tutto ciò rappresenti un obiettivo di primaria importanza per Andreotti, il quale deve essere perfettamente consapevole delle necessità di coesistenza e pacificazione tra continenti e in Medio Oriente, in particolare. In Medio Oriente vi sono materie prime, il cui controllo da parte di una potenza tecnologica significherebbe il dominio del mondo. L'europeismo è temuto anche per quest'ultima ragione, e ciò spiegherebbe la determinazione degli U.S.A. a penetrare stabilmente soprattutto nei paesi dell'area del golfo, in Libia, (dove l'Italia ritrova energia a buon mercato) in Israele, sul cui territorio potrebbe meglio pilotare il processo d'industrializzazione in Medio Oriente, e in Egitto, dove altrettanto potrebbe essere fatto per l'Africa. Andreotti sicuramente conosce le conseguenze di un controllo statunitense del Medio Oriente, perciò egli opera da catalizzatore dell'unificazione politico-militare dell'Europa, e da attenuatore del coinvolgimento bellico nel golfo a fianco degli Stati Uniti, favorendo nello stesso tempo le relazioni diplomatiche specialmente con i paesi arabi della ragione, senza le quali non può verificarsi una penetrazione pacifica e proficua, ch'egli considera la più efficace, anche in vista di una soluzione della questione palestinese. Il diritto dell'Europa all'autodeterminazione va riconosciuto, ma anche i timori degli Stati Uniti e d'Israele dovrebbero essere compresi. Quel che ad Andreotti dovrebbe risultare utile, (così come ad altri uomini politici caratterizzati dalla conoscenza del testo biblico, quali ad esempio Valdo Spini) è la conoscenza di quegli aspetti teologici ed esegetici, i quali interagendo con l'apocalittica e l'escatologia, sono all'origine delle previsioni sociologiche e, dunque di quella tesi che sostiene il carattere profetico di un patto fallimentare di pace e sicurezza con Israele, (a partire da una possibile lettura esegetica di Dan. 9: 27) non necessariamente stipulato dal Piccolo Corno, ma da quest'ultimo eventualmente abrogato. Quest'ultima tesi dovrebbe prevedere la possibilità, a cavallo del patto, della transizione dell'Europa dal sistema democratico a quello autarchico. contemporaneamente ad estesi conflitti per il definitivo controllo internazionale. Se Andreotti può rappresentare la prima e positiva fase democratica dell'Europa federale, si deve anche comprendere che alcuni popoli nel mondo (maggiormente versati nelle discipline bibliche) temono lo snaturamento del vecchio continente nell'autarchia del Piccolo Corno, con gravissime conseguenze proprio per la cristianità (inclusa quella cattolica!), l'Islam e Israele. Il diritto a una reazione equilibrata da parte di Andreotti non può essere negato neppure dalle forze che non condividono appieno le sue strategie politiche, ma che nondimeno apprezzano i principi etico-sociali che sono alla base della sua vocazione politica, però la strategia europeistica che scaturisce dalle forze cattoliche e dalla relativa dottrina sociale, dovrebbe anche prendere atto del fatto che una sezione della teologia biblica, a cui essa ritiene di far riferimento, riguarda l'escatologia e i pericoli derivati dall'avvento del Piccolo Corno. Per quanto riguarda l'esito delle elezioni del prossimo Aprile, penso che momentaneamente le destre dovranno accontentarsi di uno spostamento (sensibile ma non decisivo) dell'asse politico in loro favore, perché le forze centriste, della destra e della sinistra, moderate, risulteranno ancora necessarie al consolidamento dell'unità europea, dopodiché le tensioni politiche dovrebbero rendersi ancor più gravi, fino a segnare la fine della democrazia e l'avvento dell'autarchia. Le forze di estrema destra entreranno in iscena a pieno titolo soltanto quando l'Europa unita sara una realtà, in quanto oggi potrebbero contribuire a rallentarne il processo a causa del risorgere dei nazionalismi. Oggi gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e Israele (a torto o a ragione) sembrano preferire un'Europa divisa in nazionalismi litigiosi, ma quel che alla fine otterranno sarà una destra continentale e determinata a vincere ovunque e su chiunque, anziché semplicemente una destra francese o italiana che cerca di scompigliare le campagne elettorali, alleandosi a forze internazionali i cui metodi non promettono risposte molto eleganti. L'ipotesi di una balcanizzazione dell'Europa non ha alcuna speranza di realizzazione, perché gli europei vogliono l'impero anche nel caso in cui esso debba coesistere coi regionalismi delle leghe separatiste, ma comunque federaliste. Coloro che per ostacolare il processo di federalismo europeo e difendere così i propri interessi, sono convinti di dover sostenere le destre nazionalistiche, non fanno altro che approssimarne il suo avvento, nonché la transizione all'autarchia, perché l'obiettivo delle destre, in apparenza solo regionali o nazionali, è in realtà quello di ricostruire l'Impero. L'intero processo dovrebbe durare solo qualche anno, per coronarsi alla fine con il ridimensionamento e l'annichilimento (in alcuni casi) delle entità che ne avranno ostacolato la realizzazione. Il Vaticano potrebbe avere la vita difficile nei prossimi anni, perché è stato incluso tra i fondamentalismi politico-religiosi ostili. Quanto al Protestantesimo, i tempi della tranquillità stanno per finire, perché i primi fenomeni di oppressione stanno per iniziare laddove sono parte dei costumi e della cultura, a motivo di un risveglio politico-religioso (non senza divisioni e polarizzazioni interne) dovuto a una maggiore percezione dei contenuti etico-messianici della propria tradizione, delle prime vere avvisaglie apocalittiche e degli indizi relativi all'ascesa al potere da parte del Piccolo Corno. Le cinque regole di Habacuc sembrano aver ottenuto molti riscontri negli ultimi tempi.

    Al 18 Marzo, 1992

    Le ipotesi relative all'indebolimento degli Stati Uniti, alle sue violente conseguenze politiche e sociali, alle tentazioni dittatoriali per evitarne la provincializzazione, e al consolidamento di un ordine mondiale fondato sull'economia del libero mercato, sembrano essere implicate negli articoli di Yedidya Atlas e di Paul Eidelberg, giuntimi stamattina da Gerusalemme. (257/b) Gli articoli s'ispirano soprattutto alla necessità di riflettere circa la posizione d'Israele e il destino degli ebrei nel nuovo assetto del pianeta. L'Occidente viene incoraggiato all'elaborazione di una strategia comune di difesa e all'adeguamento dei relativi piani in sintonia con Israele, ma si trascura il fatto che l'eventuale provincializzazione degli Stati Uniti determinerebbe una maggiore influenza europea in Medio Oriente, la quale si dimostrerebbe rigida e critica nei confronti sia degli arabi che degli israeliani fondamentalisti, i quali sono ritenuti responsabili e ostili alla laicizzazione dell'intera regione. I rischi di attentato alla vita degli ebrei e l'ipotesi di una dittaura vengono confermati nell'articolo dell'Eidelberg, ma non condivido l'idea secondo cui l'eventuale collasso statunitense debba significare la frantumazione delle altre superpotenze.

    - Ore 15.41.

    Una nota dell'ANSA informa di un complotto contro uomini della DC, del PSI, del PDS e contro un eventuale presidente della Repubblica non gradito.Da qualche tempo Andreotti è sotto mira per quel che riguarda la Dc, ma non è escluso che personalità di altre forze politiche, assimilate sotto il profilo etico-sociale al precedente, non siano anch'esse sotto stretta sorveglianza in Europa: se tale affermazione potesse ritrovare riscontri, l'idea del coinvolgimento di servizi segreti di vari paesi in un progetto di destabilizzazione risulterebbe ancor più verosimile.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 25-04-10 alle 00:43

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    22 Marzo, 1992

    Altra conferma dell'ipotesi (formulata su basi teoriche) relativa a un piano di destabilizzazione su scala europea, è comparsa sui giornali odierni. Elio Ciolini, definito quale "pataccaro", il quale (a sentire il segretario del MSI Gianfranco Fini) avrebbe però fornito alla stesso Andreotti utili patacche a fini di potere. Fini ha reso noto una lettera che nel settembre dell'87 Elio Ciolini avrebbe inviato ad Andreotti, nella quale affermava di sé stesso quanto segue: "Un pataccaro, che però vi ha dato proprio quelle patacche di cui avevate bisogno, per frodare lo Stato, i beoti che vi danno voti e consensi, la pubblica opinione che, inutilmente, di tanti inutili e orribili delitti chiede di conoscere i colpevoli. Un pataccaro tanto poco pataccaro che voi lo pagate non già prima della consegna delle patacche, ma dopo che quelle patacche sono servite quanto meno a condurre in farsa una tragedia." Se le patacche servivano a frodare lo Stato e i cittadini, oltre che a rendere inutile ogni richiesta di chiarezza sui delitti e sulle stragi, allora Ciolini doveva rappresentare un anello di congiunzione tra il potere in carica e il potere occulto, la cui intesa sembra ora non funzionare, a causa della necessità di opporsi in maniera più decisa alle forze tradizionalmente illegali, benché collaborazioniste, ai fini della conservazione del potere od allo scopo di rendere più credibili le affermazioni di dipendenza nei riguardi della dottrina sociale della Chiesa Cattolica. Non penso che le patacche e i delitti siano una macchinazione delle stesse forze di governo, le quali, temendo una batosta elettorale, potrebbero essere interessate a spaventare gli elettori col rischio di una destabilizzazione, perché ciò significherebbe (specialmente per Andreotti) una notevole perdita di credibilità. Il messaggio della destra pataccara potrebbe voler suggerire che lo stesso sistema, il quale vorrebbe oggi eticizzarsi e riformarsi, deve riconfermare i tradizionali equilibri, per poter sopravvivere. Con la caduta dell'U.R.S.S. ciascuna delle componenti della sopradetta troica spera nell'alterazione degli equilibri a proprio vantaggio, a meno che non si riesca ad accordarsi circa un regime semidemocratico che accontenti momentaneamente tutte le parti in questione, giacché la sinistra europea, e italiana in particolare, potrebbe rendere troppo salato il conto della spesa, la quale invece si vuole realizzare a buon mercato. Il motto di chi pataccaro ferisce di pataccaro perisce, vorrebbe essere didascalico, nel senso che si vuol render chiaro agli italiani che l'unica democrazia possibile è quella che progetta il governo con il consenso delle famiglie e degli amici tradizionali, piuttosto che quella affascinata da certi discorsi etico-sociali di una chiesa che lascia la via vecchia per una nuova e pericolosa. Il motto (ma non solo il motto) rappresenterebbe solo un consiglio amichevole agli italiani che non vogliono fare qualche sgarbatezza alle elezioni di Aprile: un semplice avvertimento di amici e patrioti che amano la pace e la tranquillità. Una decina d'anni or sono, Giulio Andreotti, di fronte alla prospettiva di riforme troppo rapide, paragonò la situazione italiana a quella di un mobile antico, pregiato ma tarlato, il quale può essere restaurato con accortezza, ma non rifatto. Giulio sembra voler respirare l'aria della dottrina sociale della chiesa, ma si ritrova a poggiare i piedi sul terreno di realtà umane che necessitano di equilibri macchiavellici, in assenza di una revisione profonda della sostanza antropologica dei sudditi come anche dei regnanti, la quale però sembra procedere oltre il punto in cui la spiritualità italiana e la dottrina sociale promulgata sembrano disposte a portarsi, giacché i fatti sembrano indicare che si vuole la botte piena e la moglie ubriaca. Giulio può essere nel giusto nel credere che il governo va realizzato con il materiale umano di cui si può disporre, ma l'interrogativo da porsi consiste nel chiedersi quali siano le entità politiche e spirituali effettivamente determinate alla revisione della cultura antropologica, ancor prima di sovraccaricare i sudditi con formulazioni sociali che suonano alle loro orecchie come giaculatorie da recitarsi in chiesa, anziché quali condizioni per governare e coesistere. La DC ha governato con meriti e demeriti, assicurando, nello stesso tempo, sviluppo e corruzione politica, etica sociale e asociale lottizzazione, ma ora si pone il problema di considerare altre ipotesi politiche, le quali presentino un maggior grado di risultati positivi, senza pregiudicare gli obiettivi autentici delle forze cattoliche, con le quali si può sempre coesistere (nella misura in cui le parti lo vogliono) e collaborare. L'ipotesi di un piano di destabilizzazione dell'Europa non è ancora stata posta chiaramente in relazione a operazioni di servizi segreti di paesi soprattutto extraeuropei, ma il fatto che il quadro di riordinamento politico della destra europea e di accreditamento in Italia di un nuovo ordine generale sia stato deciso a Zagabria nel settembre del 1991, e che ciò sia stato rivelato da Ciolini, induce a porsi il medesimo interrogativo comparso oggi su Avvenire, a pagina 3: "Ma come faceva Ciolini a sapere della riunione di Zagabria? La risposta potrebbe trovarsi tra le carte del processo per la strage di Bologna. Parlando del depistatore i giudici lo definivano molto vicino a servizi segreti di paesi stranieri, francesi in particolare. E, guarda caso, sarebbero proprio personaggi della destra francese a tirare le fila della nuova internazionale nera in Europa." Quali siano i servizi segreti di paesi stranieri, e quali le ragioni dei piani di destabilizzazione, si può soltanto tentarne la previsione entro schemi teorici che rappresentino anche modelli e codici d'interpretazione della realtà contemporanea. Se i modelli e i codici utilizzati sono errati non si potrà neppure rispondere agli interrogativi che ci siamo posti. Quando però arrivano le conferme, codici e modelli s'impongono fino alla loro applicazione ordinaria. Nel nostro caso le previsioni tendono a costruirsi sulla base delle profezie messianiche e apocalittiche, le quali c'informano dell'attitudine autarchica del Piccolo Corno e del carattere federale del suo potere.


    26 Marzo, 1992

    I telegiornali annunciano il disastro del bilancio dello Stato. Se la decisione dell'annuncio è destinata a convincere gli elettori che il rischio di sfascio può essere evitato soltanto assicurando i tradizionali equilibri di governo, potrebbe darsi che questa volta essa non dia i frutti sperati e che i responsabili della bancarotta non vengano rieletti. I politici della bancarotta godono però di sostegni elettorali solidi, in quanto si basano sulla logica della spartizione delle spoglie. Gli elettori che sostengono tali uomini dipendono da una logica diversa da quella del bene comune, perciò essi normalmente si chiedono non quanto ci rimetterà la Nazione in termini di spese fasulle, tasse capillari e fisco fazioso, bensì quanto ci ricaveranno in termini di collocazioni, appalti, posti, tangenti, contributi e aiuti per lo sviluppo del Mezzogiorno, che è poi stato sviluppo della pancia e del proprio portafoglio, più che dei meridionali. Tra costoro v'è anche tanta retorica previdenziale e adesioni strumentali alla dottrina sociale della Chiesa, (la qual cosa crea confusioni e imbarazzo alle discipline etiche) giacché in tal maniera si può consolidare una strategia di potere che ha dimostrato una grande versatilità nel conciliare sviluppo, criminalità, speculazioni e conveniente funzionalità di un debito pubblico all'origine dell'arricchimento di molti e dell'impoverimento di tanti, il quale tra l'altro funziona anche come deterrente politico e si traduce in sintomo della possibilità di vedersi sottratti i beni culturali e architettonici dello Stato da parte degli stessi che hanno già incamerato denari e territori che appartenevano alla Patria. Siccome si è trattato di un peccato contro l'altare della Patria e contro i principi etico-sociali della dottrina sociale della tradizione giudeocristiana, il contributo al rinnovamento della politica e alle dimissioni dei politici mercantili, è un bene grato al Cielo, fatto a se stessi e alla Nazione. I debiti dello Stato, è stato detto oggi dall'On. Fini, sono debiti dei partiti e non degli italiani. Francamente credo che ciò non sia distante dalla verità, perché, non dico tanto i partiti quanto piuttosto gli uomini politici corrotti, la cui professione principale è stata quella di trasferire denaro dalle casse dello Stato alla propria banca e a quella degli amici (spesso all'estero) con spese gonfiate o fasulle, sono stati ricorrenti. Ora l'annuncio suona come un ricatto, perché potrebbe voler dire che l'Italia può essere consegnata a un nuovo governo in situazioni di sfascio. Si tratta dell'ennesima manovra sbagliata di chi crede di conoscere la psicologia degli elettori e la soglia della provocazione tollerabile, e che contribuisce a meglio conoscere la natura e la retorica del potere, il quale in Italia si pone per eccellenza come istituzione di spogliamento e di abuso, a conferma della consolidata opinione, secondo cui il governo dell'uomo contrista quando non umilia, trascura quando non annichilisce, consuma quando non opprime, adula o minaccia quando non uccide. Il governo dell'uomo è nondimeno necessario, e di tale necessità esso se ne fa conforto, almeno finché non si giunga all'avvento del Regno di Dio, quando le provocazioni e i provocatori dei nostri giorni dovranno (purché righino dritto) perlomeno cambiare mestiere, e nel migliore dei casi imboscarsi nelle salumerie del palazzo, dove la loro avidità vi troverà l'atmosfera più congeniale od opportuna, per lasciare finalmente ad altri le faccende di governo.


    28 Marzo, 1992.

    L'intervento della stampa britannica nella campagna elettorale si è dimostrata un'ingerenza, perché l'invito di votare le opposizioni, più che apparire qualunquistico, ha riconfermato l'idea che certi alleati preferiscono lo sfascio italiano per garantirsi il controllo dei mercati, una competitività indiscussa, nonché l'affossamento dell'avanzato processo di unificazione del continente europeo. Specialmente l'ipotesi di una presidenza alla francese, interpretata da Craxi, da Andreotti, oppure da Spadolini, è temuta, perché significherebbe probabilmente un ultimo e definitivo passo per la realizzazione dell'Europa federale e il suo consolidamento quale superpotenza industriale, già molto forte allo stato attuale delle cose. Si possono comprendere i timori degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, ma le manovre in atto non onorano la propria tradizione di chiarezza e democrazia, perché ad esse non si addice lo stile machiavellico tipicamente italiano. La stampa britannica dovrebbe piuttosto contribuire alla comprensione dei rischi e dei pericoli (oltre che dei vantaggi) dell'unificazione europea, perché gli italiani sono alquanto smaliziati in manovre di colonizzazione psicologica, avendo avuto a che fare per lungo tempo con politici esperti di questo e di altri settori. La ricchezza e la generosità delle doti britanniche è fatta per operazioni di gran lunga più elevate e complesse.


    30 Marzo, 1992.

    Non sono mancati gli appoggi della stampa statunitense alle menzionate ingerenze, sulla base della convinzione che all'italia gioverà un periodo d'instabilità. Non mancano in Italia forze e gruppi che perseguono la medesima strategia di divisione e sfascio della politica italiana. Bettino Craxi ha dimostrato, in occasione della odierna Tribuna Elettorale delle 22.15 sulla prima rete della Rai, di aver individuato l'origine dei gruppi interessati allo sfascio italiano. I chiarimenti di Carli al TG1 - Linea Notte delle 23.10, circa i recenti articoli dell'Economist (favorevoli all'avanzata della Lega Nord e del Partito Repubblicano e a una situazione d'instabilità ai fini di un nuovo risorgimento) hanno reso espliciti i riferimenti al temuto processo di unificazione europea. Durante l'ultima presidenza italiana alla C.E.E., la quale portò a un ulteriore rafforzamento del processo di unificazione europea, l'Economist si dimostrò altrettanto ostile, e la Gran Bretagna volle scendere dall'autobus guidato dagli italiani. In tutto ciò vi è una conferma dell'idea di un coinvolgimento di forze occidentali nei fatti più recenti della politica italiana. Spero che certe forze protestanti non siano coinvolti nelle strategie di destabilizzazione della politica europea, perché l'Europa non è l'America Latina, dove impunemente si è preferito favorire le leggi di mercato piuttosto che la causa dei poveri e del Vangelo, (sovvenzionando e sostenendo regimi di violenza e crudeltà pur di riuscire nel proprio intento mascherato dal principio della libertà) e dove il sacrificio di Romero ha predicato più che l'ultimo milione di sermoni in circostanze di fasulli risvegli religiosi asserviti alla superbia dei potenti, sia a partire dall'ipertrofia dottrinaria di base per negare la sua destinazione etico-sociale, che viceversa: sia gli uni che gli altri della cristianità hanno solitamente interpretato i risvegli religiosi come occasioni di propaganda degli squilibri della propria tradizione ai fini di un potere, il quale, nonostante l'apparente diversità delle origini e dei moventi, sempre si somiglia e puntualmente mira dritto al dominio delle coscienze e delle menti. E' tempo che i maestri dell'Occidente capiscano che i discepoli sono divenuti più bravi nell'arte del comando. L'Europa darà prossimamente lezioni di edonismo reaganiano e non saranno le frustrazioni e gli infantilismi di certi maestri furbacchioni a cambiare il corso degli eventi. L'Europa unita si presenta quale adempimento delle profezie bibliche, e dunque quale impero destinato al controllo di una federazione occidentale, oltre che al dominio del pianeta. I maestri dell'apologia della violenza economica, all'origine di molte altre crudeltà quotidiane e della ricerca del potere a ogni costo, dovranno prendere atto del fatto che le cinque maledizioni di Habacuc sono ancora attive. Se si vuole indicare agli europei i rischi di un'Europa forte e unita, non si deve tentare di confondere la volontà di conservazione del presunto primato mondiale con le false premure risorgimentali nei riguardi dello Stato Italiano. L'Europa adempirà le profezie bibliche, ma i suoi alleati saranno stati i suoi maestri, perciò si presti attenzione a non farsi travolgere dai futuri e irresistibili eventi. La visita in Russia del Presidente Cossiga deve aver chiarito l'impossibilità delle destre di accedere in breve al governo dell'Italia e dell'Europa. Se altri desiderano lo sfascio strumentalizzando le destre, il programma di quest'ultime concerne il governo dell'Europa e non semplicemente i potentati locali: si preferisce perciò che a sfasciarsi siano i catalizzatori dello sfascio europeo, a costo di un prolungamento di vita delle forze democratiche e di una partecipazione delle sinistre al governo, per riproporre più tardi il programma autarchico. Le destre europee non sono poi così ingenue e asservibili come si è sperato. Sono le destre invece a servirsi dei catalizzatori dello sfascio, ai fini della rinascita imperiale dell'Europa e non della sua balcanizzazione. Oggi sembra confermata l'ipotesi di una partecipazione del PDS al governo. Le destre dovrebbero comunque registrare un'avanzata alle elezioni d'Aprile, ma esse dovranno ancora attendere per governare, perché la casa comune europea non è ancora pronta per trasformarsi in casa comune europea autarchica e apocalittica.


    31 Marzo, 1992.

    Il leader del PDS ha spiegato alla Tribuna Elettorale odierna delle 22.15 sulla prima rete della Rai, l'irragionevolezza del debito pubblico accumulatosi, e spiegando quale sia stata la gestione clientelare dei più recenti 33.000 miliardi, è divenuto chiaro che l'Italia è il bel reame dei furbacchioni. Oggi il PDS rifiuta la possibilità di entrare a far parte del prossimo governo, però, così come il Presidente Cossiga si è convinto della saggezza di un'apertura a tale eventualità, ai fini del prolungamento della democrazia, è probabile che Achille Occhetto giungerà presto alle medesime conclusioni. Comunque vadano le cose, le destre dovrebbero (da un punto di vista teorico) crescere e le sinistre non saranno un problema quando i tempi dell'autarchia arriveranno, perché i nomi, i simboli e gli schieramenti (al centro, a destra e a sinistra) dei partiti non avranno più senso, tanto sarà permeante e unificante il nuovo ordine mondiale. Il nuovo ordine sarà apolitico e tecnico, senza destre e sinistre formali, ma pur sempre riconducibile alle precedenti esperienze autarchiche. Il nazional-socialismo dovrà tradursi in internazionale, ma questa volta il liberismo e le leggi di mercato dovrebbero svolgere una funzione decisiva per il suo sviluppo. Il fatto che il compromesso storico venga ora preso ufficialmente in considerazione, suggerisce che le stesse destre e i loro mecenati si sono resi conto che non è ancora il momento per governare, benché siano prossimi i tempi dell'autarchia.


    2 Aprile, 1992.

    L'iniziativa di George Bush circa un minipiano Marshall per il CSI, a differenza di certe altre manovre sleali, rappresenta una vera risposta alle tendenze di eurocentrismo, benché gli americani non siano i soli a parteciparvi. Non credo che il progetto contribuirà all'egemonia anglosassone, perché gli europei continentali sono avvantaggiati sia politicamente che geograficamente. Similmente la politica della carota e del bastone, (a prescindere dalla possibilità della sua giustizia) in Medio Oriente contribuisce a collocare l'Europa in una posizione di maggiore forza e credibilità nei confronti dei paesi arabi.


    29 Maggio, 1992

    L'esito delle elezioni d'Aprile e il tempismo di Francesco Cossiga nel dimettersi dal suo incarico presidenziale, hanno determinato una tensione politica che ha fatto sperare prima la destra, poi la sinistra, e infine evidenziato (come previsto) un processo di divisione nella DC. Da Maurizio Costanzo a Michele Santoro, da Enzo Scotti a Claudio Martelli e Giuliano Ferrara, insieme a tanti altri, si è cercato di capire la dinamica dei recenti fatti politico-mafiosi. Un'affermazione ritenuta pesante, (e perciò da me cancellata dal testo della versione di Aprile, consegnata a Stefano Woods) si dimostra ora del tutto opportuna e contribuisce a suggerire che la dinamica all'origine dei fatti luttuosi degli ultimi giorni è politica e si riferisce relativamente al generico e sempre calibrato tentativo del governo di liquidare la Mafia, piuttosto che al sensibile spostamento a destra di tutti i partiti politici occidentali, il quale è pure contemporaneo all'irrigidimento del mondo produttivo su posizioni supercapitalistiche: "...oramai certi uomini di sinistra, tra gli altri di sempre, sono di una versatilità straordinaria nel collocarsi a piacimento tra Mussolini e Garibaldi, e caratterizzati dalla volubilità tipica di chi si concede ai potenti di turno per rimpiazzarli, facendo ricorso a qualunque mezzo e alla prevaricazione delle regole democratiche e costituzionali di cui si fanno maestri e ambasciatori." L'impossibilità dei numeri per l'elezione di un presidente di destra, l'eterogeneità delle sinistre e la polarizzazione della DC, ha indotto qualcuno ad approfittare della circostanza per assicurarsi qualche vantaggio, nella speranza di provocare (nel migliore dei casi) uno slittamento ulteriore verso destra, e ottenere (nel peggiore dei casi) la paralisi del programma antimafia e del processo antitangente innescato da Di Pietro, grazie al quale si sta dimostrando fondata la tesi secondo cui il debito pubblico è almeno pari ai denari che la maggioranza dei politicanti e dei loro appaltatori hanno intascato e portato in buona parte all'estero. E' lecito diventare americani o svizzeri, ma non portando all'estero i denari dello Stato. Non è escluso che per pagare il debito pubblico si farà ricorso alle solite mistificazioni, e quando più o meno i soliti avranno versato per l'ennesima volta i denari per pagari i debiti dello Stato, si saranno probabilmente prodotti nel frattempo nuovi buchi a motivo dei milioni di ratti presenti nel Belpaese e si chiederà la svendita del patrimonio pubblico, la privatizzazione dei servizi e infine la riforma costituzionale in un senso autarchico. E' scontato dove si vuole arrivare e quando ci si cimenterà di fatto a riformare la Costituzione mancherà un tempo limitato all'instaurazione di una dittatura supercapitalistica. Forse si otterranno alcuni successi contro la Mafia, ma le forze schierate in campo sembrano teoricamente destinate a creare molte altre vittime illustri specialmente in campo cattolico, ma anche tra i laici che si opporranno all'avanzata delle forze oscure dell'autarchia. Sommando onorevoli di Mafia e tangenti, il moribondo che non si riusciva a seppellire è stato rimesso in piedi, però zoppicante verso destra e trascinato dalla sinistra, nel timore che un radicale tentativo di seppellimento potesse poi significare più che uno zoppicamento a destra, col risultato di un'anticipazione di una breve fase della già prevista collaborazione con il PDS. L'uccisione dell'On. Lima ha probabilmente indicato che si è decisi a promuovere lo spostamento dell'asse politico italiano a destra, per cui sia la Mafia che la politica devono ridisegnarsi e rapportarsi l'una all'altra secondo nuovi schemi e tali da non contraddire il nuovo corso. Se quanto detto precedentemente a proposito dell'uccisione dell'On. Lima è stato correttamente interpretato, dovrebbe esser chiaro che non si è voluto, a pieno titolo, attribuire l'omicidio ai servizi segreti, anziché alla Mafia. Se si rileggono alcune parti degli inserimenti precedenti, si noterà che non si è trascurata l'evidenza di uno scontro tra poteri mafiosi in relazione alla tradizionale partecipazione delle famiglie alle elezioni, così come non è stata ignorata la relazione quarantennale del potere politico con poteri illegali, senza però concludere che non vi siano stati ripensamenti e pentimenti da parte d'importanti uomini politici, i quali, di fronte all'acuirsi dello scontro tra poteri illegali ed etica sociale e democratica, non hanno voluto e potuto aderire a un ulteriore aggravamento del livello di criminalità e illegalità politico-mafiosa. E' possibile anche che di ripensamenti ve ne siano stati pochi e che invece le punizioni siano state provocate dai comportamenti poco grati alle forze alleate durante il conflitto nel Golfo Persico. Se si è pensato a una partecipazione dei servizi segreti, è stato a motivo di certe circostanze internazionali, di precedenti precisi e del tutto affini, di ammonizioni e minacce in codice, comparse sulla stampa nazionale ed estera, di cui si deve tener conto, come del contesto che caratterizza lo sfondo degli eventi storici. Alla vigilia delle elezioni di Aprile si minacciò l'uccisione di un eventuale presidente della Repubblica, ingrato. Quando però si dovette prendere atto dell'impossibilità di un immediato superamento delle tradizionali forze di governo, e dell'inevitabilità di una presidenza della Repubblica di stampo conservatore e ancorata alla Costituzione, è probabile che si sia puntato tutto sulla stipula di un compromesso che (in cambio del benestare a una presidenza di transizione) tendesse a congelare la cosiddetta Superprocura Antimafia e le indagini volte a ricostruire le connessioni tra Palermo, Milano e le banche svizzere, col risultato di uno scandalo finanziario non soltanto a Lugano e in Europa, il quale avrebbe evidenziato i legami tra politica, criminalità, poteri e servizi occulti. La definizione di mafiosità andrebbe certamente estesa ben oltre la Sicilia, benché si possa parlare di più livelli prevalenti, a seconda della zona, dell'attività e della tipologia criminale. Quando l'obiettivo è la destabilizzazione di un governo, oppure l'eliminazione di un'entità che minaccia la propria volontà di dominio, la collaborazione con la criminalità non è un problema. Giovanni Falcone è stato ucciso dalla Mafia, ma non soltanto dalla Mafia. Giovanni Falcone non era un uomo in gamba, bensì un costruttore della Patria: per questa ragione era candidato a essere immolato quale capro espiatorio. Si è voluto proporre l'ipotesi secondo cui i servizi segreti, non solo italiani, si sono resi permeabili a forze illegali, allo scopo di conservare o promuovere un potere che non è conforme né alla costituzione nazionale, né al diritto internazionale che regola le relazioni tra paesi occidentali alleati. La fine misteriosa di Enrico Mattei o l'assassinio di Aldo Moro non sembravano in relazione con la Mafia, né tanto meno coi servizi segreti. Il fondatore dell'Eni era però scomparso alla vigilia di grandi prospettive industriali per l'Italia: accordi con l'Algeria per il petrolio del Sahara entro quindici giorni; l'incontro imminente con Kennedy alla Casa Bianca e un contratto con la Esso subìto dai paesi che allora detenevano il controllo energetico mondiale. Troppe coincidenze! E' più credibile la versione dell'ex agente Kgb Leonid Kosolov, secondo cui "il cartello delle Sette sorelle e la Cia" incaricarono "Cosa Nostra e la Mafia" di eseguire l'attentato. Se ciò è vero, è difficile credere che Kennedy fosse al corrente della decisione di eliminare Enrico Mattei. Evidentemente non si voleva il decollo economico e la partecipazione dell'Italia al potere internazionale. La maniera migliore per gli U.S.A. di prevenire un'eventuale minaccia economica da parte dell'Europa, è quella di adoperarsi per l'autentica democrazia, lo sviluppo e la civiltà dei popoli. Se non sarà così, allora le profezie relative al Piccolo Corno, che ci si aspetta per l'Europa, potrebbero benissimo adattarsi agli Stati Uniti, giacché in ambedue i casi il carattere occidentale della quarta bestia non verrebbe compromesso, benché lo scenario europeo si presenti più verosimile e compatibile con le profezie apocalittiche. Se gli americani desiderano il primato apocalittico in quanto fondamentalmente europei, non è impossibile che vengano esauditi, e forse George Bush potrebbe rischiare di dimostrarsi utile in tal senso, benché abbia iniziato il suo mandato presidenziale all'ombra di Billy Graham e dichiarandosi protettore dei poveri. Si è già discusso altrove del carattere occidentale del Piccolo Corno, ma ci si è pure provati a escludere che la bestia dalle dieci corna rappresenti esclusivamente l'Europa riunificata, per il fatto che le categorie bibliche sembrano procedere in questo caso secondo criteri etnologici più che nazionali. In altre parole ci si dovrebbe attendere oltre alla riunificazione dell'Europa, anche una federazione occidentale. L'idea che il processo di unificazione europea e occidentale debba conservarsi o dimostrarsi, in tutte le sue fasi, democratico, potrebbe rivelarsi una vana illusione, perché la sua destinazione autarchica dovrebbe pur potersi ravvisare nei suoi documenti programmatici e costituzionali. E sono proprio le forze autarchiche già operanti - che hanno l'interesse a indebolire la vita democratica e mettere fuori gioco quelle istituzioni che ancora perseguono fini di giustizia sociale incompatibili con quelle regole più sfrenate del Capitale - che sembrano esigere sempre più sproporzionati termini di profitto per le loro speculazioni, e che avversano il disegno di un'Europa sociale che non sia il paradiso dei banchieri più superbi. Sempre più per pochi, fare soldi a tutti i costi è un reato dei più gravi, perciò gente come Di Pietro rappresenta l'altra faccia della medaglia della medesima battaglia all'origine della morte di Falcone. L'F.B.I. sta collaborando alle indagini sulla strage dell'A 29, nella quale sono morti Giovanni Falcone, la moglie e tre agenti di scorta. Si conoscono le famiglie dominanti della criminalità organizzata (Cosa Nostra, Camorra, 'ndrangheta), il numero degli affiliati (25.000), il giro d'affari (50.000 miliardi di lire) e il numero dei voti direttamente controllati nel Mezzogiorno (almeno un milione, pari al 10% del corpo elettorale). Si conoscono le aree d'influenza e i collegamenti internazionali. Cosa Nostra presenta un più accentuato carattere internazionale (Stati Uniti, Canada, Brasile, Venezuela, Colombia, Ungheria, Turchia), e rappresenta la componente mafiosa maggiormente indiziata quando si tratta d'ipotizzare connessioni con la politica e poteri interessati alla destabilizzazione dello Stato. La Mafia non si fa scrupolo di colpire gli uomini che rappresentano lo Stato, come e quando vuole. Le famiglie però, benché conosciute, godono di tutte le prerogative costituzionali, oltre a quelle che travalicano la legalità. Il codice di guerra in uso è alquanto strano, specialmente perché si riferisce a uomini d'onore: da una parte la legge dei magistrati e delle scorte indifese, dall'altra il tritolo. Tutto ciò è risaputo! Le indagini degli inquirenti dovrebbero procedere all'acquisizione dei dati e delle informazioni in possesso di Giovanni Falcone al momento della strage, nonché alla conoscenza dei legami tra Mafia, politica ed economia, il che significa, per l'appunto, operare nell'ambito di una struttura antimafia subordinata a una superprocura, alla cui direzione forse è meglio nominare due o tre uomini affidabili e affiatati, anziché uno solo, in maniera da evitare strumentalizzazioni, pressioni, perdita di dati e paralisi dell'intera struttura qualora si verificassero altre stragi, così come è purtroppo prevedibile. Si apre una fase di lotta serrata tra forze rivali e modelli alternativi di potere, il cui esito forse è meglio tacere: la lotta è necessaria, ma Falcone non è né il primo né l'ultimo della numerosa schiera dei martiri della Nazione. Non si vuole dire che istituzioni politiche e Mafia coincidano e che esista un accordo formale tra quest'ultima e taluni servizi segreti, ma l'uso strumentale che l'una entità fa delle altre, ritrovandosi consenzienti su comuni obiettivi è proprio quello che diverse circostanze inducono a pensare. Che la Mafia abbia un progetto politico è scontato, così come parti imponenti della politica che conta ha progetti mafiosi, col risultato che tangenti, spese pubbliche gonfiate, appalti falsati rappresentano una dimensione di vulnerabilità e disfacimento della vita democratica, parallela all'esigenza di reciclaggio del denaro sporco ammucchiato dai colleghi mafiosi: si parte così da esigenze apparentemente diverse per collocarsi allo stesso tavolo di trattive per il dominio della scena politica all'indomani della sconfitta della democrazia. Grandi uomini della politica, della finanza e dell'industria che non soggiacciono a tali manovre non mancano, e il disfacimento non sembra ancora così scontato, ma temo che i pericoli per costoro cresceranno fino a passare dal tritolo ai magistrati all'eccidio diffuso di potenti intransigenti. Giovanni Spadolini sembra conoscere profondamente i motivi spirituali che caratterizzano la crisi politica internazionale in atto e che concernono direttamente lo scontro ideologico tra le ideologie dell'autarchia, l'Ebraismo e i suoi autentici derivati. Oscar Luigi Scalfaro, Presidente della Repubblica, rappresenta il cattolicesimo più integro e determinato, capace di laicismo nonostante la sua palese e talvolta prorompente confessionalità. Forse si apre una fase di scontri che significherà perdite illustri, specialmente sul versante cattolico, prima che il nuovo corso della politica occidentale si consolidi su posizioni ben poco compatibili con gli ideali costituzionali e i valori democratici ed etico-sociali. In un clima di conflittualità civile e politica, l'Europa e l'Italia in particolare, esigono una risposta compatta e coordinata della cristianità nel suo complesso, ma temo che anziché produrre compattezza e coordinazione, essa si ritroverà ad assistere alla migrazione del Cristianesimo dall'Europa. Nella riscoperta delle sue radici ebraiche e della sua affinità (se non identità) col Giudaismo, il Cristianesimo potrebbe trovare il giusto codice e la base ideale per ritornare a una comune identità ecumenica, senza sacrificare la rivelazione biblica, la quale rischia costantemente l'addomesticamento, allo scopo di adeguarla a interessi e strategie confessionali di supremazia, i quali in nome del pluralismo e del praticismo di una sedicente semplicità religiosa, promuovono un'unità fittizia che non risolve le fondamentali diversità teologiche. L'autentico ecumenismo non permetterà a nessuna delle chiese cristiane di riuscire in manovre propagandistiche, in retoriche pseudoecumeniche e in strategie di primato. Il ritorno della cristianità alla chiesa primitiva di Gerusalemme implica la disponibilità ad abbandonare le proprie scatole dogmatiche per ritrovarsi a condividere l'unità della fede, i cui contenuti dogmatici non sono integralmente rappresentati da nessuna delle confessioni religiose oggi attestate sul pianeta. Il tempo in cui il Cristianesimo (inteso quale messianismo ebraico) abbandonerà le coste d'Europa potrebbe non essere così lontano. Quanto agli ebrei sparsi per il mondo, chiunque non voglia rischiare l'esclusione dalle profezie del ritorno in patria e ritrovarsi vittima di nuovi nazismi, farebbe bene a discernere i segni dei tempi, onde evitare avventure di ritorno fuori tempo in Israele.
    Ultima modifica di Tomás de Torquemada; 25-04-10 alle 00:43

  7. #7
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    Predefinito Rif: MD CODE (Estratti)

    L'MD CODE sostiene la tesi che il "Piccolo Corno" sia di origine "romana" e che per "Roma" si debba intendere l'insieme delle maggiori dieci entità etniche che componevano l'Impero Romano. La convinzione di fondo è che questo leader profetizzato nel settimo capitolo di Daniele sia un grande "trust" economico-finanziario in grado di trasformarsi in potere politico prima ed in forza religiosa dominante dopo.
    Non farò nomi, ma devo ammettere di aver favorito nel tentativo d'individuazione dell'MD CODE un personaggio italiano che da decenni sembra presentare caratteristiche assolutamente "calzanti", ma allo stesso tempo può essere che questo personaggio faccia da paravento a qualcuno che invece deve crescere e preparare i suoi disegni nell'ombra.



    Dal punto di vista dell'MD CODE, il tempio giudaico a Gerusalemme dovrebbe essere ricostruito in seno alle condizioni di un accordo di pace.

    Mentre per anni ho seguito con speciale interesse gli eventi di politica interna con un occhio all'escatologia, altre soluzioni alternative si sono fatte strada.
    Il Cavaliere sembrava lanciato nella traiettoria di una maggiore influenza nella politica mediorientale, ma siamo al punto che vicende "goliardiche" ed interessi personali hanno prodotto in me un certo scetticismo, in quanto mi sembra incredibile che il Piccolo Corno debba perdersi in tanti teatrini inutili e patetici, mentre gli obiettivi fondamentali sembrano totalmente negletti.

    L'ipotesi "cavalleresca" è comunque ancora in piedi, in quanto la prevista fenomenologia neroniana è pur sempre indicativa anche se ipertrofica, ma un'altra pista ha attratto la mia attenzione.

    http://www.youtube.com/watch?v=o5qAV...layer_embedded

    Muslim leader wants Temple rebuilt
    Muslim Leader Wants Temple Rebuilt at Catch The Fire Ministries
    http://www.pakistan.tv/videos-jewish...Gyq80LkWk].cfm

    Come un leader possa mettere assieme i pezzi richiesti dall'escatologia ed il fatto che vi sia attorno un inedito movimento sincretista col proposito di ricostruire il tempio giudaico, non è cosa da far passare sotto gamba.
    Ultima modifica di david777; 02-10-10 alle 04:36

  8. #8
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    Predefinito Rif: MD CODE (Estratti)

    Il Tempio è la mente di Dio che si è fatto Uomo.

    La ricostruzione del Tempio di Gerusalemme corrisponde alla ricostruzione di tale coscienza.

  9. #9
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    Predefinito Rif: MD CODE (Estratti)

    Citazione Originariamente Scritto da GNU-GPL Visualizza Messaggio
    Il Tempio è la mente di Dio che si è fatto Uomo.

    La ricostruzione del Tempio di Gerusalemme corrisponde alla ricostruzione di tale coscienza.
    Hi GNU-GPL - La tua dichiarazione mi ricorda Giovanni 1: 14 - Il Verbo che viene a "tabernacolare" tra gli uomini. Nel caso della ricostruzione del prossimo tempio - non la versione di Ezechiele - si tratta però di una operazione finalizzata all'affermazione strategica della "Città dell'Uomo", prima dell'avvento del Regno di Dio e del legittimo tempio di Ezechiele. Il sincretismo che il prossimo tempio a Gerusalemme produrrà sarà manipolato ed indotto dal Piccolo Corno, onde affermare il suo potere globale e sedersi in quel tempio quale divinità imperiale.
    L'evento è previsto nelle profezie apocalittiche da tempi remoti.
    La buona notizia è che dopo arriva il vero Ordine Globale.

    Citazione Originariamente Scritto da david777 Visualizza Messaggio

    … Il passaggio dall'economia di mercato secondo forme liberal-democratiche a quelle socialdemocratiche dovrebbe essere graduale e quasi insensibile, fino al punto da risultare osannato e benvenuto a causa delle ricorrenti crisi economiche e danni all'occupazione. La funzione delle recenti crisi ed eventualmente di altri disastri economici od anche geopolitici sarebbe proprio quella di persuadere il mondo e portarlo ad osannare un governo mondiale, per finalmente dare un accorato benvenuto alla nuova era messianica, dicendo: "Finalmente Pace e Sicurezza."

    Non credo affatto che Tremonti e Draghi siamo totalmente a digiuno di tali fatti in via di ulteriore progressione ed all'insaputa dei cittadini, così come non credo che Putin e Berlusconi ne siano estranei.

    Anzi l'ipotesi che vi siano precisi accordi e combutte è "estremamente verosimile, tanto da spiegare il senso di ottimismo ed ostentata confidenza con cui si trattano le questioni di governo e giustizia.

    Un mondo nuovo sta prendendo forma ad una velocità senza precedenti.

    Naturalmente per l'MD CODE è tutt'altro che una sorpresa, tanti sono i dettagli ed i procedimenti in esso contenuto a tal riguardo.

    L'MD CODE spiega anche quel che viene dopo e come arrivarci. Ma chi avrà orecchio per udire? Presto inserirò nel thread dell'MD CODE quelle parti che riguardano il post di oggi e rimanderò al suo link.

    Il Bilderberg Group poteva essere una positiva e proficua "istituzione" se non vi fosse stato l'ennesimo conflitto d'interesse ed il progetto di raggirare le regole democratiche a fine di potere oligarchico ed autarchico.

    Se la Natura Umana fosse stata capace di realizzare il governo ideale, piuttosto che al contrario costruire un governo diabolico e globalmente corrotto e dispotico, allora non ci sarebbe stato bisogno del Regno di Dio e della evangelica "Rigenerazione" ad opera della Grazia per la Passione e l"Incarnazione di Gesù Cristo. I conti devono tornare, e dunque, quando vedrete tutte queste cose sappiate che il Regno di Dio è alle porte.
    The Bilderberg Group: fact and fantasy - Telegraph

    E' dunque legittima la Missione in Afghanistan?

    Peggio il peggio che il meno peggio e date a Cesare [e Pax Romana] quel che è di Cesare. Se armare è inevitablile per evitare il peggio è ovvio che si deve armare.
    I riferimenti alla "GLOBALIZZAZIONE" sono molti nell'MD CODE e dunque ne ho estratto solo i primi che sono venuti fuori dalla ricerca. Ho preferito questa volta riportare il testo per esteso piuttosto che semplicemente rimandare come ho già fatto prima nel thread con un link all'MD CODE.
    http://forum.politicainrete.net/esot...ml#post1499423

    Dall'MD CODE

    Le previsioni economico-politiche e le implicazioni sociologiche relative all’assetto internazionale ed all’ordine autarchico che precedono l’avvento del Regno di Dio, quali emergono dalla tradizione apocalittica in relazione alle profezie del libro di Daniele, rappresentano un importante riferimento del presente lavoro.
    Tra le previsioni che potrebbero farsi risalire al libro di Daniele, ed a cui si dedicherà maggiore spazio nelle pagine seguenti, è l’organizzazione di un ordine internazionale del pianeta, la cui realizzazione esige il sacrificio di tutte quelle religioni, sistemi e correnti di pensiero ed ideologie che perseguono ideali di tipo teocratico e monoteistico, ed in genere di disegni politici, il cui contenuto sociale è tale da escludere il principio dell’autarchia.
    A partire dall’ipotesi di tale previsione, qualunque fondamentalismo teocratico non ha nessuna speranza di globalizzazione del governo planetario, prima che l’autarchia del Piccolo Corno venga sconfitta senza opera di mano d’uomo. Che il Regno di Dio potrà coincidere con uno dei fondamentalismi teocratici noti è molto improbabile, anche se non teoricamente escludibile. L’ipotesi di una soluzione delle ingiustizie, delle oppressioni e dell’instaurazione di un ordine mondiale confessionale, che preceda i tempi dell’avvento del Regno di Dio menzionati da Daniele, e che proceda dalla forza di una delle grandi religioni monoteistiche, è esclusa. E’ verosimile che l’Islam ed il Cattolicesimo, più che altri, si cimenteranno eroicamente nell’opposizione all’autarchia, con un esito che si preannuncia però funesto. Quanto alle ideologie politiche laiche, sociali e democratiche, prive però di riferimenti spirituali, è prevedibile una massiccia assimilazione autarchica, da una parte, e la decisa resistenza di quelle entità, le cui convinzioni non sono animate da esclusivi interessi economici.
    E’ inevitabile il graduale passaggio dal laicismo democratico delle più avanzate società occidentali, all’autarchia. Perciò è anche prevedibile che ogni programma militare di liberazione teocratico-fondamentalista si traduca in un distruttivo e straziante fallimento, contribuendo anzi ad aggravare le oppressioni alla vigilia o anche dopo l’avvento del Piccolo Corno, perché ogni nuova occasione di guerra o di grande dispendio di risorse, si dimostrano puntualmente quali alibi, sia per gli statalismi sociali che per i poteri privati, per opprimere, licenziare, rubare, tassare, arricchirsi e perfezionare la strategia per l’internazionalizzazione del sistema vincente. Nella misura in cui i popoli, le ideologie e le religioni verranno fittiziamente e strategicamente acquisite al pluralismo ed alla democrazia, si potrà contribuire a determinare quelle condizioni di confusione, commistione ed abuso che sono necessarie al progetto autarchico.
    Vi sarà modo di riprendere l’argomento, ma per il momento vorrei far notare che la bestia che sale dal mare di Ap. 13, (la quale è l’equivalente del Piccolo Corno di Dan. 7) possiede alcune caratteristiche delle tre bestie precedenti. Il fatto che la quarta bestia sia di origine occidentale non significa che il potere di quest’ultima non possa dislocarsi ed implicare il coinvolgimento, l’assimilazione e la parziale e vigilata ricostituzione dei poteri delle precedenti tre bestie. Ciò non potrà però verificarsi sulla base d’ideologie che non siano compatibili con il programma autarchico, e tanto meno in relazione a qualsivoglia dei fondamentalismi attestati attualmente in seno al monoteismo. Le azioni rivoluzionarie dei fondamentalismi sono sempre un’occasione per snaturare la vocazione della democrazia e dell’autentico pluralismo, per rendere ancor più esasperata la capacità del Piccolo Corno di divorare, calpestare e frantumare la terra. Ogni azione rivoluzionaria dovrebbe oggi rendersi conto che l’Occidente non può essere messo in discussione, ma per i testardi, esperti apparenti di messianismo, le sofferenze non sono mai abbastanza. Se i testardi guardassero più addentro alle profezie, essi potrebbero scorgere altre soluzioni per la salvezza dei popoli che rappresentano, e che rivestono, malgrado ogni tentativo di esplicazione, carattere esoterico e strategico, quale è ad esempio l’attesa messianica nel deserto dei profeti e del popolo di Dio.123
    Per il fondamentalismo, non solo cristiano, è indispensabile lo studio della letteratura apocalittica, onde evitare inutili avventure belliche ed adeguarsi ai principi della coesistenza democratica, lasciando alla storia ogni decisione sull’esito del confronto tra i modelli teocratici del monoteismo ed il sistema autarchico verso il quale le ideologie umane sembrano convergere. L’ordine internazionale autarchico sembra riferirsi ad una confederazione di 10 blocchi, di cui tre destinati a cadere, probabilmente per fondersi e rappresentare un undicesimo blocco, capeggiato da un re detto l’ottavo, ovvero il Piccolo Corno. Se la fusione di tre blocchi riguardasse l’Occidente, i prossimi sviluppi della politica internazionale saranno sorprendenti.



    Non si può negare che la quarta bestia del settimo capitolo di Daniele sia da identificarsi con l’Impero Romano, ma ciò che lascia perplessi è la tranquilla convinzione che la rinascita di Roma debba coincidere con i paesi europei piuttosto che con un sistema internazionale alla cui origine possa esservi Roma, ma senza limitare l’impero ai suoi tradizionali confini, essendo le razze europee ed i popoli aggregati alla cultura di quest’ultimi, diffusi in tutti i continenti: “Despite all... failures to form another Roman empire, we know that a rebirth will occur. Daniel predicted that during the last days a ten-nation confederacy will rise up from the remains of the old Roman Empire. Here are Daniel’s words: ‘Thus He said: The fourth beast will be a fourth kingdom on the Earth (phase I of the Roman Empire), which will be different from all other kingdoms, and it will devour the whole Earth and tread it down and crush it (Daniel 7: 23). The above prophecy refers to the first Roman empire. In the next verse, Daniel says: And as for the ten horns, out of this kingdom (ancient Rome) ten kings (or kingdoms) will arise... (Daniel 7: 24). So this second form of Rome, the fourth kingdom, will have 10 kingdoms ornations which will band together.” 53 L’identificazione dei 10 regni e del Piccolo Corno non è irrilevante ai fini della comprensione dei tempi messianici ed escatologici. Lindsey è convinto che “the European Economic Community was the beginning of the revised form of the Roman Empire predicted in the Bible.”54
    Col passar del tempo i paesi aderenti alla C.E.E. sono cresciuti oltre il numero di 10, ed inoltre l’idea che l’Europa, benché unificata politicamente nel prossimo 1992, possa giocare un ruolo di assoluto predominio, è resa inverosimile dalla dislocazione internazionale dei centri del potere economico, al punto da rendere più verosimile l’ipotesi che i 10 regni possano fare riferimento alle principali potenze economiche mondiali, in seno alle quali l’Europa potrebbe essere intesa nel suo insieme. La questione è rilevante per la discussione dei tempi messianici, perché, se la tesi di Lindsey fosse fondata, il 1992 rappresenterebbe un momento determinante del processo escatologico, oltre che la vigilia dell’avvento del Piccolo Corno. Lindsey trova che la predizione di Ap. 18: 11-18, “... indicates... that this empire will be an enormous industrial power with an incredible network of world trade (This is exactly what the E.E.C. is becoming).”55
    E’ comunque indiscutibile che, se la quarta bestia è l’Impero Romano, la sua riedizione, qualunque ne sia la forma, coinvolga in modo speciale l’Europa ed ancor più l’Italia, a motivo dei collegamenti diretti, culturali e territoriali, con la tradizione latina. Anche se i 10 regni non riguardassero nella globalità l’Europa, bensì 10 potenze mondiali, i tempi messianici non possono subire variazioni che possano ritardare l’avvento del Regno di Dio, compatibilmente con la previsione del villaggio globale entro la fine del millennio e gli inizi del successivo, benché non sia accertato che il numero delle sue componenti in entrambi i casi possa limitarsi a dieci. Il progresso economico, più che quello politico, procede speditamente, conforme al progetto di globalizzazione del pianeta. E’ ragionevole prevedere che il prossimo ventennio rappresenti il definitivo banco di prova per il profetismo biblico, il messaggio apocalittico, e dunque, per l’aspirazione messianica. Ai fenomeni economici relativi all’ascesa al potere dei 10 regni, Lindsey riconosce un’importanza nel corso dell’intero ottavo capitolo di The 1980’s: countdown to Armageddon, in termini tali da suggerire che lo schieramento delle forze ed i fenomeni culturali in fase escatologica interagiscano specialmente con il pensiero e l’azione economico-finanziaria.
    Se la tesi di Lindsey fosse fondata, il numero dei paesi che rientreranno nella federazione politica europea dovrebbe ridursi a 10 (eventualità improbabile, ma non inverosimile, qualora si considerino le continue e strategiche defezioni della Gran Bretagna), secondo una non casuale e decennale ipotesi del Time: “Should all go according to the most optimistic schedules, the Common Market could someday expand into a 10-nation economic entity whose industrial might would far surpass that of the Soviet Union.”56 Lindsey, prevedendo un numero di nazioni europee, unificate politicamente, alla fine non superiori a 10, cerca di giustificare l’evidenza di un dominio mondiale che vede al fianco dell’Europa altre superpotenze: “It is possible that more than 10 nations could at one point be admitted. But in the final stages, it will number 10.”57
    Lindsey, chiamando in causa Ap. 17: 9, 18, ritiene che Roma sarà la capitale delle 10 nazioni europee confederate. I Testimoni di Geova (le cui teorie apocalittiche andrebbero esaminate più attentamente), risolvono il problema applicando agli anglosassoni quelle previsioni che Lindsey attribuisce agli europei in genere: “La bestia selvaggia di colore scarlatto ha dieci corna. Almeno uno di queste corna era sulla settima testa, possibilmente due corna, in quanto questa settima testa raffigurava una duplice potenza mondiale, l’alleanza della Gran Bretagna e dell’America. (Si paragoni Daniele 8: 20-22). Nel giorno di Giovanni quella simbolica settima testa non era ancora arrivata; e ne era quindi assente il suo simbolico corno...”58 L’impressione è che l’interpretazione che viene fatta delle predizioni apocalittiche, attribuendo ora ad un continente ora ad un altro le profezie relative al Piccolo Corno, rifletta particolari tradizioni e soggettive esperienze, passate o presenti, di disagio o persecuzione, per cui il rischio consiste nel forzare il testo apocalittico e rendere ancor più problematica e confusa l’interpretazione di predizioni già di per sé difficili, in quanto quest’ultime vanno esaminate in conformità coi termini e le norme della ricerca scientifica, evitando però di soggiacere agli squilibri delle mode culturali del secolo.


    E’ vero che gli eventi descritti in Zacc. xii, 10-14, xiii, 8, 9, xiv, 1, 2 riguardano il rimanente d’Israele e Gerusalemme in particolare,116/b eppure, giacché i brani apocalittici dove si promette la liberazione escatologica sia al Rimanente che alla Chiesa risultano legati agli stessi tempi ed alle medesime vicende, dovremmo aspettarci che quest’ultime entità, solo formalmente separate ma facenti parte del medesimo popolo spirituale,116/c condividano l’afflizione fino al momento della liberazione.
    Se fosse altrimenti perché la Chiesa adotta i discorsi profetici di Cristo quale riferimento escatologico, nonostante il loro carattere ebraico e la funzione di collegamento tra l’apocalittica giudaica di Daniele e Zaccaria e l’Apocalisse di Giovanni?116/d Il fatto che al verso 17 di Ap. 12 si faccia menzione del resto della progenie della donna che ha la testimonianza di Gesù, è più che un indizio della presenza della Chiesa nel mondo durante la tribolazione: per una buona parte della cristianità un’ulteriore motivo per non illudersi di potersi dedicare agli affari occidentali fino alla vigilia della riforma autarchica, pensando poi di trasferirsi in cielo giusto in tempo per evitare le devastazioni planetarie e le conseguenze del distruttivo e squilibrato sistema politico, che illustri ed ortodossi cristiani stanno contribuendo ad edificare, ricavandone utili quite remarkable. Non si tratta di un pretesto per una condanna indiscriminata del liberismo economico, piuttosto che di una legittima occasione per confermare che l’apocalittica non è quella cosa che serve a consolare coi beni celesti quei cristiani che, abusando dell’economia occidentale per condividere le spoglie dei poveri coi potenti di turno, contribuiscono illustremente a snaturare la tradizione liberale e sociale del liberismo moderato in sistema dispotico, disumano ed autarchico di mercato.
    Altri sistemi dispotici ha conosciuto la storia, ma di veri ed onorevoli candidati all’autarchia, in grado di pilotare lo sviluppo economico e tecnologico e soffocare ogni resistenza, non ve ne sono più di uno da potersi confondere, benché alcuni fondamentalismi politico-religiosi e residui di comunismo siano ancora in grado di tentare rovinosamente e disperatamente una disfatta dell’Occidente. Non è il liberismo economico, sociale e liberale che si vuole biasimare.
    Sono invece i comportamenti asociali ed esasperati del liberismo ad indicare che le entità autarchiche stanno fagocitando l’Occidente, facendo leva sulla brama di potere di uomini essenzialmente scadenti, ma raffinati e brillanti nel perseguire con arroganza i propri fini di dominio (falsi democratici, laici, liberali o socialisti che siano, i quali stumentalizzano talvolta lo stato sociale, altre la libertà di mercato ed infine la confusione dei cittadini di fronte ai molti ladri della Patria, dei quali essi sono i più esperti e scaltri esponenti) servendosi della tecnologia, dell’economia e dei mass media.
    L’apocalittica intende ricordare, per Statuto Costituzionale Eterno, che l’uomo vive dei doni di Dio, al quale appartengono tutte le cose, essendo il Signore dell’Universo, e che nessun uomo può impadronirsi di ciò che gli appartiene, dichiarandosi, impunemente, divino autarca del mondo e privando gli uomini dei doni, dell’immagine e del Regno di Dio.

    4. Il settimo capitolo di Daniele: elementi esegetici.
    - Verso III -

    La rappresentazione simbolica delle potenze pagane quali bestie rapaci o mostri mitologici è comune nell’A.T.,117 un cui elaborato uso compare nella visione di Enoch.118
    Il contesto dell’emersione delle quattro bestie è quello di un mare turbolento prodotto dal conflitto dei venti e motivo di agitazione per l’umanità: “A certain preparation is intended when God offers to the eyes of his Prophet a turbolent sea produced by the conflict of the winds. Just as if he should say - after these troubles others shall spring up; thus men will wait for peace and tranquillity in vain, for they must suffer under fresh agitations. Now, the kind of trouble is expressed, by the words, four beasts proceed out of the sea. Hence that concussion, those storms, and that confused disturbance of the whole world through one kingdom succeeding to another.”119 Che l’agitazione sia rovinosa, globale e sintomatica, in misura crescente, del succedersi delle quattro bestie, è suggerito come segue: “It can scarcely happen that any kingdom can perish without involving others in its ruin. A single edifice can scarcely fall without the crash being heard far and wide, and the earth seeming to gape at its overthrow... Hence in this verse Daniel shews how the world is like a troubled sea, since violent changes among its empires were then at hand.”120
    Che il mare agitato dai venti rappresenti il mondo è condiviso da Girolamo: “Il mare, invece, sta a indicare questo nostro mondo attuale121 che trabocca di acque salse e amare, appunto come lo intende il Signore nella parabola della rete gettata in mare.”122 La connessione apocalittica tra il mare ed il drago viene confermata da Girolamo: “Per questo anche il drago lo si chiama il re di tutti gli esseri esistenti nelle acque,123 quello al quale - secondo David - vengono schiacciate le teste nel mare,124 e del quale Amos dice: Se scenderà nella profondità del mare, laggiù darò ordine al drago di morderlo.125
    La IV bestia non appare omogenea dalle descrizioni, benché “il ferro misto all’argilla” risulti comunque di una forza capace di globalità.126 Il Gaebelein ricorda anch’egli la corrispondenza simbolica tra il mare e le nazioni, citando Apocalisse 17: 15 ed Isaia 17: 12.127


    La generalità dei commentatori e degli esegeti appone il proprio sigillo sull’eterogeneità della quarta bestia, oltre a riconoscerne l’origine occidentale, la quale è riconosciuta dallo stesso Montgomery, benché non nel senso del fondamentalismo.163 Certamente non meno determinato del Montgomery, Girolamo è ancora tra i primi riferimenti di opposizione fondamentalista nell’affermare al primo impatto la tesi secondo cui la terza bestia altro non è che il regno macedone, in equivalenza al “ventre ed ai lombi di bronzo” di Dan. 2: 32.163 E’ logico attendersi da coloro che hanno riconosciuto nella prima e nella seconda bestia i Babilonesi ed i Persiani, che riconoscano ora che nel regno macedone l’unico candidato ad essere rappresentato dalla terza bestia, a meno che non si voglia comprimere il simbolismo delle quattro bestie, estinguendone la portata al tempo dei Maccabei, e comunque prima dell’avvento dei Romani sulla scena del potere.
    La prima impressione è che non manchino tra i conservatori coloro che non si rendono conto della posta in gioco, o forse semplicemente, che non colgono la dinamica della progressione del simbolismo apocalittico, lasciando pericolosamente aperta la questione, col rischio di farsi scalzare nel momento in cui si deve operare il passaggio tra quarta bestia e l’attualità di quei derivati che sono essenziali alla resa escatologica del libro di Daniele: “La terza bestia che sorge dal mare è un leopardo o pantera, un animale noto per la sua velocità ed agilità... Le quattro teste non rappresentano i quattro re persiani menzionati in Daniele 11: 2 né i quattro successori delle conquiste di Alessandro, ma piuttosto, simboleggiano il carattere universale del regno, i quattro angoli della terra. In Daniele 2: 39 è affermato che questo regno dominerà sulla terra”.164 In realtà l’indefinizione di Young è soltanto momentanea e metodologica, perché al termine dei versi 1-13 egli fa seguire le varie teorie relative all’individuazione delle quattro bestie, esplicitando la sua propria posizione a tal riguardo, del tutto compatibile con quella di Girolamo.165 L’opinione che Ciro ha di se stesso, quale monarca delle quattro regioni, non implicherebbe il superamento dell’interpretazione “... of this beast as Greece, since Hipp.’s day, identified the four heads with the four kingdoms of the Diadochi.”166
    Calvino ha tentato l’identificazione della bestia, delle sue teste e delle ali, collegando le vicende storiche ai contenuti simbolici, perché, dopo aver passato in rassegna (come da manuale) le principali tappe ed i fatti salienti dell’impero alessandrino, egli scrive: “By four wings and four heads, Daniel means that partition which was made immediately after the death of Alexander. Now, therefore, we understand what God shewed to his Prophet under this vision, when he set before him the image of a leopard with four wings and heads.”167 Quando consideriamo la fine di tutte le parti coinvolte nella lotta per la successione ad Alessandro e la divisione del regno tra i generali sopravvissuti, non si può che associare l’idea del dissolvimento, ossia della volatilità, e del decentramento del potere, alle quattro teste ed alle quattro ali: “But four only survived, and so the whole empire of Alexander was divided into four parts. For Seleucus, whose successor was Antiochus, obtained Upper Asia, that is, the eastern empire; Antigonus, Asia Minor, with a part of Cilicia, and Phrygia, and other neighbouring regions; Ptolemy seized upon Egypt and a part of Africa; Cassander and then Antipater were kings of Macedon.”168
    Va notata (per essere altrove ripresa) l’evidenza di un’implicita ottica politologica che progressivamente va delineandosi nei capitoli 2, 4, 5, 7-12 di Daniele, secondo un crescendo simultaneo alla descrizione delle quattro bestie, fino all’avvento del Regno di Dio, quasi a sottolineare ed a confermare la necessità che la relazione, ovvero il conflitto, tra il regno dei cieli e le bestie terrene, vada posta in categorie teocratiche tali da poter essere decodificate, oltre che in termini teologico-spirituali anche in quelli familiari alla dottrina dello stato, dai vari codici ai molteplici ministeri, dalla sua struttura alle sue funzioni, inevitabilmente collegate ai temi della giustizia, del diritto, dello sviluppo globale ed imparziale. Il libro di Daniele rappresenta un costante richiamo a tali valori (perché la volontà di Dio “sia fatta in terra come è fatta nel cielo”), piuttosto che una delega al pietistico disinteresse per il mondo in attesa del regno futuro. E’ proprio il simbolismo utilizzato per le bestie e la sovranità di Dio sulle vicende di quest’ultime che inducono all’idea di una religione che si occupi di etica sociale e dello sviluppo, nonostante ciò debba significare la traduzione dei principi spirituali del Regno di Dio in termini politici, e benché quest’ultima operazione vada elaborata specificamente a motivo della tecnicità dei suoi contenuti. Il libro di Daniele è perciò un ostacolo per i teologi del disimpegno etico-sociale e politico, per i distruttori di una religiosità intera, per i dissacratori ed i mistificatori dei valori spirituali, per gli emissari del potere temporale delle bestie, animati dal disegno di rendere bestiale anche la religione, pur assecondandone la forma, affinché la seduzione sia palese solo quando ormai la cristianità è condotta oltre i tempi e la legge.
    La logica bestiale è la lotta per la sopravvivenza ed il dominio per non farsi dominare: in tale formula si racchiudono tutte le mostruosità politiche, economiche e sociali della storia umana. Ai nostri giorni tale logica continua a seminare ingiustizia, sofferenza e distruzioni, perché umanamente sembra non vi siano alternative alla possibilità di dominare o farsi dominare. Un despota è detto illuminato, quando pur sapendo che i deboli devono pagare più di tutti per garantirsi la simpatia e la collaborazione dei forti, egli trova la maniera per porre dei limiti all’ingiustia ed alle sofferenze. Un despota illuminato deve spesso far fronte a molte congiure di palazzo, perché l’avidità non si accontenta delle mezze misure, in quanto acceca e rende vili, disumani, superbi e presuntuosi. Gli statisti che rubano il meno possibile, anche se spesso e volentieri, accontentano molti ricchi e tanti poveri, ma non coloro che vorrebbero rubare tutto e per sempre. Così oggi in economia v’è la tendenza non a chiedersi cosa sia giusto per una nazione, bensì a predisporre le condizioni più convenienti per gli investitori, garantendo che la privatizzazione sia profonda e non implichi l’onere del deficit di bilancio dello Stato (ossia quella cosa che serve ed è servita ad arricchire la quasi totalità di coloro che compreranno lo Stato) e spese sociali, comunque e sempre, specialmente a carico dei cittadini più deboli e non integrati nei processi finanziari, perché altrimenti il paradiso finanziario non sarebbe competitivo. Quando la cristianità diventa complice del ricatto della logica bestiale, l’apocalittica viene anche tristemente ridotta a servire e consolare la brama di possesso del mondo e l’esigenza di farsi un’assicurazione privata con la bestia che comanda di qua ed il padreterno che comanda di là, in maniera che tutto possa essere cambiato in travel cheques validi all’altro mondo. La logica bestiale è ancora oggi logica di ricatto e di dominio: logica che penalizza pesantemente la vita di coloro che oppongono la logica del regno di Dio, rendendola ardua ed aliena, sia che si tratti di politica, di economia, di cultura che di chiese, sinagoghe, moschee e religione in genere. La situazione è sempre quella descritta nel vangelo di Luca xxii, 24-27, dove anche si spiega in cosa consista la divinità della vera grandezza in evidente contrapposizione alla logica della grandezza bestiale, a cui gli apostoli in qualche misura (forse inconsapevolmente) continuavano a far riferimento: “E tra di loro sorse anche una contesa, intorno a chi di loro doveva essere considerato il maggiore. Ma Gesù disse loro: I re delle nazioni le signoreggiano, e coloro che esercitano autorità su di esse sono chiamati benefattori. Ma con voi non sia così ; anzi il più grande fra di voi sia come il minore e chi governa come colui che serve. Chi è infatti più grande chi siede a tavola, o colui che serve? Non è forse colui che siede a tavola? Eppure io sono in mezzo a voi come colui che serve.” Similmente uno statista è realmente un grand’uomo nella misura in cui serve e non nella misura in cui signoreggia, benché la storia sia ricca di pagine dedicate alle mezze tacche.
    Il luogo comune è che il Protestantesimo debba coincidere con la promozione di un esasperato liberismo economico, oltre che con il rifiuto di un riconoscimento teocratico alla religione,169 ma a giudicare dalle conclusioni a cui giunge Calvino (il cui commentario sul libro di Daniele è certamente tra i maggiori) nella sua Istituzione della Religione Cristiana, il Protestantesimo dovrebbe fondarsi sull’etica biblica per realizzare con equilibrio gli ideali teocratici, così spesso soggetti agli abusi del fanatismo e della prepotenza. Si direbbe che alcuni signori vorrebbero strumentalizzare il Protestantesimo pensando con ciò di “liquidare” la nobile vocazione e la straordinaria portata dell’etica cattolica, allo scopo di sbarazzarsi, una volta riusciti nel loro intento, sia del Protestantesimo che del Cattolicesimo, come anche di ogni altro monoteismo che si prefigga degli obiettivi teocratici (dunque l’Islam ed il Giudaismo).
    Le sezioni del libro di Daniele relative alle quattro bestie ci dicono che, non soltanto non ci si può ritenere cristiani, (prescindendo dall’ortodossia della dogmatica tradizionale) ma neppure monoteisti se si rifiutano i valori della sovranità di Dio (impliciti negli assunti teocratici), sull’umanità ed il pianeta, senza eccezioni e limitazioni temporali.169 Quando, infatti, Calvino interpreta “Power was given to the beast” è al successo delle incredibili imprese politiche e militari di Alessandro che egli pensa, le quali però non sfuggono mai, dal punto di vista della sua visione teocratica, alla sovrana provvidenza ed al giudizio di Dio, assicurati alle bestie di tutte le epoche, come lo fu per Nebucadnetsar ed il discusso Belsatsar: “Alexander... engaged in battle with 150,000, then with 400,000, and then with almost a myriad. For Darius in his last battle had collected above 800,000 men besides camp-followers, so that there were almost a million with him... Fifteen or twenty leaders divided among themselves both offices and power, while no one dared to assume the name of king... But they soon afterwards united; and that was an admirable specimen of God’s Providence, which alone is sufficient to prove that passage of Scripture: He who sheds man’s blood, by man shall his blood be shed.170 His mother, at the age of eighty, suffered a violent death; his wife, Roxana, was strangled; his son perished miserably; Aridæus, his brother... was slain with the rest - in truth, the whole family of Alexander suffered violent deaths...”171 La stessa affermazione “le fu dato il potere” viene ad assumere nel commento del Bernini la forte coloritura teocratica che gli è propria: “... da Dio, da cui dipendono i regni della terra (cfr. Dn. 2,37; 4,14.22.29.32; 5,18-19.21-28).”172
    L’idea di un’autonomia della storia del mondo e, dunque, di una legittimazione dell’indifferentismo pietista, i cui aspetti liberistici di rado e molto difficilmente si distinguono dall’utilitarismo laico, è insostenibile quando si considera che persino le conquiste ed i progressi più formidabili, in ogni tempo, dipendono da Dio, secondo quanto anche Girolamo afferma, commentando il verso in esame: “... E portava quattro ali: nessuna vittoria, infatti, fu più fulminea di quella di Alessandro, il quale con una corsa dall’Illirico e dal mare Adriatico fino all’Oceano Indiano e al fiume Gange passò non tanto da una battaglia all’altra ma da una vittoria all’altra, e in sei anni pose sotto il suo dominio parte dell’Europa e tutta l’Asia. Le quattro teste, poi, significano gli altrettanti suoi condottieri divenuti suoi successori al regno: Tolomeo, Seleuco, Filippo e Antigone. L’espressione aggiunta: e le fu dato il potere, fa capire che dipese non dalla potenza di Alessandro, bensì dal volere del Signore.”173
    Uno stato laico può credersi autonomo pur dipendendo la sua esistenza dalla volontà di Dio. Il laicismo può dimostrarsi preferibile in alcune epoche, perché Dio sceglie i sistemi di governo in base alla maggiore capacità di garantire i principi etici del regno dei cieli. Quando le teocrazie rappresentano un grave pericolo per la coesistenza umana, essendo spesso animate dalla brama di ricchezze e dal fanatismo anziché dall’amore per i propri simili (ben oltre i limiti confessionali), è comprensibile che Dio scelga i governi laici, i quali però dovrebbero curarsi di non superare i limiti imposti affinché non degenerino in brame e fanatismi almeno altrettanto perniciosi, provocando l’estinzione della propria forma di governo.



    Piuttosto mi sembra significativa la parte che riguarda il ruolo delle banche e della finanza nella creazione pianificata di una crisi pilotata al fine di un potere globale, mentre il pesante impatto dei conflitti d'interesse, dei monopoli e delle riforme costituzionali in senso autocratico mi sembra sia stato già oggetto di citazioni dell'MD CODE in questo thread.

    Nel libro di Daniele esistono gli indizi del potere autarchico della quarta bestia ed i generici effetti di oppressione globale al livello socio-economico. ma è l’Apocalisse di Giovanni a rendere vivido il clima di violenza, idolatria e condizionamento che caratterizza il mondo durante il governo del Piccolo Corno. Se in Daniele la menzione dell’oppressione globale è sintetica ed essenziale, Giovanni l’apostolo riferisce la situazione del mondo alla vigilia dell’avvento del Piccolo Corno, quale crescendo, senza soluzione di continuità, di violenze, oppressioni, guerre, pestilenze, carestie e dissesti geologici.251 La visione introduttiva al Piccolo Corno è catastrofica sotto ogni profilo (sociale, economico, politico, ecologico, geologico, etico-religioso), a dimostrazione dell’incapacità dell’uomo a garantire il governo del mondo, nonché la tendenza di quest’ultimo all’oppressione, all’iniquità ed all’ingiustizia, il cui epilogo è la ricostituzione di un’autarchia bestiale, sicuramente propagandata quale legittima ed inevitabile soluzione al disordine ed ai conflitti, in seno ai quali vanno ricercate, anche in Italia, quelle forze risolutrici che sono alibi a se stesse. L’avvento del Piccolo Corno è la sostanza della restaurazione autarchica: un sistema economico impropriamente liberistico ed apparentemente laico è l’ipotetica dinamica di acquisizione graduale del potere; l’idea dell’inglobamento di partiti politici e confessioni religiose in seno all’ideologia autarchica, realizzata con l’arte della propaganda e dell’affascinamento; l’apparente riferimento al laicismo, affinché, reso laico il tutto, tutti siano pronti a riconoscere nel Piccolo Corno il primato del laicismo, per poi tradurre, insensibilmente, il laicismo in autarchia, specialmente quando giungerà il momento in cui l’indebitamento dei paesi del terzo mondo sarà irreversibile ed il tracollo delle banche verrà premeditatamente risolto con una neocolonizzazione militarizzata. L’apertura del secondo sigillo indica il fallimento dell’anagrafico ideale della coesistenza e della pacificazione.252 L’apertura dei restanti sigilli indicano inflazione monetaria, l’uccisione e la mortalità di una quarta parte degli uomini, dissesti geologici, scoramento e timore, diffuso tra i potenti, che il castigo di Dio sia imminente, a dimostrazione dello scoramento di fronte al disordine ed ai cataclismi. Il giudizio divino sembra iniziare prima ancora dell’avvento del Piccolo Corno, e quindi l’idea che quest’ultimo sia una soluzione è in realtà parte dello stesso giudizio. Seguono altri giudizi, innescati dalle preghiere del popolo di Dio, il quale anela al superamento della crisi globale ed all’avvento del Regno di Dio.253 Seguono le sei trombe: tempesta di grandine e fuoco ed un terzo della terra, degli alberi e della vegetazione, arsi; una massa ardente precipita nel mare; un terzo del mare diventa sangue, un terzo delle creature che vivono in esso periscono ed un terzo delle navi vanno distrutte; un terzo delle acque s’avvelena; un terzo del giorno e della notte rimane privo di luce; dal mondo sotterraneo fuoriesce un fumo che oscura il sole e l’aria, accompagnato da nuvole di locuste che tormentano gli uomini, ad eccezione del popolo di Dio; i quattro angeli incatenati presso il fiume Eufrate vengono liberati per uccidere un terzo degli uomini, servendosi di una cavalleria di duecento milioni di soldati, dotati di mezzi assimilabili a carri armati. Ciononostante gli uomini non rinunziano ai delitti, alla magia, alla prostituzione ed ai furti. La settima tromba annuncia l’imminenza del Regno di Dio e segue l’attività profetica dei due testimoni, i quali hanno il potere di tramutare l’acqua in sangue, di non far piovere sulla terra e colpirla con ogni sorta di flagelli.254 La prima menzione della bestia che sale dalla terra è in relazione ai due testimoni, i quali, quando avranno esaurito il proprio mandato, verranno da questi uccisi ed esposti alla vista dei popoli per tre giorni e mezzo, dopodiché verranno rapiti in cielo ed un decimo della città di Gerusalemme verrà distrutta da un terremoto, durante il quale settemila persone verranno uccise. Il mostro che uccide i due testimoni sale dal mondo sotterraneo e probabilmente coincide con la bestia che sale dalla terra del tredicesimo capitolo. Non si tratterebbe del Piccolo Corno ma di un suo collaboratore, perché è la bestia che sale dal mare dei versi precedenti che possiede le caratteristiche indicate dal settimo capitolo di Daniele.

    Mi sembra che non ci sia bisogno di ulteriori commenti, specialmente quando si considera che tutte queste citazioni arrivano dalla prima "edizione" dell'MD CODE tra il 1985 ed il 1988.


    Oggi direi che una global governance sia inevitabile e necessaria, e non ne metto dunque in discussione l'importanza dal punto di vista geopolitico, onde far fronte agli abusi economici, alle crisi politiche e di altra natura in giro per il mondo. Arriverei anche a dire che proprio nel Giudeocristianesimo - ma questo è stato già ammesso nell'MD CODE - i grandi strateghi del potere globale sono andati a pescare sostegno e complicità - e dunque corresponsabilità - nell'uso del liberismo economico prima e nei processi di transizione alla plutocrazia autocratica ben celata sotto l'etichetta di una socialdemocrazia globale in salsa europea.

    L'Ordine Globale è necessario ed è per questo che sarà ormai ragione di contesa tra la "Città dell'Uomo" e quella di DIO, il quale lascerà all'Uomo il primo tentativo per ragioni procedurali e giuridiche dal punto di vista della Giustizia divina e della necessità ultima di esercitare il Giudizio sul mondo.
    Ultima modifica di david777; 18-10-10 alle 01:26

  10. #10
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    Predefinito The Divine Nature of the Bride

    Interessante discussione in linea con la destinazione "escatologica" dell'MD CODE in http://www.youtube.com/watch?v=TOkOl...eature=related dove ho postato quanto segue:

    The full destination of the Bride in the Divinity is at the Celebration of the Marriage in the New Jerusalem - therefore all speculations about "idolatry" and "Sacrilege" is out of place and not according the promise to be "Like Him".

    If White and Huck want really deal with "Propserity Gospel" and achieve the reward with no rust, this is the topic for a book: "The Divine Nature of the Bride".

    Let them re-discover the Universal Royal Priesthood of all believer and keep away from Baalamism.

    White and Huck are right - not only: the divinity of the Bride is to destination for being adopted - not just on the paper - but according the divine nature of 2Pt.1 - The real issue is instead that the divine nature of the Bride and Her "Universal and Royal Priesthood" is constantly abused and humiliated with an illegitimate prosperity gospel focus on heretical 10% to an equally abusive unbiblical clergy, which is all the time focused in sucking for balaamite conflict of interest.

    The difference is that Jesus is the Logos - the Bride was created and then regenerated in His Nature and to be His Bride - the difference is not reversible and will be permanent in the Eternity - Least We Forget! Adopted Regenerated Bride doesn't mean lesser nature, because likewise a man doesn't pick a wife amongst the monkeys.

    Actually the title should be: "The Divine Nature of the Bride of Jesus Christ".


    http://www.youtube.com/watch?v=UYAqj...eature=related

    All late discovering of Christian Judaica around Daystar and Co. - as for all other mystical discovering - go back always to the same issue: super-anointed clergy, 10% to new Levites, racing seed for logarithmic reduplication, one way prosperity gospel, balaamite short memory for "Universal Presthood".
    I tell you verily: take it all because this is your reward in this and the world to come
    .
    Ultima modifica di david777; 19-10-10 alle 08:15

 

 
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