D. L’ANTROPOLOGIA DEL NATURALISMO (estratto al 50%)
La tesi secondo la quale l’antropologia debba necessariamente riferirsi allo studio dell’uomo in termini naturalistici, caratterizza la corrente maggioritaria, ma non è rappresentativa della scienza nel suo insieme: “Più usato, presentemente, è il termine naturalistico, ma non ha ancora un significato uniformemente accettato da tutti gli antropologi. La corrente più larga è quella che dà all’antropologia il significato di studio di tutto l’uomo, ma come potrebbe farlo un naturalista.” 81 Il De Quadrefages (1869) definisce l’antropologia quale “storia dell’uomo fatta come l’intenderebbe un naturalista che studia un animale”. 82 Il Martin (1914), nella sostanza, dà una definizione similare: “L’antropologia è la storia naturale degli ominidi nella loro espansione nel tempo e nello spazio”. 83 L’antropologia del naturalismo comprende, dal suo punto di vista, tutte le manifestazioni umane, fisiche o culturali. L’antropologia può essere fisica (la paleoantropologia: fisiomorfologia dell’uomo nelle variazioni individuali, razziali e sessuali), etnologica (la paleoetnologia: cultura, società e religione dei gruppi umani). Lo studio dell’uomo che pretendesse, partendo da premesse naturalistiche, di risolvere i maggiori problemi dell’origine della specie umana, verrebbe tacciato da alcune componenti della cultura (probabilmente alternative o non del tutto coincidenti con i criteri della ricerca scientifica del naturalismo) di presunzione o di temerarietà. 84 La comparsa dell’uomo sulla terra potrebbe essere spiegata solo risolvendo altre questioni relative alla natura dell’uomo ed al ruolo che a questi spetta in essa, il che è la medesima faccenda 85: “Questioni queste che la sola antropologia fisica non può risolvere senza il ricorso e l’aiuto delle altre discipline antropologiche, nonché della psicologia e della filosofia, insomma di tutte quelle scienze che hanno per oggetto l’uomo, visto da ogni suo lato, non solo naturalistico, ma filosofico e metafisico.” 86 L’antropologia e dunque il maggiore incrocio tra scienze sperimentali e discipline umanistiche (teologia, metafisica e filosofia in prima linea), perciò non ci si deve sorprendere se i contributi del naturalismo vengano proiettati in un contesto metafisico, specialmente per quanto riguarda gli studi cefalico-craniologici. La spiegazione antropologica che il naturalismo predilige coincide ordinariamente con le tesi evoluzionistiche, benché quest’ultime non escludano necessariamente le tesi della metafisica e dunque della tradizione biblica. Tornato in Inghilterra dal suo viaggio nelle Galàpagos, Darwin iniziò nel 1837 a stendere degli appunti sulla trasmutazione delle specie, e dopo aver letto l’opera di Thomas Malthus sulla popolazione umana, ebbe l’idea di una selezione naturale nella lotta o specializzazione per la sopravvivenza. 87 A. R. Wallace, anch’egli influenzato dall’opera di Malthus, ritenne che ogni specie viene ad esistere in coincidenza di tempo e di spazio con una specie preesistente cui è legata da una stretta affinità, nel senso che una specie deriva da un’altra per discendenza. Nel Luglio del 1858 Darwin e Wallace comunicarono le loro idee ad una riunione della Società Linneana. L’anno successivo, il 24 Novembre, fu pubblicata l’opera di Darwin: L’origine delle specie. Il principio della selezione naturale è all’origine di un modello culturale che opera da supporto ideologico delle società competitive, presso le quali il principio dell’individualismo rappresenta la dinamica del progresso, le cui vittime sono l’equivalente dei decessi o delle estinzioni di specie o di esemplari che il sistema biologico deve subire per garantire la sopravvivenza alle specie ed agli esemplari più forti o capaci di adattamento. E’ questa la relazione concettuale che rende l’idea della selezione naturale, quale capolavoro del naturalismo, perniciosa per la medesima sopravvivenza dell’etica giudeocristiana, che non sia una convenzione di regole sociali e deontologiche ad uso e consumo della selezione/competizione secondo però civiltà e buon gusto. L’antropologia criminale riguarderebbe in sostanza coloro che non attuano il modello della competizione e della selezione naturale secondo i termini delle convenzioni sociali maggioritarie, costitutive degli schemi etici correnti, per cui può risultare legittimo l’arricchimento a partire da iniquità e manovre politiche, amministrative o imprenditoriali, ma riprovevole la lotta tra cosche mafiose per il controllo di attività illecite, talvolta vitali per accedere a quelle lecite, e dunque convenzionali, pur essendo spesso la matrice ideologica fondamentalmente la medesima: la lotta per la sopravvivenza, ossia l’etica della non etica, ovvero della misura di un’etica inevitabile a motivo della presenza di specie geneticamente blasonate e specializzate nelle strategie di sopravvivenza, costrette a confrontarsi ed a coesistere il più cordialmente possibile. I metodi naturalistici dell’antropologia hanno dedicato molte ricerche alla scoperta delle caratteristiche somatiche e psichiche dell’uomo delinquente, talvolta ignorando che la demarcazione tra civiltà corrente e criminalità è così spesso estremamente labile, e riguarda tutte le razze, tutte le tipologie somatiche, così come tutte le morfologie e le capacità craniche. Il Cattolicesimo si è opposto, in particolare, all’antropologia criminale di marca lombrosiana estremista, la quale è stata ritenuta vincolata al pretto materialismo (determinismo biologico) ed in quanto tale rigettata. 88 L’antropologia criminale dovrebbe fondere l’insieme delle discipline a cui fa generalmente ricorso (biologia, psicologia, etnologia, demografia, sociologia, statistica, mesologia, razziologia) nell’orbita del diritto penale, consapevoli delle interferenze metafisiche e religiose, i cui apparati etici ed antropologici non tollerano l’affermazione pretestuosa di criteri alla base di una criminalizzazione delle tipologie umane, nella misura in cui queste sono distanti dalle caratteristiche ideali del tipo europeo o leucodermico, benché persino in seno a quest’ultimo vi siano ulteriori distinzioni, perennemente in bilico tra scienza e pregiudizio. L’insano presupposto che conduce al pregiudizio razziale ritengo sia l’idea, talvolta inconscia, di una superiorità genetica necessariamente in relazione alla costruzione socio-economica alla base del tecnologismo (talché un popolo che non produce computers, satelliti ed automobili si pretende che sia poco civile ed evoluto), ed alla morfologia anatomica e cranica, in particolare, secondo i criteri evoluzionistici della selezione naturale. A partire dai presupposti etico-biblici invece, un popolo può vantare la migliore produzione industriale ed essere nondimeno primitivo ed incivile. Altrettanto si può dire della conoscenza scientifica, sperimentale ed umanistica: se non determina rinnovamenti spirituali e non si costituisce entro categorie etico-sociali non giova a nulla ed è pura esercitazione od ostentazione della personalità naturale dell’uomo. Se la specie umana all’origine delle moderne società tecnologiche e capitalistiche fosse geneticamente superiore, più evoluta o più civile, non si spiegherebbe il fatto che la capacità cranica dei suoi esemplari non è mediamente la più elevata, se si prescinde dalla discussione relativa al cablaggio dell’encefalo, e dunque della sua qualità oltre che della quantità, la cui variabile riguarda però tutte le tipologie umane. 89 Probabilmente si vuole suggerire, riconoscendo più importanza agli indici del Retzius, che il dato decisivo in tal senso non è tanto la capacità cranica assoluta, quanto piuttosto la morfologia e le proporzioni della stessa, la cui idealità è però facilmente soggetta alle manipolazioni etno-culturali delle tipologie egemoniche. Ciò spiegherebbe i fenomeni d’imitazione europea anziché di quella eschimese, la quale potrebbe meglio rappresentare un modello craniologico di riferimento, almeno a seguito delle implicazioni socio-psicologiche determinate dal complesso dei significati intrinseci alla rilevanza che rappresenta nelle scienze evoluzionistiche il volume del cervello umano. E’ probabile che gli aspetti socio-economici delle società occidentali, all’origine della rivoluzione tecnologica, abbiano influito sui fenomeni d’imitazione del tipo più leucodermico della tipologia europea ed abbiano determinato il consolidamento di un pregiudizio razziale isterico di massa, tale da attribuire (anche inconsciamente nelle immediate relazioni interpersonali tra gli stessi europei) un’estrema importanza alle proporzioni craniche, al colorito dell’epidermide ai tratti somatici, unitamente a quel complesso di dettagli estetici che caratterizzano la vanità della civiltà dell’apparire. Se si è voluto distinguere una tipologia di classe A in seno alla razza europea, i fenomeni d’integrazione genetica di altre razze venute a contatto con gli occidentali, contribuiscono a sfumare ancor più la classificazione genetica dell’uomo bianco. La discriminazione, negli Stati Uniti tra neri di pelle scura e neri di pelle più chiara, evocata in film di Spike Lee 90 è un po’ l’equivalente delle contorte e mal celate discriminazioni esistenti tra gli stessi europei, che si accompagna storicamente ad un diverso livello d’integrazione nel sistema e nel processo di crescita economica, tant’è che si pone un’equivalenza tra dominio internazionale dei mercati ed egemonia sui modelli genetici di riferimento, al punto che la tipologia razziale è ordinariamente molto più determinante dei contenuti oggettivi dell’individuo, segnandone il destino, benché un esemplare egemonico ma riottoso possa essere meno fortunato di un esemplare di modesto lignàggio ma abile ed arruolato. Le implicazioni economiche del prestigio razziale sono verificabili: “I conflitti che nel film di Lee riguardano soprattutto differenze di sfumature di pelle sono stati ispirati da una più vasta realtà sociale. Il razzismo di ieri ha generato, oggi, anche una spiacevole gerarchia di valori tra i neri, spesso a dispetto delle loro intenzioni. Ma è stato inevitabile. La preferenza accordata nei posti di lavoro ai neri più simili ai bianchi nella pelle e negli atteggiamenti ha finito col creare strane divisioni.” 91 Una ricerca realizzata per conto dell’Istituto di Ricerche Sociali dell’Università del Michigan, ed altri più recenti dati statistici, hanno dimostrato “che il persistere di una discriminazione sociale tra bianchi e neri produce a sua volta una più insinuante discriminazione all’interno della stessa razza discriminata.” 92 La ricerca citata ha preso in esame oltre 2000 neri di pari istruzione scolastica, evidenziando una minore remunerazione del lavoro dei neri di pelle più scura, i quali guadagnano il 30% in meno dei neri dalla pelle più chiara. 93 Il prof. Michael Hughes ed il prof. Bradley Hertel hanno elaborato una ricerca, il cui titolo è loquacemente descrittivo della situazione dei neri negli Stati Uniti: “Il significato del colore rimane: uno studio dei cambiamenti verificatisi nella vita, nelle scelte matrimoniali e nella consapevolezza etnica dei neri americani.” Hughes ed Hertel sostengono che non ci sia alcuna prova che il colore della pelle abbia qualche rapporto con le doti intellettuali. L’affermazione, tradotta nei termini craniometrici dell’antropologia naturale relativizza la convinzione secondo cui il tipo europeo rappresenti il prodotto genetico più evoluto della presunta selezione naturale. Oprah Winfrey, approdata al successo televisivo ed alla ricchezza, ha riconosciuto di aver desiderato la pelle bianca, perché “socialmente trattata meglio”. 94 Le conclusioni a cui giunge il dott. Carol Cline sono valide sia per i bianchi d’oltreoceano che d’Europa: “Tutti sanno che i pregiudizi sono stupidi, ma la stupidità continua a imporre regole preferenziali.” (95a) L’antropologia del naturalismo procura, direttamente o meno, un diffuso pregiudizio verso le razze insufficientemente protagoniste dei destini dell’Occidente, il quale a sua volta produce criteri preferenziali incompatibili con l’etica biblica, anche se anche a prescindere dal pregiudizio e dalle preferenze, la nozione della selettività evolutiva si dimostra sufficiente a legittimare le competizioni, gli individualismi, i materialismi, maggiormente diffusi e strutturali nei paesi di tipo occidentale.
Inserimento al 30 Novembre, 1991.
Il razzismo quale pratica sociale e fenomeno culturale è un’arma che si rivolge prima o poi contro. Specialmente chi ha subito il razzismo dovrebbe guardarsi dal praticarlo, perché altrimenti ci si potrebbe trovare nella condizione di subirlo di nuovo più pesantemente. I neri sono stati umiliati ed asserviti ed ora non possono essere biasimati per il loro tentativo di riscattarsi, anche se facendo ricorso alla medesima violenza psicologica e culturale da loro subita. Al ritorno di Leonard Jeffries dall’Africa nell’Agosto scorso, contestatori giudei, ai quali non erano piaciute le affermazioni antropologiche dello studioso, hanno fatto bella mostra di cartelloni su cui compariva la frase: Jeffries is a racist pig. Ogni contestazione è semplicemente inutile perché siamo stati noi a produrre intellettuali animati dallo sdegno e dai sentimenti di offesa di quella parte dell’umanità che ha subito la nostra violenza sociale, psicologica e culturale. Leonard Jeffries siamo noi! L’unica maniera per evitare lo scontro con le forze rappresentate da Jeffries ed il conseguente rischio di stermini di massa, è piantarla con le menzogne pseudoantropologiche e con l’uso strumentale della religione. (95a/1)
1. Relazioni antropologico-culturali
Non s’intende concludere che il volume del cervello, anche a prescindere dalle tesi dell’evoluzionismo, e dunque le sue dimensioni, il cablaggio, e persino la tipologia non abbiano un’incidenza nella resa e nelle attitudini intellettuali applicate sia all’attività speculativa che allo studio particolare e semplicemente nozionistico o mnemonico delle scienze esatte. L’idea è piuttosto quella secondo la quale se non si sfugge alle radicali premesse naturalistiche è raro ed improbabile prendere coscienza del fatto che le qualità civiche e spirituali, oltre che una media capacità intellettuale, riguardano sicuramente tutte le tipologie umane in una misura potenziale sufficiente al riconoscimento di una comune e paritetica dignità umana, tale da garantire le possibilità sociali e morali di ogni persona. Quando il riferimento è l’antropologia metafisica è facile riconoscere che la spiritualità di un popolo o di un individuo dipendono essenzialmente dall’uso e dalla valorizzazione delle comuni dotazioni umane, secondo criteri relativi alla libertà e responsabilità individuali, piuttosto che alle geniali capacità intellettuali. Ciò andrebbe dimostrato, ma è specialmente l’esperienza sociale e spirituale a giungere a tali convinzioni. Non mancano in tal senso contributi antropologici del mondo accademico, specialmente in seno alla scuola di pensiero di Franz Boas. Il Chiarugi e il Bucciante si sono chiesti se “può il peso encefalico essere ritenuto l’espressione del grado di sviluppo psichico”. (95a/2) Quando si afferma che “le variazioni di peso proporzionali alla massa corporea sono l’indice della ripercussione della mole somatica sullo sviluppo dell’encefalo”, non si può negare che l’alimentazione e le condizioni igienico-sanitarie determinino la struttura materiale che rende possibile la resa e lo sviluppo dell’attività psichica, benché una tale struttura sia solo statisticamente collegata alle dimensioni encefaliche dell’uomo moderno, nella misura in cui le potenzialità corporee si traducono nell’utilizzo psichico dell’encefalo stesso. I limiti nutrizionali ed igienico-sanitari, uniti a fattori socio-culturali che riducono gli stimoli intellettuali, possono determinare dunque una perdita di energia psichica ed intellettiva persino negli encefali più voluminosi e pesanti, determinando nello stesso tempo delle psicopatologie, per cui quando si riscontrano “encefali di peso altissimo in individui di intelligenze non certo superiore alla media e talora idioti” si deve tenere in dovuto conto di tali incidenze. (95a/3) Si è riscontrato che effettivamente “individui di elevata intelligenza, e che esplicarono una grande attività intellettuale, hanno posseduto un encefalo più pesante dell’ordinario” e l’affermazione secondo la quale “al principio, che un considerevole volume del cervello sia il substrato morfologico di un’alta intelligenza, si può inoltre obbiettare che in alcune persone intellettualmente molto dotate ed anche in uomini di genio furono riscontrati encefali di peso non certo superiori e talora inferiori alla media”, non invalida affatto il rapporto tra volume cefalico e potenzialità intellettiva. (95a/4) Semmai può essere ammesso che encefali mediamente più piccoli, sono capaci, in buone condizioni di operatività, di genialità ed ottima resa psichica. Lo studio anatomico, se non adeguato alle osservazioni antropologico-culturali, rischia di trascurare i fattori socio-culturali nel rendimento cefalico, riducendone le potenzialità di origine volumetrica, benché in favore di una qualità strutturale, la quale potrebbe presentare indubbiamente una sua importanza, ma specialmente per quel che riguarda la funzione di supporto e non l’attività dell’encefalo in senso stretto: “Il peso del cervello non è adunque un criterio attendibile per giudicare del grado d’intelligenza di un determinato individuo della nostra specie. Il che lascia supporre che le differenze nelle attitudini psichiche dipendano, più che da differenze nel numero e nel volume dei neuroni delle zone associative del neopallio (§§ 186, 187), da altri caratteri più minuti, che sfuggono ai mezzi attuali di indagine, ad es. dalle intime qualità strutturali degli elementi istologici e dalla ricchezza delle connessioni esistenti fra i medesimi.” (95a/5) La ricerca antropologica di Franz Boas, risponde in qualche misura ai limitati mezzi d’indagine esclusivamente anatomico-funzionali, per integrare la discussione della questione alla luce di osservazioni ed indagini bio-sociali, al seguito dei quali, per quanto gli studi neurologici siano distanti dallo svelamento bio-anatomico dell’attività intellettuale del cervello umano, inteso nelle sue varie componenti destinate alle molteplici qualità e funzioni intellettive, è possibile suggerire l’ipotesi, sicuramente parziale e perfettibile, ma nondimeno ragionevole ed utile a stimolare una ricerca in tal senso, di una funzione che colleghi concettualmente le caratteristiche craniologiche di un cervello sano con le varie funzioni intellettuali, evidenziando il criterio secondo il quale le fondamentali qualità morali, intellettuali e spirituali non dipendono dalla geniale potenzialità cefalica. L’ipotesi ritiene che l’immediata energia intellettiva e psichica disponibile (Ed), includendo memoria, coscienza e concentrazione, corrisponda alla somma volumetrica (Sv) di ogni particolare componente dell’encefalo, preposta ad una specifica funzione intellettiva e psicologica, ed al cablaggio dello stesso, © purché estrinsecantesi in condizioni ottimali. Se la variabile (Vr) relativa a tali condizioni è soggetta alle limitazioni nutrizionali, sociali, igienico-sanitarie, economiche, ambientali, alle tensioni esistenziali e culturali, secondo l’accezione più ampia, è inutile, oltre che stupida e colpevole la criminalizzazione o la sottovalutazione pregiudiziale di una tipologia etnologica, o di un suo esemplare, perché è chiaro che la resa intellettiva e comportamentale viene caratterizzata negativamente al crescere della funzione Vr, a scapito del livello di coscienza, della piena manifestazione della personalità, della memoria, dell’apprendimento, della forza di concentrazione e dunque dell’energia psichica ed intellettiva, accompagnata eventualmente da fenomeni isterici schizofrenici, più o meno gravi a seconda dei casi. E’ al livello di tale funzione che s’interviene quando si vuole cercare d’inibire o controllare la resa intellettuale di un uomo, il cui pensiero od identità rappresentano una minoranza intollerabile per la maggioranza, il potere istituzionale o la cultura dominante. Al medesimo livello però l’individuo interessato, purché consapevole dei termini del problema, interviene per porsi nella condizione di un recupero energetico, nella misura in cui ciò è naturalmente possibile, onde sopportare il confronto con la realtà. Il fallimento di quest’ultimo tentativo significa avventurarsi lungo un percorso che conduce forse inevitabilmente all’esperienza psicopatologica, vissuta nella segregazione e nella solitudine, e comunque la sua riuscita non può evitare perdite di tempo, più o meno gravi, nella realizzazione dei prodotti intellettuali: ragion per cui, liberarsi dal panico del tempo che trascorre secondo i convenzionali calendari accademici o la nefasta e strumentale riduzione della cultura a nozione, è necessario principalmente per adeguarsi ai propri tempi e conservare il personale equilibrio psichico. Si ipotizza che la funzione Ed si riduca nella misura in cui l’apprendimento deduttivo-matematico (Dm) e l’attività del pensiero speculativo di tipo filosofico, oppure induttivo (I), rappresentano l’attitudine o il contesto in cui una nuova nozione va a collocarsi. (95b) Un programma televisivo condotto da Piero Angela ha chiarito come la craniologia non possa servire al pregiudizio razziale ed all’ipotesi che una tipologia umana sia inferiore ad un’altra, in quanto la dignità umana non deriva dalle capacità craniche, bensì dalle qualità morali e spirituali di cui ogni uomo può essere capace. (95c) Il genio, potenziale o manifesto, deve badare anch’esso affinché il contributo al progresso di cui è capace non si traduca in pregiudizio e distruttività contro la dignità dell’uomo ed i suoi autentici valori, pregiudicando la dignità propria prima che quella degli altri. Quale incidenza possa aver avuto la giudaicità di Franz Boas nella sua ricerca antropologica è difficile dire, ma è un fatto che “toward the end of his life he became interested in the ethnological and linguistic study of the Talmud”, (95d) e che dal suo punto di vista “neither race nor geographical setting have the primary role in forming human beings. Culture is the behavioral environment which forms the patterns of thought, feeling, and behavior, producing habits which are an internalization of traditional group patterns.” (95e) L’idea che la variabile Vr interagisca con la struttura cranica è suggerita in parte dall’asserzione secondo cui Franz Boas “stressed the influence of environmental factors of human cultural life in modifying anatomy and physiology.” (95f) La possibilità di recupero e sviluppo craniologico è dunque collegata oltre che al soddisfacimento dei bisogni nutrizionali ed igienico-sanitari, anche all’attività culturale, la quale, a sua volta, è implicito che sia correlata alla sfera socio-economica, rientrando così pienamente in seno alla variabile Vr. L’eticizzazione dell’economia, il pluralismo e l’interscambio culturale a livello internazionale corrispondono dunque al riconoscimento della dignità umana, affinché le sue potenzialità si esprimano nello sviluppo sia anatomico, e dunque craniologico, sia spirituale. E’ l’arbitraria e pretestuosa prevaricazione di una razza sull’altra, la presunzione individuale di realizzarsi a scapito delle prerogative etiche e costituzionali del proprio simile, agevolandosi anche della fortuna dei continenti più fertili e dei fenomeni storici del passato più fecondi di cultura e spiritualità, destinati però all’umanità intera, che determina a lungo andare, da una generazione all’altra, l’acquisizione unilaterale di qualità anatomiche e craniologiche, che però non hanno proceduto di pari passo con le qualità etiche e spirituali e che avrebbero dovuto essere condivise con l’umanità intera, i cui gruppi più deboli, oltre ad essere stati defraudati, devono usualmente, nelle mille situazioni di sottosviluppo ed emigrazione, subire le sottili e palesi vessazioni, psicologiche, culturali e materiali, della presunzione razzista di coloro che si ritengono geneticamente degli arrivati. La domanda che viene spontanea a questo punto è se i più autenticamente civili non si ritrovino tra quelli che per forza di convinzioni e spiritualità sono rimasti indietro, pregiudicando la propria complessiva evoluzione ed, eventualmente, anche quella del proprio popolo. Ciononostante l’idea antropologica biblica, e quella cristiana in particolare, rivaluta le rinunce al supersviluppo unilaterale, riconoscendo alle etnie rimaste indietro la possibilità che il divino nella sua interezza possa abitare nei suoi esemplari, a dispetto delle limitazioni craniologiche subite, per amore o per forza, e dunque ricostituendo i termini dell’autentica dignità dell’uomo. (95g) Chi realmente poté disporre di un’umanità compiuta “annichilì se stesso, prendendo forma di servo”, e di Daniele, soggetto anch’egli ai particolari limiti antropologici della tipologia umana alla quale apparteneva, si poté riconoscere la presenza dello spirito degli dèi santi. (95h) Certamente Boas deve aver avvertito sdegno quando agli immigranti negli Stati Uniti si prendevano le misure craniologiche prima della loro accettazione, allo scopo di selezionare gli esemplari più evoluti, se poi si è occupato della misurazione di un campione di 18.000 individui di New York City a confronto con i relativi parenti europei, riuscendo a dimostrare differenze significative nelle misurazioni cefaliche. La rimozione dell’antropologia fisica dalla statica tassonomia ad una dinamica prospettiva biosociale, rappresenta un contributo essenziale al superamento di quei luoghi comuni e di quell’insensibilità etico-sociale che sono stati all’origine, e lo sono tuttora, della sofferenza, del degrado e del sottosviluppo della maggior parte dell’umanità, oltre che alla comprensione dell’interazione della cultura con l’anatomia e la craniologia umana. (95i) Per tutte queste ragioni si è compreso che il rischio costante della non fruizione dei diritti dell’uomo sanciti dall’O.N.U. e dei diritti previsti dalle costituzioni dei paesi civili, da parte delle minoranze etniche e culturali, contribuisce indirettamente, quando la minaccia non sia cruenta, all’insensibile riduzione del patrimonio delle dotazioni cefalico-anatomiche di una parte dell’umanità, ragion per cui l’intera questione si riconnette al rapporto tra antropologia ed etica sociale, chiamando in causa l’etica giudeocristiana, e dunque i tempi e la legge, la cui “misericordia verso i poveri” è pratica di giustizia, nel senso che promuove la sussistenza e la promozione dei contenuti antropologici, dalle quali anche dipende la tolleranza di Dio nei confronti dei governi temporali. (95l) Quando Stato e Chiesa si dimostrano, nel vissuto concreto, istituzioni che uccidono gli ideali etico-religiosi, facendo sì che le conseguenze del pluralismo siano strutturate in maniera clientelare, partitica, campanilistica e confessionale, essi stanno attentando alla propria esistenza, innescando processi di ricambio di potere che attengono ai principi etico-messianici del messaggio apocalittico, poiché “chi opprime il povero oltraggia Colui che l’ha fatto... il povero non sarà dimenticato per sempre... E il regno e il dominio e la grandezza dei regni che sono sotto tutti cieli saranno dati al popolo dei santi dell’Altissimo; e il suo regno è un regno eterno, e tutti i domini lo serviranno e gli ubbidiranno”. (95m) La Chiesa adempie al suo mandato profetico solo quando promuove l’operatività delle leggi e la loro aderenza al complesso dei valori e dei principi etico-messianici, affinché lo Stato, pur ispirandosi ad una visione laica e pluralista, non si ponga contro l’ordine divino che è pur sempre di natura teocratico, nonostante la grazia che lo ispira e lo anima lo traduca momentaneamente in pluralismo democratico. L’idea che lo Stato sia assolutamente sovrano, risulta, da quest’ultima prospettiva, semplice e patetica illusione. L’apostolo Paolo ricorda che è Dio che stabilisce i confini delle nazioni e le epoche loro assegnate, affinché gli uomini lo cerchino. (95n) Lo Stato è doppiamente vulnerabile, essendo che la propria legittimità deriva contemporaneamente sia da Dio che dagli uomini. Il fatto che milioni di individui siano esclusi dalle prerogative costituzionali, in Italia come e talvolta più che altrove, è indizio del rischio di un radicarsi di sentimenti anarchici ed extraparlamentari. La vulnerabilità dello Stato verso il cittadino consiste nel sentimento di distacco verso le istituzioni e nell’intimo ed impotente rifiuto della legittimità di quest’ultime. La lotta contro la Mafia, il terrorismo e la droga, esige una coerenza di cui soltanto una stato realmente etico e costituzionale è in grado di disporre. La vulnerabilità dello Stato non è soltanto a livello istituzionale, ed i danni che pochi individui fortemente motivati e determinati possono infliggere potrebbe risultare superiore alla spesa necessaria perché le grandi aree del sottosviluppo vengano risanate. Si ricordi che la garanzia dell’ordine pubblico e della legalità, nel meridione d’Italia, ricorrendo a soluzioni militari e dei servizi segreti, se non si procede contemporaneamente all’operatività delle prerogative costituzionali, senza le mediazioni dell’aristocrazia feudale, rischia di evidenziare al meglio come uno stato democratico possa risultare una brillante dittatura. In un prossimo futuro la pax mafiosa potrebbe portare a termine il processo di caratterizzazione occidentale, perché l’obiettivo che la destra non ha potuto realizzare negli ultimi vent’anni in Italia (nonostante lo zelo dimostrato in molte occasioni ed in vari luoghi: Bologna, Brescia, Milano, Reggio Calabria) potrebbe essere in breve alla portata, grazie agli strumenti, alle tecniche ed alle strategie che l’industria, l’economia e la finanza hanno predisposto, adottando generalmente una logica competitiva che, a seconda dei casi, risulta correlata con la logica della lotta e della conquista ad ogni costo e con ogni mezzo, dalla quale è fortemente caratterizzata anche la Mafia. Il processo in atto è irreversibile e la destra può anticiparsi l’estasi della vittoria prevista entro la fine del secolo. I futuri autocrati hanno già raggiunto uno stadio avanzato del processo di acquisizione del potere: la fase attuale riguarda la fusione dello Stato, dell’industria e della finanza, ponendosi come catalizzatori ed intermedari, in attesa d’imporsi quali titolari. Quando è inevitabile per lo Stato combattere la criminalità organizzata, ed è necessario salvare i partiti dalla collera popolare, (benché i politici siano figli del popolo) è la mafia di piccolo taglio che viene data in pasto, non quella che conta e che è già stata destinata a pilotare la restaurazione. E’ anche per una sorta di tacito equilibrio che ciò avviene, perché non sembra possibile governare in una situazione di sfida alla Mafia. La Costituzione Italiana è un implicito riconoscimento antropologico della dignità dell’uomo, la cui portata internazionale è contenuta nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, approvata dall’Assemblea Generale dell’O.N.U., il 10 Dicembre 1948, per cui, sia le profonde disuguaglianze nazionali che quelle a livello planetario, fanno capo alla medesime categorie etico-sociali. Le relazioni tra etica ed antropologia sono immediatamente evidenti nella Dichiarazione sulla Razza dell’U.N.E.S.C.O, redatta a Parigi nel 1950 da scienziati di diverse nazioni, la quale a questo riguardo così si esprime: “E’ necessario affermare prima di tutto, e nella maniera più categorica, che l’uguaglianza in quanto principio morale non si basa affatto sull’assunto che tutti gli esseri umani siano ugualmente dotati. E’ chiaramente evidente, infatti, che nell’interno di ogni gruppo etnico gli individui differiscono considerevolmente fra loro per attitudini. Tuttavia i caratteri differenziali fra i gruppi umani sono stati esagerati e usati come pretesto per contestare il valore del principio etico dell’uguaglianza. Per questo consideriamo opportuno esporre in modo formale quanto è stato scientificamente stabilito sulla questione delle differenze fra individui e fra gruppi.” Le conclusioni dei redattori del documento confermano pienamente la tesi secondo la quale, pur riconoscendo l’incidenza bio-sociale nello sviluppo dell’encefalo, e dunque le capacità differenziali dell’intelligenza umana, la diversità razziale o craniologica non pregiudica le potenzialità sociali e morali dell’individuo:
A) Gli antropologi fisici non possono basare le classificazioni razziali se non su caratteri puramente fisici e biologici.
B) Nello stato attuale delle nostre conoscenze la fondatezza della tesi secondo la quale i gruppi umani differiscono gli uni dagli altri per caratteri psicologicamente innati - si tratta dell’intelligenza o del temperamento - non è stata ancora provata. Le ricerche scientifiche rivelano che il livello delle attitudini mentali è pressappoco lo stesso in tutti i gruppi etnici.
C) Gli studi storici e sociologici rafforzano l’opinione secondo la quale le differenze genetiche non hanno importanza nella determinazione delle distinzioni sociali e culturali esistenti fra i diversi gruppi della specie Homo Sapiens, e i cambiamenti sociali e culturali nell’interno dei vari gruppi si sono attuati nel loro complesso indipendentemente da modificazioni della costituzione ereditaria degli individui. Si sono verificate trasformazioni sociali considerevoli non coincidenti in alcun modo con alterazioni del tipo razziale.
D) Niente prova che l’incrocio delle razze, di per sé, produca risultati dannosi sul piano biologico. Sul piano sociale i risultati, buoni o cattivi, ai quali esso dà luogo, sono dovuti a fattori di ordine sociale.
E) Ogni individuo normale ha la capacità di partecipare alla vita della comunità, di comprendere la natura dei propri doveri e di rispettare le obbligazioni e gli impegni reciproci. Le differenze biologiche esistenti fra i membri dei diversi gruppi etnici non hanno alcun effetto sulla vita politica e sociale, sulla vita morale o sui rapporti sociali.
Nello stesso documento si afferma che le ricerche biologiche rafforzano il principio etico della fraternità universale e che l’uomo è per natura un essere sociale, il quale raggiunge il pieno sviluppo della sua personalità attraverso le relazioni con i suoi simili, e che ogni rifiuto a riconoscere questo legame è causa di disintegrazione sociale, essendo ogni essere umano indissolubilmente legato all’intera umanità. (95o1) Si desume che i fenomeni di grave disuguaglianza sociale derivano più da immotivati e pretestuosi atteggiamenti antropologici, senza con ciò voler pregiudicare una ragionevole differenziazione dei privilegi, piuttosto che da una reale superiorità genetica. La speranza è che, perlomeno quando i contemporanei più capaci e meritevoli nel teatro della vita avranno concluso la propria carriera, sistemata la propria prole, consolidati i propri fondi, edificati i blasoni e le architetture di gusto superiore, chi è rimasto seduto in platea, solitario o divertito, possa entrare in scena ed interpretare, nella modestia della canizie, l’epilogo. La preparazione in vista della scena finale vale più della confusa ressa del momento, perché è solo l’epilogo che rende il senso dell’esistenza e dei suoi complessi contenuti. L’attesa è però il lusso di pochi e le grandi questioni sociali sollecitano costantemente la revisione del libretto degli svelti protagonisti/comparse. Quando non è opportuno che la violenza individuale, politicamente motivata, abbia il suo corso a motivo dell’esito incerto dei suoi risultati nell’ambito di società fortemente organizzate, come sono quelle occidentali, è pur sempre utile alle entità che si contrappongono, ricordare che, dal punto di vista del libro di Daniele, stroncare un solido impero è per Dio un’impresa del tutto collaudata ed accessibile, e che la titanica struttura politica del Piccolo Corno del settimo capitolo dell’omonimo libro, altro non è che scimmiesca interpretazione della sovranità del Regno di Dio. E’ interessante che la rivalutazione antropologica della dignità individuale è allo stesso tempo in sintonia con i diritti dell’uomo sanciti dall’0.N.U., coi valori costituzionali e risorgimentali (la nazione è stata creata col sangue dei martiri e non può essere svenduta ai mercanti), ed i principi etico-messianici, ragion per cui ciò che è dissacrante per l’altare della Patria lo è pure per il Regno di Dio. Ecco dunque il criterio secondo il quale, antropologia, etica e tradizione apocalittica si riconnettono, ed i motivi per cui le implicazioni etico-messianiche del dibattito antropologico e storiografico, e non la semplice esegesi biblica, rappresentano la chiave di lettura del libro di Daniele e dell’intera tradizione apocalittica giudeocristiana.




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