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    Predefinito Visto dai berlusconiani

    Dopo l’infornata di articoli finiani degli ultimi giorni, mi sembra giusto riequilibrare la bilancia con un paio di interventi berlusconiani pubblicati nelle ultime ore su l’Occidentale. E questo perché la mia prospettiva resta quella di un elettore di destra non schierato con nessuna delle due parti in causa e che cerca “laicamente” di farsi un’idea giorno per giorno, ascoltando gli uni e gli altri, senza preconcetti.

    Adesso do’ spazio agli articoli di Lorenzi e Iannuzzi, poi farò qualche mia valutazione.
    SADNESS IS REBELLION

  2. #2
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    Predefinito Rif: Visto dai berlusconiani

    Ri/generazione Italia

    Non ci vogliamo perdere la trasformazione di Fini in leader del Pdl


    di Giancarlo Loquenzi

    l'Occidentale, 16 Marzo 2010


    Gianfranco Fini va preso sul serio. E’ il presidente della Camera, co-fondatore del Pdl, erede di un partito ricco e strutturato come An, fulcro di un gruppo di politici abili e ambiziosi a lui assolutamente fedeli, punto di riferimento di giornali e fondazioni varie.

    Fini ha insomma molte carte nel suo mazzo e dispone delle risorse materiali e politiche per fare mosse che lascino il segno soprattutto in un contesto in cui di politica se ne vede molta poca.

    Per questo la nascita di “Generazione Italia” va osservata con attenzione e senza pregiudizi. Contrariamente ai “promotori della libertà” targati Brambilla, la nuova creatura finiana sembra qualcosa di più che una mossa di carattere elettorale quasi tutta esaurita nel suo effetto annuncio.

    Si è discusso sui giornali sulla natura di “Generazione Italia”, ci si è chiesti se essa fosse una più “corrente” nel Pdl o l’ipotesi di un partito alternativo al Pdl stesso. In realtà da una lettura un po’ accorta e scafata dei proclami del suo portavoce, Italo Bocchino, quello che viene fuori è la bozza del progetto con cui Fini intende intestare a sè l’intero Pdl in un orizzonte post-berlusconiano. Magari accelerato dagli effetti collaterali (inintenzionali?) della sua messa in atto.

    “Generazione Italia sarà il ponte tra Fini e il partito” ha detto Italo Bocchino in una delle molte interviste sul tema. Fini insomma sente il bisogno di “finizzare” il partito che così com’è non gli piace, lo sente estraneo e lontano, persino ostile. Rinchiuso in una logica di quote che gli appare ingiusta e non corrispondente alle sue potenzialità e al lungo raggio delle sue ambizioni.

    Sin dalla sua nascita i rapporti tra Fini e il Pdl sono stati ruvidi, polemici, fatti di strappi e di silenzi imbronciati. I temi scelti dal presidente della Camera per polemizzare con Berlusconi – amplificati dal megafono di FareFuturo – hanno dato a Fini visibilità e spazi di manovra ma lo hanno estraniato dal “popolo delle libertà” e appesantito con sospetti complottardi. Con “Generazione Italia” parte la fase della riconquista.

    Dagli strappi di Ff si passa ora ai ricami e alle ricuciture di Gi. “Non siamo come Farefuturo, - ammette Bocchino – diciamo viva Silvio e viva Gianfranco”. La strategia - per come è annunciata - appare chiara e anche ragionevole : una opa amichevole sul Pdl aiutata da una riconciliazione con il suo “fondo” berlusconiano e da uno sforzo per marginalizzare i “pretoriani” dell’uno e dell’altro campo.

    Se davvero si tratta di questo, noi come osservatori interessati delle cose della politica, ci prenotiamo un posto in prima fila. E’ vero infatti che la questione della successione a Berlusconi è sia intempestiva (le elezioni si vincono con un leader solo) che prematura. Ma è anche vero che non può continuare a essere un tabù impronunciabile. Se Fini mette in moto le sue truppe – pacifiche a quanto pare – per porre seriamente il tema della sua futura leadership del centro-destra, questo è certamente preferibile a quella estenuante guerricciola di trincea da lui condotta sino ad oggi. Si tratta di una iniziativa che ha il pregio della trasparenza e che rimette in moto alcuni ingranaggi politici che si erano inceppati.

    Nuove fondazioni, nuovi giornali on-line, convention oceaniche, loghi e colori, tutto quello che ha riempito i giornali sino ad oggi ci appassiona poco. Quello che è interessante è la politica e Fini la sa fare. Il suo percorso di riconquista dei cuori e delle menti dei pidiellini sarà impegnativo e complesso. Dovremmo vedere Gianfranco Fini smettere i comodi panni del politicamente corretto, scendere dall’empireo istituzionale costellato di buoni sentimenti in cui si è intronizzato e fare i conti con la durezza della politica di tutti i giorni.

    Le sue parole chiave non potranno essere quelle usate sino ad oggi: dialogo, tolleranza, accoglienza, inclusione, cittadinanza, diritti. Tutto questo è l’armamentario che gli è servito per solleticare il popolo di sinistra a lungo orfano di leader e per far saltare i nervi a Berlusconi. Con quel profilo valoriale non si conquista un partito di centro-destra con ambizioni maggioritarie. Non si vincono le elezioni e non si va al governo.

    La nuova strategia di Fini – se di questo si tratta – deve sporcarsi le mani con la carne e il sangue della politica, deve alzare i toni quando è necessario, avere a che fare con la paura come elemento consustanziale del vivere associato e non esorcizzarla alla Fare futuro come un acchiappa farfalle elettorale. Se Fini vuole prendersi il partito e metterlo in condizioni di vincere, ad esempio, deve guardare con meno spocchia e senza ditino alzato al fenomeno di Geert Wilders in Olanda. Non fare come la sua fondazione che lo liquida come razzista e xenofobo senza capire perché potrebbe vincere alla grande le prossime elezioni politiche nel paese più libero e liberale d’Europa.

    L’esempio non è preso a caso ma è invece molto rivelatore della temperie che agita la destra finiana e le sue propaggini. Un articolo apparso sul Ffwebmagazine qualche giorno fa concludeva così la sua analisi sul caso Wilders: “In Europa sono possibili due destre: una possiede prospettive, perché culturalmente problematica e inclusiva, un'altra è destinata a raccogliere solo rancori che difficilmente si tradurranno in prospettive politiche. Una ci piace, l'altra no.” Il fatto è che ad essere problematici e inclusivi non si prendono molti voti.

    Se questo è il livello di elaborazione su cosa vuol dire oggi essere "di destra" messo a disposizione del presidente della Camera, la sua Opa sul partito (e ovviamente anche quella sul paese) è destinata a fallire. Se “Generazione Italia” avrà uno sguardo meno vacuo, meno irenistico, meno “inclusivo” sul mondo che la circonda, la cosa si fa più interessante.

    La metamorfosi di Fini in leader del centro-destra e possibile premier del paese si annuncia piena di brividi e colpi di scena, teste che ruzzolano, colpi di spada e agguati di pugnale, sangue, sudore e polvere. Venghino signori, lo spettacolo sta per cominciare.


    Non ci vogliamo perdere la trasformazione di Fini in leader del Pdl | l'Occidentale
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  3. #3
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    Predefinito Rif: Visto dai berlusconiani

    Apriamo un dibattito

    Con "Generazione Italia" Fini strizza l'occhio agli anti-berlusconiani


    di Raffaele Iannuzzi

    l'Occidentale, 17 Marzo 2010


    Gianfranco Fini è un tattico consumato. Sa fare solo questo: tattica. In questo senso, ha ragione Giancarlo Loquenzi: Fini sa fare politica. Perché, ad oggi, abbiamo visto solo tattica.

    L’ultima grande idea di Italia e – mi permetto di ricordare – di Occidente risale al 1994, dopodiché tutto si è spalmato – seppur a tratti con sparigliamenti e produzioni culturali davvero suggestivi – sul tavolo della prima ora. Ma il presente non è solo presente. FareFuturo non riesce a leggere la realtà di Wilders in Olanda, ma neppure quella della Lega di Bossi, perché non ha chiaro un concetto decisivo: il presente è storia. E’ dal presente che nascono i progetti e il futuro non viene conquistato nella retorica da fumatori di oppio nella sala d’attesa di un aereoporto, intenti a guardare a quel che fanno e al prossimo aereo da afferrare al volo: la realtà è più avanti. Sempre. Ecco perché Fare Futuro con il suo costruttivismo politicistico e un tantino neogiacobino non ha funzionato. Ha stancato anche Fini.

    Loquenzi lo scrive e becca il punto anche in questo caso. Certo è, tuttavia, che la partita finiana non potrà essere giocata solo all’interno del Pdl. Il nodo di tutta la vicenda finiana è poi, alla fine, questo. Non è un’assoluta novità, perché Fini ha sempre voluto superare il neofascismo con un post-fascismo civile e repubblicano, aperto alla società civile ed alle istanze neocorporative necessarie a riequilibrare i dinamismi occidentali della stessa con una buona base elettorale, quella di sempre, il suo zoccolo duro. I fallimenti finiani consistono proprio in questo velleitarismo e, dopo FareFuturo (che – confesso - prevedo riciclata in una specie di salsa pop-politica), le cose non andranno diversamente. Non è una gufata, ma, in politica, due più due fa ancora quattro.

    Fini è troppo “loico” e, paradossalmente, troppo impolitico nel suo politicismo tatticistico esasperato. Perché, da un lato, sembra aver calcolato tutto, anche il ritiro di Berlusconi (il “loico” si appella al whishful thinking, si sa); ma, dall’altro, gioca di rimessa e cerca di portarsi avanti nel lavoro sporco che gli toccherà fare, se vorrà guadagnare posizioni e – soprattutto – voti. Loquenzi auspica un Fini meno inclusivo. Io credo, invece, che la sua inclusività posticcia e studiata a tavolino sia la coda del diavolo che spinge l’impolitico tattico verso il nulla.

    E questo nulla è la deriva della crisi sistemica che stiamo attraversando. Senza interlocutori politici, perché, a sinistra, non c’è nessuno e D’Alema a Italiani europei fanno rappresentanza della UE nelle istituzioni, fermi al motto dalemiano: “In Europa a sinistra solo socialisti…”, capirai…; a destra, Fini non vuole nessuno. La democrazia interna al MSI era oscillante tra gli schiaffi di Masaniello ai gendarmi e il ducismo in salsa pop, ergo oggi, con il suo gruppo, siamo alla poltiglia. Poltiglia tattica e ben predisposta alla pugna, ma, alla fine, poca lana, come si dice a casa mia. Fini, però, sa bene come sparigliare le carte e logorare l’avversario. L’avversario è - non da oggi - Silvio Berlusconi. Certo, né Fini, né Bocchino diranno mai che “Generazione Italia” nasca contro il leader del Pdl, ma le cose stanno così. Tant’è vero che il progetto si fonda sul riconoscimento di fatto della leadership di Fini. La storia della doppia leadership se le beve soltanto chi vuole contare i propri voti anche dopo il 2011. Non scherziamo.

    Gli obiettivi finiani sono chiari, bene, di ciò gli diamo atto, e, si sa, gli obiettivi, in politica, pesano più delle parole. Diciamola tutta: è la cronaca di un pesce d’aprile annunciato. La chiesa berlusconiana ha, dunque, ufficialmente il suo eretico, il suo Lutero. E, come Lutero, il Presidente della Camera, può dire: "Sono pronto a ritrattare se mi si convince con ragionamenti basati sulla Scrittura. Altrimenti io qui sto e di qui non mi muovo”. Una singolare intransigenza. Fa anche un po’ ridere. A babbo morto, non ci siamo. La cosa puzza.

    Lo scriviamo da mesi che la cosa puzzi e che Berlusconi debba mettersi in testa di avanzare centimetro dopo centimetro nella politica italiana, possibilmente con un più alto senso del conflitto di natura schmittiana, se ci è consentito esagerare in una bella giornata marzolina che fa presagire una buona Pasqua. Ciò sia detto tra parentesi. Tornando a bomba su Fini, andiamo a sfruculiare un po’ di dati e fatti testardi, di quelli che si buttano giù male, i più preziosi. Allora, la realtà dei fatti prova che An abbia usato le risorse del Pdl – la chiesa berlusconiana, appunto – per costruire la sua eresia. Fini ha smentito, perché non c’è eresia, a suo dire, in una politica senza ortodossia. Ma i fatti dicono viepiù che l’eretico nasce – nel più volgare consesso politico - come cavallo di Troia o serpe in seno.

    Il Presidente della Camera non vuole soltanto un nuovo partito – qui precisiamo bene e Loquenzi pensa ancora a un Fini politicamente compreso nel ruolo di post-Berlusconi, e basta, no, non è così -; egli cerca soprattutto legittimazioni a prova di bomba nel mondo trasversale e antiberlusconiano dei salotti finanziari, delle banche, della Confindustria. Un modo antipolitico di creare politica al di fuori del recinto berlusconiano. Va bene per il “loico” impolitico e malato di tattica. Se questa è una parte di eresia – per stemperare un po’ i toni -, bè, allora diciamo pure che le eresie hanno sempre la loro storia.

    Qui la storia ha nomi e cognomi, tira in ballo beni, buoni e bonifici; è truculento dirlo, ma così è, almeno se i fatti conducono a tirare certe conseguenze: sono in ballo interessi di gruppo e affari meno commendevoli. Non si tratta di deglutire il Fini eretico come sbobba affaristica, non è questo; ma è chiaro che i suoi colonnelli siano ormai un ceto politico e che lui abbia fatto di tutto per accontentare i suoi, Rai docet. Ma, per capire tutto ciò, dobbiamo fare un passo indietro. Cos’era An prima dell’ingresso nel Pdl? Ebbene, An, prima di entrare nel Pdl, era ridotta al lumicino. Poca cosa. Fini aveva fatto il duro, ma prima di guardare i sondaggi che i suoi colonnelli gli hanno messo di fronte. “Capo, qui si mette male, siamo alla frutta, meglio intrupparsi, poi si vedrà”. Un partito messo peggio del PSI prima dell’avvento di Craxi.

    Qualcuno, dunque, deve aver detto al Lutero post-fascista che la chiesa berlusconiana, in fondo, conviene. Strategia di risulta: si entra nel corpo politico e lo si sfascia dall’interno; ma, intanto, si beccano le poltrone, si piazzano gli uomini dove si può e si gode della ben nota generosità del Capo, da sempre un principe del Rinascimento adùso ad integrare anziché combattere. Insomma, un buon affare. La sede del partito – ex Forza Italia – viene occupata manu militari, anteprima dell’occupazione prossima ventura. Dopodiché fuoco a volontà – fuoco amico –, con cariche non a salve, su tutto: immigrazione, economia, strategia del partito, laicità. Tutto sotto tiro con un discorso pubblico volto a smarcarsi dal Capo e dalla cultura politica del centrodestra. L’esito è debole e imbarazzante. La montagna partorisce il topolino.

    Ma, intanto, la storia viene manipolata a dovere e tutto serve alla manovra dell’eretico post-fascista. Proprio la memoria post-fascista è azzerata. An è un incidente di percorso. Berlusconi non esiste più. La storia del centrodestra è fuffa. Esiste soltanto Fini e la sua truppa di colonnelli progressisti ma non troppo, come ha acutamente osservato Feltri. Dopo il “ma-anchismo” abbiamo il “nontroppismo”. Il pop al governo. La retorica del “post” non nasce dal nulla, tutto sommato, ha un’origine precisa; è un prodotto del marketing veltroniano, insieme alla “bella politica”, la colla del nulla spalmata sulla superficie liscia del quotidiano. Non basta. Si inventa perfino la “destra nuova” e si dice che non ha nulla a che fare con la “nuova destra” di Alain de Benoist. Da quelle parti c’è ancora troppo Evola e anti-modernità, qui si deve sbaraccare tutto. Tutto dimenticato, si va oltre. “Oltre” è la parola d’ordine. Tutti vogliono andare oltre e gridare come Chatwin: “Ma che ci faccio qui’”, non accorgendosi che la realtà è storia e, dunque, non si esce da essa. Chi esce dalla realtà ha un nome: matto.

    Si supera la propria storia attraverso lente rimeditazioni e nuove prospettive maturate con l’umiltà dello studio e dell’ascolto. Fini è ancora padre di una legge che porta il suo nome insieme a quello di Bossi e spara addosso alla Lega chiamandoli “stronzi”, mentre, con la mano sinistra, nega la firma e si nega alle repliche e spiegazioni pubbliche. Così può agire il pizzicagnolo quando cambia bottega e si sposta da Tor Pignattara al Testaccio, ma non il leader di un partito già di per sé condannato al “senno del post”, in quanto neofascista. “FareFuturo” ha alimentato la credenza in questo Nirvana politico, ma ora il giocattolino si è rotto e tutto ciò non basta più; perché il futuro è un’ipotesi e ora, invece, ci vuole una realtà. Inventare qualcosa di nuovo in un mondo brutalizzato dal nuovismo è fin troppo facile, solo che la politica è affare più complesso e non può essere appaltato dalle fondazioni dei progressisti ma non troppo. Fini lo sa bene e, infatti, decide di gestire l’operazione con lo spirito dell’avanguardista permanente. Non importa il classico “che fare”, né il “come fare”. Conta la movida permanente, il postmoderno liquido e dominato dal “senno del post”: avanzare nel nulla è l’unica tattica possibile. Una tattica che ben si attaglia al parassitismo politico, un modo di essere che il ceto politico di An ha fatto suo fin dalla nascita.

    “Generazione Italia”, allora, non è la nascita di una corrente, perché le correnti vogliono fare politica in un partito, anzi, per certi versi, lo legittimano ancora di più. E non è neppure un movimento per aprire un dibattito all’interno del Pdl, perché ormai tutti hanno capito il gioco di Fini. Qui c’è un cambio di marcia: l’alleanza del nichilismo politico dei post-fascisti con l’avventurismo parassitario dei salotti buoni e della Confindustria. Una vecchia storia con risultati elettorali da prefisso telefonico. Ma, attenzione, prima di arrivare alle urne si deve passare per le banche. La crisi si può governare insieme al governo o alleandosi con le banche e la Confindustria. Fini vuole fare il trans (-Berlusconi) senza essere ancora post (-Berlusconi). Ecco cosa accade a chi esce fuori dal proprio Sé: i desideri non sono più volani, ma diavoli all’attacco della ragione.

    E Berlusconi, in tutto ciò? Una cosa è certa: non gli basterà lo spariglio dei Promotori della Libertà. Che poi vale zero come politica. Ci vuole, a urne chiuse, un congresso come si deve, con la gente che vota e la politica che pesa. Ci vuole il sangue e il conflitto, la resa dei conti e la messa all’angolo dell’eretico, ma con le regole della politica. O dentro o fuori, ma non disteso a succhiare il sangue dalle mammelle della chiesa che ti ha accolto. Chi fa movida, in realtà, fa ammuina per non contarsi. Questa debolezza strutturale deve fare la forza della politica. Berlusconi non ama il conflitto belluino, ma con esso si decide del futuro di un partito e si tracciano le linee di una nuova storia. Imparasse da Craxi, che non cedeva un millimetro all’oppositore, ma, nello stesso tempo, sapeva già da quale parte andare. Chi gioca con l’idea di generazione non ha alcuna idea della storia. Ma chi può – e Berlusconi può - deve fare. E senza menare il can per l’aia.


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  4. #4
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    Predefinito Rif: Visto dai berlusconiani

    Mentre si è aperto dunque il dibattito su l'Occidentale - dibattito che nelle nostre possibilità cercheremo di seguire con attenzione - proviamo a dire qualcosa noi, possibilmente senza pregiudizi di parte.

    Qualche tempo fa ho scritto che la politica si è ridotta ad una guerra tra bande. E questo non solo tra destra e sinistra, ma all'interno stesso delle singole coalizioni. In un periodo ormai remoto il partito della destra italiana si contava tra correnti ciascuna delle quali era caratterizzata da una particolare idea della destra, tra cui quella che, paradossalmente, andava al di là del recinto stesso di destra. Nel MSI c'era infatti la linea di Almirante e quella di Rauti, così come nel FdG si scontravano Tarchi e Fini. Erano questi scontri ideologici, tra chi immaginava il futuro in un certo modo e chi in un altro. Successivamente, in Alleanza Nazionale, il correntismo perse quasi del tutto il carattere teorico e, tranne la Destra Sociale di Alemanno erede di una particolare "visione del mondo", le correnti di La Russa e Urso si contrassegnavano più che altro per il leader di riferimento - che nel primo caso era Berlusconi (da qui l'uso del termine berluscones per Gasparri etc.) e nell'altro Fini.

    Circa Forza Italia una divisione in tal senso non poteva esistere in quanto il partito era stato fondato e diretto carismaticamente da Silvio Berlusconi.

    Per questo motivo oggi in un Pdl dilaniato da polemiche intestine il confronto non attiene alla politica, passata in second'ordine, ma la leadership. Si discute infatti se Berlusconi debba essere considerato un monarca "a vita", oppure se è giunta l'ora del suo eterno "secondo", cioè Fini. Questo è il succo del discorso: Berlusconi o Fini, tutto il resto: le fondazioni, le riviste, financo le coalizioni politiche e i rapporti con gruppi d'interesse sono strettamente funzionali a questa sfida tra leader.

    Se si ha l'onestà di riconoscere che la questione che sta monopolizzando l'attenzione nella destra non ha nulla a che vedere con la politica in senso ideologico e neppure tanto di programma, ma con la leadership, si è fatto a mio avviso un bel passo in avanti.

    Veniamo ora a quanto dicono i berlusconiani.

    Mi ha colpito molto l'articolo di Iannuzzi. Non so voi che ne pensiate, ma leggendolo io ho avuto la sensazione che il redde rationem sia ormai imminente. Dopo le elezioni, in un modo o nell'altro, le strade tra Berlusconi e Fini si separeranno. Forse, con soddisfazione di entrambi.

    Iannuzzi dice tante cose, ma una innanzitutto: il presente è storia. Imputando a Fini di non riuscire a comprendere il presente (Lega, Wilders, etc.) Dal canto loro, i finiani avevano detto che in Europa esistono 2 destre e bisogna saper scegliere tra la destra pluralista e modernista del PPE e quella euroscettica, chiusa nel risentimento razzista e tradizionalista. Le parole usate non erano propriamente queste, ma credo di aver reso bene il concetto. In parole povere Fini dice: se si sta nel PPE si deve seguire Merkel e non Wilders. Viceversa Iannuzzi dice: il presente è storia e questa storia la sta facendo la destra di Bossi e Wilders, dunque non si può far finta di niente. Nulla di male, se - e in tutto il suo discorso il problema non è nemmeno sfiorato - il Pdl abbia fatto carte false per entrare in quel partito, il PPE, di cui Iannuzzi sembrerebbe accorgersi ora che non rappresentando pienamente il presente non farebbe nemmeno storia.

    La questione del Pdl si sposta dunque su quella relativa al PPE. E' corretto essersi imbarcati in un partito per avere legittimazione internazionale disconoscendone poi sul piano nazionale gran parte delle politiche? Ora, a prescindere da quelle che possono essere le valutazioni politiche di ciascuno, a me questo atteggiamento non pare corretto. Mi sembra infatti più coerente cercare un'unità d'intese con l'UDC che del PPE è partito fondatore che non con la Lega che ne è estranea. E questo a prescindere dal parere che io posso avere dell'UDC o della Lega.

    Nella sua critica a Fini, poi, Iannuzzi si lascia andare ad varie considerazioni negative circa l’eleborazione di pensiero della “destra nuova” e del suo andare “oltre la destra”. Annotazioni legittime, se non fosse che il berlusconismo può essere attaccato con le medesime armi da chi lo contesta. Innanzitutto, se Fini propone una “destra nuova”, Berlusconi non propone nessuna “destra”, lui è un ex-liberale che oggi si fa passare per “moderato”. Anche se nulla del suo stile e delle sue alleanze fa pensare che sia tale. Casini è infatti un moderato, ed essendolo lui non può esserlo Berlusconi – inutile spiegare il perché. Per spiegare il Cavaliere la sinistra ha usato tantissimi termini, il più usato dei quali è “populista”. Può darsi che abbia colto nel segno, anche se –bisogna dirlo – il populismo di Berlusconi non ha nulla in comune con quello di Le Pen e poco anche con quello di Wilders e Bossi. Berlusconi è un imprenditore pragmatico che ha deciso di giocare la carta populista pur essendo di formazione un liberale moderato. E’ dunque un ibrido inclassificabile secondo il metro occidentale. Nulla esiste di simile in Europa come in America. E ovviamente nessuno nel Pdl può avvicinarvisi, essendo il Pdl ex-forzista un partito a metà strada tra i popolari e liberali europei. In questo contenitore magmatico coeso soltanto dallo spirito anticomunista e dal carisma di Berlusconi trovano posto liberisti e statalisti, liberali e socialisti, conservatori e modernisti, tutto e il contrario di tutto. Di questo Iannuzzi non parla, come se il problema non sussistesse. Invece il problema sussiste eccome. E riguarda l’ala berlusconiana non meno di quella finiana.

    Infine, la questione Berlusconi. Iannuzzi dà per scontato che del Pdl Berlusconi sia il leader “vita natural durante”, come i papi. Morto un papa se ne fa un altro, sembrerebbe che del post-Berlusconi se ne si debba occupare quando il nostro sarà passato a miglior vita. Sinceramente un arroccamento così fideistico ad un politico – qual’esso sia – mi sembra sbagliato in sé e anche molto pericoloso per il partito. Un partito, il Pdl, che non ha una struttura gerarchica, che non discute, che non pensa, perché è stato pensato solo come “strumento” elettorale di Berlusconi. Adesso, che dentro al Pdl vi siano opinioni diverse circa non solo la linea, ma soprattutto la consistenza stessa del partito, mi sembra non solo giusto ma addirittura auspicabile. I berlusconiani dicono sempre che “se ne riparlerà dopo le elezioni” ma poi non se ne occupano mai, rendendo manifesto così che la loro attenzione – non meno dei finiani – è rivolta essenzialmente alla conquista e alla conservazione del potere.

    Per il momento questo mi sembra di dover ribattere a Iannuzzi e a chi criticando Fini si sofferma sulla pagliuzza nell’occhio altrui dimentico della trave nel proprio occhio.
    Ultima modifica di Florian; 17-03-10 alle 15:53
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    Predefinito Rif: Visto dai berlusconiani

    Di fronte alla scelta fra Partito Popolare Europeo - destra moderata, liberale, popolare, dei diritti, dell'inclusione, della tolleranza, del dialogo - e destra identitaria, anti-islamica, anti-immigrazione, alla Wilders per intendersi, io credo (ma forse sono un ingenuo!) che sia possibile, per il PDL, trovare un giusto "equilibrio". E' forse senza senso proporre un'armonia quando le visioni del mondo di queste due destre sono così divaricate, distinte, diverse, praticamente inconciliabili. Il PDL da un lato ha l'onore/onere del governo, e quindi della pratica realista, per certi versi flessibile, dall'altro il compito di dare soddisfazione alle richieste di un elettorato che, in Italia ed in Europa, chiaramente non ne può più degli eccessi derivanti da una immigrazione ed una islamizzazione incontrollate, e legate a loro volta alla questione più generale della sicurezza.
    La proposta di Fini, fin qui rappresentata dagli articoli e dagli editoriali di Fare Futuro (vedremo come si comporterà la nuova associazione battezzata da Bocchino), pende troppo sul lato sinistro, non soddisfa l'elettorato, non corrisponde alle attese ed alle esigenze espresse da una buona fetta della cittadinanza. La proposta leghista, a sua volta, tende a cadere nell'eccesso, nell'esagerazione: i vertici sanno trattenersi, ma la base talvolta esprime posizioni che rasentano effettivamente la xenofobia.
    Gasparri, Lupi, Formigoni, sono invece - così all'apparenza - il baricentro, l'equilibrio: sostengono le leggi pro-securitarie, si differenziano dalla proposta di Fini, ma non cadono, generalmente, nella più bassa retorica del Carroccio. Soprattutto, possiedono un senso di unità dell'indirizzo governativo e politico.

 

 

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