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Discussione: MD CODE (Estratti)

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    Christianity Under Fire
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    Predefinito Soteriologia Vs Antropologia (3)

    D. L’ANTROPOLOGIA DEL NATURALISMO (estratto al 50%)
    La tesi secondo la quale l’antropologia debba necessariamente riferirsi allo studio dell’uomo in termini naturalistici, caratterizza la corrente maggioritaria, ma non è rappresentativa della scienza nel suo insieme: “Più usato, presentemente, è il termine naturalistico, ma non ha ancora un significato uniformemente accettato da tutti gli antropologi. La corrente più larga è quella che dà all’antropologia il significato di studio di tutto l’uomo, ma come potrebbe farlo un naturalista.” 81 Il De Quadrefages (1869) definisce l’antropologia quale “storia dell’uomo fatta come l’intenderebbe un naturalista che studia un animale”. 82 Il Martin (1914), nella sostanza, dà una definizione similare: “L’antropologia è la storia naturale degli ominidi nella loro espansione nel tempo e nello spazio”. 83 L’antropologia del naturalismo comprende, dal suo punto di vista, tutte le manifestazioni umane, fisiche o culturali. L’antropologia può essere fisica (la paleoantropologia: fisiomorfologia dell’uomo nelle variazioni individuali, razziali e sessuali), etnologica (la paleoetnologia: cultura, società e religione dei gruppi umani). Lo studio dell’uomo che pretendesse, partendo da premesse naturalistiche, di risolvere i maggiori problemi dell’origine della specie umana, verrebbe tacciato da alcune componenti della cultura (probabilmente alternative o non del tutto coincidenti con i criteri della ricerca scientifica del naturalismo) di presunzione o di temerarietà. 84 La comparsa dell’uomo sulla terra potrebbe essere spiegata solo risolvendo altre questioni relative alla natura dell’uomo ed al ruolo che a questi spetta in essa, il che è la medesima faccenda 85: “Questioni queste che la sola antropologia fisica non può risolvere senza il ricorso e l’aiuto delle altre discipline antropologiche, nonché della psicologia e della filosofia, insomma di tutte quelle scienze che hanno per oggetto l’uomo, visto da ogni suo lato, non solo naturalistico, ma filosofico e metafisico.” 86 L’antropologia e dunque il maggiore incrocio tra scienze sperimentali e discipline umanistiche (teologia, metafisica e filosofia in prima linea), perciò non ci si deve sorprendere se i contributi del naturalismo vengano proiettati in un contesto metafisico, specialmente per quanto riguarda gli studi cefalico-craniologici. La spiegazione antropologica che il naturalismo predilige coincide ordinariamente con le tesi evoluzionistiche, benché quest’ultime non escludano necessariamente le tesi della metafisica e dunque della tradizione biblica. Tornato in Inghilterra dal suo viaggio nelle Galàpagos, Darwin iniziò nel 1837 a stendere degli appunti sulla trasmutazione delle specie, e dopo aver letto l’opera di Thomas Malthus sulla popolazione umana, ebbe l’idea di una selezione naturale nella lotta o specializzazione per la sopravvivenza. 87 A. R. Wallace, anch’egli influenzato dall’opera di Malthus, ritenne che ogni specie viene ad esistere in coincidenza di tempo e di spazio con una specie preesistente cui è legata da una stretta affinità, nel senso che una specie deriva da un’altra per discendenza. Nel Luglio del 1858 Darwin e Wallace comunicarono le loro idee ad una riunione della Società Linneana. L’anno successivo, il 24 Novembre, fu pubblicata l’opera di Darwin: L’origine delle specie. Il principio della selezione naturale è all’origine di un modello culturale che opera da supporto ideologico delle società competitive, presso le quali il principio dell’individualismo rappresenta la dinamica del progresso, le cui vittime sono l’equivalente dei decessi o delle estinzioni di specie o di esemplari che il sistema biologico deve subire per garantire la sopravvivenza alle specie ed agli esemplari più forti o capaci di adattamento. E’ questa la relazione concettuale che rende l’idea della selezione naturale, quale capolavoro del naturalismo, perniciosa per la medesima sopravvivenza dell’etica giudeocristiana, che non sia una convenzione di regole sociali e deontologiche ad uso e consumo della selezione/competizione secondo però civiltà e buon gusto. L’antropologia criminale riguarderebbe in sostanza coloro che non attuano il modello della competizione e della selezione naturale secondo i termini delle convenzioni sociali maggioritarie, costitutive degli schemi etici correnti, per cui può risultare legittimo l’arricchimento a partire da iniquità e manovre politiche, amministrative o imprenditoriali, ma riprovevole la lotta tra cosche mafiose per il controllo di attività illecite, talvolta vitali per accedere a quelle lecite, e dunque convenzionali, pur essendo spesso la matrice ideologica fondamentalmente la medesima: la lotta per la sopravvivenza, ossia l’etica della non etica, ovvero della misura di un’etica inevitabile a motivo della presenza di specie geneticamente blasonate e specializzate nelle strategie di sopravvivenza, costrette a confrontarsi ed a coesistere il più cordialmente possibile. I metodi naturalistici dell’antropologia hanno dedicato molte ricerche alla scoperta delle caratteristiche somatiche e psichiche dell’uomo delinquente, talvolta ignorando che la demarcazione tra civiltà corrente e criminalità è così spesso estremamente labile, e riguarda tutte le razze, tutte le tipologie somatiche, così come tutte le morfologie e le capacità craniche. Il Cattolicesimo si è opposto, in particolare, all’antropologia criminale di marca lombrosiana estremista, la quale è stata ritenuta vincolata al pretto materialismo (determinismo biologico) ed in quanto tale rigettata. 88 L’antropologia criminale dovrebbe fondere l’insieme delle discipline a cui fa generalmente ricorso (biologia, psicologia, etnologia, demografia, sociologia, statistica, mesologia, razziologia) nell’orbita del diritto penale, consapevoli delle interferenze metafisiche e religiose, i cui apparati etici ed antropologici non tollerano l’affermazione pretestuosa di criteri alla base di una criminalizzazione delle tipologie umane, nella misura in cui queste sono distanti dalle caratteristiche ideali del tipo europeo o leucodermico, benché persino in seno a quest’ultimo vi siano ulteriori distinzioni, perennemente in bilico tra scienza e pregiudizio. L’insano presupposto che conduce al pregiudizio razziale ritengo sia l’idea, talvolta inconscia, di una superiorità genetica necessariamente in relazione alla costruzione socio-economica alla base del tecnologismo (talché un popolo che non produce computers, satelliti ed automobili si pretende che sia poco civile ed evoluto), ed alla morfologia anatomica e cranica, in particolare, secondo i criteri evoluzionistici della selezione naturale. A partire dai presupposti etico-biblici invece, un popolo può vantare la migliore produzione industriale ed essere nondimeno primitivo ed incivile. Altrettanto si può dire della conoscenza scientifica, sperimentale ed umanistica: se non determina rinnovamenti spirituali e non si costituisce entro categorie etico-sociali non giova a nulla ed è pura esercitazione od ostentazione della personalità naturale dell’uomo. Se la specie umana all’origine delle moderne società tecnologiche e capitalistiche fosse geneticamente superiore, più evoluta o più civile, non si spiegherebbe il fatto che la capacità cranica dei suoi esemplari non è mediamente la più elevata, se si prescinde dalla discussione relativa al cablaggio dell’encefalo, e dunque della sua qualità oltre che della quantità, la cui variabile riguarda però tutte le tipologie umane. 89 Probabilmente si vuole suggerire, riconoscendo più importanza agli indici del Retzius, che il dato decisivo in tal senso non è tanto la capacità cranica assoluta, quanto piuttosto la morfologia e le proporzioni della stessa, la cui idealità è però facilmente soggetta alle manipolazioni etno-culturali delle tipologie egemoniche. Ciò spiegherebbe i fenomeni d’imitazione europea anziché di quella eschimese, la quale potrebbe meglio rappresentare un modello craniologico di riferimento, almeno a seguito delle implicazioni socio-psicologiche determinate dal complesso dei significati intrinseci alla rilevanza che rappresenta nelle scienze evoluzionistiche il volume del cervello umano. E’ probabile che gli aspetti socio-economici delle società occidentali, all’origine della rivoluzione tecnologica, abbiano influito sui fenomeni d’imitazione del tipo più leucodermico della tipologia europea ed abbiano determinato il consolidamento di un pregiudizio razziale isterico di massa, tale da attribuire (anche inconsciamente nelle immediate relazioni interpersonali tra gli stessi europei) un’estrema importanza alle proporzioni craniche, al colorito dell’epidermide ai tratti somatici, unitamente a quel complesso di dettagli estetici che caratterizzano la vanità della civiltà dell’apparire. Se si è voluto distinguere una tipologia di classe A in seno alla razza europea, i fenomeni d’integrazione genetica di altre razze venute a contatto con gli occidentali, contribuiscono a sfumare ancor più la classificazione genetica dell’uomo bianco. La discriminazione, negli Stati Uniti tra neri di pelle scura e neri di pelle più chiara, evocata in film di Spike Lee 90 è un po’ l’equivalente delle contorte e mal celate discriminazioni esistenti tra gli stessi europei, che si accompagna storicamente ad un diverso livello d’integrazione nel sistema e nel processo di crescita economica, tant’è che si pone un’equivalenza tra dominio internazionale dei mercati ed egemonia sui modelli genetici di riferimento, al punto che la tipologia razziale è ordinariamente molto più determinante dei contenuti oggettivi dell’individuo, segnandone il destino, benché un esemplare egemonico ma riottoso possa essere meno fortunato di un esemplare di modesto lignàggio ma abile ed arruolato. Le implicazioni economiche del prestigio razziale sono verificabili: “I conflitti che nel film di Lee riguardano soprattutto differenze di sfumature di pelle sono stati ispirati da una più vasta realtà sociale. Il razzismo di ieri ha generato, oggi, anche una spiacevole gerarchia di valori tra i neri, spesso a dispetto delle loro intenzioni. Ma è stato inevitabile. La preferenza accordata nei posti di lavoro ai neri più simili ai bianchi nella pelle e negli atteggiamenti ha finito col creare strane divisioni.” 91 Una ricerca realizzata per conto dell’Istituto di Ricerche Sociali dell’Università del Michigan, ed altri più recenti dati statistici, hanno dimostrato “che il persistere di una discriminazione sociale tra bianchi e neri produce a sua volta una più insinuante discriminazione all’interno della stessa razza discriminata.” 92 La ricerca citata ha preso in esame oltre 2000 neri di pari istruzione scolastica, evidenziando una minore remunerazione del lavoro dei neri di pelle più scura, i quali guadagnano il 30% in meno dei neri dalla pelle più chiara. 93 Il prof. Michael Hughes ed il prof. Bradley Hertel hanno elaborato una ricerca, il cui titolo è loquacemente descrittivo della situazione dei neri negli Stati Uniti: “Il significato del colore rimane: uno studio dei cambiamenti verificatisi nella vita, nelle scelte matrimoniali e nella consapevolezza etnica dei neri americani.” Hughes ed Hertel sostengono che non ci sia alcuna prova che il colore della pelle abbia qualche rapporto con le doti intellettuali. L’affermazione, tradotta nei termini craniometrici dell’antropologia naturale relativizza la convinzione secondo cui il tipo europeo rappresenti il prodotto genetico più evoluto della presunta selezione naturale. Oprah Winfrey, approdata al successo televisivo ed alla ricchezza, ha riconosciuto di aver desiderato la pelle bianca, perché “socialmente trattata meglio”. 94 Le conclusioni a cui giunge il dott. Carol Cline sono valide sia per i bianchi d’oltreoceano che d’Europa: “Tutti sanno che i pregiudizi sono stupidi, ma la stupidità continua a imporre regole preferenziali.” (95a) L’antropologia del naturalismo procura, direttamente o meno, un diffuso pregiudizio verso le razze insufficientemente protagoniste dei destini dell’Occidente, il quale a sua volta produce criteri preferenziali incompatibili con l’etica biblica, anche se anche a prescindere dal pregiudizio e dalle preferenze, la nozione della selettività evolutiva si dimostra sufficiente a legittimare le competizioni, gli individualismi, i materialismi, maggiormente diffusi e strutturali nei paesi di tipo occidentale.

    Inserimento al 30 Novembre, 1991.
    Il razzismo quale pratica sociale e fenomeno culturale è un’arma che si rivolge prima o poi contro. Specialmente chi ha subito il razzismo dovrebbe guardarsi dal praticarlo, perché altrimenti ci si potrebbe trovare nella condizione di subirlo di nuovo più pesantemente. I neri sono stati umiliati ed asserviti ed ora non possono essere biasimati per il loro tentativo di riscattarsi, anche se facendo ricorso alla medesima violenza psicologica e culturale da loro subita. Al ritorno di Leonard Jeffries dall’Africa nell’Agosto scorso, contestatori giudei, ai quali non erano piaciute le affermazioni antropologiche dello studioso, hanno fatto bella mostra di cartelloni su cui compariva la frase: Jeffries is a racist pig. Ogni contestazione è semplicemente inutile perché siamo stati noi a produrre intellettuali animati dallo sdegno e dai sentimenti di offesa di quella parte dell’umanità che ha subito la nostra violenza sociale, psicologica e culturale. Leonard Jeffries siamo noi! L’unica maniera per evitare lo scontro con le forze rappresentate da Jeffries ed il conseguente rischio di stermini di massa, è piantarla con le menzogne pseudoantropologiche e con l’uso strumentale della religione. (95a/1)


    1. Relazioni antropologico-culturali
    Non s’intende concludere che il volume del cervello, anche a prescindere dalle tesi dell’evoluzionismo, e dunque le sue dimensioni, il cablaggio, e persino la tipologia non abbiano un’incidenza nella resa e nelle attitudini intellettuali applicate sia all’attività speculativa che allo studio particolare e semplicemente nozionistico o mnemonico delle scienze esatte. L’idea è piuttosto quella secondo la quale se non si sfugge alle radicali premesse naturalistiche è raro ed improbabile prendere coscienza del fatto che le qualità civiche e spirituali, oltre che una media capacità intellettuale, riguardano sicuramente tutte le tipologie umane in una misura potenziale sufficiente al riconoscimento di una comune e paritetica dignità umana, tale da garantire le possibilità sociali e morali di ogni persona. Quando il riferimento è l’antropologia metafisica è facile riconoscere che la spiritualità di un popolo o di un individuo dipendono essenzialmente dall’uso e dalla valorizzazione delle comuni dotazioni umane, secondo criteri relativi alla libertà e responsabilità individuali, piuttosto che alle geniali capacità intellettuali. Ciò andrebbe dimostrato, ma è specialmente l’esperienza sociale e spirituale a giungere a tali convinzioni. Non mancano in tal senso contributi antropologici del mondo accademico, specialmente in seno alla scuola di pensiero di Franz Boas. Il Chiarugi e il Bucciante si sono chiesti se “può il peso encefalico essere ritenuto l’espressione del grado di sviluppo psichico”. (95a/2) Quando si afferma che “le variazioni di peso proporzionali alla massa corporea sono l’indice della ripercussione della mole somatica sullo sviluppo dell’encefalo”, non si può negare che l’alimentazione e le condizioni igienico-sanitarie determinino la struttura materiale che rende possibile la resa e lo sviluppo dell’attività psichica, benché una tale struttura sia solo statisticamente collegata alle dimensioni encefaliche dell’uomo moderno, nella misura in cui le potenzialità corporee si traducono nell’utilizzo psichico dell’encefalo stesso. I limiti nutrizionali ed igienico-sanitari, uniti a fattori socio-culturali che riducono gli stimoli intellettuali, possono determinare dunque una perdita di energia psichica ed intellettiva persino negli encefali più voluminosi e pesanti, determinando nello stesso tempo delle psicopatologie, per cui quando si riscontrano “encefali di peso altissimo in individui di intelligenze non certo superiore alla media e talora idioti” si deve tenere in dovuto conto di tali incidenze. (95a/3) Si è riscontrato che effettivamente “individui di elevata intelligenza, e che esplicarono una grande attività intellettuale, hanno posseduto un encefalo più pesante dell’ordinario” e l’affermazione secondo la quale “al principio, che un considerevole volume del cervello sia il substrato morfologico di un’alta intelligenza, si può inoltre obbiettare che in alcune persone intellettualmente molto dotate ed anche in uomini di genio furono riscontrati encefali di peso non certo superiori e talora inferiori alla media”, non invalida affatto il rapporto tra volume cefalico e potenzialità intellettiva. (95a/4) Semmai può essere ammesso che encefali mediamente più piccoli, sono capaci, in buone condizioni di operatività, di genialità ed ottima resa psichica. Lo studio anatomico, se non adeguato alle osservazioni antropologico-culturali, rischia di trascurare i fattori socio-culturali nel rendimento cefalico, riducendone le potenzialità di origine volumetrica, benché in favore di una qualità strutturale, la quale potrebbe presentare indubbiamente una sua importanza, ma specialmente per quel che riguarda la funzione di supporto e non l’attività dell’encefalo in senso stretto: “Il peso del cervello non è adunque un criterio attendibile per giudicare del grado d’intelligenza di un determinato individuo della nostra specie. Il che lascia supporre che le differenze nelle attitudini psichiche dipendano, più che da differenze nel numero e nel volume dei neuroni delle zone associative del neopallio (§§ 186, 187), da altri caratteri più minuti, che sfuggono ai mezzi attuali di indagine, ad es. dalle intime qualità strutturali degli elementi istologici e dalla ricchezza delle connessioni esistenti fra i medesimi.” (95a/5) La ricerca antropologica di Franz Boas, risponde in qualche misura ai limitati mezzi d’indagine esclusivamente anatomico-funzionali, per integrare la discussione della questione alla luce di osservazioni ed indagini bio-sociali, al seguito dei quali, per quanto gli studi neurologici siano distanti dallo svelamento bio-anatomico dell’attività intellettuale del cervello umano, inteso nelle sue varie componenti destinate alle molteplici qualità e funzioni intellettive, è possibile suggerire l’ipotesi, sicuramente parziale e perfettibile, ma nondimeno ragionevole ed utile a stimolare una ricerca in tal senso, di una funzione che colleghi concettualmente le caratteristiche craniologiche di un cervello sano con le varie funzioni intellettuali, evidenziando il criterio secondo il quale le fondamentali qualità morali, intellettuali e spirituali non dipendono dalla geniale potenzialità cefalica. L’ipotesi ritiene che l’immediata energia intellettiva e psichica disponibile (Ed), includendo memoria, coscienza e concentrazione, corrisponda alla somma volumetrica (Sv) di ogni particolare componente dell’encefalo, preposta ad una specifica funzione intellettiva e psicologica, ed al cablaggio dello stesso, © purché estrinsecantesi in condizioni ottimali. Se la variabile (Vr) relativa a tali condizioni è soggetta alle limitazioni nutrizionali, sociali, igienico-sanitarie, economiche, ambientali, alle tensioni esistenziali e culturali, secondo l’accezione più ampia, è inutile, oltre che stupida e colpevole la criminalizzazione o la sottovalutazione pregiudiziale di una tipologia etnologica, o di un suo esemplare, perché è chiaro che la resa intellettiva e comportamentale viene caratterizzata negativamente al crescere della funzione Vr, a scapito del livello di coscienza, della piena manifestazione della personalità, della memoria, dell’apprendimento, della forza di concentrazione e dunque dell’energia psichica ed intellettiva, accompagnata eventualmente da fenomeni isterici schizofrenici, più o meno gravi a seconda dei casi. E’ al livello di tale funzione che s’interviene quando si vuole cercare d’inibire o controllare la resa intellettuale di un uomo, il cui pensiero od identità rappresentano una minoranza intollerabile per la maggioranza, il potere istituzionale o la cultura dominante. Al medesimo livello però l’individuo interessato, purché consapevole dei termini del problema, interviene per porsi nella condizione di un recupero energetico, nella misura in cui ciò è naturalmente possibile, onde sopportare il confronto con la realtà. Il fallimento di quest’ultimo tentativo significa avventurarsi lungo un percorso che conduce forse inevitabilmente all’esperienza psicopatologica, vissuta nella segregazione e nella solitudine, e comunque la sua riuscita non può evitare perdite di tempo, più o meno gravi, nella realizzazione dei prodotti intellettuali: ragion per cui, liberarsi dal panico del tempo che trascorre secondo i convenzionali calendari accademici o la nefasta e strumentale riduzione della cultura a nozione, è necessario principalmente per adeguarsi ai propri tempi e conservare il personale equilibrio psichico. Si ipotizza che la funzione Ed si riduca nella misura in cui l’apprendimento deduttivo-matematico (Dm) e l’attività del pensiero speculativo di tipo filosofico, oppure induttivo (I), rappresentano l’attitudine o il contesto in cui una nuova nozione va a collocarsi. (95b) Un programma televisivo condotto da Piero Angela ha chiarito come la craniologia non possa servire al pregiudizio razziale ed all’ipotesi che una tipologia umana sia inferiore ad un’altra, in quanto la dignità umana non deriva dalle capacità craniche, bensì dalle qualità morali e spirituali di cui ogni uomo può essere capace. (95c) Il genio, potenziale o manifesto, deve badare anch’esso affinché il contributo al progresso di cui è capace non si traduca in pregiudizio e distruttività contro la dignità dell’uomo ed i suoi autentici valori, pregiudicando la dignità propria prima che quella degli altri. Quale incidenza possa aver avuto la giudaicità di Franz Boas nella sua ricerca antropologica è difficile dire, ma è un fatto che “toward the end of his life he became interested in the ethnological and linguistic study of the Talmud”, (95d) e che dal suo punto di vista “neither race nor geographical setting have the primary role in forming human beings. Culture is the behavioral environment which forms the patterns of thought, feeling, and behavior, producing habits which are an internalization of traditional group patterns.” (95e) L’idea che la variabile Vr interagisca con la struttura cranica è suggerita in parte dall’asserzione secondo cui Franz Boas “stressed the influence of environmental factors of human cultural life in modifying anatomy and physiology.” (95f) La possibilità di recupero e sviluppo craniologico è dunque collegata oltre che al soddisfacimento dei bisogni nutrizionali ed igienico-sanitari, anche all’attività culturale, la quale, a sua volta, è implicito che sia correlata alla sfera socio-economica, rientrando così pienamente in seno alla variabile Vr. L’eticizzazione dell’economia, il pluralismo e l’interscambio culturale a livello internazionale corrispondono dunque al riconoscimento della dignità umana, affinché le sue potenzialità si esprimano nello sviluppo sia anatomico, e dunque craniologico, sia spirituale. E’ l’arbitraria e pretestuosa prevaricazione di una razza sull’altra, la presunzione individuale di realizzarsi a scapito delle prerogative etiche e costituzionali del proprio simile, agevolandosi anche della fortuna dei continenti più fertili e dei fenomeni storici del passato più fecondi di cultura e spiritualità, destinati però all’umanità intera, che determina a lungo andare, da una generazione all’altra, l’acquisizione unilaterale di qualità anatomiche e craniologiche, che però non hanno proceduto di pari passo con le qualità etiche e spirituali e che avrebbero dovuto essere condivise con l’umanità intera, i cui gruppi più deboli, oltre ad essere stati defraudati, devono usualmente, nelle mille situazioni di sottosviluppo ed emigrazione, subire le sottili e palesi vessazioni, psicologiche, culturali e materiali, della presunzione razzista di coloro che si ritengono geneticamente degli arrivati. La domanda che viene spontanea a questo punto è se i più autenticamente civili non si ritrovino tra quelli che per forza di convinzioni e spiritualità sono rimasti indietro, pregiudicando la propria complessiva evoluzione ed, eventualmente, anche quella del proprio popolo. Ciononostante l’idea antropologica biblica, e quella cristiana in particolare, rivaluta le rinunce al supersviluppo unilaterale, riconoscendo alle etnie rimaste indietro la possibilità che il divino nella sua interezza possa abitare nei suoi esemplari, a dispetto delle limitazioni craniologiche subite, per amore o per forza, e dunque ricostituendo i termini dell’autentica dignità dell’uomo. (95g) Chi realmente poté disporre di un’umanità compiuta “annichilì se stesso, prendendo forma di servo”, e di Daniele, soggetto anch’egli ai particolari limiti antropologici della tipologia umana alla quale apparteneva, si poté riconoscere la presenza dello spirito degli dèi santi. (95h) Certamente Boas deve aver avvertito sdegno quando agli immigranti negli Stati Uniti si prendevano le misure craniologiche prima della loro accettazione, allo scopo di selezionare gli esemplari più evoluti, se poi si è occupato della misurazione di un campione di 18.000 individui di New York City a confronto con i relativi parenti europei, riuscendo a dimostrare differenze significative nelle misurazioni cefaliche. La rimozione dell’antropologia fisica dalla statica tassonomia ad una dinamica prospettiva biosociale, rappresenta un contributo essenziale al superamento di quei luoghi comuni e di quell’insensibilità etico-sociale che sono stati all’origine, e lo sono tuttora, della sofferenza, del degrado e del sottosviluppo della maggior parte dell’umanità, oltre che alla comprensione dell’interazione della cultura con l’anatomia e la craniologia umana. (95i) Per tutte queste ragioni si è compreso che il rischio costante della non fruizione dei diritti dell’uomo sanciti dall’O.N.U. e dei diritti previsti dalle costituzioni dei paesi civili, da parte delle minoranze etniche e culturali, contribuisce indirettamente, quando la minaccia non sia cruenta, all’insensibile riduzione del patrimonio delle dotazioni cefalico-anatomiche di una parte dell’umanità, ragion per cui l’intera questione si riconnette al rapporto tra antropologia ed etica sociale, chiamando in causa l’etica giudeocristiana, e dunque i tempi e la legge, la cui “misericordia verso i poveri” è pratica di giustizia, nel senso che promuove la sussistenza e la promozione dei contenuti antropologici, dalle quali anche dipende la tolleranza di Dio nei confronti dei governi temporali. (95l) Quando Stato e Chiesa si dimostrano, nel vissuto concreto, istituzioni che uccidono gli ideali etico-religiosi, facendo sì che le conseguenze del pluralismo siano strutturate in maniera clientelare, partitica, campanilistica e confessionale, essi stanno attentando alla propria esistenza, innescando processi di ricambio di potere che attengono ai principi etico-messianici del messaggio apocalittico, poiché “chi opprime il povero oltraggia Colui che l’ha fatto... il povero non sarà dimenticato per sempre... E il regno e il dominio e la grandezza dei regni che sono sotto tutti cieli saranno dati al popolo dei santi dell’Altissimo; e il suo regno è un regno eterno, e tutti i domini lo serviranno e gli ubbidiranno”. (95m) La Chiesa adempie al suo mandato profetico solo quando promuove l’operatività delle leggi e la loro aderenza al complesso dei valori e dei principi etico-messianici, affinché lo Stato, pur ispirandosi ad una visione laica e pluralista, non si ponga contro l’ordine divino che è pur sempre di natura teocratico, nonostante la grazia che lo ispira e lo anima lo traduca momentaneamente in pluralismo democratico. L’idea che lo Stato sia assolutamente sovrano, risulta, da quest’ultima prospettiva, semplice e patetica illusione. L’apostolo Paolo ricorda che è Dio che stabilisce i confini delle nazioni e le epoche loro assegnate, affinché gli uomini lo cerchino. (95n) Lo Stato è doppiamente vulnerabile, essendo che la propria legittimità deriva contemporaneamente sia da Dio che dagli uomini. Il fatto che milioni di individui siano esclusi dalle prerogative costituzionali, in Italia come e talvolta più che altrove, è indizio del rischio di un radicarsi di sentimenti anarchici ed extraparlamentari. La vulnerabilità dello Stato verso il cittadino consiste nel sentimento di distacco verso le istituzioni e nell’intimo ed impotente rifiuto della legittimità di quest’ultime. La lotta contro la Mafia, il terrorismo e la droga, esige una coerenza di cui soltanto una stato realmente etico e costituzionale è in grado di disporre. La vulnerabilità dello Stato non è soltanto a livello istituzionale, ed i danni che pochi individui fortemente motivati e determinati possono infliggere potrebbe risultare superiore alla spesa necessaria perché le grandi aree del sottosviluppo vengano risanate. Si ricordi che la garanzia dell’ordine pubblico e della legalità, nel meridione d’Italia, ricorrendo a soluzioni militari e dei servizi segreti, se non si procede contemporaneamente all’operatività delle prerogative costituzionali, senza le mediazioni dell’aristocrazia feudale, rischia di evidenziare al meglio come uno stato democratico possa risultare una brillante dittatura. In un prossimo futuro la pax mafiosa potrebbe portare a termine il processo di caratterizzazione occidentale, perché l’obiettivo che la destra non ha potuto realizzare negli ultimi vent’anni in Italia (nonostante lo zelo dimostrato in molte occasioni ed in vari luoghi: Bologna, Brescia, Milano, Reggio Calabria) potrebbe essere in breve alla portata, grazie agli strumenti, alle tecniche ed alle strategie che l’industria, l’economia e la finanza hanno predisposto, adottando generalmente una logica competitiva che, a seconda dei casi, risulta correlata con la logica della lotta e della conquista ad ogni costo e con ogni mezzo, dalla quale è fortemente caratterizzata anche la Mafia. Il processo in atto è irreversibile e la destra può anticiparsi l’estasi della vittoria prevista entro la fine del secolo. I futuri autocrati hanno già raggiunto uno stadio avanzato del processo di acquisizione del potere: la fase attuale riguarda la fusione dello Stato, dell’industria e della finanza, ponendosi come catalizzatori ed intermedari, in attesa d’imporsi quali titolari. Quando è inevitabile per lo Stato combattere la criminalità organizzata, ed è necessario salvare i partiti dalla collera popolare, (benché i politici siano figli del popolo) è la mafia di piccolo taglio che viene data in pasto, non quella che conta e che è già stata destinata a pilotare la restaurazione. E’ anche per una sorta di tacito equilibrio che ciò avviene, perché non sembra possibile governare in una situazione di sfida alla Mafia. La Costituzione Italiana è un implicito riconoscimento antropologico della dignità dell’uomo, la cui portata internazionale è contenuta nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, approvata dall’Assemblea Generale dell’O.N.U., il 10 Dicembre 1948, per cui, sia le profonde disuguaglianze nazionali che quelle a livello planetario, fanno capo alla medesime categorie etico-sociali. Le relazioni tra etica ed antropologia sono immediatamente evidenti nella Dichiarazione sulla Razza dell’U.N.E.S.C.O, redatta a Parigi nel 1950 da scienziati di diverse nazioni, la quale a questo riguardo così si esprime: “E’ necessario affermare prima di tutto, e nella maniera più categorica, che l’uguaglianza in quanto principio morale non si basa affatto sull’assunto che tutti gli esseri umani siano ugualmente dotati. E’ chiaramente evidente, infatti, che nell’interno di ogni gruppo etnico gli individui differiscono considerevolmente fra loro per attitudini. Tuttavia i caratteri differenziali fra i gruppi umani sono stati esagerati e usati come pretesto per contestare il valore del principio etico dell’uguaglianza. Per questo consideriamo opportuno esporre in modo formale quanto è stato scientificamente stabilito sulla questione delle differenze fra individui e fra gruppi.” Le conclusioni dei redattori del documento confermano pienamente la tesi secondo la quale, pur riconoscendo l’incidenza bio-sociale nello sviluppo dell’encefalo, e dunque le capacità differenziali dell’intelligenza umana, la diversità razziale o craniologica non pregiudica le potenzialità sociali e morali dell’individuo:
    A) Gli antropologi fisici non possono basare le classificazioni razziali se non su caratteri puramente fisici e biologici.
    B) Nello stato attuale delle nostre conoscenze la fondatezza della tesi secondo la quale i gruppi umani differiscono gli uni dagli altri per caratteri psicologicamente innati - si tratta dell’intelligenza o del temperamento - non è stata ancora provata. Le ricerche scientifiche rivelano che il livello delle attitudini mentali è pressappoco lo stesso in tutti i gruppi etnici.
    C) Gli studi storici e sociologici rafforzano l’opinione secondo la quale le differenze genetiche non hanno importanza nella determinazione delle distinzioni sociali e culturali esistenti fra i diversi gruppi della specie Homo Sapiens, e i cambiamenti sociali e culturali nell’interno dei vari gruppi si sono attuati nel loro complesso indipendentemente da modificazioni della costituzione ereditaria degli individui. Si sono verificate trasformazioni sociali considerevoli non coincidenti in alcun modo con alterazioni del tipo razziale.
    D) Niente prova che l’incrocio delle razze, di per sé, produca risultati dannosi sul piano biologico. Sul piano sociale i risultati, buoni o cattivi, ai quali esso dà luogo, sono dovuti a fattori di ordine sociale.
    E) Ogni individuo normale ha la capacità di partecipare alla vita della comunità, di comprendere la natura dei propri doveri e di rispettare le obbligazioni e gli impegni reciproci. Le differenze biologiche esistenti fra i membri dei diversi gruppi etnici non hanno alcun effetto sulla vita politica e sociale, sulla vita morale o sui rapporti sociali.
    Nello stesso documento si afferma che le ricerche biologiche rafforzano il principio etico della fraternità universale e che l’uomo è per natura un essere sociale, il quale raggiunge il pieno sviluppo della sua personalità attraverso le relazioni con i suoi simili, e che ogni rifiuto a riconoscere questo legame è causa di disintegrazione sociale, essendo ogni essere umano indissolubilmente legato all’intera umanità. (95o1) Si desume che i fenomeni di grave disuguaglianza sociale derivano più da immotivati e pretestuosi atteggiamenti antropologici, senza con ciò voler pregiudicare una ragionevole differenziazione dei privilegi, piuttosto che da una reale superiorità genetica. La speranza è che, perlomeno quando i contemporanei più capaci e meritevoli nel teatro della vita avranno concluso la propria carriera, sistemata la propria prole, consolidati i propri fondi, edificati i blasoni e le architetture di gusto superiore, chi è rimasto seduto in platea, solitario o divertito, possa entrare in scena ed interpretare, nella modestia della canizie, l’epilogo. La preparazione in vista della scena finale vale più della confusa ressa del momento, perché è solo l’epilogo che rende il senso dell’esistenza e dei suoi complessi contenuti. L’attesa è però il lusso di pochi e le grandi questioni sociali sollecitano costantemente la revisione del libretto degli svelti protagonisti/comparse. Quando non è opportuno che la violenza individuale, politicamente motivata, abbia il suo corso a motivo dell’esito incerto dei suoi risultati nell’ambito di società fortemente organizzate, come sono quelle occidentali, è pur sempre utile alle entità che si contrappongono, ricordare che, dal punto di vista del libro di Daniele, stroncare un solido impero è per Dio un’impresa del tutto collaudata ed accessibile, e che la titanica struttura politica del Piccolo Corno del settimo capitolo dell’omonimo libro, altro non è che scimmiesca interpretazione della sovranità del Regno di Dio. E’ interessante che la rivalutazione antropologica della dignità individuale è allo stesso tempo in sintonia con i diritti dell’uomo sanciti dall’0.N.U., coi valori costituzionali e risorgimentali (la nazione è stata creata col sangue dei martiri e non può essere svenduta ai mercanti), ed i principi etico-messianici, ragion per cui ciò che è dissacrante per l’altare della Patria lo è pure per il Regno di Dio. Ecco dunque il criterio secondo il quale, antropologia, etica e tradizione apocalittica si riconnettono, ed i motivi per cui le implicazioni etico-messianiche del dibattito antropologico e storiografico, e non la semplice esegesi biblica, rappresentano la chiave di lettura del libro di Daniele e dell’intera tradizione apocalittica giudeocristiana.

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    Predefinito Soteriologia Vs Antropologia (4)

    3. L'Evoluzionismo: considerazioni critiche

    Un esasperato individualismo può non essere, dunque, unicamente il prodotto di una visione naturalistica ed evoluzionistica dell'uomo, bensì anche una risposta strategica di chi propugna interessi di ben altra natura. 106 L'evoluzionismo viene dato come un fatto e la stessa ricerca scientifica subisce pesantemente la sua incidenza: "La teoria darwiniana è ora confortata da tutte le rilevanti testimonianze disponibili, e la sua veridicità non è messa in dubbio da nessun serio biologo moderno". 107 La tradizione del dubbio sull'evoluzionismo è invece da lungo tempo consolidata, in particolare da quando W. R. Thompson, ad un secolo dalla prima edizione dell'Origine delle Specie di Darwin, nell'introduzione all'edizione commemorativa della medesima opera ebbe a scrivere: "Come si sa, fra i biologi c'è una notevole divergenza di opinioni non soltanto sulle cause dell'evoluzione, ma anche sul suo effettivo meccanismo. Questa divergenza è dovuta al fatto che l'evidenza è insoddisfacente e non permette di giungere a una conclusione certa. E' pertanto giusto e opportuno richiamare l'attenzione dei non specialisti sui contrasti esistenti nel campo dell'evoluzione". 108 Le opposizioni nei riguardi dell'evoluzionismo non provengono soltanto dal conservatorismo religioso: "L'evoluzione non è presa di mira solo dai cristiani fondamentalisti, ma viene messa in dubbio anche da stimati scienziati. Un crescente dissenso si riscontra fra i paleontologi, gli scienziati che studiano la documentazione fossile". 109 Un evoluzionista ha ammesso l'eccesso del consenso della comunità scientifica nei confronti del darwinismo e le grandi difficoltà della teoria evoluzionistica. 110 Christopher Booker, articolista del londinese Times, pur essendo egli stesso favorevole alla teoria di Darwin, ne parla al passato: "... Era una teoria attraente e meravigliosamente semplice. L'unico guaio, come almeno in parte si rendeva conto lo stesso Darwin, erano le sue numerosissime e colossali lacune... A un secolo dalla morte di Darwin, non abbiamo ancora la minima idea dimostrabile, o anche solo plausibile, di come sia avvenuta in effetti l'evoluzione... fra gli evoluzionisti stessi c'è quasi guerra aperta, e ogni gruppo... reclama qualche nuova modifica". 111 Il New Scientist osserva che "un crescente numero di scienziati, in particolare un crescente numero di evoluzionisti, sostiene... che la teoria darwiniana... non è una teoria scientifica vera e propria... molti dei critici hanno le più alte credenziali intellettuali". 112 Il carattere non sperimentale piuttosto che congetturale dell'evoluzionismo è lampante nella risposta dell'astronomo Robert Jastrow alla domanda su come ebbe origine la vita: "... queste domande non hanno risposte precise, dal momento che i chimici non sono mai riusciti a riprodurre gli esperimenti della natura sulla creazione della vita a partire dalla materia non vivente. Gli scienziati non sanno come ciò sia avvenuto...". 113 La teoria creazionista è scientifica, perciò, almeno quanto l'evoluzionismo, nel senso che né l'una né l'altra sono sperimentali, essendo ambedue ordinariamente espressioni ipotetiche di natura filosofica o religiosa: "Gli scienziati non hanno prove che la vita non sia stata il risultato di un atto di creazione". 114 Spesso si accusano i creazionisti, i fondamentalisti ed i metafisici in genere, di inadeguatezza ed incapacità strutturale ai fini della ricerca scientifica, a motivo di quelle che vengono definite come "superstizioni della religione", alla cui credenza si attribuisce uno stadio antropologico a dir poco medievale, mentre è lo stesso evoluzionismo a dimostrare i segni del preconcetto dogmatico nella ricerca stessa: "... molti scienziati cedono alla tentazione di essere dogmatici... il problema dell'origine delle specie è stato presentato come se fosse stato definitivamente risolto. Nulla potrebbe essere più lontano dalla verità... Ma la tendenza a essere dogmatici persiste, e non rende un servizio utile alla causa della scienza". 115 Nella ricerca scientifica le spiegazioni che si spingono fino all'antropologia, inevitabilmente si traducono in atteggiamenti affini al fideismo, tanto che si auspica la prudenza di evitare affermazioni del tipo: "la fede è contraria alla scienza". Francis Hitching considera infatti la teoria dell'evoluzione "così inadeguata da meritare di essere considerata argomento di fede". 116 A proposito dell'idea che vuole l'uomo derivato da una scimmia è stato notato che "... non ci sono tracce di cambiamenti biologici nelle dimensioni o nella struttura del cervello da quando l'Homo sapiens comparve nella documentazione fossile circa 50.000 anni or sono, 117 fatto che rende legittimo il seguente interrogativo: Cosa spinse l'evoluzione... a produrre, dall'oggi al domani, l'uomo moderno col suo cervello altamente specializzato?" 118 La consistenza effettiva dell'evidenza fossile relativa alla presunta origine scimmiesca dell'uomo emerge dalle seguenti semplici affermazioni: "I fossili starebbero tutti su un'unica scrivania" 119; "I resti fossili conosciuti degli antenati dell'uomo riempirebbero un tavolo da biliardo: una piattaforma piuttosto misera da cui scrutare gli ultimi milioni di anni" 120; "Fatto degno di nota, tutta l'evidenza materiale a sostegno dell'evoluzione umana non riempie ancora una singola bara..." 121 L'anello mancante che spieghi la comparsa dell'uomo non esiste 122 e si tratterebbe della "più affascinante di un'intera gerarchia di creature fantasma", dal momento che "gli anelli mancanti sono la norma" nella documentazione fossile. 123 Nel Journal of the Royal College of Surgeons of Edinburgh l'anatomista Solly Zuckerman fece osservare che le opinioni in voga godono troppo spesso di eccessiva considerazione: "La ricerca del proverbiale anello mancante nell'evoluzione dell'uomo, il sacro graal di un'irriducibile setta di anatomisti e biologi, fa sì che la speculazione e il mito fioriscano altrettanto rigogliosi oggi come cinquanta a più anni fa". 124 Alcuni antropologi sostengono che gli uomini si sono evoluti gradualmente da antenati scimmieschi e non, per salti improvvisi da una forma all'altra, ma altri, lavorando essenzialmente sui medesimi dati, sono giunti a conclusioni opposte. 125 Un editoriale del New York Times fa osservare che la scienza evoluzionistica "lascia tanto spazio alle congetture che le teorie sull'origine dell'uomo permettono di capire più cose sul conto dei relativi autori che sull'argomento... Spesso chi trova un nuovo cranio sembra voler ridisegnare l'albero genealogico dell'uomo, mettendo la propria scoperta sulla linea centrale che porta all'uomo e tutti crani degli altri su linee laterali che si perdono nel nulla". 126 L'idea che l'antropologia debba ricorrere all'ausilio delle discipline metafisiche per riuscire a fornire dei modelli sull'origine dell'uomo è assecondata dalla recensione sulla rivista Discover del libro The Myths of Human Evolution degli evoluzionisti Niles Eldredge e Ian Tattersall, nel quale viene omesso un qualunque albero genealogico evolutivo, giacché "per quanto riguarda gli anelli che compongono l'insieme degli antenati della specie umana, si può solo tirare a indovinare": "Eldredge e Tattersall insistono nel dire che l'uomo cerca invano i propri antenati... Se l'evidenza ci fosse, dicono, ci si potrebbe fiduciosamente aspettare che, con la progressiva scoperta di altri fossili di ominidi, la storia dell'evoluzione umana diventasse più chiara. Invece, semmai, è successo il contrario La specie umana, come tutte le altre, rimarrà sotto un certo aspetto orfana, essendosi perduta nel passato l'identità dei suoi genitori". 127 Henry Blocher 128 ha sostenuto il "buon diritto" di non "accordare una fiducia cieca e credulona... a ciò che la scienza dice sulle origini", proprio perché "su questo punto le posizioni della scienza sono quanto mai precarie": "Gli scienziati sono obbligati a considerare dei dati avulsi dal loro contesto; non ci sono che le briciole dei fatti per nutrire le loro teorie. La sperimentazione pianificata che in altri campi è il metodo per provare le ipotesi, è praticamente impossibile. Ernest Renan parlava, quasi un secolo fa, delle nostre povere scienze congetturali. Si riferiva alla storia propriamente detta. Cosa dovremmo dire delle ipotesi avanzate dalla paleontologia a proposito delle origini dell'uomo?" 129 Non è nelle intenzioni di Blocher avallare ogni atteggiamento degli antiscientisti, i quali "sembrano cedere alla faciloneria di un manicheismo senza sfumature ed a sottovalutare il valore del consenso scientifico realizzatosi nel mondo": "Gli antiscientisti... dimenticano che gli scienziati sono spesso rivali e che si controllano a vicenda: ciò impedisce almeno parzialmente il verificarsi di estrapolazioni abusive. L'accordo fra migliaia di ricercatori non nasce dal caso, né è frutto di cospirazione! Ai nostri occhi gli avversari delle opinioni consolidate, patetici kamikaze in lotta contro il mondo accademico, danno prova di leggerezza su due punti fondamentali: quando minimizzano il valore dei punti di contatto e delle convergenze fra lavori di scienziati diversi e quando attribuiscono alla Genesi, senza tollerare discussioni, un significato che altri lettori non vi trovano e che essi stessi non possono giustificare altrimenti che con la loro scelta a priori del letteralismo." 130 Il fatto che l'evoluzionismo presenti gravi lacune e non si collochi come scientificamente in regola, non deve significare il ripudio del metodo sperimentale, il quale è un'altra cosa, e dovrebbe riguardare i naturalisti come i metafisici, nel senso che la scienza sperimentale concerne quel che è conosciuto e non pretende decidere dell'esistenza di quel che è ignoto ed ipotetico. L'errore del naturalismo a questo riguardo, consiste nella massificazione delle discipline scientifiche ed umanistiche, pretendendo la riduzione a mitologia di tutti quegli elementi che sfuggono al criterio sperimentale, trascurando l'evidenza del semplice carattere metodologico dello sperimentalismo. L'incapacità dell'evoluzionismo nel definire i termini antropologici dimostra infatti che il metodo sperimentale deve prendere atto e valorizzare le ipotesi o le formulazioni metafisiche sull'origine dell'uomo, (astenendosi dai ruoli che trascendono la metodologia) e non bocciarle in partenza come non scientifiche. Il carattere non sperimentale dell'antropologia biblica, da cui dipende la relativa disciplina etico-messianica, non può significare necessariamente la sua inconsistenza. Chi volesse sostenere quest'ultima ipotesi dimostrerebbe inevitabilmente non una più rigorosa scientificità, ma semplicemente la propria dipendenza dalle premesse naturalistiche. Il metodo sperimentale non può essere un monopolio né per gli uni, né per gli altri. Il fatto che i primi capitoli della Genesi, rilevanti per l'antropologia biblica, sfuggano alla verifica sperimentale, non significa ch'essa non riguardi il campo d'indagine della scienza. 131 La scienza sperimentale non va separata dalla metafisica 132 ma distinta. La separazione fideistica che Noel Weeks ed Henri Blocher disdegnano può essere riconosciuta come distinzione, purché il "sapere" non pretenda escludere la "fede" e la possibilità di una "storia" con quest'ultima compatibile. 133 La tesi evoluzionistica non è in grado di escludere il punto di vista antropologico che compare nella Genesi, nonostante i numerosi tentativi della craniologia e dell'osteologia in genere, di dimostrare l'origine scimmiesca dell'uomo. Le basi scientifiche della divulgazione dell'evoluzionismo e della credenza che sostiene l'origine animale dell'uomo, ricorrendo a ricostruzioni e riproduzioni di uomini scimmieschi, tramite le scuole, le università o anche i programmi di Piero Angela, (le cui parole d'ordine - elezione naturale, lotta per la sopravvivenza, evoluzione naturale, la specie più adatta -, unitamente ad opportune traduzioni socio-economiche del pensiero di Darwin - il professor Angela ci parla di finanza, delle condizioni per la ricerca scientifica, di adattamento all'era tecnologica, come anche della vita domestica e di come evitare un uso improprio delle moderne utilità - fanno chiaramente trasparire la vocazione naturalistica ed evoluzionistica), risultano insufficienti: "In queste ricostruzioni i tessuti muscolari e il pelo sono necessariamente frutto dell'immaginazione... Il colore della pelle; il colore, la conformazione e la distribuzione del pelo; i lineamenti; l'aspetto facciale: circa questi caratteri, per quanto riguarda gli uomini preistorici, non sappiamo nulla". 134 Science Digest si spinge fino all'ironia: "La stragrande maggioranza delle concezioni degli artisti si basa più sull'immaginazione che sull'evidenza... Gli artisti devono creare qualcosa che sia una via di mezzo fra la scimmia e l'uomo; più il reperto è considerato antico, più scimmiesco è l'aspetto che gli attribuiscono". 135 Il metodo di datazione basato sul radiocarbonio contribuisce a creare ulteriore confusione sui reperti, facendo risalire la comparsa dell'uomo a tempi straordinariamente remoti. Il fisico nucleare e premio Nobel W. F. Libby non sembra così ottimista sui metodi di datazione, quanto la dichiarazione degli istituti che hanno ritenuto la Sindone un reperto medievale: "La ricerca per sviluppare il metodo di datazione avveniva in due fasi: la datazione, rispettivamente, di esemplari di epoche storiche e preistoriche. Arnold e io avemmo la nostra prima sorpresa quando i nostri consulenti ci informarono che la storia risaliva a soli 5000 anni fa... Si leggono dichiarazioni secondo cui questa o quella civiltà o località archeologica ha 20.000 anni. Imparammo in maniera piuttosto brusca che queste cifre, queste epoche remote, non sono note con accuratezza". 136 Malcom Muggeridge alla genericità ed alla vacuità delle prove evoluzionistiche, ha fatto chiaramente trasparire il proprio interesse per l'antropologia biblica: "In paragone, il racconto della Genesi sembra piuttosto serio, e come minimo ha il pregio di corrispondere a ciò che effettivamente conosciamo sugli essere umani e sul loro comportamento... i repentini salti da un cranio all'altro non possono che apparire del tutto fantasiosi a chiunque non sia succube... I posteri si meraviglieranno senz'altro, e spero trovino molto divertente che una teoria così sconclusionata e poco convincente abbia fatto presa con tanta facilità sulle menti del XX secolo e sia stata applicata così estesamente e con tanto poco criterio". 137 L'etica sociale del XX secolo riflette l'ideologia dominante e l'antropologia del naturalismo. Quando si vuole che l'etica socio-economica sia facile e prescinda dalla visione messianica del libro di Daniele, l'antropologia del naturalismo svolge indubbiamente un ruolo decisivo. La riforma etica in occidente passa dunque attraverso la riflessione critica sull'antropologia del naturalismo.


    Inserimento al 2 Dicembre, 1991

    Non si può promuovere una cultura naturalistica e descrivere l'uomo come un animale in competizione coi suoi simili, e nello stesso tempo attendersi che lo Stato, il Parlamento, le aziende, i cittadini operino cristianamente. Quando le riforme etiche non si realizzano arrivano le dittature, perché si deve pur garantire l'ordine e la disciplina nel parco naturale, magari proponendo eticamente un nuovo ordine il quale è in realtà l'ennesimo prodotto riciclato e riaffermato nei termini più congeniali alla fauna, per poi ricominciare daccàpo con le guerre di liberazione, le rivoluzioni, i partigiani, le uccisioni strazianti ed altri nuovi ordini riciclati, almeno finché l'autarchia non è planetaria. Dio voglia che una nuova concezione dell'uomo risparmi all'Italia altre inutili sofferenze ed illusioni. L'alternativa è la volontà ed il coraggio di rifondare l'etica a partire dalla verità sull'uomo, affinché, anche qualora il mondo venga scosso dalle fondamenta, l'identità compiuta e serena di un popolo possa comprendere le vicende e gli sconvolgimenti che precedono la restaurazione di un'età nuova che non sia quella dell'autarchia ventura, già progettata ed in fase di costruzione.

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    Predefinito Soteriologia Vs Antropologia (5)

    E. ANTROPOLOGIA E PREVISIONE SOCIOLOGICA

    Lo storicismo, sebbene sia fondamentale l'opposizione al naturalismo, non rinuncia del tutto all'ipotesi di elementi comuni tra i metodi della fisica e quelli delle scienze sociali. Popper ha sostenuto l'idea di un accordo dello storicismo con il punto di vista secondo il quale la sociologia, come anche la fisica, è un ramo dello scibile cui si deve attribuire contemporaneamente carattere teoretico ed empirico. 138 Il carattere teoretico della sociologia andrebbe intravisto nel tentativo di spiegare e predire gli eventi, ricorrendo all'aiuto di teorie sulle leggi universali della storia. Ma la previsione sociologica, in quanto conseguenza della conoscenza delle leggi universali della storia, è legata all'obiettiva conoscenza delle leggi fisiche ed alla loro natura. L'elemento metafisico interviene in sociologia proprio a motivo dell'attuale inadeguatezza della scienza sperimentale a consolidarsi definitivamente secondo i termini del naturalismo, in quanto le leggi fisiche e la loro natura, nonostante il metodo sperimentale, non sono state intimamente esplorate e dimostrate come contrarie alle tesi del creazionismo, del sovrannaturale e della rivelazione biblica. Mentre la fisica accede alla previsione di fenomeni soggetti all'osservazione sperimentale, nonostante non disponga di una teoria definitivamente oggettiva, in sociologia la minima previsione può esigere la conoscenza delle leggi obiettive ed universali della fisica, la cui assenza non pregiudica comunque le previsioni sperimentali, nella misura in cui esse siano state appurate statisticamente (sapere come si comporta ordinariamente l'atomo, non è conoscere l'atomo). La sociologia ha dunque carattere teoretico ed empirico, benché la messa a punto di un modello teorico scientifico richieda non soltanto l'osservazione sociale, bensì la conoscenza delle leggi universali della storia, dipendenti da quelle che spiegano l'essenza e l'origine dell'uomo e della natura. Scienze sperimentali, antropologia e storiografia sono dunque collegate ed interdipendenti dal punto di vista della sociologia. I contenuti antropologici influenzano non soltanto le formulazioni etiche, bensì anche le previsioni sociologiche. Se l'antropologia fisica non può risolvere le questioni relative alla natura ed all'origine dell'uomo, senza il concorso delle altre discipline antropologiche, nonché della psicologia, della filosofia e di tutte le scienze che hanno per oggetto l'uomo, visto da ogni suo lato, non solo naturalistico, ma filosofico e metafisico, come può essere pensabile una previsione sociologica ed una storiografia che pretenda il dominio sperimentale delle sostanze ontologiche della storia, quando la fisica stessa si dimostra incapace di risalire dalle conoscenze sperimentali alla sua sostanza ontologica? Il contributo del Popper a tal riguardo consiste infatti nel tentativo di dimostrare la necessità di tutti i modelli ipotetici di ricerca, di qualsivoglia scuola di pensiero, che non siano stati indiscutibilmente confutati, per il raggiungimento della verità scientifica. I contributi del libro di Daniele, rivalutati in questa ottica non possono che presentare notevoli incidenze in fase di previsione sociologica. Le previsioni che possono essere formulate sulla base delle informazioni contenute nel libro di Daniele non possono essere ricondotte dalla ricerca d'ispirazione naturalistica a semplice mitologia, "poiché spetterà alla storia futura verificarle o respingerle, cioè sottoporle a prova". 139 Lo storicismo ritiene comunemente che la sociologia dipenda da un principio causale similmente a quanto avviene per la fisica e la chimica, in quanto spiegazione del come e del perché siano accadute o accadranno determinate vicende, purché si disponga degli elementi per la formulazione di leggi, infallibili e puntuali nel loro meccanicismo. La sociologia in realtà non dispone della conoscenza delle sue intime leggi causali, per il semplice fatto che nessuna disciplina, ed ancor più quelle umanistiche, è in grado di disporre attualmente della conoscenza dell'intima sostanza ontologica di cui si occupa, essendo infatti da sempre oggetto di studio e di dibattito filosofico. Nella misura in cui ci si allontana dalle scienze esatte, dalla matematica alla fisica ed alla chimica, le discipline si presentano sempre più ipotetiche nello studio delle sostanze di cui si occupano, essendo maggiormente vulnerabili nei confronti del dibattito teoretico della filosofia. Come la determinazione delle forze interferenti in dinamica, si dovrebbero poter considerare le forze che determinano alterazioni degli equilibri sociali, fino a distinguere le componenti primarie per accedere alle cause fondamentali. Lo storicismo riconosce l'importanza delle forze storiche, comprese quelle spirituali ed economiche, ma sempre intendendole come forze intrinseche all'uomo stesso. La previsione sociologica deducibile dal libro di Daniele suggerisce che la sostanza ontologica della storia venga individuata anche nell'uomo ma non solo e principalmente nell'uomo, essendo le forze responsabili dell'estinzione dei poteri secolari e dell'instaurazione del Regno di Dio individuabili in seno alla sovrana onnipotenza di Dio che agisce ed irrompe nella storia, (anche attraverso i rivolgimenti sociali ed i conflitti bellici) la quale così facendo si presenta come storia umana e divina allo stesso tempo. 140 La previsione sociologica è resa possibile perché, secondo il libro di Daniele, Dio dispone della sostanza ontologica della storia, essendo egli "sapiente e potente... signore dei tempi e degli eventi", ragion per cui egli "svela i segreti più misteriosi, conosce quel che è nascosto nelle tenebre, egli è avvolto nella luce". 141 La conoscenza di quel che è nascosto nelle tenebre e l'essere avvolto nella luce è una chiara allusione al dominio della sostanza ontologica della storia, "dei tempi e degli eventi", le cui leggi, il cui senso globale ci appare spesso "nascosto nelle tenebre". Daniele può accedere al significato del sogno della statua dai piedi d'argilla, e dunque a delle rivelazioni che riguardano il futuro politico del mondo fino all'avvento del Regno di Dio, 142 non perché egli abbia compreso le leggi ed i principi della causalità storica responsabili dei rivolgimenti politici e sociali, ma solo perché Dio stesso ne ha fatto menzione. L'idea della dipendenza della storia e delle previsioni sociologiche dalle rivelazioni divine è confermata più volte nelle affermazioni che sottolineano la sovranità di Dio sui tempi, sugli eventi, sui regni e persino sulla nomina dei re e sui confini territoriali delle nazioni. 143 La capacità di prevedere le vicende storiche è stata attribuita allo "spirito degli dèi santi" che sostenevano Daniele. 144 In tutto ciò si vuole indicare la necessità di riconoscere nella rivelazione biblica e nelle sue previsioni storiche la risposta all'inadeguatezza della ricerca umana di una spiegazione autonoma della storia, la quale finirebbe per compromettere la giustizia sociale e gli equilibri dell'antropologia biblica. Secondo Daniele il governo terreno è reso possibile nella misura in cui si riconosce che "il Dio del cielo domina su tutto", e non a caso il ravvedimento, la pratica della giustizia e la misericordia verso i poveri vengono suggeriti in questo contesto, quale rimedio alla prerogativa di Dio di sostituire i re che non riconoscono la sua sovranità ed "innalzare il più povero degli uomini": 145 "Dio è potente e sa quel che fa... toglie il potere ai consiglieri di corte e rende pazzi i giudici... annulla l'autorità dei re, anzi li lega come prigionieri... e spodesta chi detiene posizioni di potere... copre i nobili di vergogna e annienta l'autorità dei potenti... scopre le cose nascoste dell'oscurità e porta alla luce anche le tenebre più fitte... ingrandisce e distrugge i popoli, alcuni li fa espandere, altri li annienta, toglie il senno ai loro capi, perché si perdano in deserti senza via d'uscita... li fa brancolare nell'oscurità più nera e li fa camminare come ubriachi." 146 E' stato fatto notare il rapporto tra la sapienza apocalittica e una visione della storia che fa dipendere gli uomini, le nazioni, i loro tempi e le loro vicende dalla "predeterminazione indefettibile" di Dio: "Dio creò i popoli nel mondo e noi; li vide, e vide anche noi, da principio fino alla fine del mondo; nulla, nemmeno il più piccolo particolare, fu da lui trascurato; tutto egli aveva previsto, tutto predeterminato... Il Signore ha previsto tutto quello che avviene in questo mondo e tutto si verifica di conseguenza..." 147 Il "pathos che pervade i libri apocalittici in tutte le loro ramificazioni è il pathos della conoscenza", il quale "ha come teatro l'ampia scena della storia universale", purché animato dalla radicata consapevolezza della sovranità di Dio sulle vicende umane e dall'assoluta persuasione dell'avvento del regno messianico escatologico. 148 L'accesso alla sapienza apocalittica richiede il riconoscimento dell'inadeguatezza delle scienze sperimentali alla conoscenza della sostanza ontologica dell'ordine del mondo, per rientrare in una dimensione di ricerca metafisica e spirituale che non rischi però di porsi in contraddizione con i fatti oggettivamente appurati dalla ricerca sperimentale, quando gli scrittori apocalittici, i quali a loro modo si sarebbero "coperti da tutti i lati", condividono la convinzione dell'antica sapienza secondo cui l'ordine del mondo rimane inaccessibile all'indagine razionale e si sottrae, anzi, alla sua logica." 149 Il superamento dei limiti dell'indagine sperimentale della scienza non significa il rifiuto di quest'ultima, ma semplicemente l'acquisizione di quelle condizioni e di quegli strumenti di pensiero che abilitano al riconoscimento "che Dio può iniziare singoli uomini ai misteri del mondo e della storia mediante sogni e visioni, soprattutto con prodigiosi rapimenti che li trasportavano nei più remoti spazi del cosmo": "... tra l'altro, la rappresentazione di un viaggio dello scrittore apocalittico nel cielo o agli inferi è uno schema tradizione che si prestava magnificamente a convogliare tutto il materiale di questo sapere". 150 Si riconosce ben volentieri "che la mentalità dello scrittore apocalittico, vista nella prospettiva di una storia generale dello spirito umano, presentava una struttura razionalistica esattamente agli antipodi di ogni forma di pensiero autenticamente mitico", ma "la funzione... dell'inquadramento mitico nel fornire una legittimazione teologica" che il Von Rad propone 151 risulta essere in contrasto con l'idea della rivalutazione dei contributi del libro di Daniele alla storiografia ed alla previsione sociologica, sulla base della teoria popperiana relativa alla validità delle ipotesi scientifiche che non siano state oggettivamente confutate dalla scienza. Perché dunque voler "imbrigliare" l'apocalittica nell'inquadramento mitico per ricavarne tutt'al più una legittimazione teologica, ma smarrendo il suo valore storiografico, se la scuola del naturalismo e quella metafisica contribuiscono entrambi, senza che l'una abbia confutato l'altra, alla ricerca scientifica? Il Von Rad ed il Rowley hanno sostenuto che "lo scrittore apocalittico... dissimula il proprio luogo storico", 152 la cui "preoccupazione dominante è di presentare gli svolgimenti come predeterminati fin da principio", fino a chiedersi "se una concezione del genere non sia indice di un grave smarrimento del senso storico, se questa visione gnosticizzante di uno svolgimento predeterminato non nasconda un pensiero fondamentalmente astorico, venendo completamente meno la funzione di un'esperienza del contingente storico", ed a "chieder conto all'apocalittica del rapporto esistenziale con la storia, pena la sua degenerazione nella gnosi e nella speculazione". 153 Si è preso atto dell'intenso interesse dell'apocalittica per l'escatologia, tanto da apparire ovvia una derivazione della tradizione profetica, la quale però è stata nei seguenti termini comunque negata: "... questo è impossibile. Essa non si concepisce come profezia, a volte anzi accenna alla fine di questa..." 154 Se da una parte si è voluto minare il legame storico della letteratura apocalittica, dall'altra si è voluta porla in contraddizione con la profezia: "C'è invece un aspetto veramente decisivo, ed è l'inconciliabilità della sua concezione della storia con quella dei profeti. Dal messaggio profetico, così radicato in un terreno specificamente storico-salvifico, ancorato cioè a ben precise tradizioni di elezione, non c'è alcuna via di raccordo con l'immagine apocalittica della storia, e tanto meno con l'idea che gli eschata siano fissati fin dai primordi." 155 La discussione di tali affermazioni è nel nostro caso rilevante, perché la prima entità ad essere direttamente coinvolta è proprio il libro di Daniele: "Non troviamo alcun accenno alla storia d'Israele nelle parti storiche delle due grandi visioni oniriche di Daniele, quella della statua delle monarchie e quella delle fiere. Qui Dio è solo con gli imperi del mondo; né il figlio dell'uomo viene da Israele, bensì con le nuvole del cielo. L'evento salvifico, quindi, si trova interamente proiettato nel futuro escatologico." 156 Quando si pensa di chieder conto all'apocalittica del rapporto esistenziale con la storia, di cui già s'intravede la sua degenerazione nella gnosi e nella speculazione, è ancora alle visioni del capitolo 2 e 7 di Daniele che ci si vuole in concreto riferire: "... questo vale soprattutto per il modo di concepire l'unità della storia implicito nelle visioni della statua e delle quattro fiere. Gli imperi mondiali hanno un'origine, una natura e un fine e quel che in essi si sviluppa è insito nella loro struttura fin da principio. Il movimento della storia, raffigurato con immagini simboliche, rivela un progressivo affermarsi del male. E' una visione storica estremamente pessimistica. E' necessario che la storia attinga una soglia negativa, che la misura del peccato sia colma (Dan. 8, 23). La storia non ha altro sbocco che un abisso, una grande catastrofe (Hen. aeth. 83, 7). Questo male inesorabile alligna evidentemente nella natura dell'uomo e degli imperi da lui fondati, pur nella varietà delle sue manifestazioni." 157 Quando il Von Rad lamenta nell'apocalittica la dissimulazione del luogo storico, è "la preoccupazione dominante... di presentare gli svolgimenti come predeterminati fin da principio... l'assoluto controllo esercitato da Dio sugli eventi... il problema dell'ordine divino che presiede agli sviluppi storici... e la risposta nel riconoscimento di un rigoroso determinismo storico" a fargli difetto. 158 L'idea che ritiene "diverse le parole dei profeti sul divino reggimento delle vicende umane" non sembra potersi reggere. 159 Non può neppure essere dimostrato che "... ogni volta è qualcosa di nuovo e di inatteso che ad essi si manifesta... che dietro la loro predicazione non v'è ombra del problema squisitamente umano di un senso e di un'intelligibilità del corso della storia." 160 Ragion per cui le seguenti conclusioni, al fine di dimostrare la diversità della concezione dei profeti sul divino reggimento della storia, sono perlomeno vacillanti: "E' un opus alienum quello cui Jahvé si accinge. L'immagine che Isaia ci offre di Asur è così mutevole perché mutevoli erano i disegni di Dio"; benché, tutt'altro che per dimostrare la mutevolezza divina ed il libero arbitrio della storia umana, nei libri dei profeti "Israele poteva convertirsi, Jahvé pentirsi per la sventura del suo popolo... ora costruire un popolo, ora annientarlo." 161 La citazione di Geremia 162 a cui fa ricorso il Von Rad serve piuttosto a confermare la compatibilità tra apocalittica e profetismo, giacché in essa si conferma la dipendenza dei popoli e delle vicende che li riguardano dalla sovranità di Dio: "... ecco, come l'argilla del vasaio, così siete voi nelle mie mani". Allo stesso modo la citazione dell'Apocalisse di Ezra asseconda l'idea di una preconoscenza delle epoche storiche (che è cosa diversa dalla loro predeterminazione) e la possibilità di manifestare l'estrema malvagità della natura umana, in sintonia con l'insegnamento dei profeti: "(Dio) ha misurato con misura le ore e calcolato con numero i tempi. Non li turba né li risveglia finché non sia colma la misura preannunciata". 163 Non si può dire "quindi, che nell'apocalittica emerge sotto presupposti teologici completamente diversi una concezione dell'opera storica di Dio che si differenzia radicalmente da quella dei profeti", 164 cosicché se "questa concezione della storia debba essere intesa come un necessario contrappeso a quella profetica e come apertura verso nuovi orizzonti teologici oppure come eccessiva penetrazione di idee straniere nello jahvismo" non si presenta come "un problema destinato a restare a lungo insoluto". 165 Lo stesso Von Rad ha riconosciuto che la "riflessione del Siracide si estende anche al passaggio del dominio mondiale da un popolo all'altro"166; che il "codice sacerdotale presenta una periodizzazione schematica della storia che va ben oltre le altre fonti del Pentateuco, facendo uso in più di un complicato apparato cronologico" ed evidenziando la conoscenza di un compimento escatologico del mondo; che il "discorso sulla gloria divina che un giorno riempirà tutta la terra è interessante appunto perché non sembra troppo quadrare con le preoccupazioni specifiche del codice sacerdotale, pur sfiorando un'idea teologica non inconciliabile coi contenuti della fonte P"; che "anche il Tritoisaia, verso la fine del VI sec., ha parlato di una nuova creazione del cielo e della terra... idea... assai più vicina all'escatologia tipica dell'apocalittica che non alla visione di un futuro immanente alla storia ancora condivisa da Geremia e dal Deuteroisaia".167 L'idea che "Dio cambia le stagioni e le epoche storiche, che trasferisce i regni e li costituisce"168 fino all'avvento del Regno di Dio non riguarda soltanto la letteratura apocalittica in senso stretto e convenzionale. La medesima riflessione di Girolamo sul brano menzionato di Daniele potrebbe essere un brillante sommario sul libro di Habacuc: "Non dobbiamo dunque meravigliarci quando assistiamo a un alternarsi successivo di re e di regni: dipendono dalla libera volontà di Dio il loro governo, i loro mutamenti e la loro fine. Di ogni caso ne conosce i motivi colui che tutti li fa essere, e che permette sovente che salgano al potere re malvagi per far punire i cattivi dai cattivi. Ci fa intravedere nello stesso tempo - preparando in tal modo chi legge con questo colpo d'occhio universale - che il sogno avuto riguardava il mutarsi e il succedersi dei regni."169 Girolamo intuisce che nell'affermazione di Daniele v'è la nozione della sovranità di Dio sui governi mondiali di tutte le epoche, secondo un principio di ricambio e successione al potere che attraverso conflitti e guerre impedisce la realizzazione di una definitiva conquista per una terrena, unilaterale e falsa pacificazione ai danni degli interessi del Regno di Dio. Il libro di Habacuc si presenta come una serie di elementi del medesimo principio di successione nell'attesa escatologica del Regno di Dio, vissuta nella fede che le promesse divine si attueranno a suo tempo. I caratteri apocalittici non sono pienamente sviluppati in Habacuc come negli altri libri profetici, perché essi si estrinsecano dalla profezia, nella misura in cui il modello teocratico e messianico risulta distante, specialmente durante le deportazioni, le persecuzioni e l'isolamento del popolo di Dio (la contingenza storica ed esistenziale), senza soluzione di continuità dal profetismo e dalla sua visione della storia, benché l'elemento escatologico tenda, come è prevedibile, a divenire ipertrofico. I cinque elementi in relazione al principio di successione al potere menzionati da Habacuc riguardano perciò la successione delle potenze descritte nel sogno della statua dai piedi d'argilla e delle quattro bestie nel libro di Daniele. I cinque elementi corrispondo agli atteggiamenti peculiari delle potenze terrene, la cui sostanza non muta con le forme civiche, politiche e sociali caratteristiche di una particolare epoca e strategia di potere. Gli esempi di ravvedimento e di riforma della politica sociale nel senso della giustizia e della misericordia di Dio menzionati nel libro di Daniele, indicano che in seno alla tendenza generale dell'umanità in corsa verso la totale opposizione ai principi teocratici del Regno di Dio è possibile la distinzione e la predisposizione all'era messianica, senza rassegnare le dimissioni dall'impegno teocratico durante l'attesa. Le "parole ironiche e sprezzanti" che una nazione rivolge all'altra, indicano che gli equilibri del pianeta in attesa del Regno di Dio sono garantiti da una tensione costante tra gli uomini ed i loro sistemi di unilaterale pacificazione ed impropria coesistenza, fino a quando la storia non "attinga una soglia negativa" e "la misura del peccato" non sia "colma", evidenziando che "il male inesorabile alligna evidentemente nella natura dell'uomo e degli imperi da lui fondati, pur nella varietà delle sue manifestazioni".170 Le parole ironiche e sprezzanti sono inoltre l'usuale strumento di contestazione delle nazioni e degli uomini che, pur subendo gravi ingiustizie e crudeltà, non possono o non ritengono utile, opportuno e dignitoso reagire ricorrendo a metodi violenti. L'esistenza della satira e dell'ironia nelle relazioni tra uomini e nazioni è in molti casi un indizio della malvagità di uomini, popoli e sistemi di potere, i quali credono di restare impuniti per le proprie malefatte. Il messaggio profetico di Habacuc a tale riguardo è il medesimo dell'Apocalittica e della letteratura sapienziale, guardando al "giorno del Signore": "... non dimenticare che Dio ti chiederà conto di tutto... giudicherà tutto quel che facciamo di bene e di male".171


    1. Le cinque maledizioni di Habacuc

    Habacuc annunzia agli abitanti del regno di Giuda, che si interrogano ansiosi sul proprio futuro e sui disegni di Dio, la sovranità divina sul mondo e sulle nazioni, l'inevitabilità del giudizio sugli oppressori e la certezza della salvezza del suo popolo. Habacuc riconosce che Dio "ha scelto i babilonesi e li ha resi forti per eseguire" i suoi giudizi, ma non comprende perché Dio tolleri che i "babilonesi catturano la gente come pesci presi all'amo, la raccolgono nelle loro reti e ne hanno una gioia immensa... offrono sacrifici alle reti, bruciano profumi in loro onore, perché con esse si procurano un cibo abbondante e saporito... (... forse per questo tirano sempre fuori la spada e massacrano senza pietà i popoli?)" Precedentemente si era lamentato con Dio dell'oppressione degli assiri ("Fino a quando... dovrò chiederti aiuto senza che tu mi ascolti, denunziare la violenza senza che tu venga in aiuto? Perché mi fai vedere l'ingiustizia? Come puoi restare spettatore dell'oppressione? Davanti a me ci sono soltanto distruzione e violenza, dovunque processo e contese. Le leggi non sono più rispettate, la giustizia non è ben applicata. Il malvagio raggira il giusto e i giudizi sono falsati.") per ottenere in risposta l'annuncio dell'arrivo dei babilonesi ("popolo feroce ed impetuoso... tanto superbi che stabiliscono da soli quel che è giusto...") ed un ricambio di potere che non risolve i problemi dell'oppressione.172 Benché nella successiva risposta di Dio non vi siano rivelazioni escatologiche viene assicurato che "alla fine tutto si realizzerà, come previsto... l'uomo infedele a Dio morirà, ma il giusto vivrà per fede... il traditore che si vanta delle sue imprese e l'uomo orgoglioso sono sempre agitati... e come la morte non si saziano mai... ma i popoli conquistati diranno contro di loro parole ironiche e sprezzanti."173 Ciò che viene taciuto è fino a quando il processo di sostituzione e di tensione dei poteri si protrarrà ("Non è ancora giunto il momento che questa visione si avveri... attendila con fiducia e pazienza... arriverà sicuramente e non tarderà."), ma si dà per certo che alla fine sarà fatta giustizia. E' chiaro che, finché le cinque maledizioni di Habacuc sono attive, l'oppressione e l'ingiustizia saranno inevitabili, ma il "giusto" vivrà in attesa della realizzazione del giudizio: il malvagio morirà ed il giusto vivrà. In tutto ciò gli elementi apocalittici sono embrionali ma perfettamente in sintonia col profetismo. Anzi notiamo che è la stessa profezia, in circostanze di grave oppressione ad assumere carattere apocalittico (Zaccaria, Ezechiele, Sofonia), così come le profezie di Geremia assumevano una forte connotazione socio-politica, tale da poter ritenere gli scrittori apocalittici canonici quali autentici profeti. Le cinque maledizioni accompagnano le vicende umane e dunque la storia fino all'avvento del Regno di Dio, talché il sogno della statua dai piedi d'argilla e la successione delle quattro bestie nel libro di Daniele sono col libro di Habacuc in un rapporto di interazione. Sapendo che le seguenti maledizioni riguardano le potenze che si succedono al potere fino all'avvento dell'era messianica, l'aggancio storico del profetismo apocalittico è fin troppo concreto e globale:

    1. Rapina, spargimento di sangue e violenza.174
    2. Ricerca di sicurezza nei guadagni illeciti.175
    3. Un progresso fondato sull'omicidio e l'oppressione.176
    4. Umiliazione e massacro.177
    5. Idolatria.178

    Consigliando a Nebucadnetsar il ravvedimento e le opere di misericordia, Daniele dimostra di voler attenuare il peso delle cinque maledizioni sull'impero e sullo stesso monarca, e così sembra essere fino a quando la tendenza predominante non riprende il suo corso: "Nabuconosor, è vero, secondo il consiglio di Daniele compì opere di misericordia verso i poveri, e pertanto gli fu prorogata la decisione per dodici mesi; ma dato che in seguito, passeggiando nel palazzo reale di Babilonia si autoincensava con queste parole: Non è questa Babilonia la grande costruita da me come residenza reale grazie alla mia enorme potenza e alla maestà del mio nome?179 perde i benefici delle sue buone opere con un peccato di superbia.180 L'atteggiamento di superbia di Nebucadnetsar determinò la riattivazione del principio di ricambio di potere e dunque delle cinque maledizioni: "La sua boria arrogante viene immediatamente punita dal Signore. E pertanto la decisione non viene prorogata oltre per non dar l'idea che la misericordia verso i poveri gli abbia giovato anche solo minimamente; anzi, non appena si fu espresso con superbia perse il regno che le elemosine gli avrebbero potuto conservare."181 La riabilitazione del re sarebbe stata resa possibile solo quando la sovranità del regno di Dio fosse stata riconosciuta.182 L'aver compreso che nessun governo umano può sussistere al cospetto di Dio, aiuta a conservare la propria serenità quando si devono subirne gli abusi, anche quando si trattasse del Piccolo Corno, il quale come nessun altro darà l'impressione di una solidità e di una forza che alla fine si dimostreranno fallaci: "Aspetto in silenzio che il giorno dell'angoscia colpisca il popolo che ci assale... ma io trovo la mia gioia nel Signore, sono felice perché Dio è il mio salvatore..." E' insolito che un testo profetico venga destinato ad essere parte del repertorio del capocoro ed all'accompagnamento su strumenti a corda, secondo quanto avviene per alcuni salmi, il cui confronto col libro di Habacuc ci aiuta a comprenderne le ragioni: la sovranità di Dio sulle vicende umane e l'intervento salvifico in favore del suo popolo.183


    2. La datazione di Daniele tra leggenda e storia

    Per il fatto che nel libro di Daniele si celebra la grandezza della potenza di Dio "che può insediare e deporre re, salvare e liberare", si è creduto che "l'orizzonte religioso... è chiaramente destoricizzato".184 Nel libro di Daniele v'è una sola allusione alla Torah di Mosè ed all'esodo, appena sufficiente a dimostrare che le tradizioni relative ai patriarchi, all'esodo o a Sion non "sembrano esulare completamente dal suo mondo ideale", eppure si è pensato bene (su basi tuttora non dimostrate) di considerarla "un'interpolazione secondaria e non... una predizione".185 La precomprensione del libro di Daniele da parte del Von Rad, dai chiari sintomi naturalistici, risulta con evidenza nel considerare i capp. 1-6 come "la leggenda... in cui va individuato il materiale tradizionale relativamente più antico del libro".186 D'altronde, se il libro di Daniele fosse concepito come un'unità "il fiducioso lealismo di Daniele e dei suoi amici verso un Nebucadnetsar", nel quale "si rispecchiano tempi assai più tranquilli di quelli che videro la rivolta dei Maccabei", la presunta datazione in epoca tarda andrebbero a farsi confutare.187 Il messaggio suggerito dal Von Rad per i primi capitoli è utile a comprendere gli atteggiamenti capitalistici del popolo di Dio, nonostante la possibilità di coesistenza che in alcune epoche viene offerta dalle ideologie dominanti: "Queste leggende, dal tono chiaramente didattico, erano dirette originariamente ai Giudei della diaspora persiana. Il messaggio che essi rivolgevano alla propria epoca era l'ammonizione a restare totalmente obbedienti ai comandamenti di Dio pur nella profonda simbiosi cogli adoratori di altri dei. Ma, nello stesso tempo, è un'ammonizione a vigilare, a tenersi pronti per eventuali e gravi conflitti poiché dal seno di quest'impero, specialmente dalle profondità dei suoi culti, può svilupparsi da un momento all'altro un odio contro i membri del popolo di Dio e la loro religione".188 Persino la conquista mussulmana che "significò per gli Ebrei un notevole miglioramento della loro situazione sotto molti aspetti" che "... non faceva distinzione tra Ebrei e Cristiani" ed i cui "provvedimenti... erano per forza di cose meno oppressivi di quelli emanati dai governi bizantini", non poté evitare che i "non-Mussulmani" fossero "cittadini di seconda classe" ed esposti ad una condizione "sempre precaria... spesso effettivamente pericolosa".189 Le società laiche e socialiste sono soggette in primo luogo esse stesse a praticare la discriminazione ed in secondo luogo non dimostrano di poter garantire la pacifica coesistenza tra le ideologie confessionali e l'imparzialità nei riguardi di quest'ultime, per cui rimane soltanto la possibilità di una vigile coesistenza, vissuta quanto più è possibile nella mutua assistenza, ma pronta a dislocare efficacemente gli uomini ed i mezzi necessari alla salvaguardia delle parti in causa, evitando il ricorso pretestuoso ed eccessivo al liberismo economico. Dal punto di vista del libro di Daniele la storia non appare destinata al raggiungimento della pacificazione sociale, ideologica e religiosa, (nonostante l'impegno per la coesistenza possa essere premiato con lunghi periodi di serenità) se non attraverso il giudizio delle nazioni e l'avvento del Regno di Dio. La realtà che la discriminazione non possa "costituire la base di una simbiosi completamente soddisfacente" è suggerita dai "commoventi lamenti del grande poeta ebraico Yehuda Halevi, che era vissuto sia nella Spagna musulmana che in quella cristiana, terribili entrambe..."190 Ciò va detto in favore dei cristiani come anche dei giudei o dei mussulmani, i quali dimostrano nei loro rapporti di non aver ancora compreso l'importanza di proporsi come reciproca occasione di salvezza, riducendo ragionevolmente gli atteggiamenti competitivi e risolvendo i conflitti o le dispute territoriali sulla base del riconoscimento delle prerogative creazionali all'esistenza fino all'avvento dell'era messianica. L'esistenza di una questione palestinese, di una guerra civile in Azerbaijan e nell'Irlanda del Nord, di uno strisciante isolamento delle minoranze, dimostra l'immaturità del monoteismo reale al confronto con le sue aspirazioni teoriche ed ideali, tanto che l'accusa di liberismo economico nei confronti dei fondamentalisti evangelici da parte di chi è causa di un genere ancor più immediato e violento di oppressione, risulta priva della necessaria autorevolezza. Le cinque maledizioni di Habacuc ed il principio di successione dei poteri nel libro di Daniele sembrano coinvolgere lo stesso popolo di Dio ed i suoi più diretti interlocutori, affinché non si verifichi una ingiusta prevaricazione degli uni sugli altri. L'evidenza che il popolo di Dio non sia necessariamente giusto e non abbia sempre ragione, risulta nel fatto, condiviso dai profeti tradizionali come anche da quelli apocalittici, che Dio preferisca affidare, in molti casi, la leadership politica a nazioni, le quali pur professando un credo non riconosciuto come ortodosso, dimostrano di essere più affidabili di altre al fine di garantire gli equilibri del mondo in attesa del Regno di Dio.191 Quando era già stato deciso di consegnare nelle mani di Nebucadnetsar, Sedecia re di Giuda, i suoi ministri e la gente che sarebbe riuscita a sopravvivere alla peste, alla guerra e alla carestia, così come Daniele avrebbe consigliato il re di Babilonia, Geremia, sollecitando il ravvedimento, la giustizia e la misericordia in seno alla famiglia reale di Giuda, contribuisce ad attenuare gli effetti delle cinque maledizioni di Habacuc ed a rallentare il processo di ricambio e di successione al potere.192 Il riconoscimento che il libro di Daniele sia lontano dall'attivismo dei Maccabei, essendo il suo sguardo fisso sul fine divino della storia, è un argomento in favore di una datazione antica di Daniele, per quanto non necessario a quest'ultima.193 Tre dei sei racconti della sezione di Daniele ritenuta più antica dal Von Rad194 hanno la funzione di ricordare che il popolo di Dio non è abbandonato "in balìa della potenza sproporzionata di un impero mondiale, contrariamente ad ogni apparenza", ma l'idea di una momentanea e strategica sottomissione al potere temporale non deve far pensare alla passività ed al disimpegno politico e teocratico, il quale si dimostra, in qualche misura, possibile a fianco dell'autorità centrale della "bestia" in carica, almeno fino all'avvento del Piccolo Corno, il quale per la prima volta nella storia avrà, secondo il libro di Daniele, il dominio sul mondo e dunque, per un periodo, anche sul popolo santo.195 Roberto Formigoni ha suggerito che il tentativo tecnocratico di dominare il mondo si accompagna al timore di un potere totalitario capeggiato dal Maligno.196 Se può essere individuata l'ideologia destinata al dominio del mondo, sulla base dell'osservazione della realtà politica, economica e sociale e confrontarla con l'etica biblica, è probabile che vi siano finalmente le condizioni per lo svelamento dei contenuti apocalittici, destinato al tempo della fine.197 Rivelando i tempi del totalitarismo planetario del Piccolo Corno, si vuole inculcare la fede nel "Dio che conduce la storia, che non permetterà si rechi oltraggio ai suoi198 e che può deporre e di nuovo insediare a suo piacimento i dominatori del mondo.199 La fedeltà di Dio che conduce la storia viene ricondotta dal Von Rad alla fiducia in leggende che sanno, oltre che ammonire, anche consolare, vanificando in tal modo il contributo storiografico e la previsione sociologica suggeriti dal libro di Daniele.200 In questo modo si intacca il tema vero e proprio degli scritti apocalittici, non solo di quelli più recenti, ma specialmente del libro di Daniele: il compimento della storia.201 E' vero che le visioni oniriche di Dan. 2 e 7 conducono al margine estremo in cui storia e trascendenza si toccano, ma solo per fonderle e spiegare la storia nei termini della stessa trascendenza, "spingendo lo sguardo fin entro il mondo trascendente".202 Prescindendo dalla sua sezione interpretativa,203 il sogno della statua dai piedi d'argilla è di una riconosciuta rilevanza storiografica: "... con l'avvento dell'ultimo e terribile rampollo del quarto impero la storia universale sarà giunta al suo epilogo."204 L'idea di riferire l'immagine dei quattro regni all'impero di Alessandro e la sua applicazione ad Antioco IV ed alla grande tribolazione, dichiarata dal Von Rad "tutt'altro che unitaria, poiché il testo si prestava ad ulteriori reinterpretazioni", non tiene conto del coinvolgimento perlomeno di un'altro impero oltre quello ellenistico,205 e della necessità di far seguire all'abominazione antiochena la pietra che si stacca "dalla montagna senza intervento umano, per frantumare il ferro, il bronzo, la terracotta, l'argento e l'oro della statua", per realizzare "un regno che non sarà mai distrutto e non cederà mai il dominio a un'altra nazione", a meno che, riconoscendo una precomprensione naturalistica dell'intera questione ed una datazione maccabaica del libro di Daniele, non si voglia concludere che la realizzazione dell'era messianica abbia fallito nell'adempiersi nei tempi previsti. La ricerca non può dimostrarsi ambigua ed approssimativa sull'importanza di non compromettere il tessuto vitale della prospettiva storiografica del libro di Daniele e dell'apocalittica nel suo insieme, a meno che non si disponga di inconfutabili argomentazioni scientifiche, realmente capaci di negare una lettura metafisica della storia e delle vicende umane, pena l'assunzione di una responsabilità che potrebbe dimostrarsi motivo di tragico fallimento per la ricerca storiografica e la previsione sociologica. Chiarito che, se il settimo capitolo di Daniele va spiegato in relazione alla crisi religiosa scatenata in Palestina da Antioco IV, non vi può essere alcuna previsione sociologica significativa che non abbia smarrito il proprio carattere apocalittico, va notato che la sede e l'origine dei mutamenti sociologici previsti per il futuro è lo stesso trono di Dio, da cui proviene, infatti, il potere di disporre dei regni.206 I passivi indeterminati ai vv. 4 e 6 traggono origine dal medesimo trono e dimostrano che le quattro bestie, anche quando presumono di essere sovrane e fiere protagoniste dei propri destini, "subiscono un'azione estranea".207 La consegna del potere al "figliuol dell'uomo" ed ai "santi dell'Altissimo"208 indica che le rappresentazioni apocalittiche non sono lontane dalla speranza davidico-messianica,209 perché non si può affermare che l'origine celeste del "figliuol dell'uomo" sia in contrasto con la nascita a Betlemme del discendente di Davide.210 L'idea che i "santi dell'Altissimo" possano rappresentare gli angeli, sulla base sia della terminologia abituale dell'Antico Testamento che delle testimonianze provenienti da testi extracanonici, dovrebbe tener presente l'uso che il Nuovo Testamento fa della stessa terminologia, nello stabilire una relazione tra il regno dell'Agnello/dei riscattati ed il dominio del Figliuol dell'uomo/dei santi dell'Altissimo.211 Martin Noth colloca anch'egli la redazione dei primi sei capitoli di Daniele durante il sec. III e spiega che si tratta di una illustrazione dell'aiuto "dato da Dio agli uomini pii che sapevano resistere alle pressioni del mondo" e dell'interpretazione degli "avvenimenti di quell'epoca come l'inizio della fine del potere mondiale che nel corso del tempo si era manifestato in una serie di successivi imperi, e come la preparazione all'avvento del regno di Dio, per il quale i successi di Giuda... erano naturalmente solo un piccolo aiuto temporaneo".212 All'epoca dei successi di Giuda sui seleucidi, i quali erano impegnati nello stesso tempo ad est nelle lotte contro i Parti, l'idea tradizionale e conforme ai princìpi basilari della fede, relativa al favore di Dio nei riguardi del suo popolo, si sarebbe radicata fino a credere che in breve si "dovesse giungere alla decisione finale tra il dominio di Dio e quello degli uomini".213 La redazione definitiva delle visioni contenute nella seconda metà del libro di Daniele risalirebbe a quest'epoca "nelle quali gli avvenimenti di quel tempo sono considerati come la fase finale della storia prima dell'imminente e manifesto avvento del dominio di Dio sulla terra, che avrebbe preso forma nel regno dei santi dell'altissimo."214 L'attesa dell'imminenza del regno di Dio avrebbe prodotto la letteratura apocalittica che "continuando le profezie dei tempi antichi, annunciava al mondo e alla sua storia una fine realizzata da Dio",215 ma questa spiegazione contrasta almeno con i tempi di realizzazione previsti nello stesso libro di Daniele, se non con il fatto che il genere apocalittico è ancor più attestato in prossimità ed oltre l'era volgare o cristiana, al seguito di una tradizione che risale al profetismo. Dal momento in cui è stato pronunziato il messaggio (la profezia dei 70 anni a Geremia) che riguarda il ritorno dall'esilio e la ricostruzione di Gerusalemme fino all'apparizione di un condottiero consacrato, il libro di Daniele prevede "sette periodi di sette anni e sessantadue periodi di sette anni", ossia 483 anni.216 Al termine dei "sessantadue periodi un uomo consacrato sarà eliminato senza che alcuno lo difenda", dopodiché "verrà un condottiero con il suo esercito per distruggere la città e il santuario", il quale (durante l'ultimo periodo di sette anni) "confermerà un patto per un gran numero di persone... ed a metà della settimana farà cessare... i sacrifici e le offerte, porrà sull'altare un idolo orribile, finché la fine decretata non si abbatterà su questo devastatore."217 Sembrerebbe a prima vista che l'abominazione della desolazione, ossia la profanazione del santuario, si compirebbe dopo 483 anni sommati ai primi tre anni e mezzo dell'ultima settimana di anni, prima che "termini la disubbidienza, cessino le colpe e i peccati siano perdonati, la giustizia eterna si manifesti, le visioni e le profezie si realizzino e il Luogo Santissimo sia di nuovo consacrato..." ma il dopo non implica che ciò avvenga esattamente alla metà dell'ultima settimana (in coincidenza con la presa di Gerusalemme) e non invece alla fine.218 Se la seconda sezione del libro di Daniele è da attribuire ad un redattore pseudoepigrafista, all'indomani dei successi riscossi dai giudei sui seleucidi, con l'intento di attribuire ad Antioco IV le profezie relative al Piccolo Corno ed all'abominazione della desolazione, alcuni errori di datazione rendono poco credibile la sua esistenza:

    1. Dal primo anno del regno di Ciro219 fino al dicembre del 167 a. C. (anno in cui si verifica l'abominazione della desolazione suggerita dal Noth 220) si contano 372 anni e non 483 o 486 e mezzo. Vanno aggiunti i 70 anni previsti dalla profezia di Geremia221 dal momento del suo annuncio222 fino all'editto di Ciro nel suo primo anno di regno,223 per cui gli anni diventano 442. Se poi si vuole iniziare il computo a partire non dall'editto di Ciro, (che prevedeva soltanto la ricostruzione del tempio, ma non delle mura e della città, secondo quanto è detto in Dan. 9: 25) bensì da Artaserse il numero di anni si ridurrebbe ancor più, rendendo ancor più inverosimile l'idea che il libro di Daniele abbia carattere pseudoepigrafico.

    2. Se si vuole prendere come riferimento Dario I (522-486) o Dario II (423-404) il numero degli anni (rispettivamente 355 e 256 anni più i 70 sopra menzionati) non presenta neppure in questo caso alcuna compatibilità con la tesi del Noth.

    3. Dal momento della profanazione del tempio nel dicembre del 167 a. C. fino alla sua restaurazione nel dicembre del 164, come riportato dal Noth,224 trascorrono tre anni. Ammesso che i tre anni e mezzo annunciati in Daniele225 coincidano anche con l'attesa per la restaurazione, non si capirebbe perché uno pseudoepigrafista di Daniele abbia approssimato di sei mesi un tempo di soli poche anni. Ad ogni modo, se la profanazione del tempio avvenisse soltanto verso la fine dell'ultima settimana di Daniele, (vedi Ap. 11 1-3), il tempo d'attesa per la restaurazione potrebbe coincidere con i soli 45 giorni che risultano dalla differenza tra i 1335 ed i 1290 giorni in Dan. 12: 11-13. L'interruzione del sacrificio, in tal caso, dovrebbe coincidere con la presa di Gerusalemme, mentre l'abominazione con il controllo del tempio e non solo del suo cortile. Prediligo quest'ultima soluzione, la quale aiuta anche a comprendere correttamente Dan. 9: 27, perché risulta evidente dal confronto la relazione e la prossimità tra cessazione dei sacrifici ed abominazione. Nel caso dell'abominazione di Antioco, cessazione del sacrificio ed abominazione sembrano coincidere ed i tre anni che seguono tali eventi si propongono come una mancata realizzazione delle promesse messianiche, il che non sembra essere conforme agli obiettivi patriottici di un ipotetico autore pseudoepigrafista.

    Se si vuole suggerire che a distanza di molti anni l'autore pseudonimo del libro di Daniele possa aver creato confusione di nomi e cronologie, è inverosimile che possa essersi confuso sugli anni che eventualmente intercorrono tra la profanazione e la riconsacrazione del tempio, oppure, in alternativa, che possa aver suggerito un tempo di liberazione dimostratosi fallace. Se, diversamente, le previsioni precedono gli avvenimenti, perché lo stesso pseudoepigrafista avrebbe dovuto precisare in tre anni e mezzo il tempo necessario alla normalizzazione delle funzioni del tempio, oppure all'avvento del regno messianico. Il tentativo di risolvere la questione adottando le tesi conservatrici, ossia assumendo l'ipotesi che la paternità del libro risalga a Daniele, incontra comunque difficoltà, a causa degli apparenti contrasti nell'ambito della cronologia e della menzione dei re, ragion per cui se ne rende necessaria la discussione, tanto più che a quest'ultima sono collegate le ipotesi della previsione sociologica, dell'antropologia e dell'etica, nonché la legittimità e la fondatezza dell'attesa messianica. Il riconoscimento dell'autenticità del libro di Daniele e della destinazione al futuro dell'avvento del regno di Dio sono a fondamento del discorso escatologico di Cristo, dell'Apocalisse di Giovanni e delle indicazioni degli apostoli sul ritorno di Cristo.226

  4. #24
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    Predefinito Rif: Soteriologia Vs Antropologia (2)

    vedo che 6 tornato ben fornito,egregio

  5. #25
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    Predefinito Rif: Soteriologia Vs Antropologia (2)

    Citazione Originariamente Scritto da Eric Draven Visualizza Messaggio
    vedo che 6 tornato ben fornito,egregio
    In relazione a http://forum.politicainrete.net/1833219-post320.html

    Tutta "roba vecchia" ma fin troppo attuale… credo. Un tantino complicato per chi non ha familiarità con l'Apocalittica, ma il segreto o la chiave per rendersi l'indagine semplice esiste.

    Sorse anche una discussione su chi di loro poteva esser considerato il più grande.

    Gesù disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.

    Sappiamo che tutte queste cose devono verificarsi prima dell'avvento del Regno di Dio. Sono gli ultimi rantoli del cesarismo in versione moderna e "democratica" - il Diavolo sa che il suo tempo è agli sgoccioli… e vuole riprovarci ancora.

    La soluzione per capire… ed entrare nel Regno di Dio è ricevere Gesù Cristo quale Unico Signore e Salvatore.

    Cesare vuole un posto già occupato e non gli restano dunque che i festini.
    Ultima modifica di david777; 28-01-11 alle 00:42

  6. #26
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    Predefinito Soteriologia Vs Antropologia (6)

    B. L’ANTROPOLOGIA PROTESTANTE
    Nel Protestantesimo, come in ogni altra derivazione del Giudeocristianesimo, è fondamentale l’idea che l’uomo sia il prodotto di un’azione creatrice di Dio. 14 La teoria di Darwin è considerata generalmente una premessa deleteria per l’etica biblica e non necessaria per la scienza: “... l’asserzione che tutti gli scienziati sono evoluzionisti è caduta; molti di coloro che sostenevano la teoria darwiniana dell’evoluzione, recentemente l’hanno abbandonata ed ora la contrastano vigorosamente; gli evoluzionisti non sono stati mai capaci di concepire un sistema di etica o di religione che si avvicini anche minimamente a quello della Bibbia”. 15 L’uomo è creato ad immagine di Dio, 16 benché ciò non implichi somiglianza fisica. 17 La somiglianza viene spesso ipotizzata in riferimento alla tricotomia dell’uomo, quale formalmente riferita nel N.T. 18, ma contestata dal Giudaismo, così come è pure rigettata la dicotomia di corpo e anima, caratteristica dell’Orfismo e del Platonismo, 19 essendo l’uomo “a multifaceted unitary being - nefesh chayyah. 20 Se il consenso dei teologi protestanti non è unanime sulla tripartizione dell’uomo, si dà per certo che la somiglianza dell’uomo a Dio riguardi la personalità. 21 Si attribuisce all’uomo l’eternità: “Un’esistenza senza fine è una parte inseparabile dell’eredità dell’uomo in quanto creatura creata ad immagine e somiglianza di Dio. Egli è indistruttibile, non può essere annientato”. 22 Le qualità morali ed intellettuali dell’uomo vengono riconosciute nella loro integrità soltanto prima della caduta in Eden. 23 La caduta determinò paura di Dio, 24 vergogna della propria nudità, 25 perdita dell’Eden. 26 A causa di leggi spirituali difficilmente indagabili, si ritiene che l’intera razza umana sia stata contaminata dal peccato, nella persona di Adamo ed Eva: “Dato che Adamo era il capostipite della razza, egli agì come rappresentante di questa. Il peccato, quindi, fu tanto della razza quanto dell’individuo. Perciò vi furono dei risultati che si ripercossero su tutta la specie umana come conseguenza del peccato di Adamo.” 27 E. H. Bancroft ritiene che le conseguenze siano le seguenti:
    1. La terra fu maledetta in modo che non producesse solo beni e che dovesse essere lavorata dall’uomo con fatica. 28
    2. Ne conseguirono sofferenze e dolore per la donna nel dare alla luce i bambini e nell’essere soggetta all’uomo. 29
    3. Tutti gli uomini sono peccatori e giacciono sotto la condanna. 30
    4. Produsse la morte fisica e spirituale nel tempo e la minaccia della pena della morte eterna. 31
    5. Gli uomini non redenti sono tenuti in prigionia di Satana e del peccato e sono senza speranza di potersi liberare. Essi sono considerati come figliuoli del diavolo. 32

    La visione protestante dell’uomo naturale, non rinnovato dall’opera redentrice del Cristo, a causa del peccato, è fortemente negativa, tale da giungere a convincersi di una radicale separazione tra mondo e Chiesa, le cui conseguenze socio-economiche sono facilmente intuibili. L’uomo naturale non viene ritenuto moralmente affidabile per credere nella buona fede e nella concreta realizzazione delle sue migliori formulazioni etiche, e ciò conduce il Protestantesimo conservatore e fondamentalista a scelte che vengono intese come immorali nel comportamento economico ed incompatibili con le formulazioni etico-sociali del Cattolicesimo. Non soltanto non si crede nelle buone intenzioni dell’uomo naturale, bensì il credente stesso non è ritenuto affidabile se non nella misura in cui questi progredisce nella santificazione e si libera dei precedenti culturali ed istintuali della propria origine razziale e nazionale, non conformi al messaggio biblico. Ciò spiegherebbe perché, anche dopo la conversione nei termini previsti dal fondamentalismo, può verificarsi nella Chiesa una qualche misura di separatismo razziale e, pressoché ordinariamente, un certo individualismo nella sfera economica che si dimostra in molti casi generoso nelle attività e nelle relazioni ecclesiali, ma che all’esterno non ammette eccezioni alle regole del mercato e della competizione, riconoscendo nell’individuale misura di spiritualità la necessaria premessa per il benessere e lo sviluppo economico. La coincidenza tra liberismo economico ed etica fondamentalista diviene così naturale, la cui pericolosità consiste nel rischio di un’opposizione all’uomo, al quale viene rivolto un messaggio evangelico subordinato ad un pernicioso disegno politico, fortemente individualistico e deleterio per i caratteri etico-messianici, costitutivi della tradizione giudeocristiana, e che finisce per rischiare di porsi al servizio del Piccolo Corno. E’ innegabile che l’uomo naturale venga ritenuto dal N.T. come “morto” nei peccati e seguace del diavolo e dell’andazzo di questo mondo, essendo per natura “figliuolo d’ira”. 33 L’idea che l’uomo segua l’andazzo di questo mondo (letteralmente “secondo l’età - gr.: aion - di quest’ordine mondano - gr.: kosmos - “) “ci dice come la vita umana sia veduta sotto l’influenza del maligno che tiene l’uomo in una stretta tirannica”. 34 Se gli uomini “sono tagliati fuori dalla vita di Dio a motivo dell’alienazione umana da Dio, e sottostanti quindi alla giusta Sua condanna del peccato, il cui mortale effetto è quello di separare Dio e l’uomo”, 35 non ci si può sorprendere se qualsivoglia formulazione etica contraria all’antropologia biblica venga ricondotta ad un’inefficace ed ipocrita retorica di un’umanità che giace sotto il controllo del Principe della potestà dell’aria. 36 Il separatismo della Chiesa nei confronti del mondo e la differenziazione del progresso spirituale individuale, vanno dunque individuati come la causa del rifiuto dei modelli etici dipendenti da qualunque ideologia o religione che non siano strettamente bibliche; della coincidenza strategica ma non ideologica con il complesso dei valori della civiltà laica e liberistica occidentale; nonché, almeno in parte, del medesimo sistema economico occidentale, originato in ambito confessionale ed in buona misura mutatosi, nel bene e nel male, in laicismo lungo il suo percorso. Il rimedio al pessimismo antropologico del Protestantesimo non è, a lungo andare, il cedimento nei confronti della teologia liberale, 37 benché si debba ammettere che in tal modo le chiese protestanti più antiche vengono inclinate verso l’etica sociale cattolica: “Today...Catholic missionaries have strongly aligned themselves with the poor, encouraging them to fight for social justice. Pope John Paul II has supported his priests in this cause, as long as they do not become directly engaged in politics. Some Protestant missionaries share the radical views of the Catholic activists. But a majority of the evangelical and fundamentalist missionaries either sympathize with rightist regimes or accept the status quo and insist that spiritual conversion, not political action, is the true work of the Lord.” 38 In ogni caso il tentativo di attenuare la carica discriminatoria dell’antropologia protestante, ricorrendo ai geniali stratagemmi della teologia liberale, hanno favorito le missioni fondamentaliste, al punto che fondamentalismo e Cattolicesimo s’impongono ormai come reciproche e maggiori alternative, il cui risultato potrebbe significare un inesorabile consolidamento del primo, il quale può contare sulla forza sempre più permeante dell’economia occidentale, a danno del contenuto etico del secondo, nonostante la sua autorevolezza morale, e dunque dei popoli e degli individui più deboli o contrari all’alleanza politico-religiosa tra il fondamentalismo ed il potere economico più tipicamente occidentale e radicalmente liberistico. Prima che si arrivi a tale situazione, in teoria prevedibile, si deve cercare di conciliare l’antropologia protestante con quella cattolica, col risultato di un riequilibrio della dogmatica ed una maggiore sintonia con la vocazione etico-messianica della profezia apocalittica giudeocristiana, le cui istanze sono cripticamente intessute, dal momento progettuale alla sua realizzazione, nel libro di Daniele. E’ stato suggerito che la causa della crisi delle chiese protestanti che costituiscono il National Council of Churches sia di ordine tattico, piuttosto che teologico: “The belief that missionaries should care as much about helping people improve their lives as about converting them to Christianity originated with the “mainline” Protestant denominations that constitute the National Council of Churches (N.C.C.). But this liberal Protestant view is a waning influence around the world. Reason: mainline chuches believe that indigenous workers should be doing most of the spiritual tasks once performed by missioaries. Thus churches that belong to the N.C.C. now support only 2,813 career missionaries abroad, compared with 9,844 in 1953.” 39 Allo stesso modo la crescita del numero dei missionari del fondamentalismo, pietisti o riformati, non dipende semplicemente da motivi strategici, come è stato suggerito, bensì da motivi teologici ed economici allo stesso tempo: “By contrast, Fundamentalists and Evangelicals - many of whom do belong to mainline churches - are supporting a missionary movement that since 1953 has tripled its number of workers abroad to more than 30,000.” 40 E’ risaputo che i contributi dei credenti alle attività missionarie sono molto consistenti in seno alle chiese evangeliche fondamentaliste, ma ciò non spiega di per sé la crescita del movimento. L’intesa tra il presidente Reagan e gli evangelici americani deve aver favorito l’espansione del fondamentalismo e procurato, oltre che nuove alleanze, una certa preoccupazione nel mondo cattolico, reso consapevole dell’intransigenza del nuovo protestantesimo. 41 In seno all’antropologia protestante si deve riconoscere che il movimento pietista esprime un’istanza utile a rendere più umane le conseguenze economiche del Protestantesimo, e che consiste nel tentativo di sfuggire all’antitesi libero-servo arbitrio, anche se rifiutando il ruolo sistematico di una teologia speculativa ed accademica. Quando però le chiese del pietismo giungono a comprendere la necessità di un coinvolgimento nella vita politica, stranamente ritornano alla teologia riformata, specialmente calvinista, tanto da suggerire che pietismo e Calvinismo sono due termini essenziali per la nascita e l’evoluzione del capitalismo protestante, dei quali il primo è momento di ingenue dicotomie tra Stato e Chiesa, fede e teologia, semplicità evangelica e conoscenza accademica, per ricadere subito dopo negli schemi della teologia riformata, non avendo saputo cogliere l’opportunità di una creatività intellettuale capace di risolvere le contrapposizioni della teologia classica, e dunque dell’etica che regola i comportamenti economici della borghesia protestante e delle moderne società occidentali. 42 La simbiosi tra pietismo e Riforma nella formulazione dei modelli culturali della civiltà occidentale non può cessare se non superando i contrasti e le contrapposizioni che sono propri della teologia cristiana nel suo insieme. L’etica protestante è il prodotto logico ed inevitabile dell’antropologia che l’ispira, la quale a sua volta è altrettanto logicamente collegata ad ogni altra componente della teologia da cui essa deriva, talché agire su ognuna delle componenti, perché venga ricostruito un maggior contenuto di verità, è agire sull’uomo e sulla somma dei suoi prodotti etici e culturali. I tempi e la legge esigono tale operazione e non il tentativo di annichilire l’autentica semplicità delle chiese evangeliche, a cui non giova la presunta contrapposizione tra teologia e concreta vita cristiana. Neppure si vuole attentare alla funzione degli anziani o vescovi, riproponendo la figura e l’intervento di una categoria che ripropone alla memoria storica del pietismo l’istituzione del magistero cattolico. Se la Chiesa non intende rischiare l’opposizione al Regno di Dio e l’assimilazione al potere del Piccolo Corno, (la quale implicherebbe il coinvolgimento nella ribellione - gr.: apostasia - annunciata in 2Tes. 2: 3) essa deve ricostruire in tempo l’armonia tra i ministeri, (gr.: diakoniwn) senza i quali il panorama biblico della volontà di Dio (gr.: boulen, consiglio) non potrà essere esaminato, con la conseguenza dello sfaldamento delle congregazioni, la romantica approssimazione delle speranze e dei termini apocalittici, ed una pericolosa alienazione dei carismi, la quale anziché produrre santificazione, potrebbe non dimostrarsi all’altezza del confronto con le prove e le forze avverse, fino ad immiserire la già difficile eticità di chi è sinceramente votato a rappresentare un progetto apocalittico che esige unità e forza per la sua realizzazione. Opporsi, anche se cristianamente alla sopraddétta operazione è opporsi ai tempi ed alla legge, promuovere l’avvento del Piccolo Corno e schierarsi contro il Regno di Dio. L’articolo di Ostling si sviluppa sul filo di un interrogativo che per il Cristianesimo dovrebbe essere ormai risolto: il lavoro missionario consiste nella lotta per la giustizia sociale e nell’azione politica, oppure nella predicazione evangelica della conversione spirituale? 43 I cristiani appaiono divisi sulla risposta da darsi a tale interrogativo. E’ stato contestato che la teologia liberale coincida con l’attività sociale e politica, benché, pressoché puntualmente i protestanti impegnati in tal senso, (purché a favore e non contro la liberazione degli oppressi) si appoggiano a qualche forma di teologia liberale: “... non si può semplicisticamente affermare: impegno politico = liberismo teologico”. 44 Allo stesso modo, “benché sia vero che molti evangelici siano critici nei confronti dell’impegno sociale e difendono una specie di posizione verticistica, è troppo semplicistico affermare: evangelismo = verticismo”. 45 Oltre le divisioni nette tra fondamentalisti evangelici e protestanti storici e liberali, i cristiani che sostengono la necessità di intervenire energicamente nella vita sociale e politica, si riferiscono alla Dichiarazione Barmen del 1934 della chiesa detta confessante contro il totalitarismo del Terzo Reich. Ogni espressione del fondamentalismo sembra, infatti, presentare una qualche vulnerabilità nei confronti della sensibilità civica e politica del Protestantesimo storico, a seconda della situazione culturale in cui viene a trovarsi. La Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia è un esempio di come il Protestantesimo storico possa influire sul fondamentalismo evangelico. La VII Assemblea della suddetta federazione si è tenuta, non a caso, a Palermo, dal 31 ottobre al 3 novembre del 1985, animati dalla “volontà dichiarata di essere presenti con la predicazione evangelica e con l’impegno concreto nei problemi generali del paese e in quelli del meridione in particolare”. 46 La predicazione evangelica diviene così principio di ordine sociale per una crescita ed uno sviluppo che non siano il frutto della rapina, della violenza e dell’oppressione, perché i valori umani e spirituali, la solidarietà e la carità, da una parte, e l’efficienza, il progresso, la produttività, dall’altra, sono tutt’altro che ontologicamente inconciliabili e contrastanti, : “... [il] Past. Sergio Aquilante... nel culto di apertura dell’assemblea... ha affermato il valore liberatorio dell’Evangelo rispetto alla ripetitività del passato e alla rassegnazione che caratterizzano la crescita disordinata del Mezzogiorno, e la necessità di costruire la nuova dimensione spirituale di cui il Sud ha bisogno. Questi temi sono riemersi nel dibattito su Violenza e democrazia: problemi e speranze nella Sicilia di oggi, cui hanno partecipato come oratori esterni Pietro Barcellona, Rita Costa e Claudio Fava”. 47 Alle occasioni di confronto tra luterani e riformati italiani 48 la FGEI (Federazione giovanile evangelica italiana) può far seguire perfino un documento teologico contro l’apartheid. La FGEI concorda con la dichiarazione dei teologi sudafricani, in grande maggioranza protestanti, secondo la quale “la chiesa non può collaborare con la tirannia”, e “non deve solo pregare per un cambiamento di governo, ma deve anche mobilitare i suoi membri (...) perché lavorino per un radicale cambiamento... vogliamo accogliere queste richieste di solidarietà e di impegno perché in Sudafrica tutta la popolazione possa godere degli stessi diritti civili e politici; perché venga abrogata la vergognosa legislazione sulle homelands per cui i neri sono stranieri nel loro paese; perché cessi la politica di oppressione del governo di Pretoria contro gli stati dell’Africa australe, perché la benignità e la verità si incontrino, perché la giustizia e la pace si bacino... “ 49 Il contributo più critico e spassionato della VII Assemblea a favore del Mezzogiorno è però venuto dalle vittime della Mafia più che dagli esponenti evangelici (il cui ossequio nei confronti dello stato supera ordinariamente la vocazione profetica), e che non coincide col rimedio di una presunta civiltà che ha da offrire, in sostanza, il modello delle democrazie occidentali mancante dei benefici e dell’essenza della vita e della libertà, il quale comporta per il Mezzogiorno, ma non solo per il Mezzogiorno, il sacrificio di molte esistenze a salvaguardia del sistema economico in uso, i cui effetti vanno in parte ricercati nei fenomeni più deleteri dell’Italia meridionale (droga, disoccupazione, Mafia, clientelismo e corruzioni, istituzionali e private): “Si avvia a conclusione la settima assemblea della federazione delle chiese evangeliche in Italia. Il tema generale, la giustizia di Dio: promessa e sfida, ha trovato nel corso delle due prime giornate la possibilità di allargarsi... si è tenuta una tavola rotonda su un argomento certamente interessante perché attuale: Violenza e democrazia. Problemi e speranze nella Sicilia di oggi... Non è che dal dibattito sia uscita la speranza, come era auspicato dal tema. Si è parlato di una Palermo capitale della Sicilia, ma anche città di grandi misteri e splendidamente isolata dallo Stato (Rita Costa) oppure di una Sicilia dove, come nella tragedia di Antigone, è vietato dare sepoltura ai propri morti in silenzio, senza troppe parole (Pietro Barcellona)... E non troppa la fiducia nello Stato e in un potere legale che non rispetta sempre i principi di libertà, giustizia, uguaglianza, civiltà ed umanità che racchiudono il concetto di democrazia (Costa).50 Dinanzi a tale chiarezza, solo leggermente mitigata, il contributo evangelico ha dimostrato lo slancio e la passione per la questione meridionale. Forse l’ideologia etico-messianica, capace di una visione profetica e globale di una società moderna, come quella italiana, e del coraggio di rimuovere le cause strutturali, teologiche, antropologiche e culturali del Protestantesimo nel suo insieme, si è mostrata potenziale, ma non evidente: “Le chiese evangeliche non sono rimaste ad ascoltare. Per il pastore Scuderi la lotta alla Mafia potrà avere successo solo se si ricorre all’eresia di Valdo (Scuderi è, infatti, un valdese), uno che ha sempre rifiutato di intrupparsi e di farsi coinvolgere in organizzazioni sia pure ancora non esistenti. Ma Barcellona, opportunamente, ha ricordato che spesso gli eretici giusti possono anche essere pericolosi. La buona volontà accoppiata ad una indiscutibile buona fede a volta può portare a delle inesattezze. Oppure ad affrontare un tema più con il sentimento piuttosto che con la logica. E così la manovalanza della mafia è formata da giovani che non se la sono sentita di continuare a portare la loro croce ed hanno preferito la scorciatoia... La soluzione, per le chiese evangeliche, che Barcellona ha definito di ricerca, sta nella loro capacità di fare nascere il germe di una nuova coscienza, quella del dialogo.” 51 La tavola rotonda sulla violenza e la democrazia si è conclusa con un invito dei relatori che è riconducibile alla necessità di riscoprire la propria vocazione messianica per l’elaborazione di una identità etico-sociale capace di indicare con ferma ed integra autorevolezza “i principi generali che delineano il compito dello stato ed i doveri dei singoli cristiani nei confronti di esso”. 52 Il Cattolicesimo ha dimostrato il proprio interesse alla VII Assemblea partecipando nella persona del vescovo di Livorno, monsignor Ablondi, il quale, nella sua veste di segretario della Commissione Ecumenica della Conferenza Episcopale Italiana, ha dichiarato: “Nutro ottimismo perché sono molte di più le grandi verità che ci uniscono che le differenze che ci dividono...” 53 Oltre all’impegno politico ed all’etica sociale, quali componenti della predicazione cristiana e strumenti di liberazione dell’uomo, il fondamentalismo non condivide i contenuti ed i metodi dell’ideale ecumenico attuale, non a caso, per le medesime ragioni antropologiche menzionate. Ed a riprova della necessità di affrontare alla radice i mali sociali, (ossia risalendo alle medesime cause teologiche) basta prendere atto, come è stato fatto, di un’illustre e loquace assenza (la medesima assenza di sempre: ad Assisi come dovunque si menzionino i soli termini di ecumenismo, pacifismo, politica, economia, etica sociale): “Il problema più serio resta comunque quello della coesione e dell’unità all’interno dell’arcipelago protestante. A Palermo c’erano infatti centottanta delegati che rappresentavano solo le chiese che aderiscono alla federazione, cioè i battisti, i luterani, i metodisti, i valdesi, l’Esercito della Salvezza... la Chiesa apostolica. Assenti... : gli avventisti, i pentecostali e i fratelli. Chiese fondamentaliste queste ultime, a struttura piuttosto informale, ma che raccolgono da sole circa i quattro quinti dei trecentocinquantamila protestanti italiani.” 54 Non è detto che i motivi degli evangelici fondamentalisti siano necessariamente o sempre senza fondamento. La riflessione etica ed antropologica deve tenere in dovuto conto questi motivi, rifuggendo da ogni facile luogo comune sulla borghesia protestante e da qualunque tentativo di facile criminalizzazione. In tutto ciò si deve mirare a spezzare ogni possibile legame tra il Giudeocristianesimo e la strumentalizzazione che di esso può essere fatta da parte del Piccolo Corno, riducendo l’etica biblica ad una sua deformazione, lontana dai tempi e dalla legge. Assemblee dei Fratelli, pentecostali ed avventisti dovrebbero seriamente riflettere sull’impossibilità di un cristianesimo limitato pietisticamente a dottrine fondamentali, benché indiscutibilmente bibliche, ma incapace di percezione etico-messianica, la cui assenza svilisce le più brillanti confessioni di fede e finisce per sottoporle al gioco iniquo dei potenti, rendendole strumento di oppressione, nella forma della legittimazione dell’esasperato individualismo economico. il quale si vorrebbe disancorato dalla resa etico-politica della fede biblica. La libertà e l’ortodossia evangelica può tradursi nell’anarchia delle rapacità individuali: nelle forme della competizione dei ministeri spirituali e nelle manifestazioni di opposizione all’etica sociale ed alla cultura classica e filosofica, responsabile di quella sensibilità spirituale che determina una visione critica, globale ed interdisciplinare dell’uomo, della realtà e di quella stessa teologia capace di globalità. Una semplicità evangelica che si collocasse oltre i termini storici e semantici della rivelazione biblica, finirebbe per ridursi al medesimo semplicismo di quella cultura tecnologica che ha finito per smembrare il carattere interdisciplinare concepito all’origine del mondo occidentale dal pensiero metafisico aristotelico, verso il quale la fede si pone armonicamente e non in conflitto. Allo smembramento od alla frantumazione della conoscenza, della fede cristiana e dell’uomo stesso, giacché la realtà e le Scritture non dovrebbero (secondo alcuni) tradursi organicamente in forma dottrinale, si sono opposte la Patristica, la Scolastica e lo stesso Sant’Agostino, tanto caro alla teologia protestante. Casomai è necessario preservare la semplicità evangelica dallo strapotere della cultura, ma la medesima semplicità non può tradursi in un nuovo pretesto per impoverire la conoscenza interdisciplinare, allo scopo di muovere in un secondo momento al soggiogamento dei semplici (ovvero degli esemplificati) prima nella chiesa e poi nella società. Riconoscere i contributi del pietismo non significa accogliere le sue isteriche esemplificazioni. Se gli evangelici permetteranno che la propria identità venga scossa dal sentimento e dal pensiero etico-messianico, promuovendo gli studi classici ed umanistici, l’integrità della predicazione evangelica, l’apporto alla storia del Cristianesimo, ed ancor più il contributo alla crescita ed alla salvezza dell’uomo, non potranno che beneficiarne in forza, efficacia ed autenticità. Se in Europa può esistere un risveglio nelle forme privilegiate dalle chiese del pietismo, quest’ultima è probabilmente l’unica via adatta alla sensibilità dell’uomo europeo, anziché la propaganda dei facili volantini e degli esuberanti predicozzi per alzata di mano, i quali fanno appello più spesso all’emotività piuttosto che alla coscienza ed al pensiero. Se una misura di laicismo e liberismo economico può sopravvivere in seno al fondamentalismo protestante, esso deve essere ricondotto a fondate motivazioni etiche, oltre che ad una situazione di compatibilità coi valori teocratici. Se la tendenza al separatismo del fondamentalismo evangelico è nel suo apparato antropologico, è a tale livello che sono necessari la comprensione ed il confronto.

  7. #27
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    Come faccio a sapere con certezza che, quando morirò, andrò in cielo?

    Infatti è per grazia che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non viene da voi; è il dono di Dio. Non è in virtù di opere affinché nessuno se ne vanti.

    Efesini 2:8-9



    Perché, se con la bocca avrai confessato Gesù come Signore e avrai creduto con il cuore che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvato.

    Romani 10:9



    Dio invece mostra la grandezza del proprio amore per noi in questo: che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi.

    Romani 5:8

  8. #28
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    Predefinito Rif: Soteriologia Vs Antropologia (2)

    Citazione Originariamente Scritto da david777 Visualizza Messaggio
    In relazione a http://forum.politicainrete.net/1833219-post320.html

    Tutta "roba vecchia" ma fin troppo attuale… credo. Un tantino complicato per chi non ha familiarità con l'Apocalittica, ma il segreto o la chiave per rendersi l'indagine semplice esiste.

    Sorse anche una discussione su chi di loro poteva esser considerato il più grande.

    Gesù disse: «I re delle nazioni le governano, e coloro che hanno il potere su di esse si fanno chiamare benefattori. Per voi però non sia così; ma chi è il più grande tra voi diventi come il più piccolo e chi governa come colui che serve. Infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve.

    Sappiamo che tutte queste cose devono verificarsi prima dell'avvento del Regno di Dio. Sono gli ultimi rantoli del cesarismo in versione moderna e "democratica" - il Diavolo sa che il suo tempo è agli sgoccioli… e vuole riprovarci ancora.

    La soluzione per capire… ed entrare nel Regno di Dio è ricevere Gesù Cristo quale Unico Signore e Salvatore.

    Cesare vuole un posto già occupato e non gli restano dunque che i festini.
    Chi ha perlomeno un'infarinatura dell'apocalittica è al corrente del carattere diabolico dell'ultimo cesare - conforme alle descrizioni del VII capitolo di Daniele.

    L'Uomo Senza Legge è pure detto Piccolo Corno.
    Elemento fino ad ora non attestato se non molto indirettamente è quello dell'unzione del Diavolo. Per tutti gli altri elementi il punteggio nell'ultimo ventennio è andato crescendo fino ad un massimo degli ultimi giorni.
    Le osservazioni continuano.
    Ultima modifica di david777; 28-01-11 alle 13:24

  9. #29
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    Predefinito Rif: Soteriologia Vs Antropologia (2)

    Ogni riferimento all'attualità politica italiana è puramente casuale? :mmm:

  10. #30
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    Predefinito Rif: Soteriologia Vs Antropologia (2)

    Citazione Originariamente Scritto da Eric Draven Visualizza Messaggio
    Ogni riferimento all'attualità politica italiana è puramente casuale? :mmm:
    Le profezie apocalittiche che riguardano il Piccolo Corno sono come un vestito nuovo e dunque mai usato. Certi statisti che ripercorrono le stesse e storicamente note strade per ricostruire l'Impero - mettendo assieme lobbies di ogni colore e contro legge e con ogni mezzo - rischiano d'indossarlo nel loro impeto di smisurata - o smodata - libertà.
    Ultima modifica di david777; 29-01-11 alle 01:05

 

 
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